Sessualismi riproduttivi: diritti sessuali e riproduttivi delle donne

n7*

M. Fernández

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‘Non dimentichiamo che il controllo sul corpo delle donne e sulla sua capacità riproduttiva è un elemento basico per il sostentamento della società patriarcale e della famiglia tradizionale’

 

La sessalità femminile e la maternità è un punto cardine per la lotta femminista. La maternità parte da un modello precostruito che si è trasmesso socialmente con una forza coattiva straordinaria dal patriarcato.

La offensiva degli antiabotisti è una guerra ai diritti delle donne, perché l’aborto è trasgressione di un modello associato alle donne.

Come il diritto costruisce e regola la cittadinanza sessuale? Il diritto all’aborto è centrale per la costruzione democratica della società perché è un diritto alla decisione.

L’aborto ha la particolarità che è un atto che può essere portato a termine solo dalle donne.

L’Olanda consente l’aborto libero fino alle 24 settimane di gestazione (ed è il Paese con meno aborti). Non è solo la normativa che influisce sulla incidenzia dell’aborto ma l’educazione sessuale, la famiglia e l’influenza religiosa.

Storicamente le donne hanno sempre abortito clandestinamnete con gravi rischi per la vita delle donne.

Lo Stato, come principio giuridico, deve garantire i diritti di tutte le persone su due assi: volontà indivduale e persone più vulnerabili. In merito al primo asse, lo Stato deve rimuovere ogni ostacolo all’autodeterminazione personale.

L’arbitrarietà del diritto storico. Il codice Hammurrabi è il codice più antico conosciuto: non puniva le donne che interrompevano la gravidanza e contemplava un risarcimento per la donna che abortiva a seguito di atti di violenza; Egitto: l’aborto non era punito ma contemplava il reato di infanticidio; Roma: l’aborto era punito a partire dall’epoca imperiale e solo in merito alle donne sposate perchè era visto come un’offesa al marito. Col Cristianesimo il feto è associato all’essere umano nato – inizia l’associazione aborto/omicidio. Nel Medioevo era delitto abortire il feto animato ovvero con anima razionale che, secondo la Chiesa,  era formato al 40° giorno se il feto era maschio e all’80° se era femmina. Pio IX impose una tesi: animazione immediata ovvero dal concepimento.

Diritto alla vita e stato giuridico del feto – il feto è o non è una persona con diritto alla vita? Cos’è il diritto alla vita? Rispettare una vita nella sua pienezza o, secondo un’altra concezione più ampia – biologica, fisica, etica – implica concetti come dignità umana e qualità di vita.La riproduzione è un tema pubblico o privato? Di che diritto si parla in merito?

Storicamente lo stato liberale ha consentito la violenza domestica. La nozione di ‘intimità’ legittima il potere in ambito privato. Il privato necessita una contestualizzazione che attualmente non ha.

 

Nel conflitto degli interessi a prevalere è la donna che ha diritto a decidere se vuole o non essere madre.

Abbiamo bisogno non una legge penale ma civile che regoli i diritti riproduttivi.

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n.7**

M. Pineda

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‘Lo Stato spagnolo dovrebbe assicurare che tutte le politiche sulla parità che si realizzano tengano presenti i diritti sessuali e che questi non si limitano all’ambito sanitario’

Quattro anni fa il PP approvò il decreto di legge dell’ordinamento sanitario – ovvero esclusione sanitaria – che ci ha messo in una situazione di vulnerabilità pazzesca.

Non possiamo parlare di diritti umani in Spagna, quando si attaccano i diritti umani – in primis alla salute; se si vulnera uno si vulnerano tutti. Lo sappiamo ma non lo applichiamo.

Sessualismo: descriminazione per motivi di genere.

 

Identità sessuale, educazione sessuale, opzioni sessuali – tutto questo concerne i diritti sessuali.

Il non accesso è la peggiore vulnerabilizzazione che possiamo avere.

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n.7***

S. De Las Heras

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‘Dobbiamo tener presente che la sessualità e la riproduzione sono stati temi tradizionalmente relegati allo spazio privato, zeppi di pregiudizi, e uno dei pilastri su cui si è basato il sistema patriarcale’

Le giuriste femministe hanno a disposizione i diritti umani, in quanto i diritti umani sono l’abc di ogni rivendicazione politica perché le legittimano.

Sessualità e riproduzione sono relegati allo spazio privato anche in un ordine gerarchico di svantaggio rispetto all’ambito pubblico.

Fino al 1994 (Conferenza internazionale sulla popolazione e sviluppo – El Cairo) non si riconoscono espressamente i diritti sessuali e riproduttivi.

Che sono? Sono diritti relativi alla sessualità e alla riproduzione che tutelino le libertà di decisioni, tutela, etc della donna (salute, aborto, etc).

Rilievo alle linee guide del CEDAW, specialmente in merito:

  • Eliminare gli stereotipi nell’ambito della riproduzione e il suo impatto di genere;
  • Importanza della maternità come ‘funzione sociale’,
  • Responsabilità condivisa tra padri e madri rispetto ai figli/figlie;
  • Evitare discriminazioni in funzione della maternità;
  • Diritto all’accesso ai servizi di salute e pianificazione familiare;
  • Diritto a decidere quanti figli*avere e quando.

La crisi economica non ha coinvolto solo I cittadini e le cittadine a livello laborale-economico, ma i tagli hanno aggravato la discriminazione per motivi di genere (riduzione dei posti negli asili 0-3 anni, per esempio).

La legislazione risponde a un modello liberale, capitalista e patriarcale che pronuove la familia patriarcale.

Risposta medica al rinvio dell’età per avere figli (gravidanza assistita) – ma non sociale (persone che hanno fatto la riproduzione assistita 25 anni fa).

POR QUÉ SOY FEMINISTA

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Autodeterminazione personale e diversità sessuale: generi, identità e orientamenti sessuali come costruzioni sociali

M. Missé

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‘Il discorso circa la depatologizzazione intende passare da un modello medico a un modello di diritti umani, in cui i professionisti della salute accompagnino ma non decidano le forme di intendere e vivere la transessualità’.

La categoria trans è una categoria socio-medica; però, la cosa positiva, è che nel momento in cui il contesto medico solleva problemi, al contempo cerca di fornire strumenti per la soluzione.

Ad oggi la transessualità è ancora categorizzata come disturbo psicologico ovvero disforia di genere.

Un po’ di storia: nel 1869 emerge il termine omosessuale (Kertbeny), con cui si indicava tutto ciò che era diverso dall’eterosessuale;

1910: emerge il termine ‘travestitismo’ (Hirshfeld), fenomeno che indica la pratica di vestirsi con abiti del sesso opposto. Questo dottore non enucleò il fenomeno come una stortura, non voleva che ‘i normali’ dessero soluzioni, ma voleva capire come queste persone potessero relazionarsi normalmente con gli altri in società.

1919: creazione dell’Istituto per gli studi sulla sessualità di Berlino.

1933: Distruzione dell’Istituto da parte dei Nazisti.

Harry Benjamin: lancia un processo sperimentale di trattamento ormonale. Propose la divisione, all’interno del travestitismo, in due gruppi: persone che volevano solo vestirsi da sesso opposto senza cambiar sesso e persone che volevano fisicamente cambiar sesso, iniziando a parlare quindi di ‘transessualità’. Dal 1966, con il libro ‘Il fenomeno della transessualità’, afferma  che le persone transessuali meritavano la dovuta attenzione in quanto era una questione di salute (trattandosi di persone che soffrivano di un disturbo).

Il 17 maggio 1990 – giorno internazionale della lotta all’omofobia – la transessualità entra nel catalogo dei disturbi mentali.

Ad oggi, il ruolo del medici si sta trasformando in uno strumento di controllo, soprattutto perché è rimasta, di fondo, l’ideologia che vede la transessualità come un  disturbo. A casa ho un documento che attesta che io soffro di un disturbo mentale di genere, incurabile, che però ha un trattamento.

Se la transessualità è il problema di essere nat* nel corpo sbagliato, la soluzione sarebbe ‘aggiustare’ il corpo. C’è chi contesta questa lettura per il fatto che non si può nascere nel corpo sbagliato. In altri ambiti sarebbe inaccettabile, anche perché non tiene conto del fatto che c’è una identità sessuale e di genere non legata al corpo. Non inizia e finisce tutto nel corpo.

Questo ha a che vedere con la pressione inculcata socialmente verso l’appartenenza a un genere o a un altro, che porta, come soluzione, a voler modificare il corpo al più presto verso l’appartenenza a un genere o all’altro.

Mi domando spesso cosa sarebbe successo se io fossi nato in un contesto meno ostile per le donne molto mascoline.

La transessualità è la prova più lampante che la costruzione del genere è relativa, ma al tempo stesso la conferma per il fatto che un transessuale vuole conformarsi a un genere o a un altro.

No esiste il sesso nel cervello.

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JOSE A. M. VELA

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‘Il cambiamento maschile deve essere come è stato (ed è) l’impoteramento femminile: permette alle donne di sfuggire dall’asfissiante normatività del modello tradizionale e mettersi di fronte a una vera scelta di vita’.

TRANSEXUALIDAD DAVID Y GOLIA

Donne e politica: partecipazione e rappresentazione (II parte)

N. 4*

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‘A volte le discriminazioni che patiscono le donne sono indirette e passano come non percepite. È necessario dare visibilità a queste situazioni e lavorare per trovare soluzioni a queste disuguaglianze’.

C. Lasén

Il Consiglio d’Europa è un concetto diverso dall’Unione Europea. Ne fanno parte tutti i 47 Stati tra cui Russia, Turchia, Estonia, Finlandia, etc.

La sua importanza sta nel fatto che funge da laboratorio anche per temi delicati come la bioetica.

I dati ci dicono che non esiste uguaglianza né in Europa né in nessun altro Paese al mondo.

Le donne sono vittime di discriminazioni multiple alla luce della loro identità multipla (es. donna e migrante).

Strumenti utili:

 

Il governo svedese si autodefinisce ufficialmente ‘femminista’.

I giudizi sull’aspetto delle donne in politica sono tra i principali deterrenti per la partecipazione attiva alla politica da parte delle donne. (Rilancio il seguente link, per farsi un’idea, ndb)

Alla fine della prima settimana di corso, mi rendo conto che i concetti su cui più si è insistito sono: (mancanza di) sensibilità per una prospettiva di genere, (mancanza di) visibilità del ruolo delle donne, stigmate per il concetto di femminismo. 

 

Per dindirindina, usano il Gender al consiglio d’Europa!

Guardate, ci sono parole in bella vista e prima di tutte GENDER (vicino  EQUALITY, RIGHTS…brutte parole, brutte!)

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Certo, se si capisce il perché (avendo un minimo di curiosità per un minimo d’informazione).

Il Consiglio d’Europa si sforza, almeno sulla carta, di teorizzare delle strategie, linee guida, piani d’azione per un esercizio quanto più equo della vita civile, politiche di genere comprese.

‘Raggiungere la parità di genere è fondamentale per la protezione dei diritti umani, il funzionamento della democrazia, il rispetto dello stato di diritto, la crescita e la sostenibilità economica’.

‘Il Consiglio d’Europa si sforza di combattere gli stereotipi di genere, il sessismo e la violenza contro le donne nelle sue diverse forme. Mira a cambiare modi di pensare e attitudini, a promuovere una partecipazione equa di uomini e donne nella vita politica e pubblica e incoraggia l’integrazione di una prospettiva di genere in tutti i programmi e politiche. Un cambio nelle relazioni di genere, la tutela della libertà d’azione delle donne*, e l’abolizione dei tradizionali stereotipi negativi di genere sono la chiave per conseguire la parità di genere’.

Cose così, insomma.

 

*La parola inglese ‘empowerment’, o la spagnola ‘empoderamiento’ rimandano a un’idea di ‘potenza’ della donna, nel senso di libertà e facoltà di attuazione delle proprie potenzialità (più che ‘potere’), in condizioni di fiducia e incoraggiamento a sostegno della realizzazione del sé. La difficoltà della traduzione sta per me nel fatto che non voglio passare il concetto di ‘dare potere’ alla donna, in quanto le donne, come tutte gli esseri umani, lo hanno già; semmai, dovremmo parlare di abbattimento delle barriere (culturali, sociali, politiche) interposte tra le donne e le opportunità di realizzazione personale.

 

LA COSTRUZIONE DELLA SFIDUCIA VERSO IL FEMMINILE

Dal senso comune, dalla condivisione manifesta o subdola di alcuni modi di pensare, prendono vita molti comportamenti sociali.
Ci sono atteggiamenti che necessitano un’attenta lettura per esseri individuati.
Spesso ho vissuto o sono stata testimone di quello che definisco la costruzione della sfiducia verso il femminile, una sottile forma di violenza che si annida nei nostri reconditi modi di pensare che portano ad associare e ridurre il femminile solo a determinati ambiti, mentre non risulta naturale pensare che le donne possano operare e pensare anche altrove e in diverse modalità.
È un approccio che tende a generare un orientamento, più o meno conscio – molto più spesso inconscio – di sfiducia circa la competenza delle donne in alcune situazioni (dalle più banali alle più complesse), e senza motivo.

Vorrei portare un esempio. Un giorno, in aereo, stavamo sorvolando la Campania. Ho fatto spesso questa tratta e il mio occhio si è abituato alla geografia “dall’alto”. Un signore di mezza età, rapito dallo splendido spettacolo che una perfetta visibilità rendeva ancora più pittoresco, si domandava dal finestrino dove fossimo e cosa fossero quei rilievi suggestivi, quei paesaggi pieni di contrasti dove il segno dell’uomo sfida la natura, senza celare la memoria di remoti disastri e dove, tuttavia, una caparbia urbanistica continua la sua scommessa
“Se mi posso permettere, signore, quello è il Vesuvio”, intervenni dal mio posto sul corridoio, da cui potevo comunque guardare fuori. Il signore si ammutolì accennando un dubbioso e imbarazzato sorriso. Non mi credette. Come poteva una giovincella colmare una lacuna geografica o la pigrizia dell’occhio di un uomo esperto?
Non continuò neanche a parlare con la compagna di viaggio seduta al centro e rimase perplesso.
Dopo qualche minuto, il comandante annunciava l’atterraggio a Bari: “Signori e signore, stiamo cominciando la nostra discesa verso l’aeroporto di Palese, spero abbiate avuto modo di godere dello splendido spettacolo del Vesuvio che ci siamo appena lasciati alle spalle”. Ho guardando quindi il signore cercando una ilare complicità, un sorriso. Mi ha guardato invece stizzito.
È un esempio banale ma non posso ormai più contare le volte in cui quello che dico viene nel migliore dei casi non ascoltato se non deriso, almeno finché non incontra l’avallo di un’autorità percepita come superiore, e che coincide, nella maggior parte dei casi, con quella di un uomo. Succede a me, succede ad altre persone.

Un esempio più autorevole è forse rappresentato dagli inconcepibili commenti, da parte di alcune persone – poche ma foriere di un preoccupante campanello d’allarme – circa il rientro dell’astronauta Samantha Cristoforetti. Invece che essere un indiscusso motivo di orgoglio, la conclusione della missione della scienzata italiana è stata sabotata, in parte, da commenti modellati sui più obsoleti stereotipi maschilisti.

Alla luce di queste dinamiche, risulta attendibile la titubanza, per esempio, verso il concetto delle quote rosa; operativamente possono in effetti facilitare l’accesso delle donne in politica, ma a che serve se noi stessi, tra amic@, parenti, colleg@, noi – il popolo votante – non crediamo nella capacità politica delle donne?
Le donne non partecipano alla politica perché non ci sono ottimali condizioni operative per farlo (come carenti solo le misure per facilitare l’accesso al lavoro), ma, temo, molto di più perché è difficile creare il consenso attorno a loro. E poi, la potenzialità della maternità è vista sempre con sospetto (ricordiamoci, però, che questa si chiama discriminazione).

Eppure guardiamo la Spagna: Madrid e Barcellona hanno vissuto una svolta tutta “in rosa” con l’elezione a sindaco di due donne; una, riportando la capitale spagnola tra le fila della sinistra dopo 24 anni di Popolari, l’altra succede a 119 sindaci tutti uomini. Osserviamo dunque con speranza la Spagna, con un unico pensiero che getta un’ombra su questa nuova situazione: che si stia ricorrendo alle donne, una volta in più, in una situazione di emergenza, non privata ma pubblica, perpetuando gli oneri della cura – storicamente associati alle donne – nel mondo della politica in un momento in cui questa si è scoperta nella sua fragilità sistemica (idea che mi è stata suggerita dalla lettura di un discorso di Lea Melandri circa il ricorso alle donne come “risorsa” nei momenti di crisi e che qui riconnetto al contesto politico).

Un altro esempio tipico: mi è capitato sul lavoro o nel mondo accademico di dover svolgere delle mansioni a contatto con uomini. Non tutti, ovviamente, ma molti, quando hanno scoperto di dover essere affiancati da una donna, non hanno celato una sorta di disagio (anche se sospetto non l’abbiano fatto intenzionalmente, ma cattive pratiche interiorizzate possono agire quanto le volontarie). Come posso sentirmi io produttiva e partecipe del mondo se non godo della fiducia di chi mi sta intorno, a priori? E si badi bene, che la sfiducia non è promossa solo dagli uomini, anche se sono gli agenti principali in quanto detentori di maggior potere decisionale (basta, per esempio, guardare alle statistiche circa la disparità di genere sia in politica che nel management aziendale); conosco mediche (plurale femminile di “medico”, esiste?) che sono state oggetto – a priori – di sfiducia anche dai loro pazienti e dalle loro pazienti, salvo poi essere riabilitate solo alla luce del loro buon lavoro. Ma non si può lavorare sempre in difensiva, sempre con l’atteggiamento di chi – ribadisco, a priori – deve sempre essere sospettato di dover dimostrare qualcosa.

È un male che dobbiamo cercare di combattere, quello della sfiducia verso le donne. Una delle dinamiche che più mi ha colpito nell’ultimo film di Tim Burton, “Big eyes”, è la violenza perpetrata nei confronti della figlia della protagonista, violenza che prende le forme della negazione, da parte della madre e del suo compagno, della verità conosciuta e difesa dalla bambina. Convincere i bambini del contrario di quello che pensano – soprattutto quando questo è vero – significa distruggere la loro capacità di discernimento, non solo a livello intellettuale (distinuere con la ragione il bene dal male, il vero dal falso, e così via), ma soprattutto a livello etico. Se si minimizzano o confutano ingiustamente le idee di un individuo, tanto più se questo non ha i mezzi per opporre resistenza – si attua un sopruso, un gesto di estrema arroganza.

Allo stesso modo, oltre alla sfiducia promossa di cui parlavo sopra, se la società tenderà a rifiutare o negare delle problematiche specifiche, non ci sarà alcun progresso a livello di civiltà. Mi è capitato di imbattermi in alcune discussioni in cui la violenza di genere, oltre a non essere vista, è stata negata. Non riesco a spiegarmi l’origine di questo caparbio negazionismo che crea una gabbia intorno a degli esseri umani, fatte di ignoranza, mancanza di rispetto, prepotenza e povertà di spirito.

Non si tratta di una guerra di donne contro uomini (nonostante a volte i dati raccapriccianti sulla violenza di genere ci dica che una guerra c’è, e lascia sul terreno moltissime donne, si, soprattutto donne). Si tratta, prima di tutto, di creare le condizioni per cui tutti gli individui si possano sentire liberi di pensare, esprimersi ed essere presi in considerazione, invece di promuovere una sfiducia che, nel complesso, danneggia la società nella sua interezza.

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Margaret Keane, la cui vicenda viene raccontata da Tim Burton in “Big Eyes”