Mississippi Burning

  • Why did he do it? I mean, he wasn’t even in on it. He wasn’t even Klan.
  • Mr. Bird, he was guilty. Anyone’s guilty who watches this happen and pretends it isn’t. No…he was guilty all right. Just as guilty as the fanatics who pulled the trigger. Maybe we all are.

 

Gli agenti irrompono nella casa di uno degli uomini coinvolti nell’omicidio dei tre attivisti per i diritti civili, e lo trovano impiccato; in tale circostanza, avviene il dialogo:

  • Perché lo ha fatto? Voglio dire, non era neanche coinvolto. Non era neanche del [Ku Klux] Klan.
  • Mr. Bird, era colpevole. Come tutti quelli che vedono accadere questo e fanno finta di niente. No…era colpevole eccome. Colpevole come gli esaltati che hanno premuto il grilletto. Forse lo siamo tutti.

Dal film ‘Mississippi Burning‘ (1988), di Alan Parker, con Gene Hackman e Willem Dafoe.

Down in Mississippi...

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Fonte dell’immagine: sconosciuta (web)

 

Creato un centro di denuncia per le giornaliste

Rilancio il comunicato apparso sul sito ufficiale del ECPMF.

Le giornaliste avranno a disposizione un nuovo strumento di denuncia per le minacce ricevute a causa del loro lavoro. Da un lato, sarà possibile cercare concretamente aiuto o consulenza, dall’altro il centro provvederà a raccogliere le denunce in un database per dare visibilità al fenomeno. Potranno riferire tutte le donne impegnate nell’informazione e nella comunicazione (come le blogger).

Iniziativa supportata anche dalla FNSI.

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Molti giornalisti vengono attaccati a causa della loro professione. Ma le giornaliste devono spesso affrontare diverse forme di violenza rispetto ai colleghi: minacce di stupro o commenti offensivi e a sfondo sessuale sono basati sul genere e colpiscono più spesso le donne. Come reazione a questi casi specifici, ECPMF ha lanciato un centro di allerta per le donne che lavorano nei media, attraverso cui possono informare il Centro degli attacchi che subiscono e chiedere aiuto o consulenza.

Le minacce possono essere trascritte attraverso messaggi cifrati. I messaggi saranno letti esclusivamente da operatrici, al quartier generale dell’ECPMF (European Center for Press and Media Freedom – Centro Europeo per la Libertà di Stampa e Comunicazione, ndb), che si occuperà del caso denunciato. Ogni contenuto resterà confidenziale.

ECPFM incoraggia tutte le donne a denunciare gli attacchi. Non solo per cercare aiuto ma anche per rendere visibile la dimensione del fenomeno contro le giornaliste: ECPFM conserverà tutte le denunce in un database – rimuovendo i particolari circa l’identità della denunciante per proteggerla – come bacino d’analisi per mostrare la portata del problema in Europa.

Per il Centro di Denuncia per le donne, ECPFM collabora con la Federazione Europea dei Giornalisti (EFJ) e la sua sezione italiana – Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI).

 

LA COSTRUZIONE DELLA SFIDUCIA VERSO IL FEMMINILE

Dal senso comune, dalla condivisione manifesta o subdola di alcuni modi di pensare, prendono vita molti comportamenti sociali.
Ci sono atteggiamenti che necessitano un’attenta lettura per esseri individuati.
Spesso ho vissuto o sono stata testimone di quello che definisco la costruzione della sfiducia verso il femminile, una sottile forma di violenza che si annida nei nostri reconditi modi di pensare che portano ad associare e ridurre il femminile solo a determinati ambiti, mentre non risulta naturale pensare che le donne possano operare e pensare anche altrove e in diverse modalità.
È un approccio che tende a generare un orientamento, più o meno conscio – molto più spesso inconscio – di sfiducia circa la competenza delle donne in alcune situazioni (dalle più banali alle più complesse), e senza motivo.

Vorrei portare un esempio. Un giorno, in aereo, stavamo sorvolando la Campania. Ho fatto spesso questa tratta e il mio occhio si è abituato alla geografia “dall’alto”. Un signore di mezza età, rapito dallo splendido spettacolo che una perfetta visibilità rendeva ancora più pittoresco, si domandava dal finestrino dove fossimo e cosa fossero quei rilievi suggestivi, quei paesaggi pieni di contrasti dove il segno dell’uomo sfida la natura, senza celare la memoria di remoti disastri e dove, tuttavia, una caparbia urbanistica continua la sua scommessa
“Se mi posso permettere, signore, quello è il Vesuvio”, intervenni dal mio posto sul corridoio, da cui potevo comunque guardare fuori. Il signore si ammutolì accennando un dubbioso e imbarazzato sorriso. Non mi credette. Come poteva una giovincella colmare una lacuna geografica o la pigrizia dell’occhio di un uomo esperto?
Non continuò neanche a parlare con la compagna di viaggio seduta al centro e rimase perplesso.
Dopo qualche minuto, il comandante annunciava l’atterraggio a Bari: “Signori e signore, stiamo cominciando la nostra discesa verso l’aeroporto di Palese, spero abbiate avuto modo di godere dello splendido spettacolo del Vesuvio che ci siamo appena lasciati alle spalle”. Ho guardando quindi il signore cercando una ilare complicità, un sorriso. Mi ha guardato invece stizzito.
È un esempio banale ma non posso ormai più contare le volte in cui quello che dico viene nel migliore dei casi non ascoltato se non deriso, almeno finché non incontra l’avallo di un’autorità percepita come superiore, e che coincide, nella maggior parte dei casi, con quella di un uomo. Succede a me, succede ad altre persone.

Un esempio più autorevole è forse rappresentato dagli inconcepibili commenti, da parte di alcune persone – poche ma foriere di un preoccupante campanello d’allarme – circa il rientro dell’astronauta Samantha Cristoforetti. Invece che essere un indiscusso motivo di orgoglio, la conclusione della missione della scienzata italiana è stata sabotata, in parte, da commenti modellati sui più obsoleti stereotipi maschilisti.

Alla luce di queste dinamiche, risulta attendibile la titubanza, per esempio, verso il concetto delle quote rosa; operativamente possono in effetti facilitare l’accesso delle donne in politica, ma a che serve se noi stessi, tra amic@, parenti, colleg@, noi – il popolo votante – non crediamo nella capacità politica delle donne?
Le donne non partecipano alla politica perché non ci sono ottimali condizioni operative per farlo (come carenti solo le misure per facilitare l’accesso al lavoro), ma, temo, molto di più perché è difficile creare il consenso attorno a loro. E poi, la potenzialità della maternità è vista sempre con sospetto (ricordiamoci, però, che questa si chiama discriminazione).

Eppure guardiamo la Spagna: Madrid e Barcellona hanno vissuto una svolta tutta “in rosa” con l’elezione a sindaco di due donne; una, riportando la capitale spagnola tra le fila della sinistra dopo 24 anni di Popolari, l’altra succede a 119 sindaci tutti uomini. Osserviamo dunque con speranza la Spagna, con un unico pensiero che getta un’ombra su questa nuova situazione: che si stia ricorrendo alle donne, una volta in più, in una situazione di emergenza, non privata ma pubblica, perpetuando gli oneri della cura – storicamente associati alle donne – nel mondo della politica in un momento in cui questa si è scoperta nella sua fragilità sistemica (idea che mi è stata suggerita dalla lettura di un discorso di Lea Melandri circa il ricorso alle donne come “risorsa” nei momenti di crisi e che qui riconnetto al contesto politico).

Un altro esempio tipico: mi è capitato sul lavoro o nel mondo accademico di dover svolgere delle mansioni a contatto con uomini. Non tutti, ovviamente, ma molti, quando hanno scoperto di dover essere affiancati da una donna, non hanno celato una sorta di disagio (anche se sospetto non l’abbiano fatto intenzionalmente, ma cattive pratiche interiorizzate possono agire quanto le volontarie). Come posso sentirmi io produttiva e partecipe del mondo se non godo della fiducia di chi mi sta intorno, a priori? E si badi bene, che la sfiducia non è promossa solo dagli uomini, anche se sono gli agenti principali in quanto detentori di maggior potere decisionale (basta, per esempio, guardare alle statistiche circa la disparità di genere sia in politica che nel management aziendale); conosco mediche (plurale femminile di “medico”, esiste?) che sono state oggetto – a priori – di sfiducia anche dai loro pazienti e dalle loro pazienti, salvo poi essere riabilitate solo alla luce del loro buon lavoro. Ma non si può lavorare sempre in difensiva, sempre con l’atteggiamento di chi – ribadisco, a priori – deve sempre essere sospettato di dover dimostrare qualcosa.

È un male che dobbiamo cercare di combattere, quello della sfiducia verso le donne. Una delle dinamiche che più mi ha colpito nell’ultimo film di Tim Burton, “Big eyes”, è la violenza perpetrata nei confronti della figlia della protagonista, violenza che prende le forme della negazione, da parte della madre e del suo compagno, della verità conosciuta e difesa dalla bambina. Convincere i bambini del contrario di quello che pensano – soprattutto quando questo è vero – significa distruggere la loro capacità di discernimento, non solo a livello intellettuale (distinuere con la ragione il bene dal male, il vero dal falso, e così via), ma soprattutto a livello etico. Se si minimizzano o confutano ingiustamente le idee di un individuo, tanto più se questo non ha i mezzi per opporre resistenza – si attua un sopruso, un gesto di estrema arroganza.

Allo stesso modo, oltre alla sfiducia promossa di cui parlavo sopra, se la società tenderà a rifiutare o negare delle problematiche specifiche, non ci sarà alcun progresso a livello di civiltà. Mi è capitato di imbattermi in alcune discussioni in cui la violenza di genere, oltre a non essere vista, è stata negata. Non riesco a spiegarmi l’origine di questo caparbio negazionismo che crea una gabbia intorno a degli esseri umani, fatte di ignoranza, mancanza di rispetto, prepotenza e povertà di spirito.

Non si tratta di una guerra di donne contro uomini (nonostante a volte i dati raccapriccianti sulla violenza di genere ci dica che una guerra c’è, e lascia sul terreno moltissime donne, si, soprattutto donne). Si tratta, prima di tutto, di creare le condizioni per cui tutti gli individui si possano sentire liberi di pensare, esprimersi ed essere presi in considerazione, invece di promuovere una sfiducia che, nel complesso, danneggia la società nella sua interezza.

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Margaret Keane, la cui vicenda viene raccontata da Tim Burton in “Big Eyes”

Lo stupro di Cassandra, nei secoli dei secoli.

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La bellezza nell’arte non risiede solamente nella perfezione delle forme, non si limita al godimento estetico che scatena, ma è amplificata dalla capacità di comunicare, senza censura, i diversi avvenimenti umani, in maniera da toccare tutte le corde del nostro animo. L’arte è detentrice di quel potere magnifico di trovare le forme, le metafore, per descrivere fatti e sentimenti secondo un processo a due fasi – lo stupore del primo sguardo e lo stupore della lettura approfondita.

Prendiamo il suggestivo e drammatico quadro ‘Aiace e Cassandra’ di Solomon Joseph Solomon.
L’eroe ha fatto irruzione nella casa di Priamo, avanza con passo inarrestabile per compiere l’ultimo, ignominioso atto, frutto della indole irriverente: lo stupro dell’indifesa figlia del re troiano, Cassandra. L’uomo cinge le delicate membra della ragazza, solleva il suo corpo molle e bianco, ignora lo straziante dimenarsi della donna che lancia un’ultima preghiera ad Atena, la statua che impotente e indifferente assiste alla scena. La donna cerca di ancorarsi alla statua come una bambina alla gonna della madre, tutto il bellissimo corpo di Cassandra supplica il soccorso della dea, ognuna delle sue bianche curve sembra un’invocazione levata verso gli dei, e noi non possiamo non provare compassione per la giovane. Di contro, l’incedere dell’uomo è fisso, mentre risoluto si muove sul fuoco domestico riverso a terra nel generale sconquasso; la figura di Aiace avanza, terribile, con la sua arroganza, lo sguardo fisso e senza traccia di grazia alcuna, il corpo atletico del guerriero, dalla muscolatura perfetta non governata da nessuna morale, da nessun raziocinio, nessuna pietas. Un interno familiare, intimo, dai toni freddi del rigore addolciti dalle forme di Cassandra e dal rosa dei fiori, dove passa incurante l’intruso impietoso, vestito di un solo piccolo manto rosso come la furia che lo muove e che noi non possiamo non detestare per l’accingersi dell’invasione di uno spazio ben più intimo e sacro.
Si staglia, nella composizione, il candore della pelle della giovane, appoggiata morbidamente sul corpo spietato dell’eroe, piegata disperatamente all’indietro, con quel velo impigliato alla statua della dea, trasparente e tesissimo, a richiamare la verginità della sfortunata ragazza che verrà sacrilegamente violata sotto gli occhi di pietra della divinità. Assistiamo agli ultime momenti prima che la violenza si compia, piangendo per il destino infelice di Cassandra, condannata fino alle ultime devastanti fasi della sua vicenda, a rimanere inascoltata.
La sua storia, il modo in cui il quadro la racconta mirabilmente, è la storia di tante vittime, donne e bambine, innocenti, che in un orrore muto soccombono alla violenza che si scaglia contro di loro, inermi. Non chiediamo alle Erinni di vendicare un atto sacrilego come lo stupro (o forse si), non chiediamo agli dèi pietosi di punire la mano macchiata dell’orribile crimine (o forse si): sicuramente, chiediamo che la comunità umana si faccia meno sorda alle tante problematiche – culturali, sociali, farcite di pregiudizio e discriminazione – che rendono ogni giorno, a ogni latitudine, le donne, vittime. Aiace morirà per l’arroganza manifestata contro gli dèi, ma quale punizione per chi compie il più vergognoso e sacrilego degli atti, sull’orizzonte della terra, nel violare un altro essere umano? Tutti vediamo quanto sia abominevole, eppure ogni giorno si allunga il bollettino di guerra.