‘Wax’, il racconto della Generazione X: tra purezza e resistenza culturale

Passando da Bari per le vacanze pasquali, sono tornata in un rinnovato ed accogliente Cinema Royal. È bello vedere, ogni tanto, che la resistenza culturale esiste.

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Ho assistito alla proiezione in anteprima di un piccolo gioiello cinematografico molto ‘made in Italy’, nello specifico molto pugliese, ma che vanta anche un respiro internazionale. ‘Wax’. In inglese significa ‘cera’, un riferimento non casuale che nel film esplica uno dei temi portanti: l’idea della malleabilità, del divenire che potenzialmente è soggetto a una forma definitiva ma a patto di indurirsi. WAX è anche un acronimo che sta per ‘We Are the X Generation’, cioè la generazione dei ‘sacrificabili’, la ‘generazione cuscinetto’, i nati tra gli anni ’70 e i primi anni ’80 e che si trova a vivere non solo, banalmente, ‘mala tempora’, ma tempi molto contraddittori. Anche io faccio parte di questa generazione, motivo per cui il film mi ha molto colpito anche da un punto di vista personale. Un respiro: mi sono sentita perfettamente rappresentata, e in un modo piacevole ed originale.

L’ottima notizia è che, dunque, finalmente il mondo della cultura sta strutturando – finalmente! Finalmente – un racconto generazionale onesto e realistico col massimo della professionalità ed entusiasmo.

Nonostante la serietà di questa premessa, voglio subito mettere in chiaro che il film del brillante Lorenzo Corvino, pur realistico e per certi versi non molto rassicurante, trasuda purezza ed entusiasmo da ogni parte, caratteristiche riflesso ed emanazione dello stesso regista, presente in sala.

Come nel prologo di alcune grandi tragedie, il finale del film viene anticipato senza che questo comprometta l’interesse per lo svolgersi dell’azione: il pubblico viene subito informato sul fatto che i giovani protagonisti moriranno. E si sta per tutto il film con un impercettibile senso di ansia e dispiacere di sottofondo in quanto, dalla loro comparsa sullo schermo, ci si innamora perdutamente di Livio, Dario e Joelle (ottimamente interpretati da Davide Paganini, Jacopo Maria Bicocchi, Gwendolyn Gourvenec) e della loro purezza che un ambiente di lavoro mascalzone, mirabilmente tinteggiato, non riesce a corrompere. Nel film, i tre protagonisti, sostenuti da una produzione italiana truffaldina, saranno alle prese con il loro esordio professionale, ovvero la creazione di uno spot pubblicitario da girare in Costa Azzurra. Una sensazione di ‘metateatro’ viene immediatamente agganciata, essendo l’argomento del film legato a doppio filo, anzi, a più fili e su più livelli, con la realtà, cinematografica e non.

Si segue la vicenda tramite l’occhio – o meglio, tramite le telecamere – di Dario, nella parte del regista; maneggiando con l’entusiasmo di un bambino le sue attrezzature e le sue lenti, il ragazzo vuole catturare la sua prima esperienza lavorativa sin dall’inizio. La regia, quella vera, simula/segue quindi una presa diretta che però viene sapientemente calibrata anche grazie a un’ottima fotografia (di Caternina Colombo, Corrado Serri).

Ma perché Dario è ossessionato dal registrare ogni momento? Non certo per la mania da selfie, ma solo per passione. Dario, infatti, ama quello che fa. Come Livio e Joelle. Che però dipendono da un ‘professionista’ scroccone, bidonista e calcolatore. Quindi Corvino intende dire che ‘i giovani d’oggi’ hanno le loro passioni e aspirazioni, e che proprio con queste vengono ricattati da un potere ostile e incompetente. Ma cercano di andare comunque avanti.
Screen Shot 2016-03-31 at 12.18.52 PMIl film ha una cornice precisa e funzionale che vanta niente meno che l’interpretazione di Rutger Hauer, nelle vesti di un avvocato in pensione specializzato in diritti umani. Nonostante all’attore olandese sia affidata ‘solo’ l’ apertura e la chiusura del film, la sua è una figura chiave, anche perché getta le basi del sospetto – che poi si rivela fondato – di una serie di metafore perfettamente amalgamate con la piacevole scorrevolezza del film. Infatti, non è un caso che la cornice sia intelata da un avvocato di diritti umani: Wax è anche il racconto del mondo del lavoro dalla parte dei giovani. Il lavoro è un diritto costantemente minacciato da contratti che non arrivano, che arrivano tardi e che raramente sono come dovrebbero. La sua figura vetusta e rispettabile, la Legge, è lì a dirci che la generazione X è colpita nel profondo di un suo diritto.

Ottima è la rappresentazione ‘duplice’ del concetto di infanzia. Se da un lato la generazione X non riesce a diventare felicemente adulta, schiantandosi il processo di crescita personale sull’impossibilità di realizzarsi professionalmente, dall’altro, l’infanzia che si porta dentro (simbolicamente rappresentata dal circo di Joelle o dalla mitica BMX anniottantissima su cui si diverte Livio sottraendola – appunto – a un bambino) li rende positivi, combattivi, custodi delle illusioni di pura grandezza assorbita sui banchi di scuola. Ma gli ‘eroici furori’ dovranno affrontare il crash test della realtà, conflitto affrontato nel secondo dialogo tra i protagonisti, per cui mi sono trattenuta a stento dal saltare sulla poltrona e battere le mani in standing ovation. É uno dei momenti clou del film, in cui, tra le altre cose, si mette in scena un confronto ‘internazionale’: i ragazzi italiani dipingono un mondo del lavoro irrimediabilmente marcio, dove l’iniziativa personale è costantemente scoraggiata dalla stantia classe dirigente; la francese Joelle rimprovera gli italiani di chinare la testa davanti alle ingiustizie procrastinando i problemi – dirà: ‘sistemarli nel senso di farli diventare sistema’ – battuta autentica , come ci spiega Corvino, nata da una sorta di inconsapevole colpo di genio, dalle riflessioni linguistiche di Gourvenec che chiedeva alla troupe il significato dell’italiano ‘sistemare’.

Il problema della disistima generazionale è un altro aspetto colto con estrema acutezza dal film. Quanti talenti dispersi che avrebbero meritato e meriterebbero un’adeguata valorizzazione e che invece si tende, con costanza soprendente, a soffocare. E le vittime più vulnerabili sono (siamo) proprio i ‘sacrificabili’, gli ‘inutili’ più o meno trentenni, intuili perché giovani ma derubricati dai diritti e doveri della vita ‘adulta’. Ma il film, pur investigando cause e colpe, è tutt’altro che autoapologetico.

Simbolicamente, i protagonisti sono figli unici e senza famiglia. Nonostante, alla fine, loro tre in qualche modo riescano a diventare una famiglia non convenzionale, all’inizio striscia tristemente l’idea che se morissero nessuno se ne accorgerebbe; ecco perché, a mio avviso, la paventata morte finale è una sublimazione estrema di un fenomeno reale: l’esodo. Il voler sparire – questa sorta di cupio dissolvi – collima con l’idea di partire, della ricerca di un altove, come i numerosissimi ragazzi e ragazze che fanno le valigie e vanno via da un Paese che infantilizza e ‘invisibilizza’. È, però, anche un volersi sottrarre a tutto questo, è la ricerca della via di riscatto.

Ecco il metateatro. A fine proiezione, Corvino (capacissimo e tenacissimo esordiente) rende omaggio alle circa quattrocento persone che hanno lavorato al film e ringrazia la (giovane) casa di produzione Vengeance. In sala, un’emozionata Valeria Vaglio, barese all’estero che ha curato e composto le musiche, si augura di tornare sempre più spesso a Bari a testimoniare che il talento DEVE emergere; la production coordinator coratina Rosita D’Oria è la destinataria di un ringraziamento tutto particolare; Gwendolyn Gourvenec, arrivata appositamente da Parigi, si dice contentissima (l’attrice ha una lunga carriera alle spalle ma ‘Wax’ segna il suo primo – felicissimo – ruolo da protagonista; le si augura la carriera fulgente che si merita, viste le sue qualità e un viso che buca lo schermo come non si vedeva da tempo; bravissima la costumista Jessica Zambelli, che ha valorizzato con raffinatezza e attenzione la bellezza dell’attrice).

Il regista, infine, ci saluta esprimendo l’augurio che si rompa ‘la catena del conflitto generazionale’, che si promuova, insomma, quella ‘coesione sociale’ citata anche nel film; ‘simbolicamente’, ci ha raccontato come Rutger Hauer (che il giorno delle riprese compiva settant’anni) abbia alla fine accettato di partecipare a questo bel lavoro come atto di stima e di incoraggiamento per un’idea giovane, in cui si è immedesimato pensando a sé da giovane. Fiducia e raccontarsi propriamente è quello di cui la generazione x ha bisogno.

Dove è successo tutto questo? In un luogo di cultura che ha riaperto, per iniziativa di un giovane entusiasta della cultura. In bocca al lupo anche al Royal.

Tutto ben fatto, tutto al suo posto!

Le immagini sono tratte dalla pagina ufficiale su Facebook dedicata a ‘Wax’.

Grazie all’infaticabile Miriam di Ciaula per avermi consigliato la visione del film e per l’impegno con cui ne sta curando la promozione.

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Se il diavolo veste Prada, gli angeli vestono Charity Chic (tratto dalla rivista online lsdmagazine.com)

charityBella questa borsetta di…lurex? Maglina? No, Signori e Signore. Il più alto sforzo di immaginazione non può intuire il materiale di questa elegantissima borsetta, che di altro non è fatta, in realtá, se non di nastro di videocassetta. L’originalissima creazione è uno degli esempi dell’ingegno di Pamela Melochiorre, co-ideatrice di Charity Chic, che già lo scorso anno ha ottenuto un premio prestigioso in virtù della strabiliante capacità di Pamela di creare non a priori ma sulla base dei materiali a sua disposizione, interpretando una delle più squisite – e chic – versioni del riuso, tendenza quanto mai attuale e discussa in questo periodo di crisi economica ed ambientale.
L’impresa sociale ‘’Charity Chic’’, creata da Pamela Melchiorre e Stefania Grandolfo, adotta l’idea anglosassone dei charity shop, negozi di seconda mano il cui ricavato viene devoluto in benificenza, rilanciandolo e arricchendolo con il plus-valore del riciclaggio creativo di qualitá.
In sostanza, Charity Chic viene rifornito dalle donazioni dei cittadini, che cedono gratuitamente abiti, scarpe, accessori, libri, piccola oggettistica e materiale vario. Dopo un’accurata selezione, parte delle donazioni (articoli di seconda mano ma anche nuovi) viene rivenduta così com’é a prezzi contenutissimi nel piccolo e grazioso negozio in via De Ferraris; un’altra parte viene rivisitata dall’estro di Pamela, creativa del gruppo, che interviene sui capi adattandoli a suo gusto o assemblando materiali tra i più disparati per dar vita a nuove creazioni. Ecco che dalle bomboniere nascono particolarissimi accessori, calze di seta si trasfromano in raffinatissime pochette, scarti di tendaggi diventano collane uniche. Con queste modalitá il negozio diventa perno di un flusso sostenibile continuo (come suggerisce il logo del negozio, tre frecce in ciclo a formare un cuore) vivacizzato da un’offerta sempre varia che trasforma in utile l’inutile, attivando un nuovo ciclo di vita degli oggetti.

Affiancata da un’equipe affiatata, Pamela, supermamma barese, una laurea in lettere e una disciplina nordica consolidata lavorando a contatto con realtá altrettanto efficienti e virtuose, é un’autodidatta la cui creativitá dà vita a pezzi unici, che convincono sia le fashion addicted più esigenti sia le ecologiste più osservanti, nell’incontro tra raffinata inventiva personale e tecniche tradizionali di ascendenza sartoriale.

Il virtuosismo dell’idea che anima Charity Chic non finisce qui, ci sono infatti almeno altri due aspetti che lo connotano come un esempio di impresa etica nella nostra cittá. Prima di tutto, come Stefania ci tiene a sottolineare, il progetto non potrebbe sussistere senza il vitale sostegno delle volontarie, un gruppo di persone che, oltre a condurre le proprie vite di mamme, lavoratrici, studentesse, vogliono dedicare parte del proprio tempo alla gestione del Charity Chic su base volontaria, immettendo questa bella idea imprenditoriale nel circuito del terzo settore. Non solo, le persone che si incontrano al Charity Chic difficilmente acquistano e richiudono frettolosamente la porta dietro di se, ma, accolte in un ambiente amichevole, chiacchierano, socializzano, trovano un momento di confronto, creando dunque un vero e proprio punto di ritrovo.
Ed infine, l’aspetto più umanamente solidale del progetto, concepito nel segno dell’altruismo: il ricavato delle vendite viene devoluto alla Onlus APLETI (Associazione Pugliese per la Lotta alle Emopatie e Tumori nell’Infanzia) che ha particolarmente a cuore la salute e la qualitá di vita dei piccoli pazienti e delle loro famiglie.
Con l’appoggio di amici entusiasti, consulenti fiduciosi e mariti amorevoli, in Charity Chic l’impronta femminile é marcata, configurandosi come efficiente e divertente esempio di imprenditoria femminile, dove la creatività si coniuga ad altri aspetti di valenza sociale. Le ragazze, con un impegno appassionato profuso nell’impresa giorno per giorno, promuovono una formula che mette al primo posto, come obiettivo, non tanto il guadagno ma lo sviluppo dell’idea stessa nel suo complesso a dimostrazione che é possibile fare dell’etica, dell’ecologia, della creativitá, della solidarietà, del sociale – perchè Charity Chic é tutto questo – una proposta alternativa, potenzialmente anche occupazionale.

IMG_1815A due anni dall’inaugurazione, dopo aver riscosso un notevole successo di pubblico e di ‘’critica’’ sancito da diversi riconoscimenti e dall’attenzione di diversi media regionali e nazionali, lo staff di Charity Chic inizia a pensare a una possibile espansione, immaginando una nuova e più grande location meglio inserita nel tessuto commerciale cittadino per poter fare rete con altre imprese, organizzare laboratori e coinvolgere le scuole. Dopo l’estate, che vedrá l’impresa coinvolta in diverse manifestazioni dedicate al riutilizzo dei materiali e alla moda, seguirá lo sviluppo di un progetto di franchising per promuovere fuori Regione l’idea (re) made in Bari, arricchendo la giá prosperosa offerta della Puglia con una proposta inedita, profondamente bella e buona.
Charity Chic, via De Ferraris 49/e, dal lunedi al sabato 10-13 e 18-21, orari estivi in aggiornamento 348 1628808 oppure 347 7642015
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Articolo tratto da http://www.lsdmagazine.com/se-il-diavolo-veste-prada-gli-angeli-vestono-charity-chic/17545/