‘È naturale. È la natura.’ (?)

Uno degli argomenti cardine del ragionamento normativo è giustificare una determinata organizzazione sociale in base alla ‘natura’.

L’argomento non mi ha mai convinto per due motivi fondamentali: prima di tutto, mi domando quanto veramente conosciamo la natura; in secondo luogo, mi domando come si possa invocare la natura quando quello facciamo è, soprattutto, consapevolmente o inconsapevolmente, distruggerla.

Guardiamoci intorno, nei nostri paesaggi urbani: cosa c’è di naturale negli scenari umani che a malapena includono qualche sparuto albero sull’asfalto?

Non nego che la visione di una bellezza naturale ci riconnetta a un mondo di cui abbiamo fatto parte, di cui ancora facciamo parte, ma che dal quale, al contempo, siamo divisi. Lo ri-conosciamo, ma quanto lo conosciamo? Quanto lo immaginiamo attraverso una gerarchia fittizia a capo della quale l’uomo è in posizione apicale?

Nietzsche mi è venuto in soccorso, con ‘Al di là del bene e del male’ (1886). Nel punto in cui critica la dottrina stoica, si legge:

‘«Secondo natura» volete vivere? O voi, nobili stoici, che impostura dalle parole! Immaginatevi un essere come la natura, sperperatrice senza misura, indifferente senza misura, priva di fini e di riguardi, senza pietà e giustizia, feconda e sterile e contemporaneamente insicura, pensate l’indifferenza stessa come potenza – come potreste vivere conformemente a questa indifferenza? – Vivere – non è proprio un voler essere diversi da ciò che questa natura è? Vivere non è forse valutare, preferire, essere ingiusti, essere limitati, voler essere diversi? E nell’ipotesi che il vostro imperativo «Vivere secondo natura» significhi in fondo lo stesso che «vivere secondo la vita» – come potreste non vivere in questo modo? Perché fare un principio di ciò che voi stessi siete e dovete essere? – In verità la cosa è completamente diversa: mentre voi, rapiti in estasi, date a intendere di leggere nella natura il canone della vostra legge, volete qualcosa di opposto, voi bizzarri commedianti e autoingannatori! La vostra superbia vuole prescrivere e fare assumenere alla natura, perfino alla natura, la vostra morale, il vostro ideale, e pretendete che essa sia natura «secondo la Stoa» e vorreste che ogni esistenza esistesse solo secondo la vostra propria immagine- come una mostruosa, eterna esaltazione e generalizzazione dello stoicismo! Con tutto il vostro amore per la verità, vi costringete così a lungo, con tale perseveranza, con tale ipnotica fissità, a vedere la natura falsamente, cioè stoicamente, finché non siete più in grado di vederla diversamente – e una qualche abissale superbia vi dà alla fine anche la folle speranza che, poiché sapete tiranneggiare voi stessi – stoicismo è tirannide verso se stessi -, anche la natura si lasci tiranneggiare: lo stoico non è infatti un frammento della natura?’

Non sono del tutto d’accordo sulla concezione della natura quale si intravede da questo estratto, ma non è questo il punto; interessante, sì, notare il concetto di ‘indifferenza’ di leopardiana memoria. Mi interessa molto di più sottolineare questa sorta di teoria di proiezione delle proprie convinzioni all’infuori di sé, oggettivandole. È uno smascheramento molto lucido e tagliente, quello di Nietzsche, a cui dovremmo fare più attenzione.

Ricordo la spiacevole sortita di un prete all’ultimo matrimonio cui ho partecipato: ‘celebriamo la creazione di una nuova famiglia attraverso l’unione di un uomo e una donna, l’unica stabilita da Dio in natura’. Ora, tutt@ siamo liber@ di seguire i precetti della religione che ‘scegliamo’. Sarei solo più cauta a generalizzare certi dogmi, a porli come universali e a tirare in ballo la natura.

La questione non è contrastare quant@ vivono in questa coppia il proprio paradiso personale, essendo ogni sentire personale valido (tanto più che esistono creazioni artistiche in questo senso molto poetiche, come dimostra il video ‘Blood of Eden’ di Gabriel, artista peraltro rivoluzionario e originale che sceglie Sinead O’Connor per questo pezzo, artista controversissima – turbando l’immaginario che pur evocano; e tanto più che chiunque può cantare questa gioia oltre ogni identità). Solo, vorrei vivere in un mondo dove non doversi costantemente difendere da imposizioni altrui, specie quando queste imposizioni trovano una forte difesa istituzionale, appellandosi a verità assolute.

Interessante anche questo punto del libro, che deve aver ispirato, quarant’anni dopo, Freud:

‘In singoli e rari casi può realmente essere interessata una tale volontà di verità, un qualche eccessivo e avventuroso coraggio, un’ambizione metafisica di una sentinella perduta che alla fine preferisce pur sempre una manciata di «certezza» a un intero carro di belle possibilità; possono esserci persino puritani fanatici della coscienza, che preferiscono morire su un nulla sicuro piuttosto che su di un incerto qualcosa’.

Si legge, infatti, nel ‘Disagio della civilità’, scritto da Freud nel 1929 e pubblicato l’anno seguente (il filosofo illustra il meccanismo in filosofia, lo psicologo il meccanismo psicologico in società):

‘La civiltà ha sempre barattato un po’ di felicità per un po’ di sicurezza’

Personalmente preferisco questa versione della citazione:

‘L’uomo civile ha barattato una parte della sua possibilità di felicità per un po’ di sicurezza’

in quanto introducendo il concetto di ‘possibilità’ si stempera la realtà della felicità, restituendola per quello che è, una possibilità che, appunto, spesso viene sacrificata a priori per le certezze confutabili su cui si basa la sicurezza sociale.

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Ada Colau proclama il suo impegno e quello di Barcellona contro la violenza di genere

Ada Colau scrive il 13 luglio 2016:

”C’è qualcosa di sbagliato quando una bambina è costretta a nascondersi un registratore in un calzino affinché la società creda a quello che grida da due anni: che suo padre abusava di lei. C’è qualcosa di sbagliato quando una donna, in teoria protetta da un divieto di avvicinamento, viene pugnalata dal suo ex compagno nel centro di assistenza dove era obbligata a portare suo figlio affinché il maltrattatore lo vedesse. C’è qualcosa di sbagliato quando un giudice o una giudice obbliga i bambini e le bambine a convivere con gli uomini che hanno urlato, picchiato, umiliato e sopraffatto le loro madri (non posso immaginare terrore più grande di quello di questa infanzia non ascoltata, non rispettata)… e c’è qualcosa di enormemente sbagliato quando anche le donne che denunciano vengono assassinate. È la società che sbaglia. Sbaglia la comunità. Sbaglia il sistema giuridico. Sbagliano le politiche di prevenzione e le politiche di protezione.
Abbiamo un problema incistato e strutturale e si chiama MASCHILISMO.
Ma, allo stesso tempo, qualcosa sta cambiando quando un’intera città si riversa in strada per condannare le aggressioni maschiliste durante le feste. Quando le reti sociali ribollono di indignazione davanti a ogni nuovo caso in cui il sistema fallisce e vince il maschilismo. Quando ci sono adolescenti che osano spiegare pubblicamante la propria esperienza di violenza, quando sempre più donne si sentono forti, si organizzano e si aiutano. Direi anche che qualcosa sta cambiando quando una bambina si arma di coraggio e nasconde un registratore nelle calze, consapevole del suo diritto a essere creduta e protetta. Dal Comune di Barcellona ci metteremo tutta l’energia per spingere e accompagnare questo cambiamento dal basso, profondo, di coscienza, verso una comunità di donne coraggiose e forti e di uomini che ci amino e ci rispettino come tali, coraggiose e forti. Lavoreremo per identificare la violenza, per segnalarla, isolarla e perché sia condannata da tutti e da tutte. Perché non ce ne sia neanche una in più spaventata, sola, umiliata, che le si urli contro, ferita, obbligata, abusata…perché non ce ne sia neanche una in meno per colpa del maschilismo.”

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Il rinnovamento democratico dell’Europa in cui crede Yanis Varoufakis

Scottata dalle difficoltà per assistere al discorso di José Mujica dello scorso maggio (https://speropromittoiuro.wordpress.com/2015/06/01/jose-mujica-il-politico-umanista/), mi sono mossa con due ore di anticipo per partecipare all’incontro che ieri Yanis Varoufakis ha tenuto presso El Born Centre Cultural, Barcellona. Sono riuscita ad accaparrarmi per un soffio uno dei 300 posti gratuiti messi a dispozione per seguire l’incontro, dato che una lunghissima e variegata fila già si era srotolata lungo buona parte del perimetro della struttura del Born.

Barcellona è ora più che mai una città che vuole interrogare e interrogarsi su tanti temi civili; la città propone, la cittadinanza risponde attivamente.
Il ciclo di incontri D.O. EUROPA, inaugurato lo scorso anno, ha interpellato pensatori e intellettuali per discuere del futuro dell’Europa. L’edizione corrente è stata aperta da Loretta Napoleoni con l’intervento ‘Europa in stato d’allerta: il terrorismo, la vulnerabilità del XXI secolo’; Owen Jones (28 ottobre) parlerà dell’Europa delle classi nel XXI secolo; e mentre in Italia la parola ‘gender’ suona come una chimera confusa tra le nebbie di tanta ignoranza, Judith Butler, la filosofa che già venticinque anni fa sollevava l’urgenza di ripensare in maniera dialettica le ‘Questioni di genere’, chiuderà il ciclo il 9 novembre con ‘L’Europa delle persone’. http://elborncentrecultural.barcelona.cat/cicles/do-europa-2015/

Gli incontri sono moderati da Mònica Terribas, ‘giornalista e dottoressa in Filosofia specializzata in costruzione d’identità’, che ha presentato l’ospite di ieri non solo come ex ministro dell’economia greca, ma come una professionista della materia che si è prestato alla politica. Un economista, professore e scrittore che, dopo un dottorato in economia conseguito in Inghilterra, ha insegnato in varie università in giro per il mondo per poi assumersi il delicato incarico di traghettare la Grecia sulla acque turbolente della crisi verso un approdo più sicuro. Come scrittore si è dedicato soprattutto al tema della disuguaglianza economica, su cui è tornato molto spesso durante l’incontro, indicandola come quella che dovrebbe essere uno dei più grandi motivi di vergogna per ogni europeo.
(Sul suo profilo Twitter, Varoufakis si presenta così:)
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Prima di tutto, Varoufakis ha tanto di quel carisma che se lo vendesse coprirebbe il debito pubblico di Italia e Grecia messe insieme.
Sicuro di sé ma non arrogante, concreto e ironico, ha animato un incontro che si è rivelato piacevolmente coinvolgente a dispetto delle delicate tematiche affrontate, e mirato anche alla sollecitazione della nascita di una sorta di fronte civile politico europeo capace di imporsi sia come organismo di controllo e di democratizzazione delle strutture politiche europee già esistenti sia come promotore di una nuova politica più equilibrata.

Di seguito, riporto parte del discorso, che ha preso le mosse partendo da una corrispondenza tra il crollo di Wall Street del ’29 e la situazione attuale in Europa:

‘Thanks you, gracias Barcelona. Durante gli anni ’20, a seguito del crollo di Wall Street, gli Stati europei si misero gli uni contro gli altri, esattamente come è successo dopo la crisi del 2008; la storia si ripete, sbandierando sotto i nostri occhi la frammentazione che serpeggia in Europa oggi. L’America è un Paese….molto complicato, ma ogni volta che si presenta una crisi, i vari Stati rispondono compattandosi, uniti nell’affrontarla. In Europa succede esattamente il contrario; qui, abbiamo creato degli organi il cui compito sarebbe quello di unirci, come avviene negli USA, ma che sortiscono l’effetto opposto, verso la frammentazione.

Il compito dello Stato, ovunque, è garantire equilibrio tra classi sociali; l’Unione Europea nasce come organo di tutela tra cartelli. Un cartello ha bisogno di garanzie, in teoria la moneta unica avrebbe dovuto garantire un equilibrio ma non si può individuare in questo un collante solido.

Bruxelles odia la democrazia. Quando noi siamo andati a Bruxelles a dire che eravamo stati eletti per proposte diverse, ci hanno guardato come alieni. I poteri di Bruxelles e della Banca Centrale di Francoforte non rispettano le spinte democratiche.

Il parlamento europeo è un edificio molto interessante (usa proprio la parola ‘building’, ndb) pieno di gente che però non forma un Parlamento. Anche proponendo una buona idea, il Parlamento europeo non la puó ratificare perché non ne ha i poteri legali.

La Grecia ha sentito una pressione e una depressione come nessun altro Stato europeo. Noi siamo stati eletti per andare dire all’EU che tutte le loro iniziative per la Grecia erano fallimentari. Ci hanno risposto che potevamo proporre qualsiasi cosa…a patto di rispettare quello già deciso cinque anni fa.

La verità muore a Bruxelles quando si accendono i microfoni.

L’Europa è attanagliata da quattro grandi problemi: crisi economica (abbiamo salvato le banche con investimenti che non torneranno mai indietro); povertà; mancanza di investimenti; crisi sociale. Questi problemi sono intimamente connessi e dovrebbero essere risolti simultaneamente; cosa che allo stato delle cose non è possibile.
Quando la crisi colpisce economie profondamente diverse che utilizzano la stessa moneta, si assiste a uno tsunami che procede dalle nazioni più forti alle più deboli.
Per esempio, prendiamo la massiccia esportazione delle Volkswagen (oops, non lo dovevo dire…), dalla Germania alla Spagna. Il denaro viene accumulato in Germania (come viene accumulato in Spagna quello proveniente del turismo, è la stessa cosa) ma ciò che crea squilibrio sono gli interessi. In Germiania gli interessi sono molto più bassi quindi il denaro dalla Germania viene prestato alle periferie.
Non si dovrebbe accumulare denaro in un posto centrale quando c’è una moneta unica, perché come conseguenza, durante periodi di crisi, i governi più vulnerabili ricorrono a tagli e inasprimento della tassazione sui propri cittadini.

Quali potrebbero essere delle soluzioni ai quattro problemi principali.
Bisogna troncare l’allenza tra banche e politica.
Bisogna alleggerire i tassi d’interesse sul debito.
La Banca Centrale d’Europa non deve essere costretta a stampare questa enorme quantità di moneta.
La mancanza di investimenti è la manifestazione della crisi correlata all’accumulo di denaro. La crisi si manifesta principalmente in due modi: attraverso il debito e l’accumulo di denaro che ‘stagna’. In Europa, in questo momento, paradossalmente, c’è tantissimo denaro, che non è in mano ai cittadini, ma ai pochi ricchi. Ricchi che conservano tutto questo denaro nei conti bancari. C’è crisi perché c’è troppo denaro? Si. Proprio così, tanto denaro non investito perché non si sa in cosa investirlo: tenerlo in banca con interessi negativi? Nei bond, che però sono pericolosi? Sotto il materasso?
Si dovrebbero investire in green economy (abbiamo bisogno di fonti di energia e quelle che utilizziamo sono sporche), in industrie o aziende pre creare buoni posti di lavoro per le persone. Ma non si investe, perché c’è la crisi; e c’è la crisi perché non si investe, è un circolo vizioso. La Banca per gli Investimenti Europei potrebbe spezzare questo circolo e riattivare un meccanismo virtuoso; potrebbe investire, e legalmente, in green economy comprando il debito di uno stato membro.

La Cina ha salvato l’EU nel 2009, assumendo un investimento enorme. Sperava che avrebbe retto, non ha retto perché l’EU non ha un programma di investimenti.
L’Europa non si distingue per il suo livello intellettuale né per il suo impegno.
Come in chiesa, si ripete una litania: ‘ci sono le regole, le regole sono regole’; le regole però sono un mezzo, non un fine!
Una democrazia è buona se ha la capacità di sintetizzare la diversità di chi la compone.

La crisi sociale. Ogni persona in Europa dovrebbe vergognarsi del livello della distribuzione della ricchezza.
La povertà è legata alla capacità di affrontare la crisi. Se Draghi inviasse a ogni famiglia in difficoltà – in tutti i Paesi d’Europa – lo stesso asseggno di 300 euro per comprare cibo, e solo per il cibo, in quelle famiglie si compatterebbe il senso di appartenenza, ma questo, per come stanno le cose, è illegale.

La povertà porta certe conseguenze. Nel mio Paese, non abbiamo un gruppo neonazista ma nazista (Alba Dorata).

Tutti siamo politici.

Perché non creare un fronte comune a livello europeo che secondo un percorso inverso rispetto a quello usuale si ripercuota dall’alto verso il livello nazionale e locale?
Dovremmo pensare a democratizzare Bruxelles, mettendola sotto il controllo dei cittadini. È un’idea radicale, ma perché non divulgare tutto quello che viene discusso al vaglio degli Europei?
Dovremmo pensare concretamente a target diversificati a corto, medio e lungo raggio, ad azioni da intraprendere in queste tre tempistiche.
Andrò a parlare ovunque in Europa. A me, da greco, interessa la Grecia e la Grecia, col suo collasso, è stato un ‘laboratorio’. Voglio parlare da Europeo agli Europei.
Non voglio parlare di partiti locali. La mentalità partitica non è una buona base per costruire una nuova Europa. Dobbiamo costruire un network europeo oltre le affiliazioni particolari a livello nazionale.
Dobbiamo creare un contenitore per poter discutere come stiamo facendo oggi, con trasparenza assoluta. Quando si negozia qualcosa, i cittadini devono sapere. Si otterrebbe solo attraverso la creazione di un’assemblea dove tutti i rappresentanti d’Europa possano discutere. Creare una nuova costituzioni che sostituisca le contraddizioni che stiamo vivendo, spinti da un movimento spontaneo.

Voi qui, in Catalonia, vi sentite soli, come ci siamo sentiti soli noi greci. Allora che le persone possano unirsi sviluppando un senso di identità sovranazionale. Le lotte degli europei sono molto simili, oltre le differenze economiche. Possiamo essere uniti verso la democratizzazione di Bruxelles, creando un sentimento democratico europeo.

(Mónica gli chiede come ha vissuto le sue dimissioni, ndb). Esternamente, erano in diciotto contro di me, ma non mi hanno né stressato né depresso. Il problema era a casa, in famiglia, interno, nel mio governo.
Credo che il percorso ci sarà, per quanto lungo.

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Lo stupro di Cassandra, nei secoli dei secoli.

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La bellezza nell’arte non risiede solamente nella perfezione delle forme, non si limita al godimento estetico che scatena, ma è amplificata dalla capacità di comunicare, senza censura, i diversi avvenimenti umani, in maniera da toccare tutte le corde del nostro animo. L’arte è detentrice di quel potere magnifico di trovare le forme, le metafore, per descrivere fatti e sentimenti secondo un processo a due fasi – lo stupore del primo sguardo e lo stupore della lettura approfondita.

Prendiamo il suggestivo e drammatico quadro ‘Aiace e Cassandra’ di Solomon Joseph Solomon.
L’eroe ha fatto irruzione nella casa di Priamo, avanza con passo inarrestabile per compiere l’ultimo, ignominioso atto, frutto della indole irriverente: lo stupro dell’indifesa figlia del re troiano, Cassandra. L’uomo cinge le delicate membra della ragazza, solleva il suo corpo molle e bianco, ignora lo straziante dimenarsi della donna che lancia un’ultima preghiera ad Atena, la statua che impotente e indifferente assiste alla scena. La donna cerca di ancorarsi alla statua come una bambina alla gonna della madre, tutto il bellissimo corpo di Cassandra supplica il soccorso della dea, ognuna delle sue bianche curve sembra un’invocazione levata verso gli dei, e noi non possiamo non provare compassione per la giovane. Di contro, l’incedere dell’uomo è fisso, mentre risoluto si muove sul fuoco domestico riverso a terra nel generale sconquasso; la figura di Aiace avanza, terribile, con la sua arroganza, lo sguardo fisso e senza traccia di grazia alcuna, il corpo atletico del guerriero, dalla muscolatura perfetta non governata da nessuna morale, da nessun raziocinio, nessuna pietas. Un interno familiare, intimo, dai toni freddi del rigore addolciti dalle forme di Cassandra e dal rosa dei fiori, dove passa incurante l’intruso impietoso, vestito di un solo piccolo manto rosso come la furia che lo muove e che noi non possiamo non detestare per l’accingersi dell’invasione di uno spazio ben più intimo e sacro.
Si staglia, nella composizione, il candore della pelle della giovane, appoggiata morbidamente sul corpo spietato dell’eroe, piegata disperatamente all’indietro, con quel velo impigliato alla statua della dea, trasparente e tesissimo, a richiamare la verginità della sfortunata ragazza che verrà sacrilegamente violata sotto gli occhi di pietra della divinità. Assistiamo agli ultime momenti prima che la violenza si compia, piangendo per il destino infelice di Cassandra, condannata fino alle ultime devastanti fasi della sua vicenda, a rimanere inascoltata.
La sua storia, il modo in cui il quadro la racconta mirabilmente, è la storia di tante vittime, donne e bambine, innocenti, che in un orrore muto soccombono alla violenza che si scaglia contro di loro, inermi. Non chiediamo alle Erinni di vendicare un atto sacrilego come lo stupro (o forse si), non chiediamo agli dèi pietosi di punire la mano macchiata dell’orribile crimine (o forse si): sicuramente, chiediamo che la comunità umana si faccia meno sorda alle tante problematiche – culturali, sociali, farcite di pregiudizio e discriminazione – che rendono ogni giorno, a ogni latitudine, le donne, vittime. Aiace morirà per l’arroganza manifestata contro gli dèi, ma quale punizione per chi compie il più vergognoso e sacrilego degli atti, sull’orizzonte della terra, nel violare un altro essere umano? Tutti vediamo quanto sia abominevole, eppure ogni giorno si allunga il bollettino di guerra.

Street sheet, la vita dei senzatetto

L’umanità è quello che principalmente mi piace osservare. Faccio mio l’aforisma bukowskiano, ”la gente è il più grande spettacolo del mondo, e non si paga il biglietto”. Nella vasta gamma di fenomeni che la gente può offrire, quello che mi commuove, dispiace, indegna, incuriosisce, mi tocca profondamente, è quello dei senzatetto.

Prima di tutto, è un fenomeno particolare per la sua distribuzione, a quanto ho osservato. Nei piccoli paesi, per lo meno in quello che definiamo Occidente, non ce ne sono. Lo stereotipo dello ”scemo” del paese è una cosa molto lontana, designa spesso una persona finanche ben voluta, che magari ha alle spalle una qualche forma di assistenza. È più o meno integrato.

I senzatetto no. Loro non hanno nessuno. Loro sono presenze falsamente trasparenti che al massimo socializzano tra di loro, tessendo  rapporti d’affetto sui generis. Forse  la facilità con cui si organizzano i rapporti umani nei piccoli centri mette al riparo le piccole comunità da questo fenomeno che invece si manifesta prepotentemente nei grandi centri urbani. Il fenomeno dei senzatetto è un fenomeno urbano.

I senzatetto hanno le loro caratteristiche particolari. Moltissimi si perdono nella notte della follia. E allora c’è da chiedersi, sono diventati senzatetto perché erano matti, o sono diventati matti perché senzatetto? Io propendo per la seconda opzione, e penso che la risposta vada ricercata nel loro particolare rapporto con la società.

La società li ripudia, come forse loro stessi, per primi, hanno ripudiato la società. Ma non é forse l’uomo un essere sociale? Fin dove un uomo può rifiutare la società, fin dove una società può rifiutare un uomo? E allora, questi esseri che vivono al limite della famiglia umana, che a volte la disprezzano altre volte pagano il disprezzo della società nei loro confronti; questa ribellione eppure questa dipendenza…si creano casi umani che da un punto di vista per niente privilegiato chiedono qualcosa alla società, mentre l’osservano come nessun altro. E la società osserva questi esseri umani?

La fisionomia del senzatetto è internazionale. Prima di tutto, è un fenomeno soggetto a migrazione: moltissimi senzatetto approdano in una nazione diversa dalla loro, o diventano tali fuori patria. In secondo luogo, si organizzano diversamente ma hanno qualcosa che li accomuna.

Barcellona pullula di senzatetto, molte sono persone che, se non le vedessi dormire accalcati nelle banche, diresti che hanno una casa, un lavoro, una normalità. E invece no. Roma è sovraffollata. Ma nessun posto raggiunge il fenomeno americano, straziante per dimensioni e condizioni di vita.

A maggio mi trovavo a San Francisco, una città splendida ma che ha dato enorme impulso alla mia idea di un reportage sugli homeless. Le strade del centro, di giorno e di notte, sono invase da queste persone. La maggior parte di colore o di minoranze etniche, ma non solo. Mentre stordita osservavo questo fenomeno, mi sono imbattuta in una delle più tristi manifestazioni della miseria umana. Una ragazza bianca, immobile, palesemente giovane ma anzitempo invecchiata, senza espressione, su una sedia a rotelle. Guardava fisso davanti a sé, con uno sguardo che dietro la lastra di vetro degli occhi freddi nascondeva mille domande, mille pensieri, mille sentimenti. Questa giovane donna immobile reggeva un giornale su cui era stampata in lettere enormi il titolo del giornale, ”Street sheet”, sheet che somiglia tanto a shit, suggestionati dalle condizioni di vita degli homeless. Il giornale si occupa delle loro condizioni di vita (http://en.wikipedia.org/wiki/Street_Sheet)

E quali sono i maggiori nemici degli homeless? Malattie, fame, povertà, freddo, annichilimento, pazzia, abbandono, mancanza d’amore. Pregiudizio. Quanti di noi pensano che la vita miserabile del senzatetto sia stata scelta o, peggio ancora, meritata? E che importanza ha il giudizio nel vedere un uomo sofferente che ha fame?

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La scirtta ‘The heart of SF’ proprio sopra a una specie di accampamento di senzatetto.

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Qui invece si osserva un fenomeno molto diffuso in Spagna. La gente si accalca per dormire nelle banche; pare che le banche lo consentano…risarcimento per quanto hanno concorso a creare?

C’erano ‘solo’ tre persone quella notte di novembre 2013, una delle quali in sedia a rotelle. Mi ha colpito la scritta ‘Exchange’, perche ho pensato che si, abbiamo bisogno di un cambi-amento.

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