Perché l’educazione alla parità non ha funzionato per raggiungere una parità di genere?

 

N.8

M. Otero

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‘L’androcentrismo dominante nella formazione fa sì che le donne guadagnino terreno in tutti i campi e che gli uomini non s’interessino delle occupazioni femminile perché le considera lavori meno prestigiosi’.

Dobbiamo dare spazio alla visibilizzazione del femminile nel linguaggio, non dobbiamo cadere sotto il maschile generico ma dobbiamo usare il femminile che esiste perfattamente nelle lingue flessive come le nostre.

Sarebbbe anche il caso di discutere della questione del cognome paterno e della patria potestà. La genealogia femminile sta scomparendo, dovremmo tenere in conto la cosa presentandoci, per esempio, con entrambi i cognomi. (In Spagna il cognome è composto dal cognome paterno e materno; quest’ultimo, data la posizione marginale, tende a scomparire – ndb).

Quando appare il concetto di coeducazione nel nostro Paese? Con Ferrer i Guàrdia – gran pedagogo catalano (messo a morte). Concepì la coeducazione come uno spazio dove uomini e donne, bimbi e bimbe condividessero uno spazio di apprendimento sensibile anche alle tradizioni famigliari, etniche, religiose; c’è quindi un elemento sociale ma l’enfasi è nella relazione di uomini e donne, bimbi e bimbe nelle aule.

1976 – prima giornata catalana della donna: venivamo da scuole segregate, in cui bimbi e bimbe andavano a scuola separatamente con programmi diversi e pensavamo che il fatto di far andare i bimbi e le bimbe a scuola insieme avrebbe risolto la situazione. Nel ’30, durante la Repubblica, ci fu un esperimento in questo senso: esistevano scuole (patronats o institut-escola) che riscuotevano ottimi risultati tramite la partecipazione attiva all’aria aperta di bimbi e bimbe.

Nel 1986, al X universario di quella prima giornata, erano cambiate moltissime cose ma il cambio di mentalità non si era verificato. Non bastava mettere fisicamente i bimbi e le bimbe insieme. L’istruzione era sempre androcentrica.

Nel 1986 le professoresse e le maestre femministe iniziarono a lavorare in questo senso. (‘Le bambine buone vanno al cielo, le cattive ovunque’). Come si potevano cambiare i contenuti? Cercammo di riempire i buchi, come per esempio, utilizzare la cucina per spiegare fisica e chimica, o, per quanto riguarda l’arte,cercare tutte le donne artiste.

Non bastava. Per esempio, distinguere la storia generale dalla storia delle donne non serviva a niente, bisognava cambiare la prospettiva. Non mettere le donne come un plus, il salto doveva essere qualitativo.

E ancora stiamo qua.

Cambiano i libri e appare il concetto di trasversalità. Non tutti la praticano, perché non è facile, ognuno cerca di rimanere nel suo ambito.

C’è un gap di partenza: per la primaria c’è il Magistero; per la secondaria esiste un master (a pagamento): Il problema sta nella formazione del corpo docente. Si esce dall’università con la laurea in fisica, chimica, lettere ma senza focus specifico sull’insgnamento nella preadolescenza e adolescenza.

 

Quando parliamo di coeducazione parliamo di differenza e parità allo stesso tempo. Coesistono la parità dei diritti con la valutazione delle differenze che arricchiscono.

Il problema èquando la differenza diventa disuguaglianza.

‘Vogliamo essere rispettate, non protette’ (‘dal decalogo delle donne 1986) ‘Rifutiamo il paternalismo’

Anche le immagini sono fondamentali nel libri di testo, oltre al linguaggio (e mostra la copertina di un libro di filosofia: uomo enorme, donna piccola, bambini piccolissimi, ndb).

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N.8**

J. Riviere Aranda

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‘È necessario che i Gruppi di Uomini per la Parità partecipino all’agenda femminista, ma è importante anche avere un’agenda propria per denunciare i nostri privilegi e fomentare il cambio verso l’uguaglianza’.

Non si può realizzare la partià se non si insegna la parità.

Attualmente chi accede all’insegnamento sa veramente poco in merito al genere; la trasversalità non esiste. Non bastano le giornate di commemorazione, è necessario una formazione seria degli insegnanti, secondo una linea di lavoro stabile che formi pensone con una visione di genere.

Io non vedo persone, perchè sotto questa ‘persona’ si ha un falso approccio neutrale; io vedo uomini, donne, diversità.

Perfomatività del genere, come la connettiamo alle scuole?  Tuttto parte da me quando sono in classe.

Ci sono moltissime donne che lavorano nell’educazione primaria, perchè non ci sono più uomini? Perchè gli uomini sono scollati dai primi livelli dell’istruzione e dei lavori di cura? Ha a che fare con i modelli strutturali costruiti attorno alla mascolinità.

In pubblico e in privato sono le donne che ‘curano’. Così è come vediamo il mondo, come costruiamo le nostre aspirazioni professionali.

Ci sono più donne che riescono ad accedere a ruoli stereotipamente maschili, e molti meno uomini che si danno a ruoli stereotipicamente femminili, c’è poco movimento.

Un altro problema è la universalizzazione del mascolino. Non è buono solo quello che fanno gli uomini. Il punto è sdoganare altri modelli.

Oggi la scuola produce mascolinità egemonica (gli uomini hanno piu diritti delle donne, possono fare piu cose).

Una gran parte degli uomini vittime di atti di bullismo sono uomini eterosessuali, che non sono perfettamente rispondenti all’idea di mascolinità (nei gesti, el vestire). Questo è il frutto della costruzione e propagazione coatta della ‘mascolinità’ stereotipica ovunque: TV; scuola, strada…

Il problema diffuso tra I giovani è che in nome della mascolinità c’è un problema di autoconservazione: si feriscono, muoiono sulla strada della conferma dello stereotipo.

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n.8***

N. REINA

Non si applicano molte leggi, regolementazioni, raccomandazioni.

Le ragazze scelgono certi corsi di studio, i ragazzi idem (per le donne: 5% informatica, aree tecniche 30%)..

Si propone una volta all’anno di trattare la masturbazione femminile, proposta frettolosamente e a parte, come se agli uomini non interessante affatto.

Esistono persone laureate che affermano che il femminismo è il contrario del maschilismo e non un movimento attivista trasversale.

Nella scuola tutto è binarismo, bianco o nero.

Ci sono dei consigli su come promuovere, per esempio, dei racconti non stereotipati con personaggi – uomini e donne – femministi, ma tutto è lasciato alla discrezione della scuola, non esistono controlli effettivi.

Io leggo le direttive ma mi arrabbio, perché non c’è volontà politca o accademica di farlo. Non esistono protocolli di attuazione.

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Collettivi ‘vulnerabilizzati’* e impoteramento** delle donne

*Si preferisce il termine ‘vulnerabilizzati’, non vulnerabili né vulnerati, in quanto le persone e i gruppi di persone non hanno un elemento intrinseco di vulnerabilità ma vengono messi in una condizione di vulnerabilità da agenti esterni, e a questo processo dinamico si vuole dare rilievo attraverso la forzatura grammaticale (ndb)

**In maniera simile al caso sopra esposto, si opta per la traduzione a calco dello spagnolo (empoderamiento) e inglese (empowerment) che salvaguardi l’idea che le persone hanno di per sé potere, non è qualcosa che dipende da fattori o agenti esterni che però posso sì inibirlo, ostruirlo. ‘Impoteramento’ dunque si riferisce più che altro alla piena realizzazione indipendente, ‘potente’ del sé; l’impoteramento ha a che fare con il valorizzare le proprie potenzialità, esercitarle al fine di agire positivamente e efficacemente nella realtà in cui si vive  (ndb).

S. Ribotta

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‘L’esclusione a causa della povertà aumenta per il fatto di essere donna in termini di discriminazione, e la discriminazione si aggrava di più se è nera o indigena, e a ancor più se è disabile’.

n.5

Soffriamo molti più attacchi dall’altro genere rispetto agli uomini, nelle varie declinazioni.

 

Alla nascita, la differenza di aspettativa di vita tra uomini e donne è lieve, ma, per esempio, questa aspettativa va poi contestualizzandosi in funzione della salute riproduttiva (es. mortalità legata al parto). Israele, Bierolussia, Polonia contano una donna morta di parto ogni 100.000 bambini nati vivi. In Argentina 60 donne morte ogni 100.000 bambini nati vivi; gli Stati Uniti sono all’ottavo posto nella classifica. Su 130 si attesta il Suriname (che ha un alto indice di sviluppo).

Donne morte ogni 100.000 bambini nati vivi in Paesi con sviluppo umano basso: Kenya 400, Nigeria 560, Congo 739, Sierra Leone 1100.

In merito all’educazione, per la popolazione femminile si registrano 15 anni di permanenza nel sistema educativo (nei Paesi con più alto indice di sviluppo umano), circa 4 in quelli con più basso indice (es.: l’Eritrea  si attesta a 4,1 anni presenza nel sistema educativo formale per quanto riguarda le bambine).

Nei Paesi con indice di sviluppo umano più alto come Austria, Arabia Saudita, la differenza della permanenza tra uomini e donne nel sistema educativo è di due anni , per Italia e Grecia un anno.

Per quanto concerne la partecipazione politica, non c’è affatto parità. Solo in due Paesi: Bolivia e Ruanda. Quest’ultimo ha un indice di sviluppo umano molto basso.

Indice desarollo humano che non arrivano al 20% (scano) – USA, Irlanda, Estonia, Emirati Arabi, Chile, Montenegro; Giappone, Grecia (che hanno un indice di sviluppo umano) registrano il 20% delle donne nell’inclusione politica; non arrivano al 15%: Brasile, Libano, Maldive, Guatemala, India, Siria, Niger.Meno del 5% l’Egitto, 0 Qatar e Kuwait.

Cos’è la vulnerabilità? Tutti gli esseri umani sono vulnerabili per il fatto di poter perdere la vita. Questo non è rilevante in termini di giustizia; lo è la vulnerabilità che si produce strutturalmente, socialmente, per gli esseri umani (fisica, psicologia, economica – stabile e no), vincolata con l’identità biologica del genere umano – le regole di come abbiamo regolato il mondo provocano un danno diretto o no per le persone. Essere vulnerabile e trovarsi in una condizione di vulnerabilità non è lo stesso concetto: le persone non sono deboli, vengono messe in situazioni di debolezza. Non è una caratteristica identitaria; dire che le donne sono messe in condizioni di debolezza marca una differenza che non è solo linguistica ma sostanziale perché si trasferisce l’idea identitaria ‘colpevolizzata’ dall’individuo alla società – per un’alterità che ha costruito un sistema di valori che colloca un individuo, in virtù di alcune caratteristiche, in una determinata situazione in una struttura di potere.

Le persone non sono vulnerabili (a livello naturale tutti lo siamo) – la vulnerabilità in termini di giustizia è relazionale. Si parla di eteroattribuzione della vulnerabilità. Gli stereotipi sono molto importanti nella costruzione della vulnerabilità, in relazione, anche, al concetto di colpevolizzazione.

La debolezza sociostrutturale, essendo soggetta alla società, è temporale in quanto cambia col cambiare della società. Ma ci sono società molto rigide, che creano caste, concepite con vocazione di permanenza. Altre sono più facili da connotare come congiunturali.

Ci sono delle debolezze connesse al ciclo della vita ma non cambia il concetto di ‘non essere deboli’ ma di ‘essere in una condizione’.

Gruppi vulnerabili: incorporazione a un gruppo non volontaria, ma sorta a seguito dell’incorporazione di un individuo a un gruppo con delle caratteristiche che la società pone in condizione di debolezza.

Le diverse vulnerabilizzazioni non si spresentano sole. Gli esseri umani sono soggetti a distinte condizioni di vulnerabilità. Mi sembra più pertinente parlare di vulnerabilità aggregate. Anche le condizioni socio-economiche in cui la persona vive giocano un ruolo rilevante nella costruzione della vulnerabilità.

Noi donne non siamo vulnerabili, siamo esposte alla vulnerabilità per la responsabilità sociale e statale. Non è naturale che le donne siano in questa condizione di vulnerabilità. Per questo dobbiamo cambiare le regole, niente più né niente meno.

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C.Murguailday

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‘Nessuna si impotera isolata, ma riflettendo in gruppo. Farlo insieme e organizzate è la garanzia per poter avanzare in un processo di impoteramento’

La distribuzione estremamente sbilanciata delle risorse sono il risultato di un sistema di potere patriarcale, che si siede sull’accesso al potere e alle rirorse in svantaggio per le donne. La debilitazione delle donne è strettamente vincolata a questi due punti.

Il problema è anche la distribuzione del lavoro non retribuito tra uomini e donne e le donne si occupano quasi totalmente delle cure domestiche.

Solo le donne scambiano lavoro non con una remunerazione ma con: relazioni, legami, sorrisi di figli, amore – e tutto perché siamo state socializzate in un’ottica di genere verso questa direzione. Quindi, milionarie di amore e affetto e povere di solennità.

Ogni donna che insegna la figlia a essere una buona padrona di casa la sta condannando alla povertà. I figli sono i forti, quelli che faranno una famiglia. È il figlio che deve studiare perché deve lavorare perché deve mantenere la famiglia (di cui però, si occupa la donna). Uomini esposti al potere, donne all’impoverimento.

Pablo Freire parlò di empoderamento a riguardo della scrittura, in termini di acquisizione di potere (tramite il sapere).

‘L’aspetto più notevole del termine empoderamiento è che contiene la parola potere’ (León 1997)

Diritti umani emergenti: le lotte di rivendicazione in materia di diritti umani

N.2 – D. Bondia

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‘Se vogliamo eradicare le violazioni dei diritti umani dalla base, abbiamo uno strumento molto potente: l’istruzione’.

La concettualizzazione dei diritti umani si è sviluppata attraverso quattro fasi:

  1. Positivizzazione, le élites rivendicano valori morali, norme etiche e diritti davanti allo Stato. (Poco para pocos)
  2. Generalizzazione, ovvero estensione di tali diritti per tutti (poco para todos)
  3. Internazionalizzazione, all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, viene promossa l’azione dello stato a garanzia dell’attuazione dei diritti
  4. Specializzazione, ovvero specializzare i diritti a tutela di determinati collettivi.

Nel XXI secolo è sorta la V tappa: INTERAZIONE, ovvero la necessità di mettere in relazione i diritti umani.

Ciò che sta succedendo a fronte dell’emergenza migratoria mette in un luce , con le politiche delle ‘quote’, una concenzione di privilegio del diritto; l’asilo non può essere ristretto a un certo numero di persone, è da applicare a tutte le persone.

In Spagna si è spostata l’attenzione sulla questione della sicurezza; quali erano, invece, le priorità degli spagnoli? I tagli alla cultura, la disoccupazione, etc, invece si è criminalizzata l’espressione del dissenso (manifestazioni) in nome della ‘sicurezza’.

Il concetto di democrazia non si limita al concetto di voto. La storia di Haiti ci insegna che lavorare esclusivamente sulla questione del voto non è sufficiente. Bisogna rafforzare lo stato di diritto tramite i suoi tre poteri (esecutivo, legislativo e giudiziario), perché si applichino separatamente e senza ingerenze.

Ad oggi, bisogna tenere in conto di due nuovi poteri: il IV potere, ovvero il potere dei mezzi di comunicazione (che possono arrviare a distorcere le questioni del diritto umano e creare allarmismi), e il V potere, detenuto dalle grandi imprese (lobbies).

La democrazia è più di un sistema politico; è un sistema di valori che configura la società.

Tutti e tutte devono partecipare alla società. Non esistono migranti illegali o legali, esistono, semmai, situazioni irregolari che però non intaccano il concetto di ‘legalità’ della persona. I diritti umani sono un concetto includente, non escludente.

I diritti emergenti mettono in luce la questione delle identità multiple. Le grandi idee in materia di diritti umani non vengono più dall’Europa; una colombiana, oggi, si considera contemporaneamente contadina, latina e colombiana – al contrario, in Europa, si promuove un’identità escludente. Le diverse culture possono portare una grande ricchezza ai diritti umani.

Lo Stato garantisce diritti umani alle persone sul suo territorio, non li conferisce, li garantisce. Lo Stato è fondamentale ma va rinnovato. Non possiamo lasciare immutata una concezione dello Stato che risale al XVII secolo. In questo senso, esistono due proposte.

La prima, del sociologo Boaventura de Sousa, suggerisce di avanzare una nuova calibratura del concetto di Stato a partire dalla cultura e poi passando dal concetto di nazione.

La seconda, avanzata dal giudice brasiliano Augusto Trindade, è volta verso la UMANIZZAZIONE del diritto, secondo la concezione che sono LE PERSONE fare gli Stati e non viceversa; in altre parole, intende mettere in luce i limiti della tradizionale concezione di Stato per cui questo viene a configurarsi in presenza di un governo, un territorio, la sovranità che esercita e la popolazione, spostando invece la centralità sull’elemento umano.

Lo Stato è il garante ma può essere anche allo stesso tempo violatore dei diritti umani. La visibilità delle violazioni dei diritti umani dipende dalle azioni, ovvero dalle azioni attive che infrangono i diritti; la maggior parte delle vilazioni dei diritti umani non avvengono per azioni, ma per OMISSIONI, PER IL NON FARE.

Non fare niente crea una responsabilità per omissione.

Uno Stato non deve mettersi a confronto con altri Stati con standard inferiori nel garantire i diritti umani, ma con Stati più avanzati in questo senso. Bisogna denunciare tutte le mancanze o errori nell’applicazione dei diritti umani. Non bisogna essere complici di crimini che commettono gli altri.

I diritti emergenti evidenziano nuove necessità. (Muchos derechos para todos). I diritti emergenti possono essere: diritti nuovi, diritti già esistenti ma da valorizzare e diritti già esistenti da estendere a determinati collettivi.

I diritti culturali, sociali, economici e politici vanno messi in relazione; sappiamo molto in materia di diritti, ma non sappiamo connettere le conoscenze in maniera integrata.

La povertà non è una causa della violazione dei diritti umani, è essa stessa una violazione dei diritti umani.

La specializzazione dei diritti di particolari collettivi (es. le donne) mette al centro non gruppi umani deboli bensì un gruppo di soggetti vulnerabili, in quanto sono fattori esterni che li rendono tali. I diritti umani devono essere uno strumento di emancipazione per uscire da una situazione di vulnerabilità.

Se vogliamo correggere ogni forma di discriminazione e violazione dobbiamo cominciare dall’istruzione, e non con corsi specifici e universitari ma dai primi gradi del processo di scolarizzazione. È inutile celebrare il 20/11 o il 10/10, bisogna agire costantemente.

Due strumenti importantissimi sono la ‘ Carta europea per l’uguaglianza e la parità delle donne e degli uomini nella vita locale’ e la ‘Dichiarazione dei diritti umani emergenti’.

Il diritto alla libertà non deve essere in contrasto col diritto alla sicurezza. Come anche, il concetto di Occidente, che è politico, non deve essere contrapposto al concetto culturale di Islam anche perché l’Islam è presente, in Occidente, da secoli.

Il ruolo della comunità internazionale è importantissimo perché serve a DARE VISIBILITÀ A VITTIME INNOCENTI, SERVE A RESTITUIRE DIGNITÀ ALLE VITTIME. Per esempio, in Argentina c’erano leggi locali di amnistia per quelli che avevano commesso crimini contro l’umanità (vedi il caso Scilingo). Solo grazie al processo internazionale l’Argentina si rese conto dell’enorme inadeguatezza della legge.

Anche il concetto di vittima va modificato, in quanto tende a stigmatizzare. In America latina si parla di ‘sopravvisuti e sopravvissute’ o ‘resilienti’. Bisogna iniziare a lavorare anche su un piano psicosociale, che potrebbe, per esempio, estendere a una portata sociala il concetto di risarcimento.

Chi vìola i diritti umani in un posto è nemico di tutta l’umanità perché si macchia di lesa umanità.

Non si può essere neutrali; senza confondere l’oggettività con la neautralità, bisogna sempre stare dal lato delle vittime MOBILIZZANDO IL SENSO DI VERGOGNA NELLA SOCIETÀ.

Dobbiamo riagganciare la pratica alla teoria; l’Accademia deve tener conto di chi più sa in fatto di violazione di diritti umani ovvero delle vittime.

I diritti e i doveri devono interagire; un diritto non deve corrispondere col suo stesso contenuto, ma l’applicazione stessa ovvero con l’accesso al diritto per tutti e tutte. Esempio: il diritto all’istruzione non è la scuola in sé ma l’attuazione concreta del diritto ad accedere all’istruzione.

 

 

 

 

 

Per dindirindina, usano il Gender al consiglio d’Europa!

Guardate, ci sono parole in bella vista e prima di tutte GENDER (vicino  EQUALITY, RIGHTS…brutte parole, brutte!)

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Certo, se si capisce il perché (avendo un minimo di curiosità per un minimo d’informazione).

Il Consiglio d’Europa si sforza, almeno sulla carta, di teorizzare delle strategie, linee guida, piani d’azione per un esercizio quanto più equo della vita civile, politiche di genere comprese.

‘Raggiungere la parità di genere è fondamentale per la protezione dei diritti umani, il funzionamento della democrazia, il rispetto dello stato di diritto, la crescita e la sostenibilità economica’.

‘Il Consiglio d’Europa si sforza di combattere gli stereotipi di genere, il sessismo e la violenza contro le donne nelle sue diverse forme. Mira a cambiare modi di pensare e attitudini, a promuovere una partecipazione equa di uomini e donne nella vita politica e pubblica e incoraggia l’integrazione di una prospettiva di genere in tutti i programmi e politiche. Un cambio nelle relazioni di genere, la tutela della libertà d’azione delle donne*, e l’abolizione dei tradizionali stereotipi negativi di genere sono la chiave per conseguire la parità di genere’.

Cose così, insomma.

 

*La parola inglese ‘empowerment’, o la spagnola ‘empoderamiento’ rimandano a un’idea di ‘potenza’ della donna, nel senso di libertà e facoltà di attuazione delle proprie potenzialità (più che ‘potere’), in condizioni di fiducia e incoraggiamento a sostegno della realizzazione del sé. La difficoltà della traduzione sta per me nel fatto che non voglio passare il concetto di ‘dare potere’ alla donna, in quanto le donne, come tutte gli esseri umani, lo hanno già; semmai, dovremmo parlare di abbattimento delle barriere (culturali, sociali, politiche) interposte tra le donne e le opportunità di realizzazione personale.

 

LA COSTRUZIONE DELLA SFIDUCIA VERSO IL FEMMINILE

Dal senso comune, dalla condivisione manifesta o subdola di alcuni modi di pensare, prendono vita molti comportamenti sociali.
Ci sono atteggiamenti che necessitano un’attenta lettura per esseri individuati.
Spesso ho vissuto o sono stata testimone di quello che definisco la costruzione della sfiducia verso il femminile, una sottile forma di violenza che si annida nei nostri reconditi modi di pensare che portano ad associare e ridurre il femminile solo a determinati ambiti, mentre non risulta naturale pensare che le donne possano operare e pensare anche altrove e in diverse modalità.
È un approccio che tende a generare un orientamento, più o meno conscio – molto più spesso inconscio – di sfiducia circa la competenza delle donne in alcune situazioni (dalle più banali alle più complesse), e senza motivo.

Vorrei portare un esempio. Un giorno, in aereo, stavamo sorvolando la Campania. Ho fatto spesso questa tratta e il mio occhio si è abituato alla geografia “dall’alto”. Un signore di mezza età, rapito dallo splendido spettacolo che una perfetta visibilità rendeva ancora più pittoresco, si domandava dal finestrino dove fossimo e cosa fossero quei rilievi suggestivi, quei paesaggi pieni di contrasti dove il segno dell’uomo sfida la natura, senza celare la memoria di remoti disastri e dove, tuttavia, una caparbia urbanistica continua la sua scommessa
“Se mi posso permettere, signore, quello è il Vesuvio”, intervenni dal mio posto sul corridoio, da cui potevo comunque guardare fuori. Il signore si ammutolì accennando un dubbioso e imbarazzato sorriso. Non mi credette. Come poteva una giovincella colmare una lacuna geografica o la pigrizia dell’occhio di un uomo esperto?
Non continuò neanche a parlare con la compagna di viaggio seduta al centro e rimase perplesso.
Dopo qualche minuto, il comandante annunciava l’atterraggio a Bari: “Signori e signore, stiamo cominciando la nostra discesa verso l’aeroporto di Palese, spero abbiate avuto modo di godere dello splendido spettacolo del Vesuvio che ci siamo appena lasciati alle spalle”. Ho guardando quindi il signore cercando una ilare complicità, un sorriso. Mi ha guardato invece stizzito.
È un esempio banale ma non posso ormai più contare le volte in cui quello che dico viene nel migliore dei casi non ascoltato se non deriso, almeno finché non incontra l’avallo di un’autorità percepita come superiore, e che coincide, nella maggior parte dei casi, con quella di un uomo. Succede a me, succede ad altre persone.

Un esempio più autorevole è forse rappresentato dagli inconcepibili commenti, da parte di alcune persone – poche ma foriere di un preoccupante campanello d’allarme – circa il rientro dell’astronauta Samantha Cristoforetti. Invece che essere un indiscusso motivo di orgoglio, la conclusione della missione della scienzata italiana è stata sabotata, in parte, da commenti modellati sui più obsoleti stereotipi maschilisti.

Alla luce di queste dinamiche, risulta attendibile la titubanza, per esempio, verso il concetto delle quote rosa; operativamente possono in effetti facilitare l’accesso delle donne in politica, ma a che serve se noi stessi, tra amic@, parenti, colleg@, noi – il popolo votante – non crediamo nella capacità politica delle donne?
Le donne non partecipano alla politica perché non ci sono ottimali condizioni operative per farlo (come carenti solo le misure per facilitare l’accesso al lavoro), ma, temo, molto di più perché è difficile creare il consenso attorno a loro. E poi, la potenzialità della maternità è vista sempre con sospetto (ricordiamoci, però, che questa si chiama discriminazione).

Eppure guardiamo la Spagna: Madrid e Barcellona hanno vissuto una svolta tutta “in rosa” con l’elezione a sindaco di due donne; una, riportando la capitale spagnola tra le fila della sinistra dopo 24 anni di Popolari, l’altra succede a 119 sindaci tutti uomini. Osserviamo dunque con speranza la Spagna, con un unico pensiero che getta un’ombra su questa nuova situazione: che si stia ricorrendo alle donne, una volta in più, in una situazione di emergenza, non privata ma pubblica, perpetuando gli oneri della cura – storicamente associati alle donne – nel mondo della politica in un momento in cui questa si è scoperta nella sua fragilità sistemica (idea che mi è stata suggerita dalla lettura di un discorso di Lea Melandri circa il ricorso alle donne come “risorsa” nei momenti di crisi e che qui riconnetto al contesto politico).

Un altro esempio tipico: mi è capitato sul lavoro o nel mondo accademico di dover svolgere delle mansioni a contatto con uomini. Non tutti, ovviamente, ma molti, quando hanno scoperto di dover essere affiancati da una donna, non hanno celato una sorta di disagio (anche se sospetto non l’abbiano fatto intenzionalmente, ma cattive pratiche interiorizzate possono agire quanto le volontarie). Come posso sentirmi io produttiva e partecipe del mondo se non godo della fiducia di chi mi sta intorno, a priori? E si badi bene, che la sfiducia non è promossa solo dagli uomini, anche se sono gli agenti principali in quanto detentori di maggior potere decisionale (basta, per esempio, guardare alle statistiche circa la disparità di genere sia in politica che nel management aziendale); conosco mediche (plurale femminile di “medico”, esiste?) che sono state oggetto – a priori – di sfiducia anche dai loro pazienti e dalle loro pazienti, salvo poi essere riabilitate solo alla luce del loro buon lavoro. Ma non si può lavorare sempre in difensiva, sempre con l’atteggiamento di chi – ribadisco, a priori – deve sempre essere sospettato di dover dimostrare qualcosa.

È un male che dobbiamo cercare di combattere, quello della sfiducia verso le donne. Una delle dinamiche che più mi ha colpito nell’ultimo film di Tim Burton, “Big eyes”, è la violenza perpetrata nei confronti della figlia della protagonista, violenza che prende le forme della negazione, da parte della madre e del suo compagno, della verità conosciuta e difesa dalla bambina. Convincere i bambini del contrario di quello che pensano – soprattutto quando questo è vero – significa distruggere la loro capacità di discernimento, non solo a livello intellettuale (distinuere con la ragione il bene dal male, il vero dal falso, e così via), ma soprattutto a livello etico. Se si minimizzano o confutano ingiustamente le idee di un individuo, tanto più se questo non ha i mezzi per opporre resistenza – si attua un sopruso, un gesto di estrema arroganza.

Allo stesso modo, oltre alla sfiducia promossa di cui parlavo sopra, se la società tenderà a rifiutare o negare delle problematiche specifiche, non ci sarà alcun progresso a livello di civiltà. Mi è capitato di imbattermi in alcune discussioni in cui la violenza di genere, oltre a non essere vista, è stata negata. Non riesco a spiegarmi l’origine di questo caparbio negazionismo che crea una gabbia intorno a degli esseri umani, fatte di ignoranza, mancanza di rispetto, prepotenza e povertà di spirito.

Non si tratta di una guerra di donne contro uomini (nonostante a volte i dati raccapriccianti sulla violenza di genere ci dica che una guerra c’è, e lascia sul terreno moltissime donne, si, soprattutto donne). Si tratta, prima di tutto, di creare le condizioni per cui tutti gli individui si possano sentire liberi di pensare, esprimersi ed essere presi in considerazione, invece di promuovere una sfiducia che, nel complesso, danneggia la società nella sua interezza.

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Margaret Keane, la cui vicenda viene raccontata da Tim Burton in “Big Eyes”