Quali meccanismi di protezione dei diritti umani abbiamo a disposizione per denunciarne la vulnerabilità?

n.3

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J. Saura

Gli esperti che compongono i Committee vengono eletti dagli Stati Membri. Si esprimono nelle dispute tra individui, tra individui e Stato e tra Stato e Stato, vagliano i report redatti dagli stessi Stati membri (funzioni consultive) e, per determinati Committee, possono anche svolgere delle indagini in loco. (Per quanto riguarda il comitato per l’eliminazione della discriminazione contro le donne, CEDAW, si segnala la presenza dell’italiana Biancamaria Pomenarzi, ndb).

Le relazioni e i pareri emessi dai Committee non hanno tanto un valore di intervento concreto ma sono fondamentali per testare quanto viva, solerte e attiva è la sensibilità civica di un Paese, quanto la società civile è capace di recepire le consulte ed eventualmente mobilitarsi nei confronti dello Stato di appartenenza.

La partecipazione è importante perché se non parliamo noi, altri lo faranno per noi.

Il CEDAW ha ricevuto critiche per la mancanza applicazione del principio di parità, essendo composto solo da donne; un paradosso, alla luce del fatto che nessun* ha obiettato, fino a pochissimo tempo fa, per la quasi totale presenza maschile in quasi tutti gli altri organismi.

 

Consultare qui la relazione sulla violenza contro le donne; qui, invece: raccomandazioni del committee of Ministers, Convenzione di Istanbul e dettagli,

 

 

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Per dindirindina, usano il Gender al consiglio d’Europa!

Guardate, ci sono parole in bella vista e prima di tutte GENDER (vicino  EQUALITY, RIGHTS…brutte parole, brutte!)

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Certo, se si capisce il perché (avendo un minimo di curiosità per un minimo d’informazione).

Il Consiglio d’Europa si sforza, almeno sulla carta, di teorizzare delle strategie, linee guida, piani d’azione per un esercizio quanto più equo della vita civile, politiche di genere comprese.

‘Raggiungere la parità di genere è fondamentale per la protezione dei diritti umani, il funzionamento della democrazia, il rispetto dello stato di diritto, la crescita e la sostenibilità economica’.

‘Il Consiglio d’Europa si sforza di combattere gli stereotipi di genere, il sessismo e la violenza contro le donne nelle sue diverse forme. Mira a cambiare modi di pensare e attitudini, a promuovere una partecipazione equa di uomini e donne nella vita politica e pubblica e incoraggia l’integrazione di una prospettiva di genere in tutti i programmi e politiche. Un cambio nelle relazioni di genere, la tutela della libertà d’azione delle donne*, e l’abolizione dei tradizionali stereotipi negativi di genere sono la chiave per conseguire la parità di genere’.

Cose così, insomma.

 

*La parola inglese ‘empowerment’, o la spagnola ‘empoderamiento’ rimandano a un’idea di ‘potenza’ della donna, nel senso di libertà e facoltà di attuazione delle proprie potenzialità (più che ‘potere’), in condizioni di fiducia e incoraggiamento a sostegno della realizzazione del sé. La difficoltà della traduzione sta per me nel fatto che non voglio passare il concetto di ‘dare potere’ alla donna, in quanto le donne, come tutte gli esseri umani, lo hanno già; semmai, dovremmo parlare di abbattimento delle barriere (culturali, sociali, politiche) interposte tra le donne e le opportunità di realizzazione personale.

 

Judith Butler e l’Europa in crisi d’identità

Juidith Butler ha chiuso ieri il ciclo d’incontri D.O. Europa, con un intervento che affrontava la questione dell’identità europea a partire dalle persone.

Il suo discorso insiste soprattutto su due temi: l’emergenza umanitaria dei profughi e il revival di movimenti di estrema destra nel Vecchio Continente.

La filosofa inquadra le varie questioni secondo una prospettiva che le è molto cara, quella del ragionamento attorno all’identità.

Incalzata dalla moderatrice Mònica Terribas su cosa sia quell’entità collettiva – il ‘We’ -, Butler suggerisce un approccio dinamico che mette in luce la relatività identitaria del ‘We’:

‘Nessuno può definire il ‘We’ e nessun gruppo può dire ‘Noi siamo il We’. ‘Nosotros’ è elaborato attraverso una serie di gruppi che lo reclamano per sé; le persone parlano attraverso un ‘noi’ e a volte questo può portare una competizione. Ricordo di aver assistito a delle manifestazione in Egitto. C’era un gruppo di persone, a sostegno di Mubarak, che dicevano ‘noi siamo il We’, e c’era un altro gruppo in opposizione che rivendicava la medesima cosa. È una dinamica di antagonismi ma quello che importa è che ci sia antagonismo senza violenza. Dobbiamo essere aperte e relativizzare sempre il ‘We’ per preservare la democrazia.

La democrazia è un ideale, non possiamo dire di averla raggiunta: è un processo in atto, una continua tensione verso di essa.

In Spagna e in Italia c’è stato il fascismo ma non possiamo dire di averlo superato perché è riemerso. È riemerso, per esempio, come approccio contro i migranti’.

Mònica porta all’attenzione della pensatrice la questione di sovranità popolare, rappresentanza politica e dissenso, a cui Butler risponde:

‘La sovranità è un concetto un po’ obsoleto per alcuni miei colleghi di sinistra. Noi pensiamo che la sovranità proceda dalle persone allo Stato tramite il voto. Ma se poi governo eletto attacca la stampa, diventa uno Stato di polizia o affronta l’emergenza migranti in una certa maniera, le persone possono mobilitarsi contro questo governo che non le rappresenta più, anche se lo hanno votato. Quando questo gruppi si organizzano, si richiama la sovranità popolare e si verificano le crisi politiche. Noi abbiamo questo potere che può fermare economia e mercati’.

Mònica le chiede in che forme debbano organizzarsi questi movimenti di matrice sociale, se debbano trasformarsi in vere e proprie forze politiche.

Butler: ‘Alcuni di questi gruppi aspirano a diventare movimenti politici e cercano una rappresentanza parlamentare. Ce ne sono altri che si battono per le politiche sociali ma non vogliono avere potere politico e vogliono rimanere fuori dalla politica vera e propria. Io penso che le due forme siano entrambe necessarie. È un gap necessario. Ci deve essere una sovranità popolare e una statale. Per legittimare ciò che di fatto delegittima lo Stato è necessario che si sia qualcosa non coinvolto nel potere, in qualche modo.

Per quanto riguarda il discorso del Femminismo e dei movimenti LGBT, è assolutamente giusto e auspicabile che lo Stato riconosca i diritti civili senza che poi chi ne è interessato venga necessariamente ‘statalizzato’. Si può parlare, relazionarsi col potere dal di fuori, lottando in prima linea per un cambiamento prima di tutto sociale.

Un altro esempio: abbiamo visto, in passato, manifestazioni a Roma, a Montreal e più recentemente in Sud Africa contro l’aumento delle tasse universitarie che avrebbero di fatto impedito l’accesso alla parte più vulnerabile della popolazione. Questi gruppi non vivono le stesse situazioni ma sono in contatto tra loro. Stanno coordinando gli sforzi, e possono essere molto efficaci. Non è indispensabile trasformarsi in forza partitica, anche perché i partiti guardano a questi movimenti sociali e imparano da loro.’

Butler rilassa i toni scherzando sulla sua stessa identità: ‘In quanto donna, oh bhé, sono io una donna?’ e trascina la platea nel suo stesso sorriso – poi attacca un bellissimo discorso sull’invisibilità delle persone in una situazione di vulnerabilità:

‘La demografia della vulnerabilità è cambiata.

Quando stavo scrivendo ‘Gender trouble’ (‘Questione di genere’, tradotto in italiano nel 2013, ndb) era la metà degli anni ’90, al tempo ero sicuramente femminista – come per moltissimi aspetti lo sono ancora oggi – ma non esisteva il movimento Queer; è un libro difficile e molto accademico, ve ne chiedo scusa, ma stavo cercando di portare nell’ambiente accademico alcune tensioni sociali. All’epoca, alcune cose non erano riconosciute: c’erano delle persone che non potevano piangere il proprio partner in caso di morte o non potevano andare in ospedale, perché a livello sociale non erano riconosciute. Era come se vivessero una seconda perdita. Queste persone non potevano piangere per le loro perdite come succedeva per tutti gli altri, che sono normalmente oggetto di abbracci, parole di conforto, di elaborazione del lutto a livello sociale.

Lo stesso è ora per i rifugiati.’ – a questo punto Mònica la interrompe parlando di come l’Europa sta pensando di ridistribuire i profughi tra gli Stati membri, e Butler riprende il discorso dicendo una cosa che ha fatto calare un silenzio amarissimo in sala (già silenziosa, ma sembrava che la platea avesse smesso di respirare):

‘state ridistribuendo quelli che riescono ad arrivarci, in Europa. I sopravvissuti. Quelli di cui vi rendete conto, non quelli di cui non vi rendete conto come i bambini morti che guardate in foto. Ci dovrebbero essere più foto, più storie, più contestualizzazioni.

Molte persone si sentono minacciate, in Europa, temono di perdere il lavoro, di non riuscire a pagare spese e debiti, etc… . Il numero di poveri e di precari sta crescendo spaventosamente. La classe media ha la percezione che sta scivolando verso la povertà. Anche l’Europa ha migranti economici che si spostano. Dobbiamo recuperare i principi di giustizia economica per tutti, pensare come realizzarla per noi. Dove vanno i soldi? Perché dicono che non ci sono i soldi per l’emergenza, dove sono andati? Dobbiamo domandarci questo, e mirare alla ridistribuzione delle risorse in modo che le persone ‘legali’ e quelle ‘illegali’ possano vivere la loro vita. ‘We’, e non ‘noi/loro’.’

(Parla di ‘global slum’ circa il dilagare della povertà a livello di sistema.)

A riguardo le donne in politica negli USA, dichiara:

‘Possono essere femministe a anche criminali di guerra, senza purezza. La forza del femminismo, comunque, non è reclamare la conformità, ma gestire i conflitti al suo interno.’

‘La crisi economica, il razzismo contro i migranti e il nazionalismo stanno portando in Europa un revival del nazismo.

Bruxelles deve ripensare al suo ruolo in questa situazione economica e la sua politica verso i migranti: ha fallito.

Hannah Arendt argomenta che ogni Stato che si definisce come portatore di una sola nazionalità cercherà sempre di espellere chi intacca la purezza della nazione per conservare e riprodurre la sua purezza come Stato (principio di ‘One State, one nationality’). Con questa idea, non vuole cedere le sue pretese di nazionalità al contatto coi profughi. Si parla di Eurocentrismo, la l’Europa è già multietnica, multiculturale, poliglotta e non si torna indietro anche se si rifiuta di essere trasformata dai rifugiati.’

La teorica delle questioni di genere ci lascia un bel confronto, scevro anche solo dal sospetto di snobbismo accademico. Cravatta-cerniera fucsia, un inglese ben scandito senza la fretta di chi ce la mette tutta a non voler farsi capire, mostra una statura intellettuale che potrebbe mettere in soggezione ma non lo fa, affiancata sempre da un’ironia intelligente che mette tutti a proprio agio, mentre si ragiona insieme.

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Il rinnovamento democratico dell’Europa in cui crede Yanis Varoufakis

Scottata dalle difficoltà per assistere al discorso di José Mujica dello scorso maggio (https://speropromittoiuro.wordpress.com/2015/06/01/jose-mujica-il-politico-umanista/), mi sono mossa con due ore di anticipo per partecipare all’incontro che ieri Yanis Varoufakis ha tenuto presso El Born Centre Cultural, Barcellona. Sono riuscita ad accaparrarmi per un soffio uno dei 300 posti gratuiti messi a dispozione per seguire l’incontro, dato che una lunghissima e variegata fila già si era srotolata lungo buona parte del perimetro della struttura del Born.

Barcellona è ora più che mai una città che vuole interrogare e interrogarsi su tanti temi civili; la città propone, la cittadinanza risponde attivamente.
Il ciclo di incontri D.O. EUROPA, inaugurato lo scorso anno, ha interpellato pensatori e intellettuali per discuere del futuro dell’Europa. L’edizione corrente è stata aperta da Loretta Napoleoni con l’intervento ‘Europa in stato d’allerta: il terrorismo, la vulnerabilità del XXI secolo’; Owen Jones (28 ottobre) parlerà dell’Europa delle classi nel XXI secolo; e mentre in Italia la parola ‘gender’ suona come una chimera confusa tra le nebbie di tanta ignoranza, Judith Butler, la filosofa che già venticinque anni fa sollevava l’urgenza di ripensare in maniera dialettica le ‘Questioni di genere’, chiuderà il ciclo il 9 novembre con ‘L’Europa delle persone’. http://elborncentrecultural.barcelona.cat/cicles/do-europa-2015/

Gli incontri sono moderati da Mònica Terribas, ‘giornalista e dottoressa in Filosofia specializzata in costruzione d’identità’, che ha presentato l’ospite di ieri non solo come ex ministro dell’economia greca, ma come una professionista della materia che si è prestato alla politica. Un economista, professore e scrittore che, dopo un dottorato in economia conseguito in Inghilterra, ha insegnato in varie università in giro per il mondo per poi assumersi il delicato incarico di traghettare la Grecia sulla acque turbolente della crisi verso un approdo più sicuro. Come scrittore si è dedicato soprattutto al tema della disuguaglianza economica, su cui è tornato molto spesso durante l’incontro, indicandola come quella che dovrebbe essere uno dei più grandi motivi di vergogna per ogni europeo.
(Sul suo profilo Twitter, Varoufakis si presenta così:)
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Prima di tutto, Varoufakis ha tanto di quel carisma che se lo vendesse coprirebbe il debito pubblico di Italia e Grecia messe insieme.
Sicuro di sé ma non arrogante, concreto e ironico, ha animato un incontro che si è rivelato piacevolmente coinvolgente a dispetto delle delicate tematiche affrontate, e mirato anche alla sollecitazione della nascita di una sorta di fronte civile politico europeo capace di imporsi sia come organismo di controllo e di democratizzazione delle strutture politiche europee già esistenti sia come promotore di una nuova politica più equilibrata.

Di seguito, riporto parte del discorso, che ha preso le mosse partendo da una corrispondenza tra il crollo di Wall Street del ’29 e la situazione attuale in Europa:

‘Thanks you, gracias Barcelona. Durante gli anni ’20, a seguito del crollo di Wall Street, gli Stati europei si misero gli uni contro gli altri, esattamente come è successo dopo la crisi del 2008; la storia si ripete, sbandierando sotto i nostri occhi la frammentazione che serpeggia in Europa oggi. L’America è un Paese….molto complicato, ma ogni volta che si presenta una crisi, i vari Stati rispondono compattandosi, uniti nell’affrontarla. In Europa succede esattamente il contrario; qui, abbiamo creato degli organi il cui compito sarebbe quello di unirci, come avviene negli USA, ma che sortiscono l’effetto opposto, verso la frammentazione.

Il compito dello Stato, ovunque, è garantire equilibrio tra classi sociali; l’Unione Europea nasce come organo di tutela tra cartelli. Un cartello ha bisogno di garanzie, in teoria la moneta unica avrebbe dovuto garantire un equilibrio ma non si può individuare in questo un collante solido.

Bruxelles odia la democrazia. Quando noi siamo andati a Bruxelles a dire che eravamo stati eletti per proposte diverse, ci hanno guardato come alieni. I poteri di Bruxelles e della Banca Centrale di Francoforte non rispettano le spinte democratiche.

Il parlamento europeo è un edificio molto interessante (usa proprio la parola ‘building’, ndb) pieno di gente che però non forma un Parlamento. Anche proponendo una buona idea, il Parlamento europeo non la puó ratificare perché non ne ha i poteri legali.

La Grecia ha sentito una pressione e una depressione come nessun altro Stato europeo. Noi siamo stati eletti per andare dire all’EU che tutte le loro iniziative per la Grecia erano fallimentari. Ci hanno risposto che potevamo proporre qualsiasi cosa…a patto di rispettare quello già deciso cinque anni fa.

La verità muore a Bruxelles quando si accendono i microfoni.

L’Europa è attanagliata da quattro grandi problemi: crisi economica (abbiamo salvato le banche con investimenti che non torneranno mai indietro); povertà; mancanza di investimenti; crisi sociale. Questi problemi sono intimamente connessi e dovrebbero essere risolti simultaneamente; cosa che allo stato delle cose non è possibile.
Quando la crisi colpisce economie profondamente diverse che utilizzano la stessa moneta, si assiste a uno tsunami che procede dalle nazioni più forti alle più deboli.
Per esempio, prendiamo la massiccia esportazione delle Volkswagen (oops, non lo dovevo dire…), dalla Germania alla Spagna. Il denaro viene accumulato in Germania (come viene accumulato in Spagna quello proveniente del turismo, è la stessa cosa) ma ciò che crea squilibrio sono gli interessi. In Germiania gli interessi sono molto più bassi quindi il denaro dalla Germania viene prestato alle periferie.
Non si dovrebbe accumulare denaro in un posto centrale quando c’è una moneta unica, perché come conseguenza, durante periodi di crisi, i governi più vulnerabili ricorrono a tagli e inasprimento della tassazione sui propri cittadini.

Quali potrebbero essere delle soluzioni ai quattro problemi principali.
Bisogna troncare l’allenza tra banche e politica.
Bisogna alleggerire i tassi d’interesse sul debito.
La Banca Centrale d’Europa non deve essere costretta a stampare questa enorme quantità di moneta.
La mancanza di investimenti è la manifestazione della crisi correlata all’accumulo di denaro. La crisi si manifesta principalmente in due modi: attraverso il debito e l’accumulo di denaro che ‘stagna’. In Europa, in questo momento, paradossalmente, c’è tantissimo denaro, che non è in mano ai cittadini, ma ai pochi ricchi. Ricchi che conservano tutto questo denaro nei conti bancari. C’è crisi perché c’è troppo denaro? Si. Proprio così, tanto denaro non investito perché non si sa in cosa investirlo: tenerlo in banca con interessi negativi? Nei bond, che però sono pericolosi? Sotto il materasso?
Si dovrebbero investire in green economy (abbiamo bisogno di fonti di energia e quelle che utilizziamo sono sporche), in industrie o aziende pre creare buoni posti di lavoro per le persone. Ma non si investe, perché c’è la crisi; e c’è la crisi perché non si investe, è un circolo vizioso. La Banca per gli Investimenti Europei potrebbe spezzare questo circolo e riattivare un meccanismo virtuoso; potrebbe investire, e legalmente, in green economy comprando il debito di uno stato membro.

La Cina ha salvato l’EU nel 2009, assumendo un investimento enorme. Sperava che avrebbe retto, non ha retto perché l’EU non ha un programma di investimenti.
L’Europa non si distingue per il suo livello intellettuale né per il suo impegno.
Come in chiesa, si ripete una litania: ‘ci sono le regole, le regole sono regole’; le regole però sono un mezzo, non un fine!
Una democrazia è buona se ha la capacità di sintetizzare la diversità di chi la compone.

La crisi sociale. Ogni persona in Europa dovrebbe vergognarsi del livello della distribuzione della ricchezza.
La povertà è legata alla capacità di affrontare la crisi. Se Draghi inviasse a ogni famiglia in difficoltà – in tutti i Paesi d’Europa – lo stesso asseggno di 300 euro per comprare cibo, e solo per il cibo, in quelle famiglie si compatterebbe il senso di appartenenza, ma questo, per come stanno le cose, è illegale.

La povertà porta certe conseguenze. Nel mio Paese, non abbiamo un gruppo neonazista ma nazista (Alba Dorata).

Tutti siamo politici.

Perché non creare un fronte comune a livello europeo che secondo un percorso inverso rispetto a quello usuale si ripercuota dall’alto verso il livello nazionale e locale?
Dovremmo pensare a democratizzare Bruxelles, mettendola sotto il controllo dei cittadini. È un’idea radicale, ma perché non divulgare tutto quello che viene discusso al vaglio degli Europei?
Dovremmo pensare concretamente a target diversificati a corto, medio e lungo raggio, ad azioni da intraprendere in queste tre tempistiche.
Andrò a parlare ovunque in Europa. A me, da greco, interessa la Grecia e la Grecia, col suo collasso, è stato un ‘laboratorio’. Voglio parlare da Europeo agli Europei.
Non voglio parlare di partiti locali. La mentalità partitica non è una buona base per costruire una nuova Europa. Dobbiamo costruire un network europeo oltre le affiliazioni particolari a livello nazionale.
Dobbiamo creare un contenitore per poter discutere come stiamo facendo oggi, con trasparenza assoluta. Quando si negozia qualcosa, i cittadini devono sapere. Si otterrebbe solo attraverso la creazione di un’assemblea dove tutti i rappresentanti d’Europa possano discutere. Creare una nuova costituzioni che sostituisca le contraddizioni che stiamo vivendo, spinti da un movimento spontaneo.

Voi qui, in Catalonia, vi sentite soli, come ci siamo sentiti soli noi greci. Allora che le persone possano unirsi sviluppando un senso di identità sovranazionale. Le lotte degli europei sono molto simili, oltre le differenze economiche. Possiamo essere uniti verso la democratizzazione di Bruxelles, creando un sentimento democratico europeo.

(Mónica gli chiede come ha vissuto le sue dimissioni, ndb). Esternamente, erano in diciotto contro di me, ma non mi hanno né stressato né depresso. Il problema era a casa, in famiglia, interno, nel mio governo.
Credo che il percorso ci sarà, per quanto lungo.

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