MEI – Museo Nazionale Emigrazione Italiana

Il MEI – Museo Emigrazione Italiana, Roma.

Non sapevo che nella pancia dell’Altare della Patria a Roma fosse ospitato il Museo Emigrazione Italiana. Mi ci sono imbattuta per un fortunato e fortuito caso, scoprendo che racchiude un piccolo tesoro culturale fatto di tantissime storie di emigrazione italiana. Riporto qui le scritte esplicative riportate sui muri, censuro invece le lacrime che non ho trattenuto nel vedere le fisarmoniche provenienti dall’Argentina, le valigie un po’ da tutto il mondo,  i vademecum per gli Expat del secolo scorso, i beauty case di giovani spose. Per favore, visitatelo.

DALLE PARETI DEL MEI

Se i Cavour, Mazzini, Garibaldi, Vittorio Emanuele II hanno ‘fatto l’Italia’, a ‘fare gli Italiani’ hanno contribuito, in maniera particolare e spesso ignorata, anche i milioni di emigrati che, lasciando il proprio paese durante la sua unificazione politica, hanno portato con sé valori e tradizioni, li hanno messi in relazione (non senza scontri e incomprensioni) con i diversi stili di vita dei paesi di destinazione, hanno creato nuove identità e appartenenze, spesso bi-nazionali. Partiti come veneti, lombardi, napoletani o siciliani si sono scoperti, in emigrazione, soprattutto come ‘italiani’ capaci di ridisegnare nuove legami con il paese e la regione natia. Senza il riconoscimento del ruolo svolto dall’emigrazione, la storia d’Italia è sicuramente incompleta.

Per conoscere come è cresciuto il paese, per capire come si è sviluppata l’economia e la società italiana è indispensabile ricordare che milioni di contadini sono stati cacciati dalle loro terre, che altri milioni di lavoratori hanno preferito lasciare volontariamente un paese che non offriva prospettive e che si serviva dell’emigrazione per mantenere bassa la pressione sociale.

Nel lungo processo di unificazione che ha portato gli italiani a sentirsi popolo, un ruolo importante è stato giocato dai 29 milioni di contadini, operai e piccoli imprenditori che, proprio per la loro particolare esperienza migratoria, hanno contribuito al processo di definizione dell’identità italiana.

Questi emigranti, infatti, hanno sapuro combinare la memoria dolorosa di una terra avara lasciata alle spalle con la speranza di una vita migliore da creare altrove, hanno saputo unire le diverse regioni di provenienza in una identità condivisa di ‘italiani all’estero’, hanno, infine, saputo legare tra loro paesi diversi (quello di arrivo e quello di partenza) in un rapporto di conoscenza e scambio reciproco. Pieni di speranza e, a volte, di illusioni, partiti alla ricerca di un’esistenza migliore e di un futuro dignitoso per sé  e per le loro famiglie, ‘hanno fatto’ molti dei paesi di destinazione. Giunti in ogni angolo del mondo, spesso senza mezzi e senza conoscere la lingua, hanno saputo affrontare e superare, non senza sacrifici, le difficoltà del processo d’integrazione, hanno diffuso nel mondo la cultura ed i valori italiani e hanno contribuito allo sviluppo della vita economica, sociale e culturale dei paesi d’insediamento.

Questo luogo di memoria della lunga e intensa storia migratoria degli italiani non vuole comunque fossilizzare in alcune, seppure in suggestive, immagini o filmati di repertorio, un’avventura considerata finita. Vuole, invece, diventare strumento capace di aiutare ed affrontare e a vivere positivamente le odierne sfide che le migrazioni propongono. Si tratta infatti di offrire un’opportunità, soprattutto ai giovani, di un luogo in cui il passato, presente e futuro sono legati insieme da quel filo vitale rappresentato dalla memoria che non é mai solo ‘ricordo nostalgico di tempi andati’ ma sentirsi a casa anche tra persone di origini ed esperienze diverse.

A questi italiani che, da lontano, hanno contribuito a creare quello che siamo oggi, l’Italia, facendo ammenda degli errori   e delle omissioni del passato, dedica questo ‘museo’, riconoscendo, così, nell’esperienza migratoria un elemento fondamentale della proprietà nazionale.

http://www.museonazionaleemigrazione.it/museo.php?id=2

Nota dell’autrice

Di fronte allo sbriciolamento del fronte nazionale, a tanti drammatici eventi non facili da decifrare; di fronte alla caparbietà tanto del popolo di giovani che se ne vanno quanto di quelli che restano; di fronte ai giochi a volte disorientanti della politica e alle macerie delle macerie di Pompei e di tutta l’arte lasciata esposta alle intemperie culturali.

Io non trovo altra cura ai miei assillanti ‘perché’ se non nella nostra eredità culturale. Bisogna proteggerla dagli assalti di un oblio calcolato. La cultura ha ampi spazi e confini labili, al suo interno tutti sono concittadini: quello che ama la musica e il musicista, quello che ama la poesia e il poeta; chi si muove nell’arte, chi cucina, chi coltiva e chi sa costruire un violino con mani sapienti di 400 anni; chi si muove nei luoghi di protezione della memoria e dell’identità, siano biblioteche, musei, archivi, quelli che cercano di preservare dalla corrosione della sciatteria le tracce della storia di una collettività.

È sempre difficile parlare di Italia, dalla lunga storia, dai mille dialetti, dal mosaico di ascendenze artistiche, gastronomiche…eppure ci siamo sentiti – si sono sentiti e si senteranno – terribilmente italiani, noi tutti, voi tutti, loro tutti quelli che dall’Italia se ne vanno. Nemo Italiano in patria, fuori si. Patria da abbandonare, patria a cui tornare, in uno schizofrenico sentimento di nostalgia e repulsione.

Forse non siamo ancora popolo, se non dal di fuori e quando stiamo fuori.

Dimentichi della nostra storia, ci sfugge una lettura di tanta attualità.

Guardiamo con sospetto il migrante, noi che siamo stati un popolo di migranti. Togliamo la connotazione geografica di emigrante o immigrante, togliamo I prefissi, I suffissi  – non pensiamo a dove si va e da dove si viene, per un attimo: cosí tutti saremo migranti. Capiremo cosí che le sofferenze e le conquiste di tutte le persone che lasciano il proprio paese sono le stesse per tutti i paesi e per tutte le epoche.

Ellis Island. Entri nel museo e ci trovi valigie. C’è un muro imponente ad Ellis Island, su cui sono iscritti migliaia di migliaia di nomi delle persone che si sono riversate nel ‘Nuovo Mondo’ alla ricerca di una nuova vita.  Ci sono miei parenti, ognuno ha un parente sul muro di Ellis Island. Che sta a ricordare di come ogni paese è ciclicamente tempo di emigrazione o immigrazione, di sogni o di incubi, e che tutti sentono il bisogno di cambiare il proprio destino, e hanno il diritto di provarci. Se si evocano le storie di migrazione, tutti siamo più uguali che mai.

Noi italiani, che vediamo questa cosa distrutta e frammentata, piena di lotte intestine, che è l’Italia, e sappiamo che è nostra e che quello è l’unico posto a cui possiamo appartenere, anche se portiamo le nostre radici in giro per il mondo, e sappiamo aprirci all’accoglienza di chi, come noi, ha il diritto di muoversi. Non dovremmo fare della nostra ricchezza variegata una debolezza, ma la forza della nostra identità.

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Ferrhotel di Mariangela Barbanente ( articolo scritto poco prima del BIf&st 2012)

A breve, Bari ospiterà nuovamente il Bif&st, sontuoso banchetto del cinema italiano e straniero quanto mai composito, interessante e festoso. Per questo appuntamento, la città sembra diventare la capitale del cinema offrendo ai suoi cittadini un vero parco giochi di visioni, laboratori, dove non manca l’occasione di potersi confrontare de visu con attori, registi, critici, colti inaspettatamente per strada o in conosciuti locali baresi mentre si abbandonano alla nostra amata cucina. Ed è bello anche questo, di una festa è degno di nota anche il dietro le quinte.

Così come Bari si scopre per una settimana capace di accogliere con amore ed entusiasmo un organismo complesso e sofisticato quale una rassegna cinematografica di tale respiro,  è proprio un documentario in cartellone al Bif&st, “Ferrhotel”, che alza il velo su un’altra Bari, che vede ed è vista, ma a volte non abbastanza o non vuole farlo.

“Ferrhotel” documenta la quotidianità di un dramma consumato silenziosamente proprio nel cuore della città, dove un gruppo di Somali trova rifugio in un grigio hotel in disuso che si erge proprio fuori la stazione centrale. Con una delicatezza e profondità eccezionali, la regista pugliese Mariangela Barbanente cattura piccoli squarci di vita quotidiana di persone costrette a scappare dal proprio paese lasciandosi alle spalle guerre, povertà e dolore ma anche persone amate. Senza intrusioni da parte della macchina da presa, ma al contrario con la partecipazione dei protagonisti che si raccontano in prima persona, si dipana una storia fatta di ricordi e di sogni in stand-by, di un senso di salvezza però corroso dal male dell’immobilità. Salvi da drammi sconcertanti, gli ospiti di Ferrhotel iniziano a sentire il peso di un’attesa che sembra non dover finire mai. Hanno lasciato i loro paesi con la speranza della realizzazione di una nuova vita, invece il tempo passa e tutto rimane immobile. Raccontano le loro aspettative deluse, nel limbo dell’attesa di un lavoro e di un’opportunità li si scopre simili a tanta gioventù meridionale, paralizzata e  irrealizzata perché senza lavoro, senza prospettive di cambiamento: i discorsi sono gli stessi. Eppure sembra peccato pensare a questo, perché qui non c’è la guerra, qui non c’è la morte, ed è difficile giustificare questa forma di sofferenza latente, trovandosi soffocati da un senso di lotta immobile e di estenuante logorio, che però non ha sangue e non ha fame.

Il documentario si svolge secondo un sottile gioco di contrasti, tra il fuori – una Bari appena scorta attraverso i vetri sottili dell’hotel, inconsapevole di essere osservata, quasi indifferente, e  il dentro – le stanze dell’edificio dove bruciano e si consumano le speranze dei rifugiati, mentre regna un sentimento di attesa tradita ogni momento. Ferrhotel ci consegna una città che è anche rifugio, una bolla di sapone tra i gioiosi schiamazzi dei ragazzi dello Scacchi e gli annunci della stazione, voci da fuori, bisbigli da dentro; luci urbane da fuori, candele da dentro.

La narrazione risulta straordinariamente delicata nel descrivere una tragedia non del sangue e della fame, ma del tempo, composta senza i toni sdolcinati del dramma ma con  un’evidente partecipazione umana, che si fa risorsa nel momento in cui riesce a vincere la difficilissima sfida di dover comunicare, al di sopra di tutto, la speciale dignità propria delle persone che prendono la sofferta decisione di scappare dai  propri paesi in difficoltà.

Colpisce lo straordinario ruolo delle donne che si preoccupano ed occupano dei loro connazionali, uomini che non mangiano per la depressione, e che vengono richiamati alla vita con affettuosi rimproveri da sorelle. E’ il racconto di un’alienazione, di un limbo, di un non realizzato, ma anche di legami umani, di amicizia e di parentela molto forti. Si scappa dalla guerra o dalla miseria e si finisce in un inferno più quieto, immobile ma non meno ammorbante. Un inferno di eterna attesa, di aspettative deluse, del sopravvissuto che arriva a destinazione e non può realizzare la sua vita altrove, ma nonostante questo, si alza una voce femminile che continua a progettare il futuro, a parlare di speranza, e a ricordare ai suoi connazionali il senso di appartenenza, di fratellanza, e di condivisione di un’origine che può salvare dalla disperazione.

Anche questa è Bari. Sull’ingressso  di questo edificio grigio e anonimo che è il Ferrhotel, c’è una targa che recita: “non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo”. Stiamo per accogliere una bella festa: buona visione a tutti.

 Febbraio 2012