Ada Colau proclama il suo impegno e quello di Barcellona contro la violenza di genere

Ada Colau scrive il 13 luglio 2016:

”C’è qualcosa di sbagliato quando una bambina è costretta a nascondersi un registratore in un calzino affinché la società creda a quello che grida da due anni: che suo padre abusava di lei. C’è qualcosa di sbagliato quando una donna, in teoria protetta da un divieto di avvicinamento, viene pugnalata dal suo ex compagno nel centro di assistenza dove era obbligata a portare suo figlio affinché il maltrattatore lo vedesse. C’è qualcosa di sbagliato quando un giudice o una giudice obbliga i bambini e le bambine a convivere con gli uomini che hanno urlato, picchiato, umiliato e sopraffatto le loro madri (non posso immaginare terrore più grande di quello di questa infanzia non ascoltata, non rispettata)… e c’è qualcosa di enormemente sbagliato quando anche le donne che denunciano vengono assassinate. È la società che sbaglia. Sbaglia la comunità. Sbaglia il sistema giuridico. Sbagliano le politiche di prevenzione e le politiche di protezione.
Abbiamo un problema incistato e strutturale e si chiama MASCHILISMO.
Ma, allo stesso tempo, qualcosa sta cambiando quando un’intera città si riversa in strada per condannare le aggressioni maschiliste durante le feste. Quando le reti sociali ribollono di indignazione davanti a ogni nuovo caso in cui il sistema fallisce e vince il maschilismo. Quando ci sono adolescenti che osano spiegare pubblicamante la propria esperienza di violenza, quando sempre più donne si sentono forti, si organizzano e si aiutano. Direi anche che qualcosa sta cambiando quando una bambina si arma di coraggio e nasconde un registratore nelle calze, consapevole del suo diritto a essere creduta e protetta. Dal Comune di Barcellona ci metteremo tutta l’energia per spingere e accompagnare questo cambiamento dal basso, profondo, di coscienza, verso una comunità di donne coraggiose e forti e di uomini che ci amino e ci rispettino come tali, coraggiose e forti. Lavoreremo per identificare la violenza, per segnalarla, isolarla e perché sia condannata da tutti e da tutte. Perché non ce ne sia neanche una in più spaventata, sola, umiliata, che le si urli contro, ferita, obbligata, abusata…perché non ce ne sia neanche una in meno per colpa del maschilismo.”

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Donne e politica: partecipazione e rappresentazione (II parte)

N. 4*

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‘A volte le discriminazioni che patiscono le donne sono indirette e passano come non percepite. È necessario dare visibilità a queste situazioni e lavorare per trovare soluzioni a queste disuguaglianze’.

C. Lasén

Il Consiglio d’Europa è un concetto diverso dall’Unione Europea. Ne fanno parte tutti i 47 Stati tra cui Russia, Turchia, Estonia, Finlandia, etc.

La sua importanza sta nel fatto che funge da laboratorio anche per temi delicati come la bioetica.

I dati ci dicono che non esiste uguaglianza né in Europa né in nessun altro Paese al mondo.

Le donne sono vittime di discriminazioni multiple alla luce della loro identità multipla (es. donna e migrante).

Strumenti utili:

 

Il governo svedese si autodefinisce ufficialmente ‘femminista’.

I giudizi sull’aspetto delle donne in politica sono tra i principali deterrenti per la partecipazione attiva alla politica da parte delle donne. (Rilancio il seguente link, per farsi un’idea, ndb)

Alla fine della prima settimana di corso, mi rendo conto che i concetti su cui più si è insistito sono: (mancanza di) sensibilità per una prospettiva di genere, (mancanza di) visibilità del ruolo delle donne, stigmate per il concetto di femminismo. 

 

Donne e politica: partecipazione e rappresentazione

n.4

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M. Cervera

Come le donne vengano rappresentate in politica mi interessa, mi preoccupa e mi occupa, assieme al concetto di visibilità; le donne devono essere ‘visibilizzate’ per tutto quello che fanno.

Le donne devono partire dalla coscienza femminista per poter intervenire nella partecipazione.  Politica è ogni azione di trasformazione nel mondo.

Dire che vogliamo il 50% della presenza in politica è dire poco; il discorso è: a che società vogliamo appartenere? In quale politica vogliamo prendere parte?

Politica non è solo voto, leggi, governi, ma riguarda tutti gli ambiti della vita pubblica e privata. La politica è in tutti gli spazi della vita. Esserci e agire in società è politica.

La coscienza femminista viene dalla riflessione su come smarcarsi da quello che il patriarcato ha deciso per le donne.

Ci sono molte donne che hanno cercato di entrare nel mondo della politica formale secondo gli stessi schemi maschilisti.

Il femminismo è sempre coinvolto nella costruzione di modelli per rinnovare lo status quo verso un’inclusione più giusta di donne e uomini.

La rappresentazione è un tema molto complicato. Ognun* di noi rappresenta solo se stess*, la propria esperienza il proprio corpo ma proprio per questo è necessario mettere in relazione queste esperienze e fare rete. Bisogna tenere in conto l’estrema vitalità dei movimenti sociali.

I luoghi delle donne sono le piazze, le strade, le scuole, luoghi di rete, di auto-organizzazione.

Per la nostra esperienza, sappiamo che lavorare con chi è inserito nei luoghi di potere costa moltissimo lavoro. Ad oggi, ci sono anche delle femministe in questi spazi che vogliono far avanzare le nostre istanze. Noi ci chiediamo sempre fino a quando vale la pena; essere in rete con le donne femministe nelle istituzioni è imprescindibile però sempre sulla base della cooperazione con le associazioni. Non credo sia possibile cambiare le istituzioni dall’interno, ma dall’esterno, tramite la cooperazione, sì. Per esempio, è tanto difficile agire sull’aborto, nonostante il concetto elementare che il corpo della donna è della donna. Ma bisogna continuare a esprimersi, a criticare la legge in base a come noi pensiamo questa si debba esprimere a riguardo.

Un altro esempio: il lavoro. Lavoriamo tantissimo e guadagniamo poco o niente. Allora ci chiediamo quali lavori ci servono veramente, perché per esempio ci sono persone che stanno impazzando per fare cose che non servono a niente. Oppure riflettiamo sui consumi e su come possiamo vivere bene in questo mondo che stiamo distruggendo. Di certo, dall’alto, non si fomenta la discussione, anzi. È fuori dalle istituzioni, nei gruppi femministi, dal basso, che parte e deve partire la discussione.

È importante che la politica faccia proprie le istanze femministe per allargare la portata delle cose che ci stanno a cuore.

La politica non è per i partiti, è per la gente, specie per quelle persone che si spendono per le libertà anche se non sanno dove andranno a parare.

Dobbiamo riflettere, un* ad un*, per come attuare un cambiamento verso il rispetto della pluralità, in rete con i movimenti sociali.

Il femminismo non è il contrario del maschilismo; è un movimento trasversale che difende l’uguaglianza di tutte le persone per una società più giusta.

La moderatrice, Argelia Queralt, fornisce questi dati: 

 

In Spagna, solo il 3% delle donne si considera femminista ma in realtà ci sono molte più donne che difendono attivamente i diritti delle donne: il problema è che il termine ‘femminismo’ è stato stigmatizzato.

Interviene una donna con esperienza nel mondo della politica, dice con sarcasmo: ‘rivendichiamo il diritto a essere mediocri almeno la metà dei colleghi’.

 

 

Diritti umani emergenti: le lotte di rivendicazione in materia di diritti umani

N.2 – D. Bondia

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‘Se vogliamo eradicare le violazioni dei diritti umani dalla base, abbiamo uno strumento molto potente: l’istruzione’.

La concettualizzazione dei diritti umani si è sviluppata attraverso quattro fasi:

  1. Positivizzazione, le élites rivendicano valori morali, norme etiche e diritti davanti allo Stato. (Poco para pocos)
  2. Generalizzazione, ovvero estensione di tali diritti per tutti (poco para todos)
  3. Internazionalizzazione, all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, viene promossa l’azione dello stato a garanzia dell’attuazione dei diritti
  4. Specializzazione, ovvero specializzare i diritti a tutela di determinati collettivi.

Nel XXI secolo è sorta la V tappa: INTERAZIONE, ovvero la necessità di mettere in relazione i diritti umani.

Ciò che sta succedendo a fronte dell’emergenza migratoria mette in un luce , con le politiche delle ‘quote’, una concenzione di privilegio del diritto; l’asilo non può essere ristretto a un certo numero di persone, è da applicare a tutte le persone.

In Spagna si è spostata l’attenzione sulla questione della sicurezza; quali erano, invece, le priorità degli spagnoli? I tagli alla cultura, la disoccupazione, etc, invece si è criminalizzata l’espressione del dissenso (manifestazioni) in nome della ‘sicurezza’.

Il concetto di democrazia non si limita al concetto di voto. La storia di Haiti ci insegna che lavorare esclusivamente sulla questione del voto non è sufficiente. Bisogna rafforzare lo stato di diritto tramite i suoi tre poteri (esecutivo, legislativo e giudiziario), perché si applichino separatamente e senza ingerenze.

Ad oggi, bisogna tenere in conto di due nuovi poteri: il IV potere, ovvero il potere dei mezzi di comunicazione (che possono arrviare a distorcere le questioni del diritto umano e creare allarmismi), e il V potere, detenuto dalle grandi imprese (lobbies).

La democrazia è più di un sistema politico; è un sistema di valori che configura la società.

Tutti e tutte devono partecipare alla società. Non esistono migranti illegali o legali, esistono, semmai, situazioni irregolari che però non intaccano il concetto di ‘legalità’ della persona. I diritti umani sono un concetto includente, non escludente.

I diritti emergenti mettono in luce la questione delle identità multiple. Le grandi idee in materia di diritti umani non vengono più dall’Europa; una colombiana, oggi, si considera contemporaneamente contadina, latina e colombiana – al contrario, in Europa, si promuove un’identità escludente. Le diverse culture possono portare una grande ricchezza ai diritti umani.

Lo Stato garantisce diritti umani alle persone sul suo territorio, non li conferisce, li garantisce. Lo Stato è fondamentale ma va rinnovato. Non possiamo lasciare immutata una concezione dello Stato che risale al XVII secolo. In questo senso, esistono due proposte.

La prima, del sociologo Boaventura de Sousa, suggerisce di avanzare una nuova calibratura del concetto di Stato a partire dalla cultura e poi passando dal concetto di nazione.

La seconda, avanzata dal giudice brasiliano Augusto Trindade, è volta verso la UMANIZZAZIONE del diritto, secondo la concezione che sono LE PERSONE fare gli Stati e non viceversa; in altre parole, intende mettere in luce i limiti della tradizionale concezione di Stato per cui questo viene a configurarsi in presenza di un governo, un territorio, la sovranità che esercita e la popolazione, spostando invece la centralità sull’elemento umano.

Lo Stato è il garante ma può essere anche allo stesso tempo violatore dei diritti umani. La visibilità delle violazioni dei diritti umani dipende dalle azioni, ovvero dalle azioni attive che infrangono i diritti; la maggior parte delle vilazioni dei diritti umani non avvengono per azioni, ma per OMISSIONI, PER IL NON FARE.

Non fare niente crea una responsabilità per omissione.

Uno Stato non deve mettersi a confronto con altri Stati con standard inferiori nel garantire i diritti umani, ma con Stati più avanzati in questo senso. Bisogna denunciare tutte le mancanze o errori nell’applicazione dei diritti umani. Non bisogna essere complici di crimini che commettono gli altri.

I diritti emergenti evidenziano nuove necessità. (Muchos derechos para todos). I diritti emergenti possono essere: diritti nuovi, diritti già esistenti ma da valorizzare e diritti già esistenti da estendere a determinati collettivi.

I diritti culturali, sociali, economici e politici vanno messi in relazione; sappiamo molto in materia di diritti, ma non sappiamo connettere le conoscenze in maniera integrata.

La povertà non è una causa della violazione dei diritti umani, è essa stessa una violazione dei diritti umani.

La specializzazione dei diritti di particolari collettivi (es. le donne) mette al centro non gruppi umani deboli bensì un gruppo di soggetti vulnerabili, in quanto sono fattori esterni che li rendono tali. I diritti umani devono essere uno strumento di emancipazione per uscire da una situazione di vulnerabilità.

Se vogliamo correggere ogni forma di discriminazione e violazione dobbiamo cominciare dall’istruzione, e non con corsi specifici e universitari ma dai primi gradi del processo di scolarizzazione. È inutile celebrare il 20/11 o il 10/10, bisogna agire costantemente.

Due strumenti importantissimi sono la ‘ Carta europea per l’uguaglianza e la parità delle donne e degli uomini nella vita locale’ e la ‘Dichiarazione dei diritti umani emergenti’.

Il diritto alla libertà non deve essere in contrasto col diritto alla sicurezza. Come anche, il concetto di Occidente, che è politico, non deve essere contrapposto al concetto culturale di Islam anche perché l’Islam è presente, in Occidente, da secoli.

Il ruolo della comunità internazionale è importantissimo perché serve a DARE VISIBILITÀ A VITTIME INNOCENTI, SERVE A RESTITUIRE DIGNITÀ ALLE VITTIME. Per esempio, in Argentina c’erano leggi locali di amnistia per quelli che avevano commesso crimini contro l’umanità (vedi il caso Scilingo). Solo grazie al processo internazionale l’Argentina si rese conto dell’enorme inadeguatezza della legge.

Anche il concetto di vittima va modificato, in quanto tende a stigmatizzare. In America latina si parla di ‘sopravvisuti e sopravvissute’ o ‘resilienti’. Bisogna iniziare a lavorare anche su un piano psicosociale, che potrebbe, per esempio, estendere a una portata sociala il concetto di risarcimento.

Chi vìola i diritti umani in un posto è nemico di tutta l’umanità perché si macchia di lesa umanità.

Non si può essere neutrali; senza confondere l’oggettività con la neautralità, bisogna sempre stare dal lato delle vittime MOBILIZZANDO IL SENSO DI VERGOGNA NELLA SOCIETÀ.

Dobbiamo riagganciare la pratica alla teoria; l’Accademia deve tener conto di chi più sa in fatto di violazione di diritti umani ovvero delle vittime.

I diritti e i doveri devono interagire; un diritto non deve corrispondere col suo stesso contenuto, ma l’applicazione stessa ovvero con l’accesso al diritto per tutti e tutte. Esempio: il diritto all’istruzione non è la scuola in sé ma l’attuazione concreta del diritto ad accedere all’istruzione.

 

 

 

 

 

Judith Butler e l’Europa in crisi d’identità

Juidith Butler ha chiuso ieri il ciclo d’incontri D.O. Europa, con un intervento che affrontava la questione dell’identità europea a partire dalle persone.

Il suo discorso insiste soprattutto su due temi: l’emergenza umanitaria dei profughi e il revival di movimenti di estrema destra nel Vecchio Continente.

La filosofa inquadra le varie questioni secondo una prospettiva che le è molto cara, quella del ragionamento attorno all’identità.

Incalzata dalla moderatrice Mònica Terribas su cosa sia quell’entità collettiva – il ‘We’ -, Butler suggerisce un approccio dinamico che mette in luce la relatività identitaria del ‘We’:

‘Nessuno può definire il ‘We’ e nessun gruppo può dire ‘Noi siamo il We’. ‘Nosotros’ è elaborato attraverso una serie di gruppi che lo reclamano per sé; le persone parlano attraverso un ‘noi’ e a volte questo può portare una competizione. Ricordo di aver assistito a delle manifestazione in Egitto. C’era un gruppo di persone, a sostegno di Mubarak, che dicevano ‘noi siamo il We’, e c’era un altro gruppo in opposizione che rivendicava la medesima cosa. È una dinamica di antagonismi ma quello che importa è che ci sia antagonismo senza violenza. Dobbiamo essere aperte e relativizzare sempre il ‘We’ per preservare la democrazia.

La democrazia è un ideale, non possiamo dire di averla raggiunta: è un processo in atto, una continua tensione verso di essa.

In Spagna e in Italia c’è stato il fascismo ma non possiamo dire di averlo superato perché è riemerso. È riemerso, per esempio, come approccio contro i migranti’.

Mònica porta all’attenzione della pensatrice la questione di sovranità popolare, rappresentanza politica e dissenso, a cui Butler risponde:

‘La sovranità è un concetto un po’ obsoleto per alcuni miei colleghi di sinistra. Noi pensiamo che la sovranità proceda dalle persone allo Stato tramite il voto. Ma se poi governo eletto attacca la stampa, diventa uno Stato di polizia o affronta l’emergenza migranti in una certa maniera, le persone possono mobilitarsi contro questo governo che non le rappresenta più, anche se lo hanno votato. Quando questo gruppi si organizzano, si richiama la sovranità popolare e si verificano le crisi politiche. Noi abbiamo questo potere che può fermare economia e mercati’.

Mònica le chiede in che forme debbano organizzarsi questi movimenti di matrice sociale, se debbano trasformarsi in vere e proprie forze politiche.

Butler: ‘Alcuni di questi gruppi aspirano a diventare movimenti politici e cercano una rappresentanza parlamentare. Ce ne sono altri che si battono per le politiche sociali ma non vogliono avere potere politico e vogliono rimanere fuori dalla politica vera e propria. Io penso che le due forme siano entrambe necessarie. È un gap necessario. Ci deve essere una sovranità popolare e una statale. Per legittimare ciò che di fatto delegittima lo Stato è necessario che si sia qualcosa non coinvolto nel potere, in qualche modo.

Per quanto riguarda il discorso del Femminismo e dei movimenti LGBT, è assolutamente giusto e auspicabile che lo Stato riconosca i diritti civili senza che poi chi ne è interessato venga necessariamente ‘statalizzato’. Si può parlare, relazionarsi col potere dal di fuori, lottando in prima linea per un cambiamento prima di tutto sociale.

Un altro esempio: abbiamo visto, in passato, manifestazioni a Roma, a Montreal e più recentemente in Sud Africa contro l’aumento delle tasse universitarie che avrebbero di fatto impedito l’accesso alla parte più vulnerabile della popolazione. Questi gruppi non vivono le stesse situazioni ma sono in contatto tra loro. Stanno coordinando gli sforzi, e possono essere molto efficaci. Non è indispensabile trasformarsi in forza partitica, anche perché i partiti guardano a questi movimenti sociali e imparano da loro.’

Butler rilassa i toni scherzando sulla sua stessa identità: ‘In quanto donna, oh bhé, sono io una donna?’ e trascina la platea nel suo stesso sorriso – poi attacca un bellissimo discorso sull’invisibilità delle persone in una situazione di vulnerabilità:

‘La demografia della vulnerabilità è cambiata.

Quando stavo scrivendo ‘Gender trouble’ (‘Questione di genere’, tradotto in italiano nel 2013, ndb) era la metà degli anni ’90, al tempo ero sicuramente femminista – come per moltissimi aspetti lo sono ancora oggi – ma non esisteva il movimento Queer; è un libro difficile e molto accademico, ve ne chiedo scusa, ma stavo cercando di portare nell’ambiente accademico alcune tensioni sociali. All’epoca, alcune cose non erano riconosciute: c’erano delle persone che non potevano piangere il proprio partner in caso di morte o non potevano andare in ospedale, perché a livello sociale non erano riconosciute. Era come se vivessero una seconda perdita. Queste persone non potevano piangere per le loro perdite come succedeva per tutti gli altri, che sono normalmente oggetto di abbracci, parole di conforto, di elaborazione del lutto a livello sociale.

Lo stesso è ora per i rifugiati.’ – a questo punto Mònica la interrompe parlando di come l’Europa sta pensando di ridistribuire i profughi tra gli Stati membri, e Butler riprende il discorso dicendo una cosa che ha fatto calare un silenzio amarissimo in sala (già silenziosa, ma sembrava che la platea avesse smesso di respirare):

‘state ridistribuendo quelli che riescono ad arrivarci, in Europa. I sopravvissuti. Quelli di cui vi rendete conto, non quelli di cui non vi rendete conto come i bambini morti che guardate in foto. Ci dovrebbero essere più foto, più storie, più contestualizzazioni.

Molte persone si sentono minacciate, in Europa, temono di perdere il lavoro, di non riuscire a pagare spese e debiti, etc… . Il numero di poveri e di precari sta crescendo spaventosamente. La classe media ha la percezione che sta scivolando verso la povertà. Anche l’Europa ha migranti economici che si spostano. Dobbiamo recuperare i principi di giustizia economica per tutti, pensare come realizzarla per noi. Dove vanno i soldi? Perché dicono che non ci sono i soldi per l’emergenza, dove sono andati? Dobbiamo domandarci questo, e mirare alla ridistribuzione delle risorse in modo che le persone ‘legali’ e quelle ‘illegali’ possano vivere la loro vita. ‘We’, e non ‘noi/loro’.’

(Parla di ‘global slum’ circa il dilagare della povertà a livello di sistema.)

A riguardo le donne in politica negli USA, dichiara:

‘Possono essere femministe a anche criminali di guerra, senza purezza. La forza del femminismo, comunque, non è reclamare la conformità, ma gestire i conflitti al suo interno.’

‘La crisi economica, il razzismo contro i migranti e il nazionalismo stanno portando in Europa un revival del nazismo.

Bruxelles deve ripensare al suo ruolo in questa situazione economica e la sua politica verso i migranti: ha fallito.

Hannah Arendt argomenta che ogni Stato che si definisce come portatore di una sola nazionalità cercherà sempre di espellere chi intacca la purezza della nazione per conservare e riprodurre la sua purezza come Stato (principio di ‘One State, one nationality’). Con questa idea, non vuole cedere le sue pretese di nazionalità al contatto coi profughi. Si parla di Eurocentrismo, la l’Europa è già multietnica, multiculturale, poliglotta e non si torna indietro anche se si rifiuta di essere trasformata dai rifugiati.’

La teorica delle questioni di genere ci lascia un bel confronto, scevro anche solo dal sospetto di snobbismo accademico. Cravatta-cerniera fucsia, un inglese ben scandito senza la fretta di chi ce la mette tutta a non voler farsi capire, mostra una statura intellettuale che potrebbe mettere in soggezione ma non lo fa, affiancata sempre da un’ironia intelligente che mette tutti a proprio agio, mentre si ragiona insieme.

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Il rinnovamento democratico dell’Europa in cui crede Yanis Varoufakis

Scottata dalle difficoltà per assistere al discorso di José Mujica dello scorso maggio (https://speropromittoiuro.wordpress.com/2015/06/01/jose-mujica-il-politico-umanista/), mi sono mossa con due ore di anticipo per partecipare all’incontro che ieri Yanis Varoufakis ha tenuto presso El Born Centre Cultural, Barcellona. Sono riuscita ad accaparrarmi per un soffio uno dei 300 posti gratuiti messi a dispozione per seguire l’incontro, dato che una lunghissima e variegata fila già si era srotolata lungo buona parte del perimetro della struttura del Born.

Barcellona è ora più che mai una città che vuole interrogare e interrogarsi su tanti temi civili; la città propone, la cittadinanza risponde attivamente.
Il ciclo di incontri D.O. EUROPA, inaugurato lo scorso anno, ha interpellato pensatori e intellettuali per discuere del futuro dell’Europa. L’edizione corrente è stata aperta da Loretta Napoleoni con l’intervento ‘Europa in stato d’allerta: il terrorismo, la vulnerabilità del XXI secolo’; Owen Jones (28 ottobre) parlerà dell’Europa delle classi nel XXI secolo; e mentre in Italia la parola ‘gender’ suona come una chimera confusa tra le nebbie di tanta ignoranza, Judith Butler, la filosofa che già venticinque anni fa sollevava l’urgenza di ripensare in maniera dialettica le ‘Questioni di genere’, chiuderà il ciclo il 9 novembre con ‘L’Europa delle persone’. http://elborncentrecultural.barcelona.cat/cicles/do-europa-2015/

Gli incontri sono moderati da Mònica Terribas, ‘giornalista e dottoressa in Filosofia specializzata in costruzione d’identità’, che ha presentato l’ospite di ieri non solo come ex ministro dell’economia greca, ma come una professionista della materia che si è prestato alla politica. Un economista, professore e scrittore che, dopo un dottorato in economia conseguito in Inghilterra, ha insegnato in varie università in giro per il mondo per poi assumersi il delicato incarico di traghettare la Grecia sulla acque turbolente della crisi verso un approdo più sicuro. Come scrittore si è dedicato soprattutto al tema della disuguaglianza economica, su cui è tornato molto spesso durante l’incontro, indicandola come quella che dovrebbe essere uno dei più grandi motivi di vergogna per ogni europeo.
(Sul suo profilo Twitter, Varoufakis si presenta così:)
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Prima di tutto, Varoufakis ha tanto di quel carisma che se lo vendesse coprirebbe il debito pubblico di Italia e Grecia messe insieme.
Sicuro di sé ma non arrogante, concreto e ironico, ha animato un incontro che si è rivelato piacevolmente coinvolgente a dispetto delle delicate tematiche affrontate, e mirato anche alla sollecitazione della nascita di una sorta di fronte civile politico europeo capace di imporsi sia come organismo di controllo e di democratizzazione delle strutture politiche europee già esistenti sia come promotore di una nuova politica più equilibrata.

Di seguito, riporto parte del discorso, che ha preso le mosse partendo da una corrispondenza tra il crollo di Wall Street del ’29 e la situazione attuale in Europa:

‘Thanks you, gracias Barcelona. Durante gli anni ’20, a seguito del crollo di Wall Street, gli Stati europei si misero gli uni contro gli altri, esattamente come è successo dopo la crisi del 2008; la storia si ripete, sbandierando sotto i nostri occhi la frammentazione che serpeggia in Europa oggi. L’America è un Paese….molto complicato, ma ogni volta che si presenta una crisi, i vari Stati rispondono compattandosi, uniti nell’affrontarla. In Europa succede esattamente il contrario; qui, abbiamo creato degli organi il cui compito sarebbe quello di unirci, come avviene negli USA, ma che sortiscono l’effetto opposto, verso la frammentazione.

Il compito dello Stato, ovunque, è garantire equilibrio tra classi sociali; l’Unione Europea nasce come organo di tutela tra cartelli. Un cartello ha bisogno di garanzie, in teoria la moneta unica avrebbe dovuto garantire un equilibrio ma non si può individuare in questo un collante solido.

Bruxelles odia la democrazia. Quando noi siamo andati a Bruxelles a dire che eravamo stati eletti per proposte diverse, ci hanno guardato come alieni. I poteri di Bruxelles e della Banca Centrale di Francoforte non rispettano le spinte democratiche.

Il parlamento europeo è un edificio molto interessante (usa proprio la parola ‘building’, ndb) pieno di gente che però non forma un Parlamento. Anche proponendo una buona idea, il Parlamento europeo non la puó ratificare perché non ne ha i poteri legali.

La Grecia ha sentito una pressione e una depressione come nessun altro Stato europeo. Noi siamo stati eletti per andare dire all’EU che tutte le loro iniziative per la Grecia erano fallimentari. Ci hanno risposto che potevamo proporre qualsiasi cosa…a patto di rispettare quello già deciso cinque anni fa.

La verità muore a Bruxelles quando si accendono i microfoni.

L’Europa è attanagliata da quattro grandi problemi: crisi economica (abbiamo salvato le banche con investimenti che non torneranno mai indietro); povertà; mancanza di investimenti; crisi sociale. Questi problemi sono intimamente connessi e dovrebbero essere risolti simultaneamente; cosa che allo stato delle cose non è possibile.
Quando la crisi colpisce economie profondamente diverse che utilizzano la stessa moneta, si assiste a uno tsunami che procede dalle nazioni più forti alle più deboli.
Per esempio, prendiamo la massiccia esportazione delle Volkswagen (oops, non lo dovevo dire…), dalla Germania alla Spagna. Il denaro viene accumulato in Germania (come viene accumulato in Spagna quello proveniente del turismo, è la stessa cosa) ma ciò che crea squilibrio sono gli interessi. In Germiania gli interessi sono molto più bassi quindi il denaro dalla Germania viene prestato alle periferie.
Non si dovrebbe accumulare denaro in un posto centrale quando c’è una moneta unica, perché come conseguenza, durante periodi di crisi, i governi più vulnerabili ricorrono a tagli e inasprimento della tassazione sui propri cittadini.

Quali potrebbero essere delle soluzioni ai quattro problemi principali.
Bisogna troncare l’allenza tra banche e politica.
Bisogna alleggerire i tassi d’interesse sul debito.
La Banca Centrale d’Europa non deve essere costretta a stampare questa enorme quantità di moneta.
La mancanza di investimenti è la manifestazione della crisi correlata all’accumulo di denaro. La crisi si manifesta principalmente in due modi: attraverso il debito e l’accumulo di denaro che ‘stagna’. In Europa, in questo momento, paradossalmente, c’è tantissimo denaro, che non è in mano ai cittadini, ma ai pochi ricchi. Ricchi che conservano tutto questo denaro nei conti bancari. C’è crisi perché c’è troppo denaro? Si. Proprio così, tanto denaro non investito perché non si sa in cosa investirlo: tenerlo in banca con interessi negativi? Nei bond, che però sono pericolosi? Sotto il materasso?
Si dovrebbero investire in green economy (abbiamo bisogno di fonti di energia e quelle che utilizziamo sono sporche), in industrie o aziende pre creare buoni posti di lavoro per le persone. Ma non si investe, perché c’è la crisi; e c’è la crisi perché non si investe, è un circolo vizioso. La Banca per gli Investimenti Europei potrebbe spezzare questo circolo e riattivare un meccanismo virtuoso; potrebbe investire, e legalmente, in green economy comprando il debito di uno stato membro.

La Cina ha salvato l’EU nel 2009, assumendo un investimento enorme. Sperava che avrebbe retto, non ha retto perché l’EU non ha un programma di investimenti.
L’Europa non si distingue per il suo livello intellettuale né per il suo impegno.
Come in chiesa, si ripete una litania: ‘ci sono le regole, le regole sono regole’; le regole però sono un mezzo, non un fine!
Una democrazia è buona se ha la capacità di sintetizzare la diversità di chi la compone.

La crisi sociale. Ogni persona in Europa dovrebbe vergognarsi del livello della distribuzione della ricchezza.
La povertà è legata alla capacità di affrontare la crisi. Se Draghi inviasse a ogni famiglia in difficoltà – in tutti i Paesi d’Europa – lo stesso asseggno di 300 euro per comprare cibo, e solo per il cibo, in quelle famiglie si compatterebbe il senso di appartenenza, ma questo, per come stanno le cose, è illegale.

La povertà porta certe conseguenze. Nel mio Paese, non abbiamo un gruppo neonazista ma nazista (Alba Dorata).

Tutti siamo politici.

Perché non creare un fronte comune a livello europeo che secondo un percorso inverso rispetto a quello usuale si ripercuota dall’alto verso il livello nazionale e locale?
Dovremmo pensare a democratizzare Bruxelles, mettendola sotto il controllo dei cittadini. È un’idea radicale, ma perché non divulgare tutto quello che viene discusso al vaglio degli Europei?
Dovremmo pensare concretamente a target diversificati a corto, medio e lungo raggio, ad azioni da intraprendere in queste tre tempistiche.
Andrò a parlare ovunque in Europa. A me, da greco, interessa la Grecia e la Grecia, col suo collasso, è stato un ‘laboratorio’. Voglio parlare da Europeo agli Europei.
Non voglio parlare di partiti locali. La mentalità partitica non è una buona base per costruire una nuova Europa. Dobbiamo costruire un network europeo oltre le affiliazioni particolari a livello nazionale.
Dobbiamo creare un contenitore per poter discutere come stiamo facendo oggi, con trasparenza assoluta. Quando si negozia qualcosa, i cittadini devono sapere. Si otterrebbe solo attraverso la creazione di un’assemblea dove tutti i rappresentanti d’Europa possano discutere. Creare una nuova costituzioni che sostituisca le contraddizioni che stiamo vivendo, spinti da un movimento spontaneo.

Voi qui, in Catalonia, vi sentite soli, come ci siamo sentiti soli noi greci. Allora che le persone possano unirsi sviluppando un senso di identità sovranazionale. Le lotte degli europei sono molto simili, oltre le differenze economiche. Possiamo essere uniti verso la democratizzazione di Bruxelles, creando un sentimento democratico europeo.

(Mónica gli chiede come ha vissuto le sue dimissioni, ndb). Esternamente, erano in diciotto contro di me, ma non mi hanno né stressato né depresso. Il problema era a casa, in famiglia, interno, nel mio governo.
Credo che il percorso ci sarà, per quanto lungo.

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LA COSTRUZIONE DELLA SFIDUCIA VERSO IL FEMMINILE

Dal senso comune, dalla condivisione manifesta o subdola di alcuni modi di pensare, prendono vita molti comportamenti sociali.
Ci sono atteggiamenti che necessitano un’attenta lettura per esseri individuati.
Spesso ho vissuto o sono stata testimone di quello che definisco la costruzione della sfiducia verso il femminile, una sottile forma di violenza che si annida nei nostri reconditi modi di pensare che portano ad associare e ridurre il femminile solo a determinati ambiti, mentre non risulta naturale pensare che le donne possano operare e pensare anche altrove e in diverse modalità.
È un approccio che tende a generare un orientamento, più o meno conscio – molto più spesso inconscio – di sfiducia circa la competenza delle donne in alcune situazioni (dalle più banali alle più complesse), e senza motivo.

Vorrei portare un esempio. Un giorno, in aereo, stavamo sorvolando la Campania. Ho fatto spesso questa tratta e il mio occhio si è abituato alla geografia “dall’alto”. Un signore di mezza età, rapito dallo splendido spettacolo che una perfetta visibilità rendeva ancora più pittoresco, si domandava dal finestrino dove fossimo e cosa fossero quei rilievi suggestivi, quei paesaggi pieni di contrasti dove il segno dell’uomo sfida la natura, senza celare la memoria di remoti disastri e dove, tuttavia, una caparbia urbanistica continua la sua scommessa
“Se mi posso permettere, signore, quello è il Vesuvio”, intervenni dal mio posto sul corridoio, da cui potevo comunque guardare fuori. Il signore si ammutolì accennando un dubbioso e imbarazzato sorriso. Non mi credette. Come poteva una giovincella colmare una lacuna geografica o la pigrizia dell’occhio di un uomo esperto?
Non continuò neanche a parlare con la compagna di viaggio seduta al centro e rimase perplesso.
Dopo qualche minuto, il comandante annunciava l’atterraggio a Bari: “Signori e signore, stiamo cominciando la nostra discesa verso l’aeroporto di Palese, spero abbiate avuto modo di godere dello splendido spettacolo del Vesuvio che ci siamo appena lasciati alle spalle”. Ho guardando quindi il signore cercando una ilare complicità, un sorriso. Mi ha guardato invece stizzito.
È un esempio banale ma non posso ormai più contare le volte in cui quello che dico viene nel migliore dei casi non ascoltato se non deriso, almeno finché non incontra l’avallo di un’autorità percepita come superiore, e che coincide, nella maggior parte dei casi, con quella di un uomo. Succede a me, succede ad altre persone.

Un esempio più autorevole è forse rappresentato dagli inconcepibili commenti, da parte di alcune persone – poche ma foriere di un preoccupante campanello d’allarme – circa il rientro dell’astronauta Samantha Cristoforetti. Invece che essere un indiscusso motivo di orgoglio, la conclusione della missione della scienzata italiana è stata sabotata, in parte, da commenti modellati sui più obsoleti stereotipi maschilisti.

Alla luce di queste dinamiche, risulta attendibile la titubanza, per esempio, verso il concetto delle quote rosa; operativamente possono in effetti facilitare l’accesso delle donne in politica, ma a che serve se noi stessi, tra amic@, parenti, colleg@, noi – il popolo votante – non crediamo nella capacità politica delle donne?
Le donne non partecipano alla politica perché non ci sono ottimali condizioni operative per farlo (come carenti solo le misure per facilitare l’accesso al lavoro), ma, temo, molto di più perché è difficile creare il consenso attorno a loro. E poi, la potenzialità della maternità è vista sempre con sospetto (ricordiamoci, però, che questa si chiama discriminazione).

Eppure guardiamo la Spagna: Madrid e Barcellona hanno vissuto una svolta tutta “in rosa” con l’elezione a sindaco di due donne; una, riportando la capitale spagnola tra le fila della sinistra dopo 24 anni di Popolari, l’altra succede a 119 sindaci tutti uomini. Osserviamo dunque con speranza la Spagna, con un unico pensiero che getta un’ombra su questa nuova situazione: che si stia ricorrendo alle donne, una volta in più, in una situazione di emergenza, non privata ma pubblica, perpetuando gli oneri della cura – storicamente associati alle donne – nel mondo della politica in un momento in cui questa si è scoperta nella sua fragilità sistemica (idea che mi è stata suggerita dalla lettura di un discorso di Lea Melandri circa il ricorso alle donne come “risorsa” nei momenti di crisi e che qui riconnetto al contesto politico).

Un altro esempio tipico: mi è capitato sul lavoro o nel mondo accademico di dover svolgere delle mansioni a contatto con uomini. Non tutti, ovviamente, ma molti, quando hanno scoperto di dover essere affiancati da una donna, non hanno celato una sorta di disagio (anche se sospetto non l’abbiano fatto intenzionalmente, ma cattive pratiche interiorizzate possono agire quanto le volontarie). Come posso sentirmi io produttiva e partecipe del mondo se non godo della fiducia di chi mi sta intorno, a priori? E si badi bene, che la sfiducia non è promossa solo dagli uomini, anche se sono gli agenti principali in quanto detentori di maggior potere decisionale (basta, per esempio, guardare alle statistiche circa la disparità di genere sia in politica che nel management aziendale); conosco mediche (plurale femminile di “medico”, esiste?) che sono state oggetto – a priori – di sfiducia anche dai loro pazienti e dalle loro pazienti, salvo poi essere riabilitate solo alla luce del loro buon lavoro. Ma non si può lavorare sempre in difensiva, sempre con l’atteggiamento di chi – ribadisco, a priori – deve sempre essere sospettato di dover dimostrare qualcosa.

È un male che dobbiamo cercare di combattere, quello della sfiducia verso le donne. Una delle dinamiche che più mi ha colpito nell’ultimo film di Tim Burton, “Big eyes”, è la violenza perpetrata nei confronti della figlia della protagonista, violenza che prende le forme della negazione, da parte della madre e del suo compagno, della verità conosciuta e difesa dalla bambina. Convincere i bambini del contrario di quello che pensano – soprattutto quando questo è vero – significa distruggere la loro capacità di discernimento, non solo a livello intellettuale (distinuere con la ragione il bene dal male, il vero dal falso, e così via), ma soprattutto a livello etico. Se si minimizzano o confutano ingiustamente le idee di un individuo, tanto più se questo non ha i mezzi per opporre resistenza – si attua un sopruso, un gesto di estrema arroganza.

Allo stesso modo, oltre alla sfiducia promossa di cui parlavo sopra, se la società tenderà a rifiutare o negare delle problematiche specifiche, non ci sarà alcun progresso a livello di civiltà. Mi è capitato di imbattermi in alcune discussioni in cui la violenza di genere, oltre a non essere vista, è stata negata. Non riesco a spiegarmi l’origine di questo caparbio negazionismo che crea una gabbia intorno a degli esseri umani, fatte di ignoranza, mancanza di rispetto, prepotenza e povertà di spirito.

Non si tratta di una guerra di donne contro uomini (nonostante a volte i dati raccapriccianti sulla violenza di genere ci dica che una guerra c’è, e lascia sul terreno moltissime donne, si, soprattutto donne). Si tratta, prima di tutto, di creare le condizioni per cui tutti gli individui si possano sentire liberi di pensare, esprimersi ed essere presi in considerazione, invece di promuovere una sfiducia che, nel complesso, danneggia la società nella sua interezza.

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Margaret Keane, la cui vicenda viene raccontata da Tim Burton in “Big Eyes”