Mississippi Burning

  • Why did he do it? I mean, he wasn’t even in on it. He wasn’t even Klan.
  • Mr. Bird, he was guilty. Anyone’s guilty who watches this happen and pretends it isn’t. No…he was guilty all right. Just as guilty as the fanatics who pulled the trigger. Maybe we all are.

 

Gli agenti irrompono nella casa di uno degli uomini coinvolti nell’omicidio dei tre attivisti per i diritti civili, e lo trovano impiccato; in tale circostanza, avviene il dialogo:

  • Perché lo ha fatto? Voglio dire, non era neanche coinvolto. Non era neanche del [Ku Klux] Klan.
  • Mr. Bird, era colpevole. Come tutti quelli che vedono accadere questo e fanno finta di niente. No…era colpevole eccome. Colpevole come gli esaltati che hanno premuto il grilletto. Forse lo siamo tutti.

Dal film ‘Mississippi Burning‘ (1988), di Alan Parker, con Gene Hackman e Willem Dafoe.

Down in Mississippi...

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Fonte dell’immagine: sconosciuta (web)

 

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Il diritto di contare – Hidden figures

Da una storia vera

Pensiamo a ‘Il diritto di contare’ con il suo titolo originale, ‘Hidden figures’, per due motivi. Il primo riguarda la tematica: il film pone l’accento non (solo e non tanto) sulla scarsa presenza di donne in ambito scientifico e tecnologico, al contrario. Dimostra come le donne abbiano sempre cercato di esserci, e quando la loro volontà – sopravvivendo ad assalti esterni di varia natura – si è concretizzata in presenza, lo sforzo di sabotarle si è tradotto, appunto, in occultamento. Ecco che una delle protagoniste principali, la genia della matematica Katherine Johnson (Taraji P. Henson) deve lottare per vedere la propria firma di fianco a quella del collega (uomo e bianco) sui report (di calcoli complicatissimi) che di fatto lei ha redatto. Perché all’epoca non era contemplato che una donna e una nera firmassero, cioè esistessero (pur esistendo).

Il secondo motivo riguarda una sottigliezza – una delle tante, a dire il vero – della pellicola: le protagoniste vengono chiamate per nome continuamente, quasi a voler riscattare quel vuoto di riconoscimento che la ripetizione nominale vorrebbe emendare a mo’ di formula magica: ‘come ha detto che si chiama? Katherine Johnson’, ‘mi ripete il suo nome? Dorothy Vaughan’ (Octavia Spencer), ‘Buonasera, sono Mary Jackson e sono regolarmente iscritta’ (Janelle Monáe) e così via.

Il film è piacevolissimo perché parla di questioni serissime – l’oppressione contro le donne, la segregazione razziale (sommate, queste due componenti, nelle figure principali) – e di fatti storici quali la corsa allo spazio (tra isteria da spionaggio, sospetto comunista e minacce belliche) riuscendo a coinvolgere senza appesantire. Belli gli estratti da filmati storici e le emozionanti immagini del lancio dei razzi e della terra dallo spazio.

Il focus è sulla questione di genere e sul colore della pelle; le tre donne riusciranno a diventare figure chiave della storia della NASA perché meritevoli e tenaci. La loro vicenda straordinaria è riportata senza cedere all’eroismo, senza sbraitare rabbiosamente contro il maschio o contro il bianco, pur restituendo la visione di un mondo spietatamente pensato per la predominanza di un maschio e di un bianco.

Unite e solidali tra loro, da amiche e anche da colleghe, le protagoniste si realizzano e lo devono solo a se stesse. Tuttavia, non si può evitare di pensare quanto sia necessario poter contare non solo su un ambiente supportivo – gli altri contano, insomma – ma anche che chi rappresenta il potere (politico, economico, tecnologico e così via) ceda la sua parte di pregiudizi e dia spazio al potenziale umano che tutte le persone hanno. Personalmente, ho pensato a quanta fatica comporti la rivendicazione costante dei propri diritti e a quanto potenziale vada disperso. Ecco perché l’oppressione lede tutt*, a lungo termine.

Da vedere, per ridere, sorridere e riflettere (su una bellissima colonna sonora).

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‘Alla Nasa facciamo tutt* la pipí dello stesso colore’ (il potere interpretato da un bravo Kevin Costner)

Qui il trailer

Un piccolo manifesto antirazzista di un’italiana residente all’estero. #ancheiosonomigrante

All’indomani dell’ennesimo caso di imbecillità razzista via web e del solito corollario di idiozia profuso da una certa politica, sarebbero tante le cose che vorrei esprimere.
Per iniziare, però, scelgo di pubblicare l’intervento di una mia carissima amica perché quello che ha scritto esprime meravigliosamente un sentimento che io condivido e sottoscrivo pienamente; e poi lo ha scritto benissimo, in tutti i sensi. Perché lei è così. Testa, cuore, umanità e creatività, qualità generalmente latitanti, a leggere certe cose…
Riporto il suo intervento che ha postato sul suo profilo FB – le ho naturalmente chiesto il permesso e lei ha acconsentito.
Grazie Elena, per aver impugnato una penna (ok, pigiato i tasti 😀 ) e fatto alzare il livello di ragionevolezza nazionale.
Un bacio,
Ina – #ancheiosonomigrante

‘Amici italiani, non so se l’Italia che leggo sui giornali e sui social network riflette l’attuale realtà delle cose, perché io lì non ci vivo più da tempo….ma mi sapreste spiegare questo dilagare di razzismo? Perché questo continuo, incessante accanimento contro l’immigrato? Non mi riferisco ai Lampedusani che hanno salvato in mare ed accolto nelle proprie case gli africani approdati coi barconi, bensì alla rivolta di Treviso, le manifestazioni di Roma, e a certi commenti che leggo ovunque.
Non sarà mica che la gente invece di prendersela con i responsabili e gestori di una pessima politica immigratoria e di integrazione se la sta prendendo proprio con questi profughi, fuggiti da situazioni che per quanto affermiamo di comprendere, non possiamo neanche lontanamente immaginare? Persone disperate, sole, in possesso di nulla, senza alternative? Perché se così fosse allora gli italiani mi sembrano proprio degli ignoranti.
In altre città europee il numero di immigrati è parecchio superiore a quello di qualunque piccola città della provincia italiana. E la maggior parte sono integrati. Eppure quelle città sono molto meno incandescenti della piccola e borghese Treviso o anche della piccola e borghese Ferrara, mia città natale.
Anch’io sono un’emigrante, (anche se la stampa occidentale in tutta la sua superiorità colonialista si ostina a definire gli emigranti provenienti dai paesi ricchi “espatriati”) e ci vivo in una società multietnica, in cui tutti sono catalani e spagnoli, non importa se hanno la faccia e l’accento da cinese, da pakistano, da brasiliano o da italiano. E nessuno è additato o ghettizzato, se non decide di auto-ghettizzarsi.
Anche la mentalità è diversa. L’altro giorno ero su un vagone del treno ed assistevo con tenerezza allo spettacolo di una minuta e catalanissima vecchietta che raccontava tutti i suoi acciacchi con tanto di pacchetta sulla spalla ad un enorme senegalese, il quale con molta gentilezza le rispondeva in catalano come se fossero vecchi amici, per poi aiutarla ad alzarsi. Scene come questa non sono affatto inusuali, anzi.
Bambini, giovani, adulti ed anziani qui sono abituati alla presenza dello straniero e per nulla intimoriti dal colore della pelle. Qualunque cittadino ha le stesse possibilità o la stessa mancanza di possibilità e tutti lo sanno. E ciò non dipende da chi arriva qui in braghe di tela su una zattera ma da chi ci governa.
Alle manifestazioni di protesta partecipano tutti, fianco a fianco, giovani e vecchi, autoctoni ed immigrati, bianchi, marroncini, gialli o neri, non importa, se un credo li unisce. Quel credo solitamente è un obiettivo comune, un bene di tutti. E vi assicuro che non viviamo in un’isola felice, anzi. Per certi versi la Spagna e Barcellona sono afflitte da problemi socio-economici endemici ben più gravi di quelli italiani. Ma la gente qui si indigna per l’aumento delle tasse, o la nuova ley mordaza contro la libertà d’espressione, la corruzione dei politici, il turismo di massa o l’altissimo tasso di disoccupazione, non certo l’immigrante.
Ed ecco anche il perché di tutti questi corsi gratuiti di spagnolo e catalano per immigrati. Ci aiutano ad integrarci. La lingua è comunicazione e la comunicazione è comprensione e la comprensione è il primo vero grande passo per l’integrazione.
Molto diverso da certi spettacoli indegni e disumani ai quali ho assistito ad esempio alla questura di Ferrara, in cui il poliziotto di turno strillava come un ossesso all’africano che non capiva la sua lingua. In quell’occasione non servì a nulla ricordare a quel triste figuro che l’immigrato non è né sordo né stupido, e che un italiano emigrato in Germania o in Brasile o negli Stati Uniti affronta esattamente gli stessi problemi linguistici.
Amici italiani e ferraresi in particolare, sarò banale e forse starò dicendo cose trite e ritrite, ma quanto mi piacerebbe assistere almeno una volta in Italia a scene come quella del treno descritta sopra, e quanto mi piacerebbe leggere una volta tanto dei commenti sensati e costruttivi riguardo la questione dell’immigrazione in Italia.
O forse mi sto sbagliando, quindi in quel caso vi prego di darmi spiegazioni, di illuminarmi sulla situazione attuale e su aspetti che forse ignoro, a causa della distanza. Grazie!’