Il diritto di contare – Hidden figures

Da una storia vera

Pensiamo a ‘Il diritto di contare’ con il suo titolo originale, ‘Hidden figures’, per due motivi. Il primo riguarda la tematica: il film pone l’accento non (solo e non tanto) sulla scarsa presenza di donne in ambito scientifico e tecnologico, al contrario. Dimostra come le donne abbiano sempre cercato di esserci, e quando la loro volontà – sopravvivendo ad assalti esterni di varia natura – si è concretizzata in presenza, lo sforzo di sabotarle si è tradotto, appunto, in occultamento. Ecco che una delle protagoniste principali, la genia della matematica Katherine Johnson (Taraji P. Henson) deve lottare per vedere la propria firma di fianco a quella del collega (uomo e bianco) sui report (di calcoli complicatissimi) che di fatto lei ha redatto. Perché all’epoca non era contemplato che una donna e una nera firmassero, cioè esistessero (pur esistendo).

Il secondo motivo riguarda una sottigliezza – una delle tante, a dire il vero – della pellicola: le protagoniste vengono chiamate per nome continuamente, quasi a voler riscattare quel vuoto di riconoscimento che la ripetizione nominale vorrebbe emendare a mo’ di formula magica: ‘come ha detto che si chiama? Katherine Johnson’, ‘mi ripete il suo nome? Dorothy Vaughan’ (Octavia Spencer), ‘Buonasera, sono Mary Jackson e sono regolarmente iscritta’ (Janelle Monáe) e così via.

Il film è piacevolissimo perché parla di questioni serissime – l’oppressione contro le donne, la segregazione razziale (sommate, queste due componenti, nelle figure principali) – e di fatti storici quali la corsa allo spazio (tra isteria da spionaggio, sospetto comunista e minacce belliche) riuscendo a coinvolgere senza appesantire. Belli gli estratti da filmati storici e le emozionanti immagini del lancio dei razzi e della terra dallo spazio.

Il focus è sulla questione di genere e sul colore della pelle; le tre donne riusciranno a diventare figure chiave della storia della NASA perché meritevoli e tenaci. La loro vicenda straordinaria è riportata senza cedere all’eroismo, senza sbraitare rabbiosamente contro il maschio o contro il bianco, pur restituendo la visione di un mondo spietatamente pensato per la predominanza di un maschio e di un bianco.

Unite e solidali tra loro, da amiche e anche da colleghe, le protagoniste si realizzano e lo devono solo a se stesse. Tuttavia, non si può evitare di pensare quanto sia necessario poter contare non solo su un ambiente supportivo – gli altri contano, insomma – ma anche che chi rappresenta il potere (politico, economico, tecnologico e così via) ceda la sua parte di pregiudizi e dia spazio al potenziale umano che tutte le persone hanno. Personalmente, ho pensato a quanta fatica comporti la rivendicazione costante dei propri diritti e a quanto potenziale vada disperso. Ecco perché l’oppressione lede tutt*, a lungo termine.

Da vedere, per ridere, sorridere e riflettere (su una bellissima colonna sonora).

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‘Alla Nasa facciamo tutt* la pipí dello stesso colore’ (il potere interpretato da un bravo Kevin Costner)

Qui il trailer

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