Rumbo a Gaza: Barcellona si prepara ad accogliere (e poi farla salpare) la flottiglia che pacificamente reclama diritti

Barcellona scalda i motori – o, per meglio dire, inizia a spiegare le vele – in occasione della partenza della flottiglia composta da donne che lascerà la capitale catalana alla volta di Gaza, in un simbolico atto di opposizione non-violenta al blocco illegale israeliano.

Le imbarcazioni, che toccheranno diverse tappe nel Mediterraneo (anche Messina), portano i nomi, scelti su base partecipativa, di ‘Amal’ (‘Speranza’) e Zaytouna-Oliva, ‘il grandioso olivo’ ma anche in onore dell’attivista e giornalista Vittorio Arrigoni, ucciso nel 2011, che viaggiava a bordo dell’imbarcazione ‘Oliva’.

Domani, lunedì 12 settembre 2016, l’arrivo di ‘Amal’ al vecchio porto di Barcellona (Moll de Bosch i Alsina, a pochi minuti dalla fermata della metro Barceloneta) coinciderà con l’inizio di tre giorni di eventi (laboratori – anche per bambini – tavole rotonde, seminari) che si concluderanno con la partenza delle imbarcazioni, mercoledì 14 alle ore 19,00.

L’iniziativa è stata realizzata grazie all’impegno, su base  volontaria, di cittadine e cittadini, di organizzazioni ispirate al valore della pace e della solidarietà tra popoli, e col supporto organizzativo del Comune di Barcellona e della Fondazione Esperanzah.

L’equipaggio, internazionale e interamente al femminile, è composto da attiviste, professioniste, tra cui Mairead Maguire (premio Nobel per la Pace del 1976), Cigdem Topçuoglu, Eva Manly; un lungo ponte ideale tra donne non perché vittime ma perché principali resistenze contro l’oppressione, accomunate dall’idea di Angela Davis per cui ”Il femminismo è il concetto radicale secondo cui le donne sono persone” che giocano un ruolo fondamentale nello ‘sviluppo di una comunità’.

Tutte le pratiche abbracciate dall’iniziativa e l’ideologia su cui si basa si ispirano al principio di non-violenza: ‘Tutte le iniziative a cui partecipa la Coalizione della Flottiglia della Libertà, sia teoricamente che nella pratica, si basano sulla non-violenza. La nostra posizione è sempre quella di opporci all’oppressione mediante strategie non-violente. Il nostro obiettivo è mettere fine al blocco illegale israeliano con mezzi pacifici’.

Tutte le informazioni disponibili sul sito (clicca qui) e sulla pagina Facebook, ‘Rumbo a Gaza’. Il riferimento italiano è Freedom Flotilla.

Nei prossimi giorni seguiranno aggiornamenti.

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Il programma:

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Come arrivare all’attracco, mappa:

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Collettivi ‘vulnerabilizzati’* e impoteramento** delle donne

*Si preferisce il termine ‘vulnerabilizzati’, non vulnerabili né vulnerati, in quanto le persone e i gruppi di persone non hanno un elemento intrinseco di vulnerabilità ma vengono messi in una condizione di vulnerabilità da agenti esterni, e a questo processo dinamico si vuole dare rilievo attraverso la forzatura grammaticale (ndb)

**In maniera simile al caso sopra esposto, si opta per la traduzione a calco dello spagnolo (empoderamiento) e inglese (empowerment) che salvaguardi l’idea che le persone hanno di per sé potere, non è qualcosa che dipende da fattori o agenti esterni che però posso sì inibirlo, ostruirlo. ‘Impoteramento’ dunque si riferisce più che altro alla piena realizzazione indipendente, ‘potente’ del sé; l’impoteramento ha a che fare con il valorizzare le proprie potenzialità, esercitarle al fine di agire positivamente e efficacemente nella realtà in cui si vive  (ndb).

S. Ribotta

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‘L’esclusione a causa della povertà aumenta per il fatto di essere donna in termini di discriminazione, e la discriminazione si aggrava di più se è nera o indigena, e a ancor più se è disabile’.

n.5

Soffriamo molti più attacchi dall’altro genere rispetto agli uomini, nelle varie declinazioni.

 

Alla nascita, la differenza di aspettativa di vita tra uomini e donne è lieve, ma, per esempio, questa aspettativa va poi contestualizzandosi in funzione della salute riproduttiva (es. mortalità legata al parto). Israele, Bierolussia, Polonia contano una donna morta di parto ogni 100.000 bambini nati vivi. In Argentina 60 donne morte ogni 100.000 bambini nati vivi; gli Stati Uniti sono all’ottavo posto nella classifica. Su 130 si attesta il Suriname (che ha un alto indice di sviluppo).

Donne morte ogni 100.000 bambini nati vivi in Paesi con sviluppo umano basso: Kenya 400, Nigeria 560, Congo 739, Sierra Leone 1100.

In merito all’educazione, per la popolazione femminile si registrano 15 anni di permanenza nel sistema educativo (nei Paesi con più alto indice di sviluppo umano), circa 4 in quelli con più basso indice (es.: l’Eritrea  si attesta a 4,1 anni presenza nel sistema educativo formale per quanto riguarda le bambine).

Nei Paesi con indice di sviluppo umano più alto come Austria, Arabia Saudita, la differenza della permanenza tra uomini e donne nel sistema educativo è di due anni , per Italia e Grecia un anno.

Per quanto concerne la partecipazione politica, non c’è affatto parità. Solo in due Paesi: Bolivia e Ruanda. Quest’ultimo ha un indice di sviluppo umano molto basso.

Indice desarollo humano che non arrivano al 20% (scano) – USA, Irlanda, Estonia, Emirati Arabi, Chile, Montenegro; Giappone, Grecia (che hanno un indice di sviluppo umano) registrano il 20% delle donne nell’inclusione politica; non arrivano al 15%: Brasile, Libano, Maldive, Guatemala, India, Siria, Niger.Meno del 5% l’Egitto, 0 Qatar e Kuwait.

Cos’è la vulnerabilità? Tutti gli esseri umani sono vulnerabili per il fatto di poter perdere la vita. Questo non è rilevante in termini di giustizia; lo è la vulnerabilità che si produce strutturalmente, socialmente, per gli esseri umani (fisica, psicologia, economica – stabile e no), vincolata con l’identità biologica del genere umano – le regole di come abbiamo regolato il mondo provocano un danno diretto o no per le persone. Essere vulnerabile e trovarsi in una condizione di vulnerabilità non è lo stesso concetto: le persone non sono deboli, vengono messe in situazioni di debolezza. Non è una caratteristica identitaria; dire che le donne sono messe in condizioni di debolezza marca una differenza che non è solo linguistica ma sostanziale perché si trasferisce l’idea identitaria ‘colpevolizzata’ dall’individuo alla società – per un’alterità che ha costruito un sistema di valori che colloca un individuo, in virtù di alcune caratteristiche, in una determinata situazione in una struttura di potere.

Le persone non sono vulnerabili (a livello naturale tutti lo siamo) – la vulnerabilità in termini di giustizia è relazionale. Si parla di eteroattribuzione della vulnerabilità. Gli stereotipi sono molto importanti nella costruzione della vulnerabilità, in relazione, anche, al concetto di colpevolizzazione.

La debolezza sociostrutturale, essendo soggetta alla società, è temporale in quanto cambia col cambiare della società. Ma ci sono società molto rigide, che creano caste, concepite con vocazione di permanenza. Altre sono più facili da connotare come congiunturali.

Ci sono delle debolezze connesse al ciclo della vita ma non cambia il concetto di ‘non essere deboli’ ma di ‘essere in una condizione’.

Gruppi vulnerabili: incorporazione a un gruppo non volontaria, ma sorta a seguito dell’incorporazione di un individuo a un gruppo con delle caratteristiche che la società pone in condizione di debolezza.

Le diverse vulnerabilizzazioni non si spresentano sole. Gli esseri umani sono soggetti a distinte condizioni di vulnerabilità. Mi sembra più pertinente parlare di vulnerabilità aggregate. Anche le condizioni socio-economiche in cui la persona vive giocano un ruolo rilevante nella costruzione della vulnerabilità.

Noi donne non siamo vulnerabili, siamo esposte alla vulnerabilità per la responsabilità sociale e statale. Non è naturale che le donne siano in questa condizione di vulnerabilità. Per questo dobbiamo cambiare le regole, niente più né niente meno.

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C.Murguailday

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‘Nessuna si impotera isolata, ma riflettendo in gruppo. Farlo insieme e organizzate è la garanzia per poter avanzare in un processo di impoteramento’

La distribuzione estremamente sbilanciata delle risorse sono il risultato di un sistema di potere patriarcale, che si siede sull’accesso al potere e alle rirorse in svantaggio per le donne. La debilitazione delle donne è strettamente vincolata a questi due punti.

Il problema è anche la distribuzione del lavoro non retribuito tra uomini e donne e le donne si occupano quasi totalmente delle cure domestiche.

Solo le donne scambiano lavoro non con una remunerazione ma con: relazioni, legami, sorrisi di figli, amore – e tutto perché siamo state socializzate in un’ottica di genere verso questa direzione. Quindi, milionarie di amore e affetto e povere di solennità.

Ogni donna che insegna la figlia a essere una buona padrona di casa la sta condannando alla povertà. I figli sono i forti, quelli che faranno una famiglia. È il figlio che deve studiare perché deve lavorare perché deve mantenere la famiglia (di cui però, si occupa la donna). Uomini esposti al potere, donne all’impoverimento.

Pablo Freire parlò di empoderamento a riguardo della scrittura, in termini di acquisizione di potere (tramite il sapere).

‘L’aspetto più notevole del termine empoderamiento è che contiene la parola potere’ (León 1997)

Donne e politica: partecipazione e rappresentazione

n.4

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M. Cervera

Come le donne vengano rappresentate in politica mi interessa, mi preoccupa e mi occupa, assieme al concetto di visibilità; le donne devono essere ‘visibilizzate’ per tutto quello che fanno.

Le donne devono partire dalla coscienza femminista per poter intervenire nella partecipazione.  Politica è ogni azione di trasformazione nel mondo.

Dire che vogliamo il 50% della presenza in politica è dire poco; il discorso è: a che società vogliamo appartenere? In quale politica vogliamo prendere parte?

Politica non è solo voto, leggi, governi, ma riguarda tutti gli ambiti della vita pubblica e privata. La politica è in tutti gli spazi della vita. Esserci e agire in società è politica.

La coscienza femminista viene dalla riflessione su come smarcarsi da quello che il patriarcato ha deciso per le donne.

Ci sono molte donne che hanno cercato di entrare nel mondo della politica formale secondo gli stessi schemi maschilisti.

Il femminismo è sempre coinvolto nella costruzione di modelli per rinnovare lo status quo verso un’inclusione più giusta di donne e uomini.

La rappresentazione è un tema molto complicato. Ognun* di noi rappresenta solo se stess*, la propria esperienza il proprio corpo ma proprio per questo è necessario mettere in relazione queste esperienze e fare rete. Bisogna tenere in conto l’estrema vitalità dei movimenti sociali.

I luoghi delle donne sono le piazze, le strade, le scuole, luoghi di rete, di auto-organizzazione.

Per la nostra esperienza, sappiamo che lavorare con chi è inserito nei luoghi di potere costa moltissimo lavoro. Ad oggi, ci sono anche delle femministe in questi spazi che vogliono far avanzare le nostre istanze. Noi ci chiediamo sempre fino a quando vale la pena; essere in rete con le donne femministe nelle istituzioni è imprescindibile però sempre sulla base della cooperazione con le associazioni. Non credo sia possibile cambiare le istituzioni dall’interno, ma dall’esterno, tramite la cooperazione, sì. Per esempio, è tanto difficile agire sull’aborto, nonostante il concetto elementare che il corpo della donna è della donna. Ma bisogna continuare a esprimersi, a criticare la legge in base a come noi pensiamo questa si debba esprimere a riguardo.

Un altro esempio: il lavoro. Lavoriamo tantissimo e guadagniamo poco o niente. Allora ci chiediamo quali lavori ci servono veramente, perché per esempio ci sono persone che stanno impazzando per fare cose che non servono a niente. Oppure riflettiamo sui consumi e su come possiamo vivere bene in questo mondo che stiamo distruggendo. Di certo, dall’alto, non si fomenta la discussione, anzi. È fuori dalle istituzioni, nei gruppi femministi, dal basso, che parte e deve partire la discussione.

È importante che la politica faccia proprie le istanze femministe per allargare la portata delle cose che ci stanno a cuore.

La politica non è per i partiti, è per la gente, specie per quelle persone che si spendono per le libertà anche se non sanno dove andranno a parare.

Dobbiamo riflettere, un* ad un*, per come attuare un cambiamento verso il rispetto della pluralità, in rete con i movimenti sociali.

Il femminismo non è il contrario del maschilismo; è un movimento trasversale che difende l’uguaglianza di tutte le persone per una società più giusta.

La moderatrice, Argelia Queralt, fornisce questi dati: 

 

In Spagna, solo il 3% delle donne si considera femminista ma in realtà ci sono molte più donne che difendono attivamente i diritti delle donne: il problema è che il termine ‘femminismo’ è stato stigmatizzato.

Interviene una donna con esperienza nel mondo della politica, dice con sarcasmo: ‘rivendichiamo il diritto a essere mediocri almeno la metà dei colleghi’.

 

 

Quali meccanismi di protezione dei diritti umani abbiamo a disposizione per denunciarne la vulnerabilità?

n.3

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J. Saura

Gli esperti che compongono i Committee vengono eletti dagli Stati Membri. Si esprimono nelle dispute tra individui, tra individui e Stato e tra Stato e Stato, vagliano i report redatti dagli stessi Stati membri (funzioni consultive) e, per determinati Committee, possono anche svolgere delle indagini in loco. (Per quanto riguarda il comitato per l’eliminazione della discriminazione contro le donne, CEDAW, si segnala la presenza dell’italiana Biancamaria Pomenarzi, ndb).

Le relazioni e i pareri emessi dai Committee non hanno tanto un valore di intervento concreto ma sono fondamentali per testare quanto viva, solerte e attiva è la sensibilità civica di un Paese, quanto la società civile è capace di recepire le consulte ed eventualmente mobilitarsi nei confronti dello Stato di appartenenza.

La partecipazione è importante perché se non parliamo noi, altri lo faranno per noi.

Il CEDAW ha ricevuto critiche per la mancanza applicazione del principio di parità, essendo composto solo da donne; un paradosso, alla luce del fatto che nessun* ha obiettato, fino a pochissimo tempo fa, per la quasi totale presenza maschile in quasi tutti gli altri organismi.

 

Consultare qui la relazione sulla violenza contro le donne; qui, invece: raccomandazioni del committee of Ministers, Convenzione di Istanbul e dettagli,

 

 

Diritti umani emergenti: le lotte di rivendicazione in materia di diritti umani

N.2 – D. Bondia

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‘Se vogliamo eradicare le violazioni dei diritti umani dalla base, abbiamo uno strumento molto potente: l’istruzione’.

La concettualizzazione dei diritti umani si è sviluppata attraverso quattro fasi:

  1. Positivizzazione, le élites rivendicano valori morali, norme etiche e diritti davanti allo Stato. (Poco para pocos)
  2. Generalizzazione, ovvero estensione di tali diritti per tutti (poco para todos)
  3. Internazionalizzazione, all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, viene promossa l’azione dello stato a garanzia dell’attuazione dei diritti
  4. Specializzazione, ovvero specializzare i diritti a tutela di determinati collettivi.

Nel XXI secolo è sorta la V tappa: INTERAZIONE, ovvero la necessità di mettere in relazione i diritti umani.

Ciò che sta succedendo a fronte dell’emergenza migratoria mette in un luce , con le politiche delle ‘quote’, una concenzione di privilegio del diritto; l’asilo non può essere ristretto a un certo numero di persone, è da applicare a tutte le persone.

In Spagna si è spostata l’attenzione sulla questione della sicurezza; quali erano, invece, le priorità degli spagnoli? I tagli alla cultura, la disoccupazione, etc, invece si è criminalizzata l’espressione del dissenso (manifestazioni) in nome della ‘sicurezza’.

Il concetto di democrazia non si limita al concetto di voto. La storia di Haiti ci insegna che lavorare esclusivamente sulla questione del voto non è sufficiente. Bisogna rafforzare lo stato di diritto tramite i suoi tre poteri (esecutivo, legislativo e giudiziario), perché si applichino separatamente e senza ingerenze.

Ad oggi, bisogna tenere in conto di due nuovi poteri: il IV potere, ovvero il potere dei mezzi di comunicazione (che possono arrviare a distorcere le questioni del diritto umano e creare allarmismi), e il V potere, detenuto dalle grandi imprese (lobbies).

La democrazia è più di un sistema politico; è un sistema di valori che configura la società.

Tutti e tutte devono partecipare alla società. Non esistono migranti illegali o legali, esistono, semmai, situazioni irregolari che però non intaccano il concetto di ‘legalità’ della persona. I diritti umani sono un concetto includente, non escludente.

I diritti emergenti mettono in luce la questione delle identità multiple. Le grandi idee in materia di diritti umani non vengono più dall’Europa; una colombiana, oggi, si considera contemporaneamente contadina, latina e colombiana – al contrario, in Europa, si promuove un’identità escludente. Le diverse culture possono portare una grande ricchezza ai diritti umani.

Lo Stato garantisce diritti umani alle persone sul suo territorio, non li conferisce, li garantisce. Lo Stato è fondamentale ma va rinnovato. Non possiamo lasciare immutata una concezione dello Stato che risale al XVII secolo. In questo senso, esistono due proposte.

La prima, del sociologo Boaventura de Sousa, suggerisce di avanzare una nuova calibratura del concetto di Stato a partire dalla cultura e poi passando dal concetto di nazione.

La seconda, avanzata dal giudice brasiliano Augusto Trindade, è volta verso la UMANIZZAZIONE del diritto, secondo la concezione che sono LE PERSONE fare gli Stati e non viceversa; in altre parole, intende mettere in luce i limiti della tradizionale concezione di Stato per cui questo viene a configurarsi in presenza di un governo, un territorio, la sovranità che esercita e la popolazione, spostando invece la centralità sull’elemento umano.

Lo Stato è il garante ma può essere anche allo stesso tempo violatore dei diritti umani. La visibilità delle violazioni dei diritti umani dipende dalle azioni, ovvero dalle azioni attive che infrangono i diritti; la maggior parte delle vilazioni dei diritti umani non avvengono per azioni, ma per OMISSIONI, PER IL NON FARE.

Non fare niente crea una responsabilità per omissione.

Uno Stato non deve mettersi a confronto con altri Stati con standard inferiori nel garantire i diritti umani, ma con Stati più avanzati in questo senso. Bisogna denunciare tutte le mancanze o errori nell’applicazione dei diritti umani. Non bisogna essere complici di crimini che commettono gli altri.

I diritti emergenti evidenziano nuove necessità. (Muchos derechos para todos). I diritti emergenti possono essere: diritti nuovi, diritti già esistenti ma da valorizzare e diritti già esistenti da estendere a determinati collettivi.

I diritti culturali, sociali, economici e politici vanno messi in relazione; sappiamo molto in materia di diritti, ma non sappiamo connettere le conoscenze in maniera integrata.

La povertà non è una causa della violazione dei diritti umani, è essa stessa una violazione dei diritti umani.

La specializzazione dei diritti di particolari collettivi (es. le donne) mette al centro non gruppi umani deboli bensì un gruppo di soggetti vulnerabili, in quanto sono fattori esterni che li rendono tali. I diritti umani devono essere uno strumento di emancipazione per uscire da una situazione di vulnerabilità.

Se vogliamo correggere ogni forma di discriminazione e violazione dobbiamo cominciare dall’istruzione, e non con corsi specifici e universitari ma dai primi gradi del processo di scolarizzazione. È inutile celebrare il 20/11 o il 10/10, bisogna agire costantemente.

Due strumenti importantissimi sono la ‘ Carta europea per l’uguaglianza e la parità delle donne e degli uomini nella vita locale’ e la ‘Dichiarazione dei diritti umani emergenti’.

Il diritto alla libertà non deve essere in contrasto col diritto alla sicurezza. Come anche, il concetto di Occidente, che è politico, non deve essere contrapposto al concetto culturale di Islam anche perché l’Islam è presente, in Occidente, da secoli.

Il ruolo della comunità internazionale è importantissimo perché serve a DARE VISIBILITÀ A VITTIME INNOCENTI, SERVE A RESTITUIRE DIGNITÀ ALLE VITTIME. Per esempio, in Argentina c’erano leggi locali di amnistia per quelli che avevano commesso crimini contro l’umanità (vedi il caso Scilingo). Solo grazie al processo internazionale l’Argentina si rese conto dell’enorme inadeguatezza della legge.

Anche il concetto di vittima va modificato, in quanto tende a stigmatizzare. In America latina si parla di ‘sopravvisuti e sopravvissute’ o ‘resilienti’. Bisogna iniziare a lavorare anche su un piano psicosociale, che potrebbe, per esempio, estendere a una portata sociala il concetto di risarcimento.

Chi vìola i diritti umani in un posto è nemico di tutta l’umanità perché si macchia di lesa umanità.

Non si può essere neutrali; senza confondere l’oggettività con la neautralità, bisogna sempre stare dal lato delle vittime MOBILIZZANDO IL SENSO DI VERGOGNA NELLA SOCIETÀ.

Dobbiamo riagganciare la pratica alla teoria; l’Accademia deve tener conto di chi più sa in fatto di violazione di diritti umani ovvero delle vittime.

I diritti e i doveri devono interagire; un diritto non deve corrispondere col suo stesso contenuto, ma l’applicazione stessa ovvero con l’accesso al diritto per tutti e tutte. Esempio: il diritto all’istruzione non è la scuola in sé ma l’attuazione concreta del diritto ad accedere all’istruzione.

 

 

 

 

 

‘Wax’, il racconto della Generazione X: tra purezza e resistenza culturale

Passando da Bari per le vacanze pasquali, sono tornata in un rinnovato ed accogliente Cinema Royal. È bello vedere, ogni tanto, che la resistenza culturale esiste.

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Ho assistito alla proiezione in anteprima di un piccolo gioiello cinematografico molto ‘made in Italy’, nello specifico molto pugliese, ma che vanta anche un respiro internazionale. ‘Wax’. In inglese significa ‘cera’, un riferimento non casuale che nel film esplica uno dei temi portanti: l’idea della malleabilità, del divenire che potenzialmente è soggetto a una forma definitiva ma a patto di indurirsi. WAX è anche un acronimo che sta per ‘We Are the X Generation’, cioè la generazione dei ‘sacrificabili’, la ‘generazione cuscinetto’, i nati tra gli anni ’70 e i primi anni ’80 e che si trova a vivere non solo, banalmente, ‘mala tempora’, ma tempi molto contraddittori. Anche io faccio parte di questa generazione, motivo per cui il film mi ha molto colpito anche da un punto di vista personale. Un respiro: mi sono sentita perfettamente rappresentata, e in un modo piacevole ed originale.

L’ottima notizia è che, dunque, finalmente il mondo della cultura sta strutturando – finalmente! Finalmente – un racconto generazionale onesto e realistico col massimo della professionalità ed entusiasmo.

Nonostante la serietà di questa premessa, voglio subito mettere in chiaro che il film del brillante Lorenzo Corvino, pur realistico e per certi versi non molto rassicurante, trasuda purezza ed entusiasmo da ogni parte, caratteristiche riflesso ed emanazione dello stesso regista, presente in sala.

Come nel prologo di alcune grandi tragedie, il finale del film viene anticipato senza che questo comprometta l’interesse per lo svolgersi dell’azione: il pubblico viene subito informato sul fatto che i giovani protagonisti moriranno. E si sta per tutto il film con un impercettibile senso di ansia e dispiacere di sottofondo in quanto, dalla loro comparsa sullo schermo, ci si innamora perdutamente di Livio, Dario e Joelle (ottimamente interpretati da Davide Paganini, Jacopo Maria Bicocchi, Gwendolyn Gourvenec) e della loro purezza che un ambiente di lavoro mascalzone, mirabilmente tinteggiato, non riesce a corrompere. Nel film, i tre protagonisti, sostenuti da una produzione italiana truffaldina, saranno alle prese con il loro esordio professionale, ovvero la creazione di uno spot pubblicitario da girare in Costa Azzurra. Una sensazione di ‘metateatro’ viene immediatamente agganciata, essendo l’argomento del film legato a doppio filo, anzi, a più fili e su più livelli, con la realtà, cinematografica e non.

Si segue la vicenda tramite l’occhio – o meglio, tramite le telecamere – di Dario, nella parte del regista; maneggiando con l’entusiasmo di un bambino le sue attrezzature e le sue lenti, il ragazzo vuole catturare la sua prima esperienza lavorativa sin dall’inizio. La regia, quella vera, simula/segue quindi una presa diretta che però viene sapientemente calibrata anche grazie a un’ottima fotografia (di Caternina Colombo, Corrado Serri).

Ma perché Dario è ossessionato dal registrare ogni momento? Non certo per la mania da selfie, ma solo per passione. Dario, infatti, ama quello che fa. Come Livio e Joelle. Che però dipendono da un ‘professionista’ scroccone, bidonista e calcolatore. Quindi Corvino intende dire che ‘i giovani d’oggi’ hanno le loro passioni e aspirazioni, e che proprio con queste vengono ricattati da un potere ostile e incompetente. Ma cercano di andare comunque avanti.
Screen Shot 2016-03-31 at 12.18.52 PMIl film ha una cornice precisa e funzionale che vanta niente meno che l’interpretazione di Rutger Hauer, nelle vesti di un avvocato in pensione specializzato in diritti umani. Nonostante all’attore olandese sia affidata ‘solo’ l’ apertura e la chiusura del film, la sua è una figura chiave, anche perché getta le basi del sospetto – che poi si rivela fondato – di una serie di metafore perfettamente amalgamate con la piacevole scorrevolezza del film. Infatti, non è un caso che la cornice sia intelata da un avvocato di diritti umani: Wax è anche il racconto del mondo del lavoro dalla parte dei giovani. Il lavoro è un diritto costantemente minacciato da contratti che non arrivano, che arrivano tardi e che raramente sono come dovrebbero. La sua figura vetusta e rispettabile, la Legge, è lì a dirci che la generazione X è colpita nel profondo di un suo diritto.

Ottima è la rappresentazione ‘duplice’ del concetto di infanzia. Se da un lato la generazione X non riesce a diventare felicemente adulta, schiantandosi il processo di crescita personale sull’impossibilità di realizzarsi professionalmente, dall’altro, l’infanzia che si porta dentro (simbolicamente rappresentata dal circo di Joelle o dalla mitica BMX anniottantissima su cui si diverte Livio sottraendola – appunto – a un bambino) li rende positivi, combattivi, custodi delle illusioni di pura grandezza assorbita sui banchi di scuola. Ma gli ‘eroici furori’ dovranno affrontare il crash test della realtà, conflitto affrontato nel secondo dialogo tra i protagonisti, per cui mi sono trattenuta a stento dal saltare sulla poltrona e battere le mani in standing ovation. É uno dei momenti clou del film, in cui, tra le altre cose, si mette in scena un confronto ‘internazionale’: i ragazzi italiani dipingono un mondo del lavoro irrimediabilmente marcio, dove l’iniziativa personale è costantemente scoraggiata dalla stantia classe dirigente; la francese Joelle rimprovera gli italiani di chinare la testa davanti alle ingiustizie procrastinando i problemi – dirà: ‘sistemarli nel senso di farli diventare sistema’ – battuta autentica , come ci spiega Corvino, nata da una sorta di inconsapevole colpo di genio, dalle riflessioni linguistiche di Gourvenec che chiedeva alla troupe il significato dell’italiano ‘sistemare’.

Il problema della disistima generazionale è un altro aspetto colto con estrema acutezza dal film. Quanti talenti dispersi che avrebbero meritato e meriterebbero un’adeguata valorizzazione e che invece si tende, con costanza soprendente, a soffocare. E le vittime più vulnerabili sono (siamo) proprio i ‘sacrificabili’, gli ‘inutili’ più o meno trentenni, intuili perché giovani ma derubricati dai diritti e doveri della vita ‘adulta’. Ma il film, pur investigando cause e colpe, è tutt’altro che autoapologetico.

Simbolicamente, i protagonisti sono figli unici e senza famiglia. Nonostante, alla fine, loro tre in qualche modo riescano a diventare una famiglia non convenzionale, all’inizio striscia tristemente l’idea che se morissero nessuno se ne accorgerebbe; ecco perché, a mio avviso, la paventata morte finale è una sublimazione estrema di un fenomeno reale: l’esodo. Il voler sparire – questa sorta di cupio dissolvi – collima con l’idea di partire, della ricerca di un altove, come i numerosissimi ragazzi e ragazze che fanno le valigie e vanno via da un Paese che infantilizza e ‘invisibilizza’. È, però, anche un volersi sottrarre a tutto questo, è la ricerca della via di riscatto.

Ecco il metateatro. A fine proiezione, Corvino (capacissimo e tenacissimo esordiente) rende omaggio alle circa quattrocento persone che hanno lavorato al film e ringrazia la (giovane) casa di produzione Vengeance. In sala, un’emozionata Valeria Vaglio, barese all’estero che ha curato e composto le musiche, si augura di tornare sempre più spesso a Bari a testimoniare che il talento DEVE emergere; la production coordinator coratina Rosita D’Oria è la destinataria di un ringraziamento tutto particolare; Gwendolyn Gourvenec, arrivata appositamente da Parigi, si dice contentissima (l’attrice ha una lunga carriera alle spalle ma ‘Wax’ segna il suo primo – felicissimo – ruolo da protagonista; le si augura la carriera fulgente che si merita, viste le sue qualità e un viso che buca lo schermo come non si vedeva da tempo; bravissima la costumista Jessica Zambelli, che ha valorizzato con raffinatezza e attenzione la bellezza dell’attrice).

Il regista, infine, ci saluta esprimendo l’augurio che si rompa ‘la catena del conflitto generazionale’, che si promuova, insomma, quella ‘coesione sociale’ citata anche nel film; ‘simbolicamente’, ci ha raccontato come Rutger Hauer (che il giorno delle riprese compiva settant’anni) abbia alla fine accettato di partecipare a questo bel lavoro come atto di stima e di incoraggiamento per un’idea giovane, in cui si è immedesimato pensando a sé da giovane. Fiducia e raccontarsi propriamente è quello di cui la generazione x ha bisogno.

Dove è successo tutto questo? In un luogo di cultura che ha riaperto, per iniziativa di un giovane entusiasta della cultura. In bocca al lupo anche al Royal.

Tutto ben fatto, tutto al suo posto!

Le immagini sono tratte dalla pagina ufficiale su Facebook dedicata a ‘Wax’.

Grazie all’infaticabile Miriam di Ciaula per avermi consigliato la visione del film e per l’impegno con cui ne sta curando la promozione.