Il racconto di una Irma la dolce

Car* tutt*,

Vorrei condividere con voi la seguente riflessione.

Sono una persona molto dolce. Da sempre, negli altri, il mio ricordo evoca immagini di miele. Per fortuna, da un po’ di tempo a questa mia caratteristica – che comunque mi piace, che rimane e che voglio regalare a chi, come, quando ne ho voglia – è stata affiancata da una certa carica di guerriglia femminista. Perciò, adesso, molte delle persone che mi hanno solo e sempre conosciuta come ‘la dolce’ – proprio come la Irma del film – , rimangono abbastanza sconvolte da questa nuova versione di me. Femminista. Bene, sconvolgetevi.

Da questo nuovo punto di vista, ho messo bene a fuoco una convenzione sociale. Non importa quanto dolce tu sia, o donna; quanto cul*o ti sei sempre fatta, con integrità, per fare bene il tuo lavoro-studio o qualsiasi cosa tu faccia; non importa quante volte hai detto ‘no’ ai compromessi; non importa quanto onori padre e madre, anche quando non se lo meritano (e comunque riuscendo a mettere sempre al primo posto la tua vita non come comandamento ma come scelta); non importa quanto ami gli animali e ne raccogli a destra e a manca quanti ne puoi; non importa quanto volontariato fai; non importano neanche le gocce di sangue che vai a donare; potrei continuare a fare altri esempi di quello che generalmente fa – esteriormente – di una ragazza una brava ragazza (senza ipocrisia, quando la brava ragazza lo è davvero). Donna, tutte queste cose importano finché tieni ben chiuse le gambe, a inespugnabile difesa di quella roccaforte che il patriarcato vorrebbe per sé. Se al patriarcato fai capire che tra le gambe esiste solo un tuo territorio, importante per te, uno dei tuoi territori che fanno di te la persona che sei, non importa quanto brava ragazza tu veramente sia, ecco, put*tana sei e put*tana tornerai. La put*tana è quello stereotipo che vive come ombra dietro a tutte le donne del mondo, senza distinzione di razza, religione, peso e via dicendo, sempre pronta a essere calata come una rete addosso alla persona.

Non appena si sente puzza di sospetto (ma anche se è lampante, non importa, non importa davvero) che anche la ragazza ‘più brava’ del mondo vive o vuole vivere la sua sessualità come le aggrada, ecco l’orda di censori e censore a ricordarle il terribile memento.

Se alla brava, bravissima ragazza piacciono anche gli uomini e ne ha uno, centuno o centomila, ecco che torna lo spettro. E non ce ne si libera. E il morbo dilaga, magari, proprio da quella bocca che tu hai tanto amato per una notte o per mille. Quella bocca maschile, non sempre, ma può capitare che versi nelle orecchie dei suoi commilitoni che in città si è rivelata una nuova put*tana – ‘si, proprio lei, quella brava! Ma parla, ma come fa a parlare, proprio lei che… Le donne sono tutte uguali’. Come se un pisello fosse comunque portatore sano di put*tanaggine. E le commilitone concordano, pronte a ergere strenue difese di bravaggine (questa volta falsa) intorno ai loro uomini (nel caso la ex brava vera ora puta nova buttasse lo sguardo su di loro) e intorno a se stesse, a nascondersi dietro l’ingannevole e ipocrita costruzione sociale del controllo della sessualità femminile, che ci tiene tutt* al sicuro.

Non importa quanta merda spali duranti il giorno, o sorella; non importa quanti insulti devi schivare con l’orgoglio della tua bellezza e forza, di qualsiasi forme esse siano; se cerchi conforto nel sesso che ti piace tanto (ognun* sia liber* di vivere il sesso come vuole, come amore, conforto, professione, etc..) perdi l’accesso al paradiso.

Ora, non è sempre così, ma lo è generalmente grazie alla meticolosa difesa dello status quo che si promuove ogni giorno nella forme più disparate. E allora io dico di tenerci pronte, brave ragazze. Se si staglia lo spettro di una put*tana, voi, anzi noi, di risposta, teniamo sempre in tasca un dito medio da sguainare. Perché i dispensatori e dispensatrici di put*tane vincono se noi put*tane brave titubiamo, se vacilliamo, se ci sentiamo in colpa – colpa che non abbiamo.

Che poi, le put*tane vere sono donne come noi e io abbraccerò la lotta per il riconoscimento dei loro diritti, alla faccia di chi sotto il termine ‘prostituzione’ butta un po’ di tutto, non capendo niente. Comunque, che ha fatto la società? Ha impacchettato uno stereotipo sessista per usarlo in ogni momento come insulto che sta bene con tutto, proprio come il nero, contro la donna.

Il sesso che mi scelgo non fa di me una cattiva ragazza. E neanche ‘una brava ragazza, però…’. La libertà sessuale di una persona non è un’onta sulla sua condotta. Lo scrivo qui per ricordarlo ogni giorno.

Baci

Irma

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La mitica sfuriata di Calypso, tra serio e faceto

Tutti conosciamo la storia di Calypso, ‘colei che nasconde’, ovvero colei che raccoglie dai flutti bellissimi eroi sperduti e, trastullandosi, li trastulla sulla sua bellissima isola.

Già dai tempi del liceo, mi ha colpito come Calypso abbia poi lasciato andare il suo prediletto Odisseo piegandosi al volere ineluttabile degli dei suoi superiori, senza però prima cantargliele quattro. Insomma, la ninfa è la prima indignata della storia della letteratura.

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Edward Poynter, La caverna delle ninfe (1903)

Chi è Calypso? È, non a caso, una ninfa, ovvero una dea di seconda classe che si potrebbe definire una sorta di spirito della natura. Le ninfe sono esseri molto liberi che godono di alcuni previlegi delle dee (l’immortalità, per esempio) ma che hanno anche caratteristiche un po’ più umane, nel complesso.

Calypso, che per una scelta ‘politica’ aveva fatto arrabbiare gli dei perché per colpa del suo complesso di Elettra aveva scelto di affiancare il padre titano nella Titanomachia, viene relegata a vivere su un’isola dove – sempre per ripicca, diciamo – le arrivavano eroi con poco senso dell’orientamento di cui lei si innamorava, ricambiata, almeno per un po’; la punizione consisteva nel fatto che poi gli aitanti giovanotti, a un certo punto, dovevano riprendere la strada di casa lasciando lei in preda a un forte disappunto.

Comunque, Calypso viveva h24 con le tette al vento a cantare, filare e giocare con le sue amiche tettealvento ninfe. E Ogigia, che per fortuna era rimasta comunque ancora fuori dal turismo di massa, era un’isola rigogliosa con una natura florida e incontaminata.

Ovvio che, quando gli eroi approdavano da lei, eran ben contenti di aver scampato la morte in braccio a tale splendido gineceo.

Ora, il problema è che Calypso, dopo aver salvato, curato, rifocillato e dilettato Odisseo (dilettandosi a sua volta), se ne affeziona molto, lei stessa affascinata dalla sua mente, definendolo continuamente ‘dalla mente multipla’, ovvero intelligentissimo.

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Jan Brueghel il vecchio, Ulisse e Calypso, (1616)

Se sei intelligentissim* può essere che tu sia un protett* di Atena, la dea più cervellotica di tutt* nata per cafalogenesi da Zeus (mica poteva nascere da una qualsiasi vagina, per quanto divina, eh). Ora, quel gran romanticone di Odisseo, tra un trastullo e l’altro, va a lagnarsi mane e sera sulla spiaggia, a piangere la sua Itaca e forse Penelope.

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Arnold Böclin, Ulisse e Calipso (1883)

La sua mamma divina, Atena, non ce la fa più con questa lagna, questa continua zanzara nelle orecchie bianche come l’alba, e allora chiede al paparino Zeus di risolvere. Zeus spedisce Ermes da Calypso intimandole di lasciar ripartire Odisseo. Quando Ermes scorge Calypso e i suoi tizzoni ardenti negli occhi, conia la famosissima frase ‘Ahò, ambasciator non porta pena’, e le comunica la decisione degli dei.

È ora che il povero messaggero degli dei si fà carico delle ire della cabreadissima Calypso, che acconsente al rilascio di Odisseo, ma, essendo una che non le manda a dire a nessuno, rispedisce Ermes al mittente col seguente messaggio protofemminista.

Che non è giusto che fin quando è un dio a trastullarsi con una mortale, no pasa nada e che ora invece, essendo lei una ninfa libera diviene oggetto dell’invidia divina. Sì, la bellissima Calypso taccia gli dei di invidia, perché è ovvio che nel sistema di valori in cui si innesta la vicenda raccontata non era prevista la libertà sessuale femminile. Ora, noi sappiamo che anche le dee amavano mortali e si vendicavano per il rifiuto di questi esattamente come le divinità di sesso maschile; ciò che colpisce del discorso di Calypso è che lei cita – naturalmente per supportare il suo discorso da un’ottica al femminile – solo casi di figure di sesso maschile che hanno goduto di una libertà che adesso lei vede essere sottratta a se stessa (lei infatti cita Orione – che verrà poi ucciso da una furiosa Artemide, altro riferimento non casuale, comunque – Giasione e lo stesso Giove) .

Comunque, nel mondo greco esistevano due cose, sopra tutte, che non si potevano violare, il volere degli dei e le porte dell’Ade (salvo alcune eccezioni, comunque dall’esito infelice), perciò non c’è alternativa, Calypso deve lasciar andare l’amato. A dire il vero, si insinua il dubbio che la pobrecita non ce la facesse più a sopportare questa malombra che, ricordiamo, tra un trastullo e l’altro, andava a versare lacrime amare sulla spiaggia. E che barba. Forse, nobilmente, non ce la faceva più a vedere la persona amata soffrire, e dunque, per altruismo, gli costruisce la barca, gli dà da mangiare, forse anche un ultimo trastullo (non attestato, è una mia supposizione) e lo lascia andare.

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Henri Lehmann, Calypso che piange Ulisse sull’isola di Ogigia

 

Nell’ultimo dialogo con Odisseo, un po’ per vanità, emerge una certa riluttanza della dea all’idea che l’eroe ‘ricco d’ingegni’ la stia comunque preferendo a una comune mortale, rinunciando lui stesso all’eterna giovinezza e alla mortalità, che poi, Calypo – di cui parte della parte umana era affetta da stereotipi estetici – era pure sicura che Pene era più bassa, vecchia e brutta di lei, il colmo dell’incazzatura. Capitela.

E allora il cauto Odisseo, che certo non voleva essere fulminato da Calypso dopo averne passate tante e dovendone passarne altrettante, le dice: ‘madonna santa, Calypso (che, in base all’insistenza su altezza, età e aspetto, doveva essere una sorta di Giselle Bündchen -2.0A.C. – ), certo che Penelope non può competere con te per altezza o bellezza; è che sai, mi manca proprio la mia terra, sai, ‘la solita strada, bianca come il sale, il grano da crescere, i campi da arare’’; e allora, un po’ addolcita, la dea lo lascia proprio andare.

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Trovo interessante che in ‘Pirati dei Caraibi’ sia rispuntata una Calypso davvero particolare. Maga, nera, mutevole. Che si arrabbia tantissimo quando non solo la mettono letteralmente in gabbia, ma soffre per essere stata costretta a una forma sola. Perché, evidentemente, se Odisseo era ‘quello dai molti ingegni’, forse Calypso è quella dall’identità multipla. Una sorta di ‘dáimon’, dalla potenza creatrice, assimilabile forse al concetto di ‘dáimon’ – uno spirito guida mutevole ma puro e intuitivo, insomma, positivo – espresso nel sottovalutatissimo ‘La bussola d’oro’.

 

 

 

My name is Calypso
And I have lived alone
I live on an island
And I waken to the dawn
A long time ago
I watched him struggle with the sea
I knew that he was drowning
And I brought him into me
Now today
Come morning light
He sails away
After one last night
I let him go.

Suzanne Vega, Calypso

Dedicato ad Elena, per la nostra ironia : )

Scontro di civiltà un caSSo

Ho paura.

Ho paura perché non mi sento tranquilla a manifestare la mia libertà di pensiero che mi porta ad informarmi accuratamente prima di prendere posizione su un ‘noi’ e un ‘loro’, dicotomia che, tra l’altro, non esiste (se non a patto, per esempio, di suddividere le persone tra quelle che vogliono la pace e quella che non la vogliono). E, comunque, mi sento molto più minacciata dal ‘noi’, da questo punto di vista.

Perché se cerco di portare argomenti a sfavore dell’islamofobia, non per particolari simpatie ma cercando semplicemente di seguire un’informazione il più possibile libera e corretta, ho paura di essere etichettata come ‘anticattolica’. Non per l”anticattolica’ in sé ma perché odio le etichette e specialmente quelle date gratuitamente. Perché non mi piace che si associ, negli appelli alla difesa dell’identità italiana, ‘la nostra cultura’ a ‘sì ai crocifissi in chiesa’. Io sono italiana ma non mi rivedo in questa assunzione di ‘cultura’. E poi, se mi sento minacciata io, figuriamoci i tanti italiani ebrei o musulmani che esistono e che si sentono italiani quanto me. A me piace pensare alla cultura come a Ungaretti, Deledda, Michelangelo, Artemisia Gentileschi e via dicendo. Non come al crocifisso in aula.

Perché tremo ogni volta che sento ‘i nostri valori’, perché automaticamente la mia mente corre allo sterminio dei Pellerossa, o, per accorciare le distanze temporali, al gender gap o ai femminicidi (‘i nostri valori’, quelli che discriminano ancora le donne o le uccidono?), alle guerre e ai genocidi che nessuno si fila (‘i nostri valori’ sono selettivi?)…e allora vengo tacciata di essere ‘antioccidentale’.

Ho paura, perché le misure antiterroristiche, che influenzano ampi spazi di libertà democratiche (‘L’ uomo civile ha barattato una parte della sua possibilità di felicità per un po’ di sicurezza’, diceva Freud ne ‘Il disagio della civiltà’), rimano molto bene anche con le pretese di chi non si apre al confronto senza tentare di aprire nuove strade alternative alla lotta al terrorismo, per esempio.

Insomma, ho paura che questa isteria venga presto o tardi legittimata e a sua volta legittimi un giro di vite in senso pericolosamente antidemocratico e che si sia trattato di un gigantesco cavallo di Troia, costruito con pazienza, nel tempo, ed elettrizzato dalla sciatteria social-mediatica. Che è sempre il riflesso di qualcosa di più profondo e che sì, questo sì, ha a che fare con il concetto di ‘cultura’.

 

In ricordo di Hina

Cara Hina,
Mi colpì molto la notizia della tua morte quando nove anni fa ne parlarono al tg.
Perchè la tua morte è stata orribile. E perché ti chiami come me. In Italia, quasi nessuna si chiama come noi.
Mi sono interessata relativamente da poco tempo agli studi di genere e al femminismo, e te le devo dire: il merito è in gran parte tuo.
Scusa se ti scrivo una lettera, può sembrare infantile. Per me non lo è; per me è dolce. Quando muore una persona non puoi più rivolgerti a lei così, non la chiami più per nome. Io stasera voglio farlo. Perché domani saranno nove anni.
Dicevo, il merito è tuo perché per me la tua morte ha segnato qualcosa. Un qualcosa che volevo approfondire. E ti assicuro che c’è così tanto da approfondire! In realtà le cose sarebbero semplici – che ognun@ possa vivere come vuole, in pace – ma gli esseri umani riescono a complicare sempre le cose.
Pensavo, che ci sono donne che sono state grandi sovversive. Reali o immaginate. Penso sempre ad Antigone. Penso alla donna nera che si riufiutò di cedere il posto a un bianco, su un pullman, un giorno di tanti anni fa. E diede inizio a una rivoluzione.
Da nove anni penso a te. Mi domando perché alcune persone vanno proprio fuori di testa se una donna decide di vivere come le garba. E se le garba in maniera diversa dallo stabilito (da chi, poi…) son sempre guai.
Non voglio banalizzare, tanto meno usando la tua ricorrenza. ma, sai, di recente un mio contatto facebook si è indignato perché al mare, a suo dire, il panorama è stato deturpato da una donna in topless. Sai che è arrivato a dire? ‘Si al burkini, no al topless’ e ancora ‘Forse un po’ di islamizzazione non sarebbe male’. Vorrei sapere se lo direbbe ancora al cospetto della tua storia. Tu, uccisa con venti coltellate e – hanno scritto – sepolta con la testa verso la Mecca.
Sia ben chiaro: non ha importanza che si tratti di Islam, o Cattolicesimo, o altro. Il problema è quando gli uomini strumentalizzano la religione piegandola alle proprie mire distorte. Quando incollano sulla religione il loro odio e la loro violenza, tutte umane. E allora poco importa se starai dalla parte di una religione o dell’altra, starai sbagliando comunque. Perché la tua scelta non sarà una scelta e non sarà autentica. Men che meno se fa male.
Venti coltellate, una per ogni tuo anno di vita; venti ferite per una vita così breve.
Tu, per esempio, sei venuta in Italia e questo mondo nuovo ti è piaciuto. Ti sei integrata bene, volevi vivere qui. I maschi (si, su Wikipedia c’è scritto ‘i parenti maschi’) della tua famiglia, dopo che eri andata via, ti hanno fatta tornare con l’inganno a casa, dopo anni che cercavano di piegarti alla loro visione del mondo, e ti hanno massacrata.
Tu eri coraggiosa, tu sei il simbolo della perseveranza di chi vuole scegliere.
Com’eri bella. Che occhi ridenti di intelligenza.
Ricordo perfettamente una tua foto con una maglia di un rosa vivo, col pancino scoperto. Com’eri bella.
Non voglio retorica per ricordarti. Posso scrivere che per me sei importante perché sei stata coerente con te stessa. Ma tu non ci sei più, e lo trovo tanto ingiusto. C’è un punto in cui le parole devono fermarsi anche loro, a omaggiare le persone. In silenzio.

Hina, ‘Caina attende chi a vita ci spense’, ha scritto il Poeta. Si, Hina. Nel frattempo, noi cercheremo di rendere migliore questo mondo. Te lo prometto.
Stanotte sarai la stella più bella che non può cadere.

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http://www.repubblica.it/2006/08/sezioni/cronaca/pakistana-uccisa/confessione-padre/confessione-padre.html

LA COSTRUZIONE DELLA SFIDUCIA VERSO IL FEMMINILE

Dal senso comune, dalla condivisione manifesta o subdola di alcuni modi di pensare, prendono vita molti comportamenti sociali.
Ci sono atteggiamenti che necessitano un’attenta lettura per esseri individuati.
Spesso ho vissuto o sono stata testimone di quello che definisco la costruzione della sfiducia verso il femminile, una sottile forma di violenza che si annida nei nostri reconditi modi di pensare che portano ad associare e ridurre il femminile solo a determinati ambiti, mentre non risulta naturale pensare che le donne possano operare e pensare anche altrove e in diverse modalità.
È un approccio che tende a generare un orientamento, più o meno conscio – molto più spesso inconscio – di sfiducia circa la competenza delle donne in alcune situazioni (dalle più banali alle più complesse), e senza motivo.

Vorrei portare un esempio. Un giorno, in aereo, stavamo sorvolando la Campania. Ho fatto spesso questa tratta e il mio occhio si è abituato alla geografia “dall’alto”. Un signore di mezza età, rapito dallo splendido spettacolo che una perfetta visibilità rendeva ancora più pittoresco, si domandava dal finestrino dove fossimo e cosa fossero quei rilievi suggestivi, quei paesaggi pieni di contrasti dove il segno dell’uomo sfida la natura, senza celare la memoria di remoti disastri e dove, tuttavia, una caparbia urbanistica continua la sua scommessa
“Se mi posso permettere, signore, quello è il Vesuvio”, intervenni dal mio posto sul corridoio, da cui potevo comunque guardare fuori. Il signore si ammutolì accennando un dubbioso e imbarazzato sorriso. Non mi credette. Come poteva una giovincella colmare una lacuna geografica o la pigrizia dell’occhio di un uomo esperto?
Non continuò neanche a parlare con la compagna di viaggio seduta al centro e rimase perplesso.
Dopo qualche minuto, il comandante annunciava l’atterraggio a Bari: “Signori e signore, stiamo cominciando la nostra discesa verso l’aeroporto di Palese, spero abbiate avuto modo di godere dello splendido spettacolo del Vesuvio che ci siamo appena lasciati alle spalle”. Ho guardando quindi il signore cercando una ilare complicità, un sorriso. Mi ha guardato invece stizzito.
È un esempio banale ma non posso ormai più contare le volte in cui quello che dico viene nel migliore dei casi non ascoltato se non deriso, almeno finché non incontra l’avallo di un’autorità percepita come superiore, e che coincide, nella maggior parte dei casi, con quella di un uomo. Succede a me, succede ad altre persone.

Un esempio più autorevole è forse rappresentato dagli inconcepibili commenti, da parte di alcune persone – poche ma foriere di un preoccupante campanello d’allarme – circa il rientro dell’astronauta Samantha Cristoforetti. Invece che essere un indiscusso motivo di orgoglio, la conclusione della missione della scienzata italiana è stata sabotata, in parte, da commenti modellati sui più obsoleti stereotipi maschilisti.

Alla luce di queste dinamiche, risulta attendibile la titubanza, per esempio, verso il concetto delle quote rosa; operativamente possono in effetti facilitare l’accesso delle donne in politica, ma a che serve se noi stessi, tra amic@, parenti, colleg@, noi – il popolo votante – non crediamo nella capacità politica delle donne?
Le donne non partecipano alla politica perché non ci sono ottimali condizioni operative per farlo (come carenti solo le misure per facilitare l’accesso al lavoro), ma, temo, molto di più perché è difficile creare il consenso attorno a loro. E poi, la potenzialità della maternità è vista sempre con sospetto (ricordiamoci, però, che questa si chiama discriminazione).

Eppure guardiamo la Spagna: Madrid e Barcellona hanno vissuto una svolta tutta “in rosa” con l’elezione a sindaco di due donne; una, riportando la capitale spagnola tra le fila della sinistra dopo 24 anni di Popolari, l’altra succede a 119 sindaci tutti uomini. Osserviamo dunque con speranza la Spagna, con un unico pensiero che getta un’ombra su questa nuova situazione: che si stia ricorrendo alle donne, una volta in più, in una situazione di emergenza, non privata ma pubblica, perpetuando gli oneri della cura – storicamente associati alle donne – nel mondo della politica in un momento in cui questa si è scoperta nella sua fragilità sistemica (idea che mi è stata suggerita dalla lettura di un discorso di Lea Melandri circa il ricorso alle donne come “risorsa” nei momenti di crisi e che qui riconnetto al contesto politico).

Un altro esempio tipico: mi è capitato sul lavoro o nel mondo accademico di dover svolgere delle mansioni a contatto con uomini. Non tutti, ovviamente, ma molti, quando hanno scoperto di dover essere affiancati da una donna, non hanno celato una sorta di disagio (anche se sospetto non l’abbiano fatto intenzionalmente, ma cattive pratiche interiorizzate possono agire quanto le volontarie). Come posso sentirmi io produttiva e partecipe del mondo se non godo della fiducia di chi mi sta intorno, a priori? E si badi bene, che la sfiducia non è promossa solo dagli uomini, anche se sono gli agenti principali in quanto detentori di maggior potere decisionale (basta, per esempio, guardare alle statistiche circa la disparità di genere sia in politica che nel management aziendale); conosco mediche (plurale femminile di “medico”, esiste?) che sono state oggetto – a priori – di sfiducia anche dai loro pazienti e dalle loro pazienti, salvo poi essere riabilitate solo alla luce del loro buon lavoro. Ma non si può lavorare sempre in difensiva, sempre con l’atteggiamento di chi – ribadisco, a priori – deve sempre essere sospettato di dover dimostrare qualcosa.

È un male che dobbiamo cercare di combattere, quello della sfiducia verso le donne. Una delle dinamiche che più mi ha colpito nell’ultimo film di Tim Burton, “Big eyes”, è la violenza perpetrata nei confronti della figlia della protagonista, violenza che prende le forme della negazione, da parte della madre e del suo compagno, della verità conosciuta e difesa dalla bambina. Convincere i bambini del contrario di quello che pensano – soprattutto quando questo è vero – significa distruggere la loro capacità di discernimento, non solo a livello intellettuale (distinuere con la ragione il bene dal male, il vero dal falso, e così via), ma soprattutto a livello etico. Se si minimizzano o confutano ingiustamente le idee di un individuo, tanto più se questo non ha i mezzi per opporre resistenza – si attua un sopruso, un gesto di estrema arroganza.

Allo stesso modo, oltre alla sfiducia promossa di cui parlavo sopra, se la società tenderà a rifiutare o negare delle problematiche specifiche, non ci sarà alcun progresso a livello di civiltà. Mi è capitato di imbattermi in alcune discussioni in cui la violenza di genere, oltre a non essere vista, è stata negata. Non riesco a spiegarmi l’origine di questo caparbio negazionismo che crea una gabbia intorno a degli esseri umani, fatte di ignoranza, mancanza di rispetto, prepotenza e povertà di spirito.

Non si tratta di una guerra di donne contro uomini (nonostante a volte i dati raccapriccianti sulla violenza di genere ci dica che una guerra c’è, e lascia sul terreno moltissime donne, si, soprattutto donne). Si tratta, prima di tutto, di creare le condizioni per cui tutti gli individui si possano sentire liberi di pensare, esprimersi ed essere presi in considerazione, invece di promuovere una sfiducia che, nel complesso, danneggia la società nella sua interezza.

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Margaret Keane, la cui vicenda viene raccontata da Tim Burton in “Big Eyes”

‘Il richiamo della foresta’, inno alla libertà. La splendida prefazione della Fallaci all’edizione BUR

Il mio primo incontro con Oriana Fallaci è avvenuto con la sua prefazione a un piccolo, grandissimo libro, ”Il richiamo della foresta”, dal genio sregolato e fulminante di Jack London. Costui era un personaggio molto interessante: prima di tutto, aveva lampanti intuizioni come anche urgenze di scrittura improvvise e non sempre dai risultati adamantini che lo portavano a scrivere pagine su pagine, durante notti insonni, durante i giorni, sotto l’egida dell’impulso. Era molto dedito all’alcol. Era di una gerenosità non comune, tanto che dilapidò i suoi risparmi tra regali agli amici, investimenti sbagliati e una serie di scelte azzardate che genericamente si possono bollare come eccessi. Alla stessa maniera di altri geni dell’arte – un Toulouse Lautrec, ad esempio – non disdegnava la compagnia (e l’amore) di persone con cui il resto della società borghese non avrebbe voluto spartire un solo attimo di mondanità, figuriamoci di intimità. Proveniente da una famiglia disastrata, la sua compagna di vita fu una specie di poetessa bohémien di inzio XX secolo.
Si dedicò a innumerevoli e disparati lavori, più moderno Cervantes scalmanato.
Erano per lui motivo d’interesse e compagni gli ultimi degli ultimi: quasi commovente un suo reportage fotografico sugli homeless di Londra, recentemente riportato alla luce. Poi, a quarant’anni, morì giovane come Fitzgerald e in odore di suicidio come Hemingway, quasi sotto una nefasta stella si fossero riuniti tra i più brillanti scrittori statunitensi del secolo scorso.
La prefazione della Fallaci a ‘Il richiamo della foresta’ (BUR, quasi introvabile) è, da solo, un componimento di critica letteraria struggente, una dichiarazione d’amore e comunque un testo che non può lasciare indifferenti.
A mo’ di proclama, la Fallaci scrive la prima riga, semplice e potente: ‘ ”Il richiamo della foresta”, inno alla libertà’. La scrittrice, amata e odiata alla stessa maniera,  la libertà l’ha sondata da più punti di vista, sempre inediti, sbagliando, anche. E il Jovanotti che canta ”la giornalista scrittrice che ama la guerra perchè le ricorda quando era giovane e bella”, nonostante le forti dichiarazioni di lei all’indomani dell’11 settembre, stridono con la volontà di una giornalista che a lungo la storia l’ha voluta sempre seguire sul campo, fiutandola nel vento in un mondo ancora molto, molto maschile. Lei, elmetto e taccuino, prima reporter europea sul campo di guerra, merita di essere riletta (forse si, gli scritti di quando era giovane e bella più di altri) in questi tempi in cui il raziocinio e la critica di qualità sono alquanto latitanti. Anche per criticarla.

La Fallaci introduce la sua esperienza di lettura del libro in maniera personale ed intima, aprendo al lettore le porte della sua casa di bambina, la libreria adorata e ricca sui cui lei si è formata. Su quel giorno in cui prese tra le mani ‘Il richiamo della foresta’ e…

”Quando ebbi finito il libro, non ero più la bambina che credeva a De Amicis e a Salgari e a Verne in un mondo di bugie affascinanti e pietose. Ero una bambina pronta a trattar con gli adulti in un mondo di dure realtà. Una bambina cui Buck aveva insegnato che la vita è una guerra ripetuta ogni giorno (militia est vita homini super terram, nd Ina), spietata, crudele, una lotta da cui non puoi distrarti un minuto, neanche mentre dormi, neanche mentre mangi, altrimenti ti rubano il cibo e la libertà. Dio, era così facile perdere la libertà”.

La spina nel fianco che la Fallaci è sempre stata al senso comune è nata esattamente qui, nel momento in cui ha chiuso l’ultima pagina di questo libro. E in questo momento, sono sorte le domande che ha continuato a porsi e a porre sul senso della vita, dato che è così dura, e che si ritroveranno condensati in quella grande riflessione sulla Vita che è ”Lettera a un bambino mai nato”.

”Guai a perdere la libertà per buonafede o distrazione. Perchè la sua unica alternativa è la schiavitù, l’ingiustizia, la vergogna, le cinghie di cuoio che ti legano alla slitta dei cercatori d’oro. […] Non sono certa di ringraziare Buck per avermi insegnato certe verità così presto: mia madre aveva ragione a dire più-a-lungo-un-bambino-resta-bambino-meglio-è’. Nella vita esiste una sola verginità , quella chiamata infanzia, e perder l’infanzia a dodici anni fa male. ”

E quindi perchè dovremmo essere felici a capire le cose, a distaccarsi da questo Eden? Che senso ha continuare la corsa dopo la perdita della verginità? Con un procedimento a lei caro, prima ti butta nell’abisso, poi ti mostra la ragione:

”Ma l’infelicità ha il merito di far ragionare: molte cose che fino a quel giorno non avevo capito io le capii, di colpo, indentificandomi in Buck. Perché vedi, c’era in fascismo, allora, in Italia. E sebbene fossi nata sotto il fascismo, non ne afferravo il significato. Ero talmente abituata alla sua realtà, ne ero totalmente condizionata: non ne conoscevo l’alternativa. Il fatto che le Camicie nere picchiassero, ad esempio, mi sembrava una disgrazia normale come la grandine e le malattie. Si può forse impedire la grandine, si posson forse impedire le malattie? Buck mi spiegò innanzitutto che il fascismo non era la normalità”.

Se pensate che tutta questa carica si esaurisca contro un fatto storico-politico, aspettate di leggere gli strali contro la cosa più cantata e osannata sulla faccia della terra: l’amore, visto qui come attentato sommo contro la libertà personale. Per la quale, ”bisogna prima sopravvivere, non perdersi in piccole inutili audacie”.

”Sto dicendo che per me Buck fu una lezione di guerra, di guerriglia, di vita. E come tale guidò la mia adolescenza, la verde stagione che m’avrebbe portato ad essere ciò che spero o cerco d’essere: una donna disubbiente, insofferente d’ogni imposizione. Altri si formano su testi più sacri. Io mi formai sul calvario di un cane. Altri ebbero eroi più importanti. Il mio eroe fu un cane. Ma la verità più atroce che egli aveva da insegnarmi la capii molti anni dopo, da adulta: quando mi divenne evidente che, alla libertà di un individuo, perfino l’amore rappresenta una minaccia’.

Potrebbe giustificare già adesso tutto il suo ragionamento, invece lei va oltre, molto oltre. Descrive con queste parole l’amore del cane per l’umano, un amore assoluto:

‘I suoi muscoli d’acciaio, i suoi denti di ferro, la sua vista e il suo udito e il suo odorato che captano gli odori e i rumori e i contorni più lontani non gli servono più, ora che il suo unico scopo è amare ed essere amato. E questo delirio felice lo ingrassa, lo blocca come un’ancora. Bisogna che Thorton venga ucciso dagli indiani Jeehats perchè Buck tagli l’ancora e ritrovi se stesso: in un’epica liberazione che è preludio di libertà, di libertà assoluta. E per l’ultima volta in vita sua Buck permise alla passione di imporsi sull’astuzia e sul ragionamento. E fu il grande amore per Thorton che gli fece perdere la testa. Non più né cane né lupo ma demonio, si lancia con un ruggito tremendo sui Jeehats e uno ad uno gli squarcia la gola. Poi, rimasto solo e levato di quell’amore che lo rendeva più schiavo delle cinghie, della frusta, del lavoro, si allontana tra gli alberi e torna laggiù dove non esistono catene né legami né àncore. Insomma questo libro io lo vedo come un inno alla libertà. Anzi, la libertà assoluta.’

Dove assoluto, ricordiamolo, significa letteralmente cioè etimologicamente svincolato, senza catene o legami. Ma se la libertà è l’assenza di passioni ed amore, che senso ha la vita, perchè la si vive?
Con un intelligente gioco di lettura del libro alla luce del momento storico che lei stava vivendo, e senza snaturare nulla del libro, ci dà risposta, in qualche modo: se chiaramente l’assenza di libertà è male, la libertà è bene – per quanto illusorio, ma comunque da perseguire. E lo fa parlando di Olocausto.

‘Quel giorno lontano dei miei dodici anni preococi ed infelici, io cercavo senza saperlo il problema che secondo me è il problema centrale della vita: il problema della libertà. E Buck me lo trovò: estraendolo dagli abissi inesplorati della mia intuizione infantile e regalandolo a una futura coscienza di adulta. Neanche due anni dopo esplose l’8 settembre: l’occupazione nazista, la Resistenza. Poichè grazie a mio padre mi trovai dalla partre di coloro che morivano per la libertà, fu facile per me sfruttare il regalo di Buck: interpretare il suo ululato come richiamo di libertà. E solo diventando donna avrei realizzato che la libertà assoluta non esiste. Non per gli uomini, almeno. Ad essi infatti non è dato tornare lupi e cioè puri. È dato esclusivamente battersi per un sogno, un’utopia, una leggenda. La storia di Buck non si conclude forse con una leggenda? […] quel libro non ce l’ho più. Lo prestammo a una dolce maestra di scuola, l’ebrea Rubitchek. E quando, nel 1944, a Firenze, i nazifascisti rastrellaron gli ebrei, insieme alla signorina Rubitchek rubarono i libri che teneva in casa. Nè lei potè reclamarli, dopo. Finì in un campo di concentramento in Germania dove morì come Curly: sbranata dai cani selvaggi che poi si leccan le labbra.’

Non esistono esseri umani perfetti, esistono idee forse non tanto da fare proprie, ma sui cui discutere costantemente. È, secondo me, questo il primo e più nobile compito di coloro che si definisco ”intellettuali”: filtrare, setacciare, anche in mezzo a parole non sempre luminose per poi riportare in superficie questi tesori.
Fallaci si, Fallaci no. Amore come mancanza di libertà assoluta, amore come senso della vita. Ognuno decida per proprio conto, ma ragionandoci su. E per quanto mi riguarda chiudo con questo, col piglio amichevole e familiare che a lei piaceva tanto usare, il ‘vedi’ riferito al lettore, come se ci stesse parlando. Con me, lei e Jack hanno parlato spesso:

‘Ma un libro, vedi, non è mai ciò che dicono i più raccattando le tesi di chi li ha preceduti; non è nemmeno ciò che intendeva dire l’autore. Un libro, soprattutto quando diviene opera d’arte, è ciò che tu ci trovi attraverso te stesso. E’ spesso la ricerca di te stesso, la scoperta di te stesso.’

Buona lettura a tutti, buona ricerca di se stessi, o della propria (illusoria) libertà.

”Per l’amore darei la vita, ma per la libertà darei anche l’amore” (Andrè Gorz).