Una lotta attiva per la parità di diritti tra uomini e donne – corso dell’Istituto Catalano dei Diritti Umani

Screen Shot 2016-04-11 at 10.26.36 PM

Raccolta di piccoli spunti per buone pratiche nell’attuazione della parità.

Annunci

LA COSTRUZIONE DELLA SFIDUCIA VERSO IL FEMMINILE

Dal senso comune, dalla condivisione manifesta o subdola di alcuni modi di pensare, prendono vita molti comportamenti sociali.
Ci sono atteggiamenti che necessitano un’attenta lettura per esseri individuati.
Spesso ho vissuto o sono stata testimone di quello che definisco la costruzione della sfiducia verso il femminile, una sottile forma di violenza che si annida nei nostri reconditi modi di pensare che portano ad associare e ridurre il femminile solo a determinati ambiti, mentre non risulta naturale pensare che le donne possano operare e pensare anche altrove e in diverse modalità.
È un approccio che tende a generare un orientamento, più o meno conscio – molto più spesso inconscio – di sfiducia circa la competenza delle donne in alcune situazioni (dalle più banali alle più complesse), e senza motivo.

Vorrei portare un esempio. Un giorno, in aereo, stavamo sorvolando la Campania. Ho fatto spesso questa tratta e il mio occhio si è abituato alla geografia “dall’alto”. Un signore di mezza età, rapito dallo splendido spettacolo che una perfetta visibilità rendeva ancora più pittoresco, si domandava dal finestrino dove fossimo e cosa fossero quei rilievi suggestivi, quei paesaggi pieni di contrasti dove il segno dell’uomo sfida la natura, senza celare la memoria di remoti disastri e dove, tuttavia, una caparbia urbanistica continua la sua scommessa
“Se mi posso permettere, signore, quello è il Vesuvio”, intervenni dal mio posto sul corridoio, da cui potevo comunque guardare fuori. Il signore si ammutolì accennando un dubbioso e imbarazzato sorriso. Non mi credette. Come poteva una giovincella colmare una lacuna geografica o la pigrizia dell’occhio di un uomo esperto?
Non continuò neanche a parlare con la compagna di viaggio seduta al centro e rimase perplesso.
Dopo qualche minuto, il comandante annunciava l’atterraggio a Bari: “Signori e signore, stiamo cominciando la nostra discesa verso l’aeroporto di Palese, spero abbiate avuto modo di godere dello splendido spettacolo del Vesuvio che ci siamo appena lasciati alle spalle”. Ho guardando quindi il signore cercando una ilare complicità, un sorriso. Mi ha guardato invece stizzito.
È un esempio banale ma non posso ormai più contare le volte in cui quello che dico viene nel migliore dei casi non ascoltato se non deriso, almeno finché non incontra l’avallo di un’autorità percepita come superiore, e che coincide, nella maggior parte dei casi, con quella di un uomo. Succede a me, succede ad altre persone.

Un esempio più autorevole è forse rappresentato dagli inconcepibili commenti, da parte di alcune persone – poche ma foriere di un preoccupante campanello d’allarme – circa il rientro dell’astronauta Samantha Cristoforetti. Invece che essere un indiscusso motivo di orgoglio, la conclusione della missione della scienzata italiana è stata sabotata, in parte, da commenti modellati sui più obsoleti stereotipi maschilisti.

Alla luce di queste dinamiche, risulta attendibile la titubanza, per esempio, verso il concetto delle quote rosa; operativamente possono in effetti facilitare l’accesso delle donne in politica, ma a che serve se noi stessi, tra amic@, parenti, colleg@, noi – il popolo votante – non crediamo nella capacità politica delle donne?
Le donne non partecipano alla politica perché non ci sono ottimali condizioni operative per farlo (come carenti solo le misure per facilitare l’accesso al lavoro), ma, temo, molto di più perché è difficile creare il consenso attorno a loro. E poi, la potenzialità della maternità è vista sempre con sospetto (ricordiamoci, però, che questa si chiama discriminazione).

Eppure guardiamo la Spagna: Madrid e Barcellona hanno vissuto una svolta tutta “in rosa” con l’elezione a sindaco di due donne; una, riportando la capitale spagnola tra le fila della sinistra dopo 24 anni di Popolari, l’altra succede a 119 sindaci tutti uomini. Osserviamo dunque con speranza la Spagna, con un unico pensiero che getta un’ombra su questa nuova situazione: che si stia ricorrendo alle donne, una volta in più, in una situazione di emergenza, non privata ma pubblica, perpetuando gli oneri della cura – storicamente associati alle donne – nel mondo della politica in un momento in cui questa si è scoperta nella sua fragilità sistemica (idea che mi è stata suggerita dalla lettura di un discorso di Lea Melandri circa il ricorso alle donne come “risorsa” nei momenti di crisi e che qui riconnetto al contesto politico).

Un altro esempio tipico: mi è capitato sul lavoro o nel mondo accademico di dover svolgere delle mansioni a contatto con uomini. Non tutti, ovviamente, ma molti, quando hanno scoperto di dover essere affiancati da una donna, non hanno celato una sorta di disagio (anche se sospetto non l’abbiano fatto intenzionalmente, ma cattive pratiche interiorizzate possono agire quanto le volontarie). Come posso sentirmi io produttiva e partecipe del mondo se non godo della fiducia di chi mi sta intorno, a priori? E si badi bene, che la sfiducia non è promossa solo dagli uomini, anche se sono gli agenti principali in quanto detentori di maggior potere decisionale (basta, per esempio, guardare alle statistiche circa la disparità di genere sia in politica che nel management aziendale); conosco mediche (plurale femminile di “medico”, esiste?) che sono state oggetto – a priori – di sfiducia anche dai loro pazienti e dalle loro pazienti, salvo poi essere riabilitate solo alla luce del loro buon lavoro. Ma non si può lavorare sempre in difensiva, sempre con l’atteggiamento di chi – ribadisco, a priori – deve sempre essere sospettato di dover dimostrare qualcosa.

È un male che dobbiamo cercare di combattere, quello della sfiducia verso le donne. Una delle dinamiche che più mi ha colpito nell’ultimo film di Tim Burton, “Big eyes”, è la violenza perpetrata nei confronti della figlia della protagonista, violenza che prende le forme della negazione, da parte della madre e del suo compagno, della verità conosciuta e difesa dalla bambina. Convincere i bambini del contrario di quello che pensano – soprattutto quando questo è vero – significa distruggere la loro capacità di discernimento, non solo a livello intellettuale (distinuere con la ragione il bene dal male, il vero dal falso, e così via), ma soprattutto a livello etico. Se si minimizzano o confutano ingiustamente le idee di un individuo, tanto più se questo non ha i mezzi per opporre resistenza – si attua un sopruso, un gesto di estrema arroganza.

Allo stesso modo, oltre alla sfiducia promossa di cui parlavo sopra, se la società tenderà a rifiutare o negare delle problematiche specifiche, non ci sarà alcun progresso a livello di civiltà. Mi è capitato di imbattermi in alcune discussioni in cui la violenza di genere, oltre a non essere vista, è stata negata. Non riesco a spiegarmi l’origine di questo caparbio negazionismo che crea una gabbia intorno a degli esseri umani, fatte di ignoranza, mancanza di rispetto, prepotenza e povertà di spirito.

Non si tratta di una guerra di donne contro uomini (nonostante a volte i dati raccapriccianti sulla violenza di genere ci dica che una guerra c’è, e lascia sul terreno moltissime donne, si, soprattutto donne). Si tratta, prima di tutto, di creare le condizioni per cui tutti gli individui si possano sentire liberi di pensare, esprimersi ed essere presi in considerazione, invece di promuovere una sfiducia che, nel complesso, danneggia la società nella sua interezza.

Screen Shot 2015-06-24 at 8.19.59 PM
Margaret Keane, la cui vicenda viene raccontata da Tim Burton in “Big Eyes”

Un tram chiamato miraggio

La sconfitta dei cittadini e dei mezzi pubblici a Bari, e pensare che ‘Bus’ deriva da ‘Omnibus’, cioè per tutti…

Mi è capitato di tornare a Bari per una sorta di progetto di ricerca di qualche settimana. A Bari ci sono nata, ci torno volentieri, è una bella città.
Il fatto di vivere usualmente all’estero podendo godere di servizi che anche stando a Bari avevo sempre sognato di godere (anche nell’ambito della fruizione dei più basilari servizi cittadini sembra dover sforare nell’ambito del personale, del sogno ahimè), mi ha resa ancora più attenta nel cogliere i disservizi, non solo nella loro essenza ma anche nelle loro cause; e di capire ancora meglio come davvero la linea spartiacque tra le responsabilità è davvero labile.
Questo è un breve racconto che non punta il dito solo contro un’azienda (che, a quanto leggo, non se la passa bene), ma anche sulla inciviltà dei cittadini.

INTERNET, IL SITO. Dunque, durante la mia permanenza, avevo bisogno di arrivare da un certo quartiere barese, abbastanza centrale, alla Fiera delle Levante, nelle immediate vicinanze del Centro Sportivo Universitario.
Naturalmente, come prima mossa, per pianificare il mio itinerario, ho fatto una ricerca sul sito internet dell’azienda Amtab: segnato il punto di partenza e di arrivo, mi sono accorta con un certo sgomento che non esistono bus diretti. Bisogna arrivare a piedi o prendendo un bus in stazione e di lì proseguire con un altro bus.
http://www.amtab.it
Con questa opzione, si dilatano i tempi di percorrenza dato che a piedi avrei impiegato almeno 20 minuti per arrivare in stazione, tappa che inoltre mi sarei volentieri evitata negli orari in cui avevo bisogno di spostarmi. Col bus, stesso discorso in fin dei conti, già presagendo, tra l’altro, insicurezza derivante dagli incerti orari dei bus, che già in condizioni normali, sono comunque ‘soggetti alle condizioni di traffico’ (come specificano anche le indicazioni dell’AMTAB stessa).
Allora mi viene un’idea: ricordo come un sogno un servizio di bike sharing, mi è sembrato di vedere le rastrelliere. Le raggiungo e con mia grande sorpresa, leggo che il servizio è gestito dalla stessa azienda di trasporti. Almeno, c’è scritto di rivolgersi ai loro uffici. Comunque, mi accorgo che sono superstiti solo due bici, entrambe fuori uso. Le altre? Svanite. Non mi servono altri elementi per capire che il servizio non è fruibile. Ah, Barcellona….
Per curiosità, comunque, poco dopo mi decido a leggere il cartellone dei bus affiso vicino al mio punto di partenza; con grande sorpresa, mi accorgo che il 2/ passa esattamente dalla mia destinazione. Quindi, prima falla: discordanza tra quanto riportato online e quanto scritto in reale. Per deformazione personale, tendo a mettermi sempre nei panni di uno straniero: se noi baresi siamo più o meno avvezzi all’imponderabile, allo ‘strano’, spiegare a uno straniero una stranezza del genere risulterebbe abbastanza imbarazzante. Ma ok, andiamo avanti.

L’ORARIO. Tutto sommato felice per la scoperta, mi appropinquo alla fermata del bus con un quarto d’ora d’anticipo (così, per andare sul sicuro). Durante l’attesa colgo il polso della situazione dai commenti esasperati degli altri passeggeri alla fermata del bus, sempre gli stessi: il bus non arriva, come al solito salta corsa, ritardo, conviene andare a piedi o raggiungere almeno la stazione, etc. Comincia a piovere. Il mio bus non arriva. Dopo 45 minuti di caparbia e inutile attesa, mi risolvo a prendere il primo bus che arrivi in stazione per poi, guidata dal caso, prendere il primo bus che arrivi in Fiera (con la buona pace della puntualità, a cui tengo tantissimo).
Se osservate la faccia degli autisti di bus a Bari, potreste dividerle in due macrocategorie: gli stressati (rancorosi o per lo meno nervosi, e a buon diritto) o i rassegnati (quelli che quasi non hanno in realtà molte espressioni facciali o quelli che sono addirittura gioviali, tanto non c’è niente da fare). Solo chi conosce il traffico di Bari – per quanto è sproporzionato in relazione alla proporzione di Bari come città; e per quanto è disordinato, dato che, per esempio, le corsie preferenziali quasi non si rispettano, giusto per dipingere due tratti salienti – può capire il fastidio di questi lavoratori che davvero, a volte meriterebbero la medaglia al valore civile (sorvolo in questa sede sui casi di pestaggio ai danni degli autisti, verificatisi anche recentemente).
Comunque, abbandono l’idea di prendermela col mio nocchiere, e approdo dove non volevo approdare ovvero in stazione.

I LUOGHI E LE PERSONE: LA STAZIONE. Dunque, scendo con passo incerto in stazione. La piazza dedicata ad Aldo Moro, su cui insiste sia la stazione ferroviaria sia quella dei pullman, è in stato di degrado, ed è davvero un peccato. La stazione è un biglietto da visita del posto, e certo il nostro non porta le migliori referenze.
E quindi, mentre aspetto il secondo bus (che per la cronaca, mi spiega un controllore, ha saltato la corsa e non si sa quando partirà; poi in realtà partirà ad un orario incomprensibile, quasi a metà tra la corsa saltata e la successiva), mi accorgo che nei pressi del ramo Bari Nord della stazione un esaltato brandisce un estintore e minaccia qualcuno. Ecco perchè non volevo avvicinarmi alla stazione, non volevo assistere a scene come questa, abbastanza frequenti. Almeno io, sarà un caso, sono tornata a Bari due volte in un anno ed entrambe le volte ho assistito a fatti violenti in stazione. Comunque, mentre prendo il cellulare per chiamare la polizia questa finalmente arriva e porta via il disturbatore.

Mi accomodo a bordo, dopo aver obliterato il biglietto, tra gli sguardi divertiti degli altri utenti. Si, deve essere divertente vedere qualcuno che oblitera il biglietto. Qualcuno che ha comprato il biglietto. A dire il vero, quella sera, l’unica persona che ho visto obliterare il biglietto era un immigrato.
In procinto di partire, l’autobus si riempe di rumorosi ragazzini che gratuitamente mi impartiscono una lectio magistralis sulle ultime tendenze musicali tecno-coatte. Parole e concetti come rispetto dell’altro, discrezione, civile condivisione di spazi pubblici mi sembra che siano andati definitivamente a farsi benedire con questa ultima generazione. Ma bisogna fare delle precisazioni che riservo alla parte finale di questo piccolo pamphlet.

Il bus parte, ma è una falsa partenza. Nei successivi 50 metri letteralmente raccata ragazzini che si erano distratti chi fumando, chi mangiando (con lancio di carte e lattine al momento di salire sul bus), chi…urlando. L’autista riprende bonariamente I ragazzini. Indifferenti.
Due ragazze decidono di prendere posto, in piedi, proprio vicino al finestrone anteriore del bus, vicino il guidatore. Io sono seduta al primo sedile, spettatrice privilegiata dello show delle strade baresi: il bus supera un semaforo e schiva miracolosamente una macchina piena di ragazzi dalla faccia per bene che, sicuramente per distrazione, ignora il rosso. In una frazione di secondo li ho visti sotto il bus, le ragazzine si sono sbilanciate non finendo, però, di testa sul vetro, io mi sono spaventata tantissimo ma l’autista – santo subito – è riuscito a schivarli. Per caso, per abitudine, per riflessi pronti. Dopo la tragedia sfiorata ho chiesto alle ragazzine di spostarsi, ma loro sono rimaste lì.

Il tempo che il mio cuore riprendesse un battito normale e finalmente sono arrivata in fiera. Dopo un’ora e mezza di viaggio.

Ho buttato il mio biglietto nel cestino, con l’assoluta certezza di essere stata una dei due paganti, su quel bus, insieme al ragazzo di colore.

E di qui, l’amara riflessione, che se l’azienda non migliora il suo servizio e la cittadinanza non riprende il percorso della civiltà, il trasporto pubblico sarà una vistosa spina nel fianco di questa città cui basterebbe poco per essere vivibilissima.
Bus, deriva dal latino ‘Omnibus’, per tutti, come dovrebbe essere un servizio pubblico, accessibile a tutti. Alla fine, a Bari, prendere il bus è invece quasi da sfigati. Perché? Perche dati i disservizi, l’insicurezza, i rischi di arrivare tardi a lavoro, sgraditi incontri, disturbi di varia natura a bordo, vetture fatiscenti, chi può permetterselo continuerà ad usare la macchina. ‘Chi può permetterselo’ sono i lavoratori, gente che il biglietto lo pagherebbe per usufruire di un buon servizio, facendo funzionare bene, di ritorno, l’azienda. Invece no: il pubblico pagante non usa i mezzi pubblici, e a ragione. Il fatto è che chi non può permettersi la macchina – o non la vuole, per la miseria! – non può contare sui mezzi pubblici. Ancora una volta è forse la parte di popolazione che io definirei media, forse la più consapevole e volenterosa che sogna per la città degli standard dignitosi, che invece viene lesa, che non può godere di una sana cittadinanza.
Chi usa i mezzi pubblici? Un esercito di utenti non paganti. Perciò l’azienda va in malora. Perchè presta un servizio – per quanto con molti punti di debolezza – praticamente gratis. È la solita vecchia storia del cane che si morde la coda.
Se il cane, invece di mordersi la coda, provasse guardare avanti….

Io? Speriamo che me la cavo…alla fine ho optato per un’altra soluzione, per questo mio breve ritorno a casa. La bicicletta. Ma questa è un’altra storia.