Il diritto di contare – Hidden figures

Da una storia vera

Pensiamo a ‘Il diritto di contare’ con il suo titolo originale, ‘Hidden figures’, per due motivi. Il primo riguarda la tematica: il film pone l’accento non (solo e non tanto) sulla scarsa presenza di donne in ambito scientifico e tecnologico, al contrario. Dimostra come le donne abbiano sempre cercato di esserci, e quando la loro volontà – sopravvivendo ad assalti esterni di varia natura – si è concretizzata in presenza, lo sforzo di sabotarle si è tradotto, appunto, in occultamento. Ecco che una delle protagoniste principali, la genia della matematica Katherine Johnson (Taraji P. Henson) deve lottare per vedere la propria firma di fianco a quella del collega (uomo e bianco) sui report (di calcoli complicatissimi) che di fatto lei ha redatto. Perché all’epoca non era contemplato che una donna e una nera firmassero, cioè esistessero (pur esistendo).

Il secondo motivo riguarda una sottigliezza – una delle tante, a dire il vero – della pellicola: le protagoniste vengono chiamate per nome continuamente, quasi a voler riscattare quel vuoto di riconoscimento che la ripetizione nominale vorrebbe emendare a mo’ di formula magica: ‘come ha detto che si chiama? Katherine Johnson’, ‘mi ripete il suo nome? Dorothy Vaughan’ (Octavia Spencer), ‘Buonasera, sono Mary Jackson e sono regolarmente iscritta’ (Janelle Monáe) e così via.

Il film è piacevolissimo perché parla di questioni serissime – l’oppressione contro le donne, la segregazione razziale (sommate, queste due componenti, nelle figure principali) – e di fatti storici quali la corsa allo spazio (tra isteria da spionaggio, sospetto comunista e minacce belliche) riuscendo a coinvolgere senza appesantire. Belli gli estratti da filmati storici e le emozionanti immagini del lancio dei razzi e della terra dallo spazio.

Il focus è sulla questione di genere e sul colore della pelle; le tre donne riusciranno a diventare figure chiave della storia della NASA perché meritevoli e tenaci. La loro vicenda straordinaria è riportata senza cedere all’eroismo, senza sbraitare rabbiosamente contro il maschio o contro il bianco, pur restituendo la visione di un mondo spietatamente pensato per la predominanza di un maschio e di un bianco.

Unite e solidali tra loro, da amiche e anche da colleghe, le protagoniste si realizzano e lo devono solo a se stesse. Tuttavia, non si può evitare di pensare quanto sia necessario poter contare non solo su un ambiente supportivo – gli altri contano, insomma – ma anche che chi rappresenta il potere (politico, economico, tecnologico e così via) ceda la sua parte di pregiudizi e dia spazio al potenziale umano che tutte le persone hanno. Personalmente, ho pensato a quanta fatica comporti la rivendicazione costante dei propri diritti e a quanto potenziale vada disperso. Ecco perché l’oppressione lede tutt*, a lungo termine.

Da vedere, per ridere, sorridere e riflettere (su una bellissima colonna sonora).

screen-shot-2017-03-03-at-10-35-51-am

screen-shot-2017-03-03-at-10-44-59-am

‘Alla Nasa facciamo tutt* la pipí dello stesso colore’ (il potere interpretato da un bravo Kevin Costner)

Qui il trailer

Annunci

‘Islamofobia di genere’

O come si costruisce l’esclusione delle donne musulmane attraverso la paura.

Lunedì 17 ottobre ho partecipato all’incontro ‘Islamofobia di genere’, organizzato da Origen, un progetto il cui scopo è monitorare il linguaggio dei mass media e approntare raccomandazioni che sollecitino l’adozione di un linguaggio e strategie comunicative nel rispetto delle dinamiche di genere.

Origen è un ‘osservatorio per la parità nei notiziari’ che fomenta anche incontri pubblici con giornalisti e giornaliste per riflettere su precisi argomenti.

L’incontro di ieri è stato presenziato da Fatiha El Mouali che, dopo gli studi in economia, si è trasferita in Catalonia dove, schematizzando, si può dire che lavora offrendo supporto giuridico-amministrativo per i nuovi migranti e soprattutto alle migranti; per ampliare la portata del suo impegno, mi sento di aggiungere che il suo background accademico e il suo nuovo percorso di studi, la sua lunga esperienza come interprete (che tradisce una particolare sensibilità agli aspetti metalinguistici della comunicazione), l’aver vissuto in prima persona una storia di migrazione, la rendono una portavoce preparata e accorata di un mondo sul quale molto spesso si sovrappongono letture pregiudizievoli. Mi ha molto ispirato perché durante il suo racconto ho pensato che, tenendo in conto le storie individuali e le esigenze specifiche, una società civile dovrebbe far fronte comune contro storture comuni.

Fatiha organizza il discorso in tre parti, con l’unico scopo di smascherare determinati meccanismi che, nell’insieme, concorrono alla creazione di uno stereotipo culturale: si concentra sul ruolo dei mass media, della legge e dello sguardo della società. In questo breve articolo, è riportato un focus sugli ultimi due aspetti.

Termino qui la mia presentazione e riporto quanto riferito. (Si tenga a mente che per alcuni aspetti è necessario considerare il contesto spagnolo e catalano in particolare in cui si inserisce il discorso.)

Quando si parla di donne musulmane si dovrebbe distinguere tra convertite, migranti, o ‘di seconda generazione’. Il problema è che anche a livello accademico si stenta a specificare. (Qui Fatiha cita Natalia Andújar, agnostica fino a che non ha deciso di abbracciare la religione islamica). Anche le statistiche non sono accurate: non distinguono, per esempio, tra musulman* di origine spagnola e straniera.

Il punto è che le donne musulmane sono silenziate, invisibilizzate, eppure sovraesposte per la questione del velo (Sonia Herrera Sanchéz, collaboratrice  di Origen, che ha introdotto l’evento, lo definisce ‘simbolo del terrore’ come risulta, a livello di percezione, dalle analisi mediatiche condotte).

Oggi è molto di moda la parola ‘empoderamiento’. Sono arrivate molte migranti ‘empoderadas’ che volevano agire nel contesto di arrivo. Per molte ragioni, non solo sono state silenziate, ma anche ‘despoderadas’ e disumanizzate.

E spiega come.

Il quadro normativo in cui si trovano le donne musulmane migranti è quello della Ley de Extranjería. Arrivano per motivi familiari, ovvero per il ricongiungimento familiare.

La Spagna è interessata da questo flusso migratorio da almeno quarant’anni, per rispondere, dalla prospettiva come Paese d’accoglienza, al bisogno di manodopera a basso costo maschile per il settore edile. La legge prevede il permesso di residenza ma non di lavoro per le donne che raggiungono i mariti che lavorano in Spagna. Dal 2008, con la crisi dilagante, le cose sono peggiorate. (Riporto questo estratto: ‘Molta gente non lo sa, ma se andate a rivedere la Ley de Extranjería del 2010, molte donne musulmane non potevano lavorare per legge. Prima di proibirci il burkini, ci proibivano di lavorare per legge’). A tali condizioni, rimangono due strade da percorrere per lavorare, che di fatto invisibilizzano queste persone e rimarcano uno stereotipo: la prima è il lavoro nero; la seconda è il ricorso agli aiuti statali. Nel Paese d’accoglienza si diffonde allora l’idea che queste persone arrivino per chiedere gli aiuti sociali, nutrita dalla scarsezza delle informazioni necessarie per leggere il fenomeno. Nessuno spiega alla cittadinanza che queste persone sono state avviate verso queste soluzioni. La cosa più importante di tutte rimane il velo…

Non ho visto né femministe né attivisti per i diritti umani denunciare questa legge. Il femminismo dovrebbe lottare perché le donne lavorino e siano indipendenti.

Si pensi a come la persona che ricorre agli aiuti statali per sopravvivere si sente in uno stato di subalternità rispetto alla società.

Fondamentalmente, il permesso di residenza rilasciato alle donne dipende dal marito.

Se la donna e l’uomo divorziano, la legge salvaguarda il diritto del padre a vedere i figli. Spesso, quindi, le donne rinunciano a divorziare perché non sono libere, perché devono scegliere tra perdere i figli e tornare nel Paese d’origine.

Ma di questo non si parla, perché meno si parla della situazione reale di queste donne meno si parla della discutibilità della legge di questo Stato. Sono quarant’anni che c’è questo tipo di immigrazione e persiste l’interesse a occultare queste problematiche.

A partire dal 2008, se la donna è vittima di violenza di genere, deve dimostrarlo e solo allora ha diritto a risiedere per cinque anni in una residenza protetta. Ma dimostrarlo è difficile. A volte, sono gli stessi operatori sociali che pensano che le donne musulmane non reagiscano per motivi religiosi…

Quando le donne arrivano in Catalogna, generalmente sono adulte e con figli. Hanno tempo di apprendere la lingua? Hanno le risorse per farlo? Essendo adulte, bisogna ricorrere a strategie didattiche specifiche. Quindi, se l’accesso al lavoro è ostacolato, se rimangono a casa tutto il giorno sole con i bambini che non parlano, se non parlano neanche col marito che è fuori tutto il giorno a lavorare, con chi parlano queste donne?

I professionisti con cui entra in contatto chi è appena arrivato in un Paese straniero sono determinanti per la futura integrazione nel Paese. Se arrivi e hai un’esperienza positiva allora si assesta una percezione per cui anche se incontrerai persone non aperte le vedrai come un’eccezione.

Se l’impatto è brutto, invece, si perde fiducia in se stess* e subentrano meccanismi di difesa ovvero di rifiuto.

Molte donne pensano: ‘casa è un luogo sicuro’, e non escono più.

Tutta questa dinamica viene semplificata dagli altri in: ‘questa donna non vuole lasciare il marito, è insicura per la sua cultura, la sua religione e il suo uomo’. Questo è inammissibile. Sono necessarie misure mirate per queste donne.

Anche i bambini soffrono delle ripercussioni: vedono le madri chiuse in se stesse e assumono su se stessi lo sguardo dellla società; ecco che i figli non rinoscono più l’autorità delle madri, della famiglia e per estensione della cultura d’origine. Qui nasce il conflitto culturale.

screen-shot-2016-10-19-at-12-39-31-pm

Foto presa da questo blog

Domani, giovedì 20 ottobre 2016, Fatiha e altre donne parteciperanno all’incontro ‘Donne e femminismi contro l’islamofobia’, presso l’Universitat de Barcelona – Raval. Qui l’evento su FB.

screen-shot-2016-10-19-at-12-42-23-pm

Piattaforma cittadina contro l’islamofobia: qui

Rumbo a Gaza: Barcellona si prepara ad accogliere (e poi farla salpare) la flottiglia che pacificamente reclama diritti

Barcellona scalda i motori – o, per meglio dire, inizia a spiegare le vele – in occasione della partenza della flottiglia composta da donne che lascerà la capitale catalana alla volta di Gaza, in un simbolico atto di opposizione non-violenta al blocco illegale israeliano.

Le imbarcazioni, che toccheranno diverse tappe nel Mediterraneo (anche Messina), portano i nomi, scelti su base partecipativa, di ‘Amal’ (‘Speranza’) e Zaytouna-Oliva, ‘il grandioso olivo’ ma anche in onore dell’attivista e giornalista Vittorio Arrigoni, ucciso nel 2011, che viaggiava a bordo dell’imbarcazione ‘Oliva’.

Domani, lunedì 12 settembre 2016, l’arrivo di ‘Amal’ al vecchio porto di Barcellona (Moll de Bosch i Alsina, a pochi minuti dalla fermata della metro Barceloneta) coinciderà con l’inizio di tre giorni di eventi (laboratori – anche per bambini – tavole rotonde, seminari) che si concluderanno con la partenza delle imbarcazioni, mercoledì 14 alle ore 19,00.

L’iniziativa è stata realizzata grazie all’impegno, su base  volontaria, di cittadine e cittadini, di organizzazioni ispirate al valore della pace e della solidarietà tra popoli, e col supporto organizzativo del Comune di Barcellona e della Fondazione Esperanzah.

L’equipaggio, internazionale e interamente al femminile, è composto da attiviste, professioniste, tra cui Mairead Maguire (premio Nobel per la Pace del 1976), Cigdem Topçuoglu, Eva Manly; un lungo ponte ideale tra donne non perché vittime ma perché principali resistenze contro l’oppressione, accomunate dall’idea di Angela Davis per cui ”Il femminismo è il concetto radicale secondo cui le donne sono persone” che giocano un ruolo fondamentale nello ‘sviluppo di una comunità’.

Tutte le pratiche abbracciate dall’iniziativa e l’ideologia su cui si basa si ispirano al principio di non-violenza: ‘Tutte le iniziative a cui partecipa la Coalizione della Flottiglia della Libertà, sia teoricamente che nella pratica, si basano sulla non-violenza. La nostra posizione è sempre quella di opporci all’oppressione mediante strategie non-violente. Il nostro obiettivo è mettere fine al blocco illegale israeliano con mezzi pacifici’.

Tutte le informazioni disponibili sul sito (clicca qui) e sulla pagina Facebook, ‘Rumbo a Gaza’. Il riferimento italiano è Freedom Flotilla.

Nei prossimi giorni seguiranno aggiornamenti.

Screen Shot 2016-09-11 at 11.18.30 PM.png

Il programma:

screen-shot-2016-09-11-at-11-19-20-pm

Come arrivare all’attracco, mappa:

screen-shot-2016-09-11-at-11-20-14-pm

 

Il racconto di una Irma la dolce

Car* tutt*,

Vorrei condividere con voi la seguente riflessione.

Sono una persona molto dolce. Da sempre, negli altri, il mio ricordo evoca immagini di miele. Per fortuna, da un po’ di tempo a questa mia caratteristica – che comunque mi piace, che rimane e che voglio regalare a chi, come, quando ne ho voglia – è stata affiancata da una certa carica di guerriglia femminista. Perciò, adesso, molte delle persone che mi hanno solo e sempre conosciuta come ‘la dolce’ – proprio come la Irma del film – , rimangono abbastanza sconvolte da questa nuova versione di me. Femminista. Bene, sconvolgetevi.

Da questo nuovo punto di vista, ho messo bene a fuoco una convenzione sociale. Non importa quanto dolce tu sia, o donna; quanto cul*o ti sei sempre fatta, con integrità, per fare bene il tuo lavoro-studio o qualsiasi cosa tu faccia; non importa quante volte hai detto ‘no’ ai compromessi; non importa quanto onori padre e madre, anche quando non se lo meritano (e comunque riuscendo a mettere sempre al primo posto la tua vita non come comandamento ma come scelta); non importa quanto ami gli animali e ne raccogli a destra e a manca quanti ne puoi; non importa quanto volontariato fai; non importano neanche le gocce di sangue che vai a donare; potrei continuare a fare altri esempi di quello che generalmente fa – esteriormente – di una ragazza una brava ragazza (senza ipocrisia, quando la brava ragazza lo è davvero). Donna, tutte queste cose importano finché tieni ben chiuse le gambe, a inespugnabile difesa di quella roccaforte che il patriarcato vorrebbe per sé. Se al patriarcato fai capire che tra le gambe esiste solo un tuo territorio, importante per te, uno dei tuoi territori che fanno di te la persona che sei, non importa quanto brava ragazza tu veramente sia, ecco, put*tana sei e put*tana tornerai. La put*tana è quello stereotipo che vive come ombra dietro a tutte le donne del mondo, senza distinzione di razza, religione, peso e via dicendo, sempre pronta a essere calata come una rete addosso alla persona.

Non appena si sente puzza di sospetto (ma anche se è lampante, non importa, non importa davvero) che anche la ragazza ‘più brava’ del mondo vive o vuole vivere la sua sessualità come le aggrada, ecco l’orda di censori e censore a ricordarle il terribile memento.

Se alla brava, bravissima ragazza piacciono anche gli uomini e ne ha uno, centuno o centomila, ecco che torna lo spettro. E non ce ne si libera. E il morbo dilaga, magari, proprio da quella bocca che tu hai tanto amato per una notte o per mille. Quella bocca maschile, non sempre, ma può capitare che versi nelle orecchie dei suoi commilitoni che in città si è rivelata una nuova put*tana – ‘si, proprio lei, quella brava! Ma parla, ma come fa a parlare, proprio lei che… Le donne sono tutte uguali’. Come se un pisello fosse comunque portatore sano di put*tanaggine. E le commilitone concordano, pronte a ergere strenue difese di bravaggine (questa volta falsa) intorno ai loro uomini (nel caso la ex brava vera ora puta nova buttasse lo sguardo su di loro) e intorno a se stesse, a nascondersi dietro l’ingannevole e ipocrita costruzione sociale del controllo della sessualità femminile, che ci tiene tutt* al sicuro.

Non importa quanta merda spali duranti il giorno, o sorella; non importa quanti insulti devi schivare con l’orgoglio della tua bellezza e forza, di qualsiasi forme esse siano; se cerchi conforto nel sesso che ti piace tanto (ognun* sia liber* di vivere il sesso come vuole, come amore, conforto, professione, etc..) perdi l’accesso al paradiso.

Ora, non è sempre così, ma lo è generalmente grazie alla meticolosa difesa dello status quo che si promuove ogni giorno nella forme più disparate. E allora io dico di tenerci pronte, brave ragazze. Se si staglia lo spettro di una put*tana, voi, anzi noi, di risposta, teniamo sempre in tasca un dito medio da sguainare. Perché i dispensatori e dispensatrici di put*tane vincono se noi put*tane brave titubiamo, se vacilliamo, se ci sentiamo in colpa – colpa che non abbiamo.

Che poi, le put*tane vere sono donne come noi e io abbraccerò la lotta per il riconoscimento dei loro diritti, alla faccia di chi sotto il termine ‘prostituzione’ butta un po’ di tutto, non capendo niente. Comunque, che ha fatto la società? Ha impacchettato uno stereotipo sessista per usarlo in ogni momento come insulto che sta bene con tutto, proprio come il nero, contro la donna.

Il sesso che mi scelgo non fa di me una cattiva ragazza. E neanche ‘una brava ragazza, però…’. La libertà sessuale di una persona non è un’onta sulla sua condotta. Lo scrivo qui per ricordarlo ogni giorno.

Baci

Irma

Screen Shot 2016-06-03 at 11.24.39 AM

 

 

La discriminazione della donna nel mondo del lavoro

 

N.9

B. Cueto

Screen Shot 2016-05-17 at 10.53.30 AM

‘La partecipazione delle donne nel mercato del lavoro e il miglioramento delle sue condizioni lavorative dovrebbero continuare ad essere un obiettivo prioritario delle politiche del lavoro’

Uno dei principali indicatori nel mercato del lavoro è il tasso di attività: quante persone partecipano attivamente nel mondo del lavoro o stanno cercando lavoro.

Se aumenta la popolazione aumenta la popolazione in cerca di lavoro.

Le donne hanno molto più lavoro part-time. Molti di più gli uomini in industrie o grandi imprese  chehanno impieghi full-time, il lavoro part time è un fenomeno femminile; non è necessariamente un fenomeno negativo, dipende se è una scelta volontaria o meno. In Olanda l’80% delle donne lavora part-time, ma in Spagna non è un’opzione volontaria, ossia, è un lavoro precario.

Impatto della crisi economica: i tassi di disoccupazione sono simili tra uomini e donne ma il divario tra partecipazione e lavoro si mantiene; inoltre i tagli hanno molto condizionato gli scenari del lavoro.

Analisi di cohortes – due collettivi, uomini e donne, molto eterogenei: gli indicatori vanno letti alla luce delle differenze dei collettivi. Le politiche vanno realizzate in base alle esigenze dei lavotori che sono eterogeni. Le cohortes indicano anche le generazioni. Esempio: chi prima della crisi aveva aveva trent’anni, lei, si collocava in una fascia d’età al 90% occupata; poi intorno ai (loro) 40 anni c’è stata la crisi.

La crisi influenza la vita di tutti ma con effetti diversi a seconda del momento della vita in cui coinvolge il singolo (non è la stessa cosa non arrivare a inserirsi nel mondo del lavoro, perderlo a 30, 40, 50 anni)

La crisi ha avuto un impatto fortissimo sui giovani, bloccando il loro ingresso al mondo del lavoro.

‘Le due biografie della donna’ – in Spagna la generazione del ’41 è rimasta costante al 30% di occupazione; il 56% delle donne di questa generazione, da giovani, erano dentro il mercato del lavoro, poi si sposavano uscendo dal mercato e raggiungendo il minino intorno ai tretn’anni, poi si reinserivano; dagli anni ’70 le donne hanno un altro profilo: continuano a studiare dunque si inseriscono più tardi nel mondo del lavoro; comunque, le donne non raggiungono il 70% dell’occupazione. Le generazioni più giovani (uomini e donne) non riescono a entrare neanche nel mondo del lavoro.

Una variabile in più è il livello d’istruzione: gli uomini con educazione di base, durante la crisi, sono stati più colpiti. Ovviamente, non è la stessa cosa se perde un ventenne o un cinquantenne il lavoro.

Gli uomini con studi medi si incorporano più tardi ma lavorano quasi tutti ; mentre le donne con studi di base sono molto più svantaggiate rispetto agli uomini.

Le politiche devono essere differenti per uomini e donne e anche alla luce del livello di istruzione.

Differenza salariale – ci sono gap salariali in tutta l’Unione Europea ma ci sono Paesi con divari maggiori.

Il divario salariale va tarato sulla base delle differenze dei collettivi; solo così emergono le discriminazioni, ma senza contestualizzare si parla solo di divario, no discriminazione.

Nelle posizioni dirigenziali ci sono meno donne e gli stipendi sono sensibilimente più bassi rispetto a quelli degli uomini.

Differenze di caratteristiche da tenere in considerazione per la progettazione di politiche di lavoro eque: livello di studi, occupazione, età, settore di attività, tipo di contratto.

La segregazione occupazionale significa che le donne si concentrano in alcuni ambiti e gli uomini in altri. Es. nel settore costruzioni quasi non ci sono donne, mentre nei servizi ci sono molte più donne.

Gli uomini stanno in un ventaglio molto più ampio di lavori delle donne.

Nel tempo, le donne hanno avuto maggiore accesso al mondo del lavoro e le condizioni sono migliorare ma con la crisi, le politiche di austerità non sono state neutrali.

In molti casi non si percepisce il gap salariale perché c’è segregazione professionale.

Neanche le politiche di pensioni sono pensate in un’ottica di genere. (in Spagna, pensioni ridimensionate e ancor più basse per le donne).

Per eliminare l’effetto che si ritorce contro la donna per la maternità, bisogna lavorare per la paternità.

Il costo economico è più alto per le donne con studi universitari che non per donne con studi di base. Per questo, per esempio, queste ultime fanno più figli.

Ci sono imprese che dicono che il milglior investimento fatto per ridurre l’assenteismo è stato fornirsi di un asilo.

 

N.8**

C. Camps

Screen Shot 2016-05-17 at 11.09.11 AM

Il sistema non ha mai tenuto in conto il lavoro tradizionalmente associato alle donne relativo alla cura. Non è presente nell’economia né nella politica. (Lavoro riproduttivo e domestico).

Il lavoro femminile domestico non salariato permette però il funzionamento dell’economia che si preoccupa di tenere un controllo sulla famiglia, non traducendosi in compensazioni o supporto alla donna ma in controllo sulla donna.

Si può remunerare questo lavoro? Come?

Le politiche neoliberali implicano l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro in forma precarizzata, attingendo a un esercito di donne in ‘riserva’, in casa.

Tra il 1986 e il 2005 cresce l’occupazione femminile e crolla il tasso di fecondità.

L’ingresso nel mondo di lavoro comportano un arresto del tasso di natalità; le donne hanno figli più tardi e si sposano più tardi (se si sposano).

Sono cresciuti i nuclei familiari monofamiliari.

L’ingresso nel mondo del lavoro ha generato la crisi della cura, ma anche: invecchiamento della popolazione, doppi introiti familiari, insufficienza dello stato del benessere, nuovi modelli di crescita urbana, individualizzazione delle nostre società.

Fenomeno delle ‘superdonne’ – le donne stanno assumendo il lavoro domestico e il lavoro produttivo.

Le donne lavorano più part-time: se in alcuni Paesi è frutto di una politica mirata di conciliazione, in Spagna è frutto della precarietà. Inoltre, il part-time in questi Paesi spesso non aiuta affatto a conciliare (turni divisi, turni difficili).

Il divario salariale è da leggere anche alla luce del fatto che spesso le donne si fermono ai piani occupazionali piu bassi.

I lavoro sociale di cura ha accolto un rilfesso della mancanza di riconsocimento del lavoro domestico.

Anche la scelta di dar vita a una familia monoparentale è ostacolata perché anch’essa è un attentato al ‘sistema’ che promuove il modello classico familiare.

In Spagna, le famiglie monoparentali sono le più velnerabili ed esposta a povertà estrema.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sessualismi riproduttivi: diritti sessuali e riproduttivi delle donne

n7*

M. Fernández

Screen Shot 2016-04-26 at 10.13.33 PM

‘Non dimentichiamo che il controllo sul corpo delle donne e sulla sua capacità riproduttiva è un elemento basico per il sostentamento della società patriarcale e della famiglia tradizionale’

 

La sessalità femminile e la maternità è un punto cardine per la lotta femminista. La maternità parte da un modello precostruito che si è trasmesso socialmente con una forza coattiva straordinaria dal patriarcato.

La offensiva degli antiabotisti è una guerra ai diritti delle donne, perché l’aborto è trasgressione di un modello associato alle donne.

Come il diritto costruisce e regola la cittadinanza sessuale? Il diritto all’aborto è centrale per la costruzione democratica della società perché è un diritto alla decisione.

L’aborto ha la particolarità che è un atto che può essere portato a termine solo dalle donne.

L’Olanda consente l’aborto libero fino alle 24 settimane di gestazione (ed è il Paese con meno aborti). Non è solo la normativa che influisce sulla incidenzia dell’aborto ma l’educazione sessuale, la famiglia e l’influenza religiosa.

Storicamente le donne hanno sempre abortito clandestinamnete con gravi rischi per la vita delle donne.

Lo Stato, come principio giuridico, deve garantire i diritti di tutte le persone su due assi: volontà indivduale e persone più vulnerabili. In merito al primo asse, lo Stato deve rimuovere ogni ostacolo all’autodeterminazione personale.

L’arbitrarietà del diritto storico. Il codice Hammurrabi è il codice più antico conosciuto: non puniva le donne che interrompevano la gravidanza e contemplava un risarcimento per la donna che abortiva a seguito di atti di violenza; Egitto: l’aborto non era punito ma contemplava il reato di infanticidio; Roma: l’aborto era punito a partire dall’epoca imperiale e solo in merito alle donne sposate perchè era visto come un’offesa al marito. Col Cristianesimo il feto è associato all’essere umano nato – inizia l’associazione aborto/omicidio. Nel Medioevo era delitto abortire il feto animato ovvero con anima razionale che, secondo la Chiesa,  era formato al 40° giorno se il feto era maschio e all’80° se era femmina. Pio IX impose una tesi: animazione immediata ovvero dal concepimento.

Diritto alla vita e stato giuridico del feto – il feto è o non è una persona con diritto alla vita? Cos’è il diritto alla vita? Rispettare una vita nella sua pienezza o, secondo un’altra concezione più ampia – biologica, fisica, etica – implica concetti come dignità umana e qualità di vita.La riproduzione è un tema pubblico o privato? Di che diritto si parla in merito?

Storicamente lo stato liberale ha consentito la violenza domestica. La nozione di ‘intimità’ legittima il potere in ambito privato. Il privato necessita una contestualizzazione che attualmente non ha.

 

Nel conflitto degli interessi a prevalere è la donna che ha diritto a decidere se vuole o non essere madre.

Abbiamo bisogno non una legge penale ma civile che regoli i diritti riproduttivi.

***

n.7**

M. Pineda

Screen Shot 2016-04-26 at 10.30.20 PM

‘Lo Stato spagnolo dovrebbe assicurare che tutte le politiche sulla parità che si realizzano tengano presenti i diritti sessuali e che questi non si limitano all’ambito sanitario’

Quattro anni fa il PP approvò il decreto di legge dell’ordinamento sanitario – ovvero esclusione sanitaria – che ci ha messo in una situazione di vulnerabilità pazzesca.

Non possiamo parlare di diritti umani in Spagna, quando si attaccano i diritti umani – in primis alla salute; se si vulnera uno si vulnerano tutti. Lo sappiamo ma non lo applichiamo.

Sessualismo: descriminazione per motivi di genere.

 

Identità sessuale, educazione sessuale, opzioni sessuali – tutto questo concerne i diritti sessuali.

Il non accesso è la peggiore vulnerabilizzazione che possiamo avere.

***

n.7***

S. De Las Heras

Screen Shot 2016-04-26 at 10.34.05 PM

‘Dobbiamo tener presente che la sessualità e la riproduzione sono stati temi tradizionalmente relegati allo spazio privato, zeppi di pregiudizi, e uno dei pilastri su cui si è basato il sistema patriarcale’

Le giuriste femministe hanno a disposizione i diritti umani, in quanto i diritti umani sono l’abc di ogni rivendicazione politica perché le legittimano.

Sessualità e riproduzione sono relegati allo spazio privato anche in un ordine gerarchico di svantaggio rispetto all’ambito pubblico.

Fino al 1994 (Conferenza internazionale sulla popolazione e sviluppo – El Cairo) non si riconoscono espressamente i diritti sessuali e riproduttivi.

Che sono? Sono diritti relativi alla sessualità e alla riproduzione che tutelino le libertà di decisioni, tutela, etc della donna (salute, aborto, etc).

Rilievo alle linee guide del CEDAW, specialmente in merito:

  • Eliminare gli stereotipi nell’ambito della riproduzione e il suo impatto di genere;
  • Importanza della maternità come ‘funzione sociale’,
  • Responsabilità condivisa tra padri e madri rispetto ai figli/figlie;
  • Evitare discriminazioni in funzione della maternità;
  • Diritto all’accesso ai servizi di salute e pianificazione familiare;
  • Diritto a decidere quanti figli*avere e quando.

La crisi economica non ha coinvolto solo I cittadini e le cittadine a livello laborale-economico, ma i tagli hanno aggravato la discriminazione per motivi di genere (riduzione dei posti negli asili 0-3 anni, per esempio).

La legislazione risponde a un modello liberale, capitalista e patriarcale che pronuove la familia patriarcale.

Risposta medica al rinvio dell’età per avere figli (gravidanza assistita) – ma non sociale (persone che hanno fatto la riproduzione assistita 25 anni fa).

POR QUÉ SOY FEMINISTA

Collettivi ‘vulnerabilizzati’* e impoteramento** delle donne

*Si preferisce il termine ‘vulnerabilizzati’, non vulnerabili né vulnerati, in quanto le persone e i gruppi di persone non hanno un elemento intrinseco di vulnerabilità ma vengono messi in una condizione di vulnerabilità da agenti esterni, e a questo processo dinamico si vuole dare rilievo attraverso la forzatura grammaticale (ndb)

**In maniera simile al caso sopra esposto, si opta per la traduzione a calco dello spagnolo (empoderamiento) e inglese (empowerment) che salvaguardi l’idea che le persone hanno di per sé potere, non è qualcosa che dipende da fattori o agenti esterni che però posso sì inibirlo, ostruirlo. ‘Impoteramento’ dunque si riferisce più che altro alla piena realizzazione indipendente, ‘potente’ del sé; l’impoteramento ha a che fare con il valorizzare le proprie potenzialità, esercitarle al fine di agire positivamente e efficacemente nella realtà in cui si vive  (ndb).

S. Ribotta

Screen Shot 2016-04-21 at 10.41.46 PM

‘L’esclusione a causa della povertà aumenta per il fatto di essere donna in termini di discriminazione, e la discriminazione si aggrava di più se è nera o indigena, e a ancor più se è disabile’.

n.5

Soffriamo molti più attacchi dall’altro genere rispetto agli uomini, nelle varie declinazioni.

 

Alla nascita, la differenza di aspettativa di vita tra uomini e donne è lieve, ma, per esempio, questa aspettativa va poi contestualizzandosi in funzione della salute riproduttiva (es. mortalità legata al parto). Israele, Bierolussia, Polonia contano una donna morta di parto ogni 100.000 bambini nati vivi. In Argentina 60 donne morte ogni 100.000 bambini nati vivi; gli Stati Uniti sono all’ottavo posto nella classifica. Su 130 si attesta il Suriname (che ha un alto indice di sviluppo).

Donne morte ogni 100.000 bambini nati vivi in Paesi con sviluppo umano basso: Kenya 400, Nigeria 560, Congo 739, Sierra Leone 1100.

In merito all’educazione, per la popolazione femminile si registrano 15 anni di permanenza nel sistema educativo (nei Paesi con più alto indice di sviluppo umano), circa 4 in quelli con più basso indice (es.: l’Eritrea  si attesta a 4,1 anni presenza nel sistema educativo formale per quanto riguarda le bambine).

Nei Paesi con indice di sviluppo umano più alto come Austria, Arabia Saudita, la differenza della permanenza tra uomini e donne nel sistema educativo è di due anni , per Italia e Grecia un anno.

Per quanto concerne la partecipazione politica, non c’è affatto parità. Solo in due Paesi: Bolivia e Ruanda. Quest’ultimo ha un indice di sviluppo umano molto basso.

Indice desarollo humano che non arrivano al 20% (scano) – USA, Irlanda, Estonia, Emirati Arabi, Chile, Montenegro; Giappone, Grecia (che hanno un indice di sviluppo umano) registrano il 20% delle donne nell’inclusione politica; non arrivano al 15%: Brasile, Libano, Maldive, Guatemala, India, Siria, Niger.Meno del 5% l’Egitto, 0 Qatar e Kuwait.

Cos’è la vulnerabilità? Tutti gli esseri umani sono vulnerabili per il fatto di poter perdere la vita. Questo non è rilevante in termini di giustizia; lo è la vulnerabilità che si produce strutturalmente, socialmente, per gli esseri umani (fisica, psicologia, economica – stabile e no), vincolata con l’identità biologica del genere umano – le regole di come abbiamo regolato il mondo provocano un danno diretto o no per le persone. Essere vulnerabile e trovarsi in una condizione di vulnerabilità non è lo stesso concetto: le persone non sono deboli, vengono messe in situazioni di debolezza. Non è una caratteristica identitaria; dire che le donne sono messe in condizioni di debolezza marca una differenza che non è solo linguistica ma sostanziale perché si trasferisce l’idea identitaria ‘colpevolizzata’ dall’individuo alla società – per un’alterità che ha costruito un sistema di valori che colloca un individuo, in virtù di alcune caratteristiche, in una determinata situazione in una struttura di potere.

Le persone non sono vulnerabili (a livello naturale tutti lo siamo) – la vulnerabilità in termini di giustizia è relazionale. Si parla di eteroattribuzione della vulnerabilità. Gli stereotipi sono molto importanti nella costruzione della vulnerabilità, in relazione, anche, al concetto di colpevolizzazione.

La debolezza sociostrutturale, essendo soggetta alla società, è temporale in quanto cambia col cambiare della società. Ma ci sono società molto rigide, che creano caste, concepite con vocazione di permanenza. Altre sono più facili da connotare come congiunturali.

Ci sono delle debolezze connesse al ciclo della vita ma non cambia il concetto di ‘non essere deboli’ ma di ‘essere in una condizione’.

Gruppi vulnerabili: incorporazione a un gruppo non volontaria, ma sorta a seguito dell’incorporazione di un individuo a un gruppo con delle caratteristiche che la società pone in condizione di debolezza.

Le diverse vulnerabilizzazioni non si spresentano sole. Gli esseri umani sono soggetti a distinte condizioni di vulnerabilità. Mi sembra più pertinente parlare di vulnerabilità aggregate. Anche le condizioni socio-economiche in cui la persona vive giocano un ruolo rilevante nella costruzione della vulnerabilità.

Noi donne non siamo vulnerabili, siamo esposte alla vulnerabilità per la responsabilità sociale e statale. Non è naturale che le donne siano in questa condizione di vulnerabilità. Per questo dobbiamo cambiare le regole, niente più né niente meno.

****

C.Murguailday

Screen Shot 2016-04-21 at 11.13.59 PM

‘Nessuna si impotera isolata, ma riflettendo in gruppo. Farlo insieme e organizzate è la garanzia per poter avanzare in un processo di impoteramento’

La distribuzione estremamente sbilanciata delle risorse sono il risultato di un sistema di potere patriarcale, che si siede sull’accesso al potere e alle rirorse in svantaggio per le donne. La debilitazione delle donne è strettamente vincolata a questi due punti.

Il problema è anche la distribuzione del lavoro non retribuito tra uomini e donne e le donne si occupano quasi totalmente delle cure domestiche.

Solo le donne scambiano lavoro non con una remunerazione ma con: relazioni, legami, sorrisi di figli, amore – e tutto perché siamo state socializzate in un’ottica di genere verso questa direzione. Quindi, milionarie di amore e affetto e povere di solennità.

Ogni donna che insegna la figlia a essere una buona padrona di casa la sta condannando alla povertà. I figli sono i forti, quelli che faranno una famiglia. È il figlio che deve studiare perché deve lavorare perché deve mantenere la famiglia (di cui però, si occupa la donna). Uomini esposti al potere, donne all’impoverimento.

Pablo Freire parlò di empoderamento a riguardo della scrittura, in termini di acquisizione di potere (tramite il sapere).

‘L’aspetto più notevole del termine empoderamiento è che contiene la parola potere’ (León 1997)