Il racconto di una Irma la dolce

Car* tutt*,

Vorrei condividere con voi la seguente riflessione.

Sono una persona molto dolce. Da sempre, negli altri, il mio ricordo evoca immagini di miele. Per fortuna, da un po’ di tempo a questa mia caratteristica – che comunque mi piace, che rimane e che voglio regalare a chi, come, quando ne ho voglia – è stata affiancata da una certa carica di guerriglia femminista. Perciò, adesso, molte delle persone che mi hanno solo e sempre conosciuta come ‘la dolce’ – proprio come la Irma del film – , rimangono abbastanza sconvolte da questa nuova versione di me. Femminista. Bene, sconvolgetevi.

Da questo nuovo punto di vista, ho messo bene a fuoco una convenzione sociale. Non importa quanto dolce tu sia, o donna; quanto cul*o ti sei sempre fatta, con integrità, per fare bene il tuo lavoro-studio o qualsiasi cosa tu faccia; non importa quante volte hai detto ‘no’ ai compromessi; non importa quanto onori padre e madre, anche quando non se lo meritano (e comunque riuscendo a mettere sempre al primo posto la tua vita non come comandamento ma come scelta); non importa quanto ami gli animali e ne raccogli a destra e a manca quanti ne puoi; non importa quanto volontariato fai; non importano neanche le gocce di sangue che vai a donare; potrei continuare a fare altri esempi di quello che generalmente fa – esteriormente – di una ragazza una brava ragazza (senza ipocrisia, quando la brava ragazza lo è davvero). Donna, tutte queste cose importano finché tieni ben chiuse le gambe, a inespugnabile difesa di quella roccaforte che il patriarcato vorrebbe per sé. Se al patriarcato fai capire che tra le gambe esiste solo un tuo territorio, importante per te, uno dei tuoi territori che fanno di te la persona che sei, non importa quanto brava ragazza tu veramente sia, ecco, put*tana sei e put*tana tornerai. La put*tana è quello stereotipo che vive come ombra dietro a tutte le donne del mondo, senza distinzione di razza, religione, peso e via dicendo, sempre pronta a essere calata come una rete addosso alla persona.

Non appena si sente puzza di sospetto (ma anche se è lampante, non importa, non importa davvero) che anche la ragazza ‘più brava’ del mondo vive o vuole vivere la sua sessualità come le aggrada, ecco l’orda di censori e censore a ricordarle il terribile memento.

Se alla brava, bravissima ragazza piacciono anche gli uomini e ne ha uno, centuno o centomila, ecco che torna lo spettro. E non ce ne si libera. E il morbo dilaga, magari, proprio da quella bocca che tu hai tanto amato per una notte o per mille. Quella bocca maschile, non sempre, ma può capitare che versi nelle orecchie dei suoi commilitoni che in città si è rivelata una nuova put*tana – ‘si, proprio lei, quella brava! Ma parla, ma come fa a parlare, proprio lei che… Le donne sono tutte uguali’. Come se un pisello fosse comunque portatore sano di put*tanaggine. E le commilitone concordano, pronte a ergere strenue difese di bravaggine (questa volta falsa) intorno ai loro uomini (nel caso la ex brava vera ora puta nova buttasse lo sguardo su di loro) e intorno a se stesse, a nascondersi dietro l’ingannevole e ipocrita costruzione sociale del controllo della sessualità femminile, che ci tiene tutt* al sicuro.

Non importa quanta merda spali duranti il giorno, o sorella; non importa quanti insulti devi schivare con l’orgoglio della tua bellezza e forza, di qualsiasi forme esse siano; se cerchi conforto nel sesso che ti piace tanto (ognun* sia liber* di vivere il sesso come vuole, come amore, conforto, professione, etc..) perdi l’accesso al paradiso.

Ora, non è sempre così, ma lo è generalmente grazie alla meticolosa difesa dello status quo che si promuove ogni giorno nella forme più disparate. E allora io dico di tenerci pronte, brave ragazze. Se si staglia lo spettro di una put*tana, voi, anzi noi, di risposta, teniamo sempre in tasca un dito medio da sguainare. Perché i dispensatori e dispensatrici di put*tane vincono se noi put*tane brave titubiamo, se vacilliamo, se ci sentiamo in colpa – colpa che non abbiamo.

Che poi, le put*tane vere sono donne come noi e io abbraccerò la lotta per il riconoscimento dei loro diritti, alla faccia di chi sotto il termine ‘prostituzione’ butta un po’ di tutto, non capendo niente. Comunque, che ha fatto la società? Ha impacchettato uno stereotipo sessista per usarlo in ogni momento come insulto che sta bene con tutto, proprio come il nero, contro la donna.

Il sesso che mi scelgo non fa di me una cattiva ragazza. E neanche ‘una brava ragazza, però…’. La libertà sessuale di una persona non è un’onta sulla sua condotta. Lo scrivo qui per ricordarlo ogni giorno.

Baci

Irma

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Sessualismi riproduttivi: diritti sessuali e riproduttivi delle donne

n7*

M. Fernández

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‘Non dimentichiamo che il controllo sul corpo delle donne e sulla sua capacità riproduttiva è un elemento basico per il sostentamento della società patriarcale e della famiglia tradizionale’

 

La sessalità femminile e la maternità è un punto cardine per la lotta femminista. La maternità parte da un modello precostruito che si è trasmesso socialmente con una forza coattiva straordinaria dal patriarcato.

La offensiva degli antiabotisti è una guerra ai diritti delle donne, perché l’aborto è trasgressione di un modello associato alle donne.

Come il diritto costruisce e regola la cittadinanza sessuale? Il diritto all’aborto è centrale per la costruzione democratica della società perché è un diritto alla decisione.

L’aborto ha la particolarità che è un atto che può essere portato a termine solo dalle donne.

L’Olanda consente l’aborto libero fino alle 24 settimane di gestazione (ed è il Paese con meno aborti). Non è solo la normativa che influisce sulla incidenzia dell’aborto ma l’educazione sessuale, la famiglia e l’influenza religiosa.

Storicamente le donne hanno sempre abortito clandestinamnete con gravi rischi per la vita delle donne.

Lo Stato, come principio giuridico, deve garantire i diritti di tutte le persone su due assi: volontà indivduale e persone più vulnerabili. In merito al primo asse, lo Stato deve rimuovere ogni ostacolo all’autodeterminazione personale.

L’arbitrarietà del diritto storico. Il codice Hammurrabi è il codice più antico conosciuto: non puniva le donne che interrompevano la gravidanza e contemplava un risarcimento per la donna che abortiva a seguito di atti di violenza; Egitto: l’aborto non era punito ma contemplava il reato di infanticidio; Roma: l’aborto era punito a partire dall’epoca imperiale e solo in merito alle donne sposate perchè era visto come un’offesa al marito. Col Cristianesimo il feto è associato all’essere umano nato – inizia l’associazione aborto/omicidio. Nel Medioevo era delitto abortire il feto animato ovvero con anima razionale che, secondo la Chiesa,  era formato al 40° giorno se il feto era maschio e all’80° se era femmina. Pio IX impose una tesi: animazione immediata ovvero dal concepimento.

Diritto alla vita e stato giuridico del feto – il feto è o non è una persona con diritto alla vita? Cos’è il diritto alla vita? Rispettare una vita nella sua pienezza o, secondo un’altra concezione più ampia – biologica, fisica, etica – implica concetti come dignità umana e qualità di vita.La riproduzione è un tema pubblico o privato? Di che diritto si parla in merito?

Storicamente lo stato liberale ha consentito la violenza domestica. La nozione di ‘intimità’ legittima il potere in ambito privato. Il privato necessita una contestualizzazione che attualmente non ha.

 

Nel conflitto degli interessi a prevalere è la donna che ha diritto a decidere se vuole o non essere madre.

Abbiamo bisogno non una legge penale ma civile che regoli i diritti riproduttivi.

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n.7**

M. Pineda

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‘Lo Stato spagnolo dovrebbe assicurare che tutte le politiche sulla parità che si realizzano tengano presenti i diritti sessuali e che questi non si limitano all’ambito sanitario’

Quattro anni fa il PP approvò il decreto di legge dell’ordinamento sanitario – ovvero esclusione sanitaria – che ci ha messo in una situazione di vulnerabilità pazzesca.

Non possiamo parlare di diritti umani in Spagna, quando si attaccano i diritti umani – in primis alla salute; se si vulnera uno si vulnerano tutti. Lo sappiamo ma non lo applichiamo.

Sessualismo: descriminazione per motivi di genere.

 

Identità sessuale, educazione sessuale, opzioni sessuali – tutto questo concerne i diritti sessuali.

Il non accesso è la peggiore vulnerabilizzazione che possiamo avere.

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n.7***

S. De Las Heras

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‘Dobbiamo tener presente che la sessualità e la riproduzione sono stati temi tradizionalmente relegati allo spazio privato, zeppi di pregiudizi, e uno dei pilastri su cui si è basato il sistema patriarcale’

Le giuriste femministe hanno a disposizione i diritti umani, in quanto i diritti umani sono l’abc di ogni rivendicazione politica perché le legittimano.

Sessualità e riproduzione sono relegati allo spazio privato anche in un ordine gerarchico di svantaggio rispetto all’ambito pubblico.

Fino al 1994 (Conferenza internazionale sulla popolazione e sviluppo – El Cairo) non si riconoscono espressamente i diritti sessuali e riproduttivi.

Che sono? Sono diritti relativi alla sessualità e alla riproduzione che tutelino le libertà di decisioni, tutela, etc della donna (salute, aborto, etc).

Rilievo alle linee guide del CEDAW, specialmente in merito:

  • Eliminare gli stereotipi nell’ambito della riproduzione e il suo impatto di genere;
  • Importanza della maternità come ‘funzione sociale’,
  • Responsabilità condivisa tra padri e madri rispetto ai figli/figlie;
  • Evitare discriminazioni in funzione della maternità;
  • Diritto all’accesso ai servizi di salute e pianificazione familiare;
  • Diritto a decidere quanti figli*avere e quando.

La crisi economica non ha coinvolto solo I cittadini e le cittadine a livello laborale-economico, ma i tagli hanno aggravato la discriminazione per motivi di genere (riduzione dei posti negli asili 0-3 anni, per esempio).

La legislazione risponde a un modello liberale, capitalista e patriarcale che pronuove la familia patriarcale.

Risposta medica al rinvio dell’età per avere figli (gravidanza assistita) – ma non sociale (persone che hanno fatto la riproduzione assistita 25 anni fa).

POR QUÉ SOY FEMINISTA

Donne e politica: partecipazione e rappresentazione (II parte)

N. 4*

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‘A volte le discriminazioni che patiscono le donne sono indirette e passano come non percepite. È necessario dare visibilità a queste situazioni e lavorare per trovare soluzioni a queste disuguaglianze’.

C. Lasén

Il Consiglio d’Europa è un concetto diverso dall’Unione Europea. Ne fanno parte tutti i 47 Stati tra cui Russia, Turchia, Estonia, Finlandia, etc.

La sua importanza sta nel fatto che funge da laboratorio anche per temi delicati come la bioetica.

I dati ci dicono che non esiste uguaglianza né in Europa né in nessun altro Paese al mondo.

Le donne sono vittime di discriminazioni multiple alla luce della loro identità multipla (es. donna e migrante).

Strumenti utili:

 

Il governo svedese si autodefinisce ufficialmente ‘femminista’.

I giudizi sull’aspetto delle donne in politica sono tra i principali deterrenti per la partecipazione attiva alla politica da parte delle donne. (Rilancio il seguente link, per farsi un’idea, ndb)

Alla fine della prima settimana di corso, mi rendo conto che i concetti su cui più si è insistito sono: (mancanza di) sensibilità per una prospettiva di genere, (mancanza di) visibilità del ruolo delle donne, stigmate per il concetto di femminismo. 

 

Donne e politica: partecipazione e rappresentazione

n.4

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M. Cervera

Come le donne vengano rappresentate in politica mi interessa, mi preoccupa e mi occupa, assieme al concetto di visibilità; le donne devono essere ‘visibilizzate’ per tutto quello che fanno.

Le donne devono partire dalla coscienza femminista per poter intervenire nella partecipazione.  Politica è ogni azione di trasformazione nel mondo.

Dire che vogliamo il 50% della presenza in politica è dire poco; il discorso è: a che società vogliamo appartenere? In quale politica vogliamo prendere parte?

Politica non è solo voto, leggi, governi, ma riguarda tutti gli ambiti della vita pubblica e privata. La politica è in tutti gli spazi della vita. Esserci e agire in società è politica.

La coscienza femminista viene dalla riflessione su come smarcarsi da quello che il patriarcato ha deciso per le donne.

Ci sono molte donne che hanno cercato di entrare nel mondo della politica formale secondo gli stessi schemi maschilisti.

Il femminismo è sempre coinvolto nella costruzione di modelli per rinnovare lo status quo verso un’inclusione più giusta di donne e uomini.

La rappresentazione è un tema molto complicato. Ognun* di noi rappresenta solo se stess*, la propria esperienza il proprio corpo ma proprio per questo è necessario mettere in relazione queste esperienze e fare rete. Bisogna tenere in conto l’estrema vitalità dei movimenti sociali.

I luoghi delle donne sono le piazze, le strade, le scuole, luoghi di rete, di auto-organizzazione.

Per la nostra esperienza, sappiamo che lavorare con chi è inserito nei luoghi di potere costa moltissimo lavoro. Ad oggi, ci sono anche delle femministe in questi spazi che vogliono far avanzare le nostre istanze. Noi ci chiediamo sempre fino a quando vale la pena; essere in rete con le donne femministe nelle istituzioni è imprescindibile però sempre sulla base della cooperazione con le associazioni. Non credo sia possibile cambiare le istituzioni dall’interno, ma dall’esterno, tramite la cooperazione, sì. Per esempio, è tanto difficile agire sull’aborto, nonostante il concetto elementare che il corpo della donna è della donna. Ma bisogna continuare a esprimersi, a criticare la legge in base a come noi pensiamo questa si debba esprimere a riguardo.

Un altro esempio: il lavoro. Lavoriamo tantissimo e guadagniamo poco o niente. Allora ci chiediamo quali lavori ci servono veramente, perché per esempio ci sono persone che stanno impazzando per fare cose che non servono a niente. Oppure riflettiamo sui consumi e su come possiamo vivere bene in questo mondo che stiamo distruggendo. Di certo, dall’alto, non si fomenta la discussione, anzi. È fuori dalle istituzioni, nei gruppi femministi, dal basso, che parte e deve partire la discussione.

È importante che la politica faccia proprie le istanze femministe per allargare la portata delle cose che ci stanno a cuore.

La politica non è per i partiti, è per la gente, specie per quelle persone che si spendono per le libertà anche se non sanno dove andranno a parare.

Dobbiamo riflettere, un* ad un*, per come attuare un cambiamento verso il rispetto della pluralità, in rete con i movimenti sociali.

Il femminismo non è il contrario del maschilismo; è un movimento trasversale che difende l’uguaglianza di tutte le persone per una società più giusta.

La moderatrice, Argelia Queralt, fornisce questi dati: 

 

In Spagna, solo il 3% delle donne si considera femminista ma in realtà ci sono molte più donne che difendono attivamente i diritti delle donne: il problema è che il termine ‘femminismo’ è stato stigmatizzato.

Interviene una donna con esperienza nel mondo della politica, dice con sarcasmo: ‘rivendichiamo il diritto a essere mediocri almeno la metà dei colleghi’.

 

 

Scusate se esistiamo: (offerte di) lavoro e disparità di genere

Questo articolo ha una parte distruttiva, in cui si analizzerà, criticandolo, il linguaggio di un testo, e una costruttiva, in cui si avanzerà una proposta linguistico-comunicativa più rispettosa di tutte le componenti della forza lavoro.

Stamane mi sono imbattuta in un post di un caro ragazzo che altruisticamente ha rilanciato un’offerta di lavoro. Sulla sua bacheca ha isolato la parte dell’annuncio che si riferisce alle figure professionali ricercate, e poi ha allegato la fonte diretta dell’annuncio. Ecco come si presenta il post:

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Con sincerità, chiedetevi che figura umana si è formata nella vostra mente man mano che leggevate il testo. A me, un uomo. Le donne, in questo testo, non esistono.

Si potrebbe fare appello al ‘maschile inclusivo’ per difendere l’imparzialità di genere del testo, ma, prima di tutto, correttezza e ragionevolezza grammaticale a parte, questo ‘inclusivo’ a me sembra invece tanto ‘esclusivo’ (e non in termini di eccellenza, ma in quanto ‘escludente’ della parte femminile) – la lingua italiana ha tale malleabilità che ci si aspetta che chi opera nella comunicazione pieghi rispettosamente e professionalmente questo meraviglioso idioma al rispetto della varietà di genere della forza lavoro. In secondo luogo, credo che il testo, per la sua monolitca insistenza sul maschile, manifesti un’idea implicita, strisciante, quasi subdola dell’antico stereotipo per cui non solo, in generale·, chi lavora è un uomo, ma che ci sono lavori particolarmente inadatti per le donne.

In questo caso, poi, lo stereotipo si spalma per tutte le posizioni, dalle più qualificate e tecniche (‘ingegneri, project manager, manutentori’) alle meno specializzate (‘addetto di contact center’).

Sono andata a controllare la fonte dell’offerta di lavoro, che è ancora meno attenta all’inclusività rispetto a questo piccolo stralcio.

Le donne sono state letteralmente spazzate via, neanche un blando appello ai ‘principi di imparzialità’, nella mia opionione, è rispettoso dell’esercito di laureate, esperte, addette di contact center, lavoratrici, insomma, che, nel mondo del lavoro continuano a dover calcare un sentiero in forte pendenza rispetto ai colleghi.

Ecco che la strada verso l’occupazione femminile viene già sbarrata e scoraggiata a partire da un banale annuncio di lavoro. Dalle parole, proprio così.

La cosa preoccupante è che quando ho fatto notare al ragazzo del post questo forte sbilanciamento, il suo largo audience mi ha completamente ignorata.

Comunque, vi dimostro come è assolutamente possibile redigere un annuncio di lavoro che non tratti le candidate come fantasmi (gli incisi in parentesi sono miei commenti aggiuntivi):

‘XXX ha avviato le selezioni per l’assunzione di 75 nuove unità lavorative (o ‘nuovi/e dipendenti’) da inserire nei ranghi tecnici e amministrativi della società.

Si tratta di 22 operatori/operatrici XXX nelle province di XXX etc, 5 manutentori elettrici specialisti (questo non posso correggerlo perfettamente non sapendo esattamente di che mansione si tratta, dunque azzardo ‘5 addetti/addette specialisti/e per la manutenzione elettrica’) , 5 addetti/addette di contact center, 1 esperto/esperta XXX, 2 laureati/laureate in giurisprudenza, 1 Project manager per attività internazionali, 5 manutentori meccanici specialisti (come prima, azzardo ‘5 addetti/addette specialisti/e in meccanica per la manutenzione’), 4 laureati/laureate in chimica, 10 geometri/geometre, 2 ingegneri/ingegnere con laurea magistrale in Ingegneria Civile per attività in ambito strutturale, 2 ingegneri/ingegnere con laurea magistrale in Ingegneria edile-architettura, 10 ingegneri/ingegnere con laurea magistrale in Ingegneria Civile, percorso XXX, 2 ingegneri/ingegnere con laurea magistrale in Ingegneria Civile esperti/esperte in analisi dei dissesti e dei consolidamenti strutturali, 2 ingegneri/ingegnere con laurea magistrale in Ingegneria Elettrica, 2 Ingegneri/ingegnere con laurea magistrale in Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio.’

Ho volutamente scritto per esteso ‘laureate’ preferendolo alla formula, pur corretta, di ‘laureati/e’, per il profondo avvilimento nel non vedere adeguatamente rappresentata la parte femminile; dunque, mi rifiuto di accettare anche visivamente la declinazione femminile a mo’ di costola di adamo. Questo è frutto della stizza che mi prende, e sapete perché? Perché penso alle mie amiche laureate in ingegneria che hanno condiviso con me le ansie da esame, le lotte quotidiane in un ambiente ostile, la difficoltà ad inserirsi nel mondo del lavoro, e le amiche già ingegnere, che magari devono fare le equilibriste. Penso a chi lavora nei contact center, in perenne precarietà. Penso a loro e mi arrabbio, penso a loro, a me, a noi come donne e non mi sento rappresentata, anzi mi sento ricacciata all’indietro.

Auguro a persone meritevoli di ottenere questi posti di lavoro, perché il merito è l’unica cosa che conta in una selezione. Una volta che i contratti siano stati firmati, avrei la curiosità di sapere quante firme portano un nome femminile e quanti uno maschile, e a che altezza dell’organigramma aziendale.

Ah, si tratta di una grossa azienda pubblica.

Sembra il preludio del film con Paola Cortellesi, ‘Scusate se esisto’.

Scusate se esistiamo.

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ps: ho portato il mio punto di vista. Le persone che non si sentono rappresentate dal maschile o dal femminile usualmente inteso e che per questo sono state discriminate hanno tutta la mia solidarietà.

 

  • Recentemente ho ascoltato per radio il racconto di una donna che dal parrucchiere ha incontrato un’amica accompagnata dal figlioletto. Al piccolo è stato domandato il lavoro dei genitori che, nella risposta, nel caso della mamma si è trasformato in un ‘la mamma cucina’ a dispetto del fatto che la donna, in realtà, non solo lavora ma copre anche una posizione dirigenziale (cosa che era già nota a chi ha posto la domanda)

La mitica sfuriata di Calypso, tra serio e faceto

Tutti conosciamo la storia di Calypso, ‘colei che nasconde’, ovvero colei che raccoglie dai flutti bellissimi eroi sperduti e, trastullandosi, li trastulla sulla sua bellissima isola.

Già dai tempi del liceo, mi ha colpito come Calypso abbia poi lasciato andare il suo prediletto Odisseo piegandosi al volere ineluttabile degli dei suoi superiori, senza però prima cantargliele quattro. Insomma, la ninfa è la prima indignata della storia della letteratura.

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Edward Poynter, La caverna delle ninfe (1903)

Chi è Calypso? È, non a caso, una ninfa, ovvero una dea di seconda classe che si potrebbe definire una sorta di spirito della natura. Le ninfe sono esseri molto liberi che godono di alcuni previlegi delle dee (l’immortalità, per esempio) ma che hanno anche caratteristiche un po’ più umane, nel complesso.

Calypso, che per una scelta ‘politica’ aveva fatto arrabbiare gli dei perché per colpa del suo complesso di Elettra aveva scelto di affiancare il padre titano nella Titanomachia, viene relegata a vivere su un’isola dove – sempre per ripicca, diciamo – le arrivavano eroi con poco senso dell’orientamento di cui lei si innamorava, ricambiata, almeno per un po’; la punizione consisteva nel fatto che poi gli aitanti giovanotti, a un certo punto, dovevano riprendere la strada di casa lasciando lei in preda a un forte disappunto.

Comunque, Calypso viveva h24 con le tette al vento a cantare, filare e giocare con le sue amiche tettealvento ninfe. E Ogigia, che per fortuna era rimasta comunque ancora fuori dal turismo di massa, era un’isola rigogliosa con una natura florida e incontaminata.

Ovvio che, quando gli eroi approdavano da lei, eran ben contenti di aver scampato la morte in braccio a tale splendido gineceo.

Ora, il problema è che Calypso, dopo aver salvato, curato, rifocillato e dilettato Odisseo (dilettandosi a sua volta), se ne affeziona molto, lei stessa affascinata dalla sua mente, definendolo continuamente ‘dalla mente multipla’, ovvero intelligentissimo.

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Jan Brueghel il vecchio, Ulisse e Calypso, (1616)

Se sei intelligentissim* può essere che tu sia un protett* di Atena, la dea più cervellotica di tutt* nata per cafalogenesi da Zeus (mica poteva nascere da una qualsiasi vagina, per quanto divina, eh). Ora, quel gran romanticone di Odisseo, tra un trastullo e l’altro, va a lagnarsi mane e sera sulla spiaggia, a piangere la sua Itaca e forse Penelope.

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Arnold Böclin, Ulisse e Calipso (1883)

La sua mamma divina, Atena, non ce la fa più con questa lagna, questa continua zanzara nelle orecchie bianche come l’alba, e allora chiede al paparino Zeus di risolvere. Zeus spedisce Ermes da Calypso intimandole di lasciar ripartire Odisseo. Quando Ermes scorge Calypso e i suoi tizzoni ardenti negli occhi, conia la famosissima frase ‘Ahò, ambasciator non porta pena’, e le comunica la decisione degli dei.

È ora che il povero messaggero degli dei si fà carico delle ire della cabreadissima Calypso, che acconsente al rilascio di Odisseo, ma, essendo una che non le manda a dire a nessuno, rispedisce Ermes al mittente col seguente messaggio protofemminista.

Che non è giusto che fin quando è un dio a trastullarsi con una mortale, no pasa nada e che ora invece, essendo lei una ninfa libera diviene oggetto dell’invidia divina. Sì, la bellissima Calypso taccia gli dei di invidia, perché è ovvio che nel sistema di valori in cui si innesta la vicenda raccontata non era prevista la libertà sessuale femminile. Ora, noi sappiamo che anche le dee amavano mortali e si vendicavano per il rifiuto di questi esattamente come le divinità di sesso maschile; ciò che colpisce del discorso di Calypso è che lei cita – naturalmente per supportare il suo discorso da un’ottica al femminile – solo casi di figure di sesso maschile che hanno goduto di una libertà che adesso lei vede essere sottratta a se stessa (lei infatti cita Orione – che verrà poi ucciso da una furiosa Artemide, altro riferimento non casuale, comunque – Giasione e lo stesso Giove) .

Comunque, nel mondo greco esistevano due cose, sopra tutte, che non si potevano violare, il volere degli dei e le porte dell’Ade (salvo alcune eccezioni, comunque dall’esito infelice), perciò non c’è alternativa, Calypso deve lasciar andare l’amato. A dire il vero, si insinua il dubbio che la pobrecita non ce la facesse più a sopportare questa malombra che, ricordiamo, tra un trastullo e l’altro, andava a versare lacrime amare sulla spiaggia. E che barba. Forse, nobilmente, non ce la faceva più a vedere la persona amata soffrire, e dunque, per altruismo, gli costruisce la barca, gli dà da mangiare, forse anche un ultimo trastullo (non attestato, è una mia supposizione) e lo lascia andare.

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Henri Lehmann, Calypso che piange Ulisse sull’isola di Ogigia

 

Nell’ultimo dialogo con Odisseo, un po’ per vanità, emerge una certa riluttanza della dea all’idea che l’eroe ‘ricco d’ingegni’ la stia comunque preferendo a una comune mortale, rinunciando lui stesso all’eterna giovinezza e alla mortalità, che poi, Calypo – di cui parte della parte umana era affetta da stereotipi estetici – era pure sicura che Pene era più bassa, vecchia e brutta di lei, il colmo dell’incazzatura. Capitela.

E allora il cauto Odisseo, che certo non voleva essere fulminato da Calypso dopo averne passate tante e dovendone passarne altrettante, le dice: ‘madonna santa, Calypso (che, in base all’insistenza su altezza, età e aspetto, doveva essere una sorta di Giselle Bündchen -2.0A.C. – ), certo che Penelope non può competere con te per altezza o bellezza; è che sai, mi manca proprio la mia terra, sai, ‘la solita strada, bianca come il sale, il grano da crescere, i campi da arare’’; e allora, un po’ addolcita, la dea lo lascia proprio andare.

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Trovo interessante che in ‘Pirati dei Caraibi’ sia rispuntata una Calypso davvero particolare. Maga, nera, mutevole. Che si arrabbia tantissimo quando non solo la mettono letteralmente in gabbia, ma soffre per essere stata costretta a una forma sola. Perché, evidentemente, se Odisseo era ‘quello dai molti ingegni’, forse Calypso è quella dall’identità multipla. Una sorta di ‘dáimon’, dalla potenza creatrice, assimilabile forse al concetto di ‘dáimon’ – uno spirito guida mutevole ma puro e intuitivo, insomma, positivo – espresso nel sottovalutatissimo ‘La bussola d’oro’.

 

 

 

My name is Calypso
And I have lived alone
I live on an island
And I waken to the dawn
A long time ago
I watched him struggle with the sea
I knew that he was drowning
And I brought him into me
Now today
Come morning light
He sails away
After one last night
I let him go.

Suzanne Vega, Calypso

Dedicato ad Elena, per la nostra ironia : )