Tempi in dissolvenza: Catullo e Fitzgerald

‘Il grande Gatsby’ veniva pubblicato il 10 aprile 1925. Ho voluto celebralo partendo dalla chiusa del libro (da cui è tratto anche l’epitaffio di F.S. Fitzgerald):

IT: ‘Gatsby credeva nella luce verde, al futuro orgiastico che anno dopo anno indietreggia di fronte a noi. Ci è sfuggito allora, ma non importa – domani correremo più forte, allungheremo ancora di più le braccia…e una bella mattina…Così remiamo, barche controcorrente, risospinti senza sosta nel passato’

EN: ‘Gatsby believed in the green light, the orgastic future that year by year recedes before us. It eluded us then, but that’s no matter–tomorrow we will run faster, stretch out our arms farther…. And one fine morning– So we beat on, boats against the current, borne back ceaselessly into the past’

In grammatica, per molte lingue, uno degli aspetti più (subdolamente) ostici è capire il meccanismo e l’uso appropriato dei tempi verbali in base ai tempi fattuali dell’azione; ma, per rimanere su un piano di mera nomenclatura, e citando di sfuggita il past continuous, pensiamo al futuro anteriore e al passato prossimo: ora, le due definizioni (ossimoriche), alla fine, costringono anche il maestro più rigido ad ammettere che la presunta inflessibilità della logica delle regole grammaticali battono in ritirata davanti alla percezione personale del tempo, e che i suoi valichi, a furia di scavalcarli con l’immaginazione, con il ricordo o con la follia, possono diventare effimeri. Ora, sulla questione del tempo F.S. Fitzgerald ci ha fatto un capolavoro, ma è su ‘recedes before us’ – ‘indietreggia di fronte a noi’ che si apre la meraviglia: sulla capacità creativa, cioè, di riassumere con una manciata di parole la condizione dell’uomo che vive proiettato nel futuro pensando di poter manipolare il proprio passato. Finora, solo in Catullo ho visto una collisione di movimenti (andare contemporaneamente avanti e indietro) risolta così perfettamente: ‘praetereunte postquam’, dal carme XI:

nec meum respectet, ut ante, amorem,

qui illius culpa cecidit velut prati

ultimi flos, praetereunte postquam tactus aratrost.

e non si volti a guardare indietro, come prima, il mio amore
che per colpa sua è caduto come
un fiore del margine del prato, dopo che
è stato toccato dall’aratro che passa oltre.

(Traduzione confrontata con quella disponibile sul sito Latinovivo.com)

Sappiamo che il primo termine dei due presi in esame si riferisce all’aratro che tira dritto, e che ‘postquam’ è avverbio temporale. Lesbia, insomma, ha smesso di guardare all’amore del poeta con considerazione (da ‘respicere’ deriva ‘rispettare’), di ‘vederlo’, e indifferente ha ripreso la sua strada (non prima di esserci passata pure sopra); ma la poesia sa andare oltre la spiegazione filologica e l’evocazione verbale: leggendo queste due parole, ho sempre pensato all’aratro che passa e ripassa sul fiore su sollecitazione di un’immaginazione sapientemente accesa dal poeta con umili mezzi: un aratro, un fiore di campo.  Catullo così ha descritto anche la situazione psicologica dell’uomo in un limbo temporale, dilaniato tra il passato che rimpiange e il futuro senza la donna che ha amato. L’aratro non è altri che il tempo che conosce una sola direzione.

Chiunque abbia letto questi due passi, diversissimi tra di loro nel racconto della fine irrevocabile di un’illusione, non può non averne tratto godimento, sgorgato da quella maestria di cui le grandi penne sono capaci. E lo sono perché riescono a commuovere sia un pubblico non necessariamente specializzato sia chi si occupa più da vicino di letteratura, provocando, in questo ultimo caso, una vera e propria piccola morte.

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The great Gastby‘, Luhrmann, 2013

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Carl Gustav Jung diceva

Un uomo che non è passato attraverso l’inferno delle proprie passioni, non potrà mai superarle.

Dove l’amore impera, non c’è desiderio di potere e dove il potere predomina manca l’amore. L’uno è l’ombra dell’altro.

L’uomo cresce secondo la grandezza del compito.

Non vi è nulla di più difficile che tollerare se stessi.

In ogni caos c’è un cosmo e in ogni disordine un ordine segreto.

La vita umana è un esperimento dall’esito incerto.

Fonte foto: http://www.visionealchemica.com

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Uomini che contano (e cantano) giorni, ore e minuti

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It’s been seven hours and fifteen days since you took your love away…

Quando ho ascoltato per la prima volta ‘Nothing compares to you’, sono rimasta rapita dalla bellezza della canzone, come immagino abbiano fatto tutt* coloro che l’hanno ascoltata. La voce di Sinead O’Connor che la interpreta è talmente perfetta, il suo viso nel video è talmente splendido che questo pezzo dolentissimo incanta senza esitazioni vincendo la sua stessa tristezza con la sua stessa bellezza.

Quando, tanti anni fa, mi sono incuriosita e ho scoperto che l’autore di questa canzone è Prince, ho trovato sorprendente che un uomo potesse aver dedicato la prima strofa alla conta dei giorni e delle ore della perdita della persona amata. (‘Sono sette ore e quindici giorni da quando hai portato via il tuo amore’).

(Un numero di Dylan Dog cita anche il capolavoro del folletto).

Nell’organizzazione affettiva di femminilità e mascolinità, lo stereotipo sociale presenta l’estasi e il dolore dell’amore come affar di donne, come se gli uomini non potessero amare e per questo soffrire e gioire. E invece lo fanno eccome (ovviamente!), addirittura quando soffrono sembrano voler fare letteralmente i conti col dolore, contandolo. Oltre a Prince, anche Manu Chao con ‘Trece días’, canta i tredici giorni di freddo, di mancanza di respiro e senso che, se presumiamo non ci siano doppi sensi politici, sono da imputare a un abbandono amoroso.

E naturalmente Gatsby, l’ossessione del tempo ‘in persona’, corregge la vaga coordinata temporale di Daisy ‘sono molti anni che non ci vediamo’ con un preciso ‘sono cinque anni a novembre’. Come se avesse contato il tempo che l’ha separato dall’amore della sua vita con le linee sul muro di un carcerato e contemporaneamente con lo scrupolo rigoroso dello scienziato.

https://www.youtube.com/watch?v=H7yBQIGyunI

C’è su youtube anche una bella lettura psicologica dell’idea di tempo ne ‘Il grande Gatsby’.

 

Poi ci sono gli Almanegretta, che sciolgono la riserva sul tempo che passa.

‘Non ci pensare, pensa a campare, tutto questo passa e va via’.

https://www.youtube.com/watch?v=iaLHxCHEAN8

 

 

La mitica sfuriata di Calypso, tra serio e faceto

Tutti conosciamo la storia di Calypso, ‘colei che nasconde’, ovvero colei che raccoglie dai flutti bellissimi eroi sperduti e, trastullandosi, li trastulla sulla sua bellissima isola.

Già dai tempi del liceo, mi ha colpito come Calypso abbia poi lasciato andare il suo prediletto Odisseo piegandosi al volere ineluttabile degli dei suoi superiori, senza però prima cantargliele quattro. Insomma, la ninfa è la prima indignata della storia della letteratura.

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Edward Poynter, La caverna delle ninfe (1903)

Chi è Calypso? È, non a caso, una ninfa, ovvero una dea di seconda classe che si potrebbe definire una sorta di spirito della natura. Le ninfe sono esseri molto liberi che godono di alcuni previlegi delle dee (l’immortalità, per esempio) ma che hanno anche caratteristiche un po’ più umane, nel complesso.

Calypso, che per una scelta ‘politica’ aveva fatto arrabbiare gli dei perché per colpa del suo complesso di Elettra aveva scelto di affiancare il padre titano nella Titanomachia, viene relegata a vivere su un’isola dove – sempre per ripicca, diciamo – le arrivavano eroi con poco senso dell’orientamento di cui lei si innamorava, ricambiata, almeno per un po’; la punizione consisteva nel fatto che poi gli aitanti giovanotti, a un certo punto, dovevano riprendere la strada di casa lasciando lei in preda a un forte disappunto.

Comunque, Calypso viveva h24 con le tette al vento a cantare, filare e giocare con le sue amiche tettealvento ninfe. E Ogigia, che per fortuna era rimasta comunque ancora fuori dal turismo di massa, era un’isola rigogliosa con una natura florida e incontaminata.

Ovvio che, quando gli eroi approdavano da lei, eran ben contenti di aver scampato la morte in braccio a tale splendido gineceo.

Ora, il problema è che Calypso, dopo aver salvato, curato, rifocillato e dilettato Odisseo (dilettandosi a sua volta), se ne affeziona molto, lei stessa affascinata dalla sua mente, definendolo continuamente ‘dalla mente multipla’, ovvero intelligentissimo.

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Jan Brueghel il vecchio, Ulisse e Calypso, (1616)

Se sei intelligentissim* può essere che tu sia un protett* di Atena, la dea più cervellotica di tutt* nata per cafalogenesi da Zeus (mica poteva nascere da una qualsiasi vagina, per quanto divina, eh). Ora, quel gran romanticone di Odisseo, tra un trastullo e l’altro, va a lagnarsi mane e sera sulla spiaggia, a piangere la sua Itaca e forse Penelope.

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Arnold Böclin, Ulisse e Calipso (1883)

La sua mamma divina, Atena, non ce la fa più con questa lagna, questa continua zanzara nelle orecchie bianche come l’alba, e allora chiede al paparino Zeus di risolvere. Zeus spedisce Ermes da Calypso intimandole di lasciar ripartire Odisseo. Quando Ermes scorge Calypso e i suoi tizzoni ardenti negli occhi, conia la famosissima frase ‘Ahò, ambasciator non porta pena’, e le comunica la decisione degli dei.

È ora che il povero messaggero degli dei si fà carico delle ire della cabreadissima Calypso, che acconsente al rilascio di Odisseo, ma, essendo una che non le manda a dire a nessuno, rispedisce Ermes al mittente col seguente messaggio protofemminista.

Che non è giusto che fin quando è un dio a trastullarsi con una mortale, no pasa nada e che ora invece, essendo lei una ninfa libera diviene oggetto dell’invidia divina. Sì, la bellissima Calypso taccia gli dei di invidia, perché è ovvio che nel sistema di valori in cui si innesta la vicenda raccontata non era prevista la libertà sessuale femminile. Ora, noi sappiamo che anche le dee amavano mortali e si vendicavano per il rifiuto di questi esattamente come le divinità di sesso maschile; ciò che colpisce del discorso di Calypso è che lei cita – naturalmente per supportare il suo discorso da un’ottica al femminile – solo casi di figure di sesso maschile che hanno goduto di una libertà che adesso lei vede essere sottratta a se stessa (lei infatti cita Orione – che verrà poi ucciso da una furiosa Artemide, altro riferimento non casuale, comunque – Giasione e lo stesso Giove) .

Comunque, nel mondo greco esistevano due cose, sopra tutte, che non si potevano violare, il volere degli dei e le porte dell’Ade (salvo alcune eccezioni, comunque dall’esito infelice), perciò non c’è alternativa, Calypso deve lasciar andare l’amato. A dire il vero, si insinua il dubbio che la pobrecita non ce la facesse più a sopportare questa malombra che, ricordiamo, tra un trastullo e l’altro, andava a versare lacrime amare sulla spiaggia. E che barba. Forse, nobilmente, non ce la faceva più a vedere la persona amata soffrire, e dunque, per altruismo, gli costruisce la barca, gli dà da mangiare, forse anche un ultimo trastullo (non attestato, è una mia supposizione) e lo lascia andare.

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Henri Lehmann, Calypso che piange Ulisse sull’isola di Ogigia

 

Nell’ultimo dialogo con Odisseo, un po’ per vanità, emerge una certa riluttanza della dea all’idea che l’eroe ‘ricco d’ingegni’ la stia comunque preferendo a una comune mortale, rinunciando lui stesso all’eterna giovinezza e alla mortalità, che poi, Calypo – di cui parte della parte umana era affetta da stereotipi estetici – era pure sicura che Pene era più bassa, vecchia e brutta di lei, il colmo dell’incazzatura. Capitela.

E allora il cauto Odisseo, che certo non voleva essere fulminato da Calypso dopo averne passate tante e dovendone passarne altrettante, le dice: ‘madonna santa, Calypso (che, in base all’insistenza su altezza, età e aspetto, doveva essere una sorta di Giselle Bündchen -2.0A.C. – ), certo che Penelope non può competere con te per altezza o bellezza; è che sai, mi manca proprio la mia terra, sai, ‘la solita strada, bianca come il sale, il grano da crescere, i campi da arare’’; e allora, un po’ addolcita, la dea lo lascia proprio andare.

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Trovo interessante che in ‘Pirati dei Caraibi’ sia rispuntata una Calypso davvero particolare. Maga, nera, mutevole. Che si arrabbia tantissimo quando non solo la mettono letteralmente in gabbia, ma soffre per essere stata costretta a una forma sola. Perché, evidentemente, se Odisseo era ‘quello dai molti ingegni’, forse Calypso è quella dall’identità multipla. Una sorta di ‘dáimon’, dalla potenza creatrice, assimilabile forse al concetto di ‘dáimon’ – uno spirito guida mutevole ma puro e intuitivo, insomma, positivo – espresso nel sottovalutatissimo ‘La bussola d’oro’.

 

 

 

My name is Calypso
And I have lived alone
I live on an island
And I waken to the dawn
A long time ago
I watched him struggle with the sea
I knew that he was drowning
And I brought him into me
Now today
Come morning light
He sails away
After one last night
I let him go.

Suzanne Vega, Calypso

Dedicato ad Elena, per la nostra ironia : )

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‘Interstellar’ è uscito già da più di un anno ma siccome il tempo è relativo, per me è uscito ieri sera, a casa mia.

Già vent’anni fa, Mattew McConaughey aveva recitato in un film circa scienza, fantascienza, forme di vita aliene e viaggi nello spazio-tempo, in quello che io definisco il più bel film sull’argomento (o meglio, argomenti): ‘Contact’ di R. Zemeckis.

‘Interstellar’ non brilla per originalità, se non per qualche aspetto; prima di tutto, se finora la cultura ha elaborato la paura per le invasioni aliene – sempre a immagine e somiglianza dell’uomo e di quello che qua e là ogni tanto è successo e succede nel mondo quando un gruppo di uomini decide di invadere un altro gruppo di uomini – adesso sembra che ci sia stata un’inversione del senso di marcia: non sono gli alieni che vogliono invadere la bella terra, sono gli uomini che se ne vogliono scappare a gambe levate per averla ridotta a una palla di polvere inospitale.

Nel film non viene dato molto spazio alla riflessione sulle cause dell’impoverimento terrestre ma interessantemente viene tratteggiata una critica alla tecnologia e alla scienza per aver sottratto braccia all’agricolura; e dunque, a scuola ragazzine e ragazzini vengono incoraggiati a darsi all’agricoltura (il cibo scarseggia e le piante si ammalano), mentre organismi come la NASA portano avanti la ricerca in semi clandesitinità. L’argomento è molto attuale e degno di attenzione, ma nel film è presentato troppo aut-aut. Non si parla di eccessi ma solo di una netta contrapposizione tra istruzione-scienza e agricoltura, senza paventare la possibilità di una ridistrubione tra le due sfere che comunque hanno bisogno l’una dell’altra. Ma è solo un film e forse di questo ne dovrebbero parlare con più serietà all’ONU. Curioso, comunque, che in tutti i film del filone marziano viene assunta la pannocchia come totem, che ora mi crea inquietudine: da ‘ET’ a ‘Signs’, la sacra pannocchia, mais e tutto ciò che abbia una spiga sono il presagio dell’extraterrestre.

Ovviamente, c’è una connessione con la paura archetipica delle carestia (e delle conseguenti guerre), che soprendentemente si è insinuata anche nei racconti di fantascienza. Questo era stato già anticipato, per esempio, dal libro ‘The incredibile tide’ di Alexander Key, che non ho letto ma che conosco tramite ‘Conan, il ragazzo del futuro’ (regia Miyazaki-Hayakawa) che peraltro il film ricorda molto per alcune inquadrature.

Come ho già scritto per ‘The revenant’, anche ‘Interstellar’ sembra volerci dire che il seme della discordia è un qualcosa di endemico della natura umana, vedasi il personaggio interpretato da Matt Damon, che non solo mente spudoratamente per salvarsi la pelle ma cerca anche di uccidere Cooper-McConaughey.

I personaggi-chiave femminili, invece, sono molto positivi. Da un lato, la figlia di Cooper, Marph, è colei che (prendendosi una bella rivincita su quanti l’avevano torturata per la somiglianza del suo nome con la famosa legge-sfiga, atto di promozione della sfiducia del femminile), alla fine, salverà il mondo dall’estinzione grazie alle sue qualità  – intelligenza, intuito, fede, amore – che fanno di lei una scienziata completa; dall’altro, l’astronauta e fisica Hataway-Brand è una figura complessa che mette in luce un dinamico dialogo-contrasto tra scienza e ‘elemento umano’. Non solo alla fine si capirà che la sua intuizione circa il pianeta-sostituto della terra era corretta (vedasi gli ultimi cinque secondi finali per capire), ma è colei che anima il più bel dialogo di tutto il film circa l’amore. Sentire per credere.

Forse è proprio l’amore – senza sentimentalismi – è quella dimensione imponderbile che potrebbe essere la salvezza – tutta terrestre, tutta mondana – per noi e per il nostro pianeta.

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”L’amore non è una cosa che abbiamo inventato noi. Deve voler dire qualcosa. Amiamo persone che sono morte, qui non c’è un’utilità sociale. È una testimonianza, un artefatto di un’altra dimensione che non possiamo percepire consciamente. Io sono dall’altra parte dell’universo attratta da qualcuno che non vedo da un decennio. L’amore è l’unica cosa che riusciamo a percepire che trascenda le dimensioni di tempo e spazio. Forse di questo dovremmo fidarci anche se non riusciamo a capirlo ancora”.

Ver Sacrum, o quando il dio era sulle nostre bocche

Gli adolescenti sono esseri, sono un tutto in potenza. Quando lo ero io, non capivo chi mi diceva che stavo vivendo il periodo più spensierato della mia vita. Anche se ho vissuto un’adolescenza relativamente tranquilla, in cui mi stringevo a coorte con la mia compagna di banco e grande amica alla vigilia dei temutissimi compiti di greco; anche se i turbamenti amorosi – quelli seri e reali – sono arrivati dopo; anche se il mio pungolo più urgente era cercare di capire il mondo degli adulti e decidere se volevo assomigliare a uno di loro, io pensavo (e lo penso ancora) che ogni età ha il suo tormento, proporzionale ad essa, per lo meno in situazioni di normalità. Per cui non capivo perchè se io riuscivo a rispettare le preoccupazioni degli altri, specie degli adulti, questi sminuivano le mie.
Di certo, col tempo le responsabilità aumentano ma la buona notizia è che man mano che aumenta la vita, aumenta la consapevolezza. Nel bene e nel male, questa è una conquista che rassicura gli adulti rispetto ai ragazzini. Perciò non dite ai ragazzini che stanno vivendo il periodo migliore della loro vita, per lo meno per i motivi che credete VOI. Abitano un corpo che cambia di giorno in giorno, dove c’era un tenero cucciolo di mamma compare una guerriglia di ormoni. C’è la scuola, che spesso, invece di essere un posto accogliente che pungoli intelligenza e curiosità, le mortificano. Ci sono gli altri, che non sempre ti capiscono. Ci sono gli adulti, che corrono e corrono e sembrano proprio di essersi dimenticati cos’è l’adolescenza e nella loro corsa ti fanno pensare seriamente se non sia il caso di abitare per sempre quel guscio informe piuttosto che prendere una forma frettolosa. E triste.
Però i ragazzini sentono la vita come forse non la si sente mai più, nel bene e nel male. Per questo l’adolescenza va tutelata ovvero supportata; la solitudine, nella sua miriade di forme, porta a gravi degenerazioni. Porta alla paura e al disorientamento e se non sfocia in atti degenerati il rischio è di lasciare questo meraviglioso capitale umano all’angoscia, il che farà di loro degli adulti angosciati se passivi, angoscianti se attivi.
I ragazzini sono passionali. Quello che un adulto non inaridito mitiga col senno e con l’esperienza, in loro può essere un bomba H. Esplodono o implodono. Ma quella passione, quella sensibilità verso il mondo, è una risorsa che va accompagnata e da cui s’impara qualcosa. La freschezza di spirito, per esempio, invece di essere fagocitati dagli avvenimenti.
Siamo tutti più poeti durante l’adolescenza. E’ un sentimento che molti, moltissimi, sviliscono col tempo e quasi sempre per scelta. Gli adulti, spesso, perdono quell’entusiamo, dimenticano del tutto quando il dio era in noi.
E l’amore, durante l’adolescenza, è totalizzante. In un momento in cui ci si chiede ‘Chi sono io? Chi sono gli altri?’ si scopre l’esperienza insieme più egoistica e altruistica della vicenda umana. L’amore. Si scopre la distruzione e la costruzione ed è difficile capire quando contenere la passione distruttiva e quando lasciare andare la forza creativa dell’amore. Non lo capiamo da adulti, almeno gli adolescenti accolgono la sfida che è ineluttabile.

Per fare un esempio, ho deciso di pubblicare una lettera di amore – in realtà d’addio – scritta nel 2000, non ero ancora maggiorenne. E’ una delizia. Inizialmente sembra io sia bardata, poi mi sciolgo, e tra un moto di tenerezza e una battura faccio anche ridere. Perchè da adulti non scriviamo più così? Perchè da adulti non scriviamo più? Perchè non ci esponiamo?

Xy,…
oggi vorrei dirti tante di quelle cose…Perchè se ora che ho deciso di chiudere con te vivo in uno stato di letizia pensando al fardello delle sofferenze che la nostra relazione (rapporto reale solo nella mia testa troppo predisposta a vedere cose che non ci sono – solo per amore) mi scagliava ogni santissimo giorno sulla pelle – ora non ci sarà più, è vera anche un’altra cosa. Nonostante consapevole che le cose dette avrebbero potuto realmente disintegrare qualsiasi misero ponte tra di noi – forse voglia sia così – è vero che non so come sopporterò la tua mancanza. Non è che la tua sia stata una presenza, ma so che mi mancherai perchè…come posso spiegare…ma non c’è bisogno di spiegare.
Sto scrivendo male, lo so, ma non ha importanza, potessi trovare il modo di farti intuire quello che sento…Non è che tu mi capisca così bene, o no. Che dici? Mi fa rabbia da morire che hanno vinto tutti i nemici che avevi che volevano che morisse quello che io avevo sperato nascesse tra i nostri due corpi e spiriti ma mi fa veramente morire che il più grande tra questi nemici contro te sei tu. Xy io sono stanca. Ammettendo pure che tu nutra la pallida intenzione di non perdermi così (ah!ah!), devi lottare non contro la mia rabbia intensa (dura comunque poco), non contro il mio odio (magari l’avessi), ma contro la mia stanchezza, la perdita di fiducia e della speranza.
Io mi sto spegnendo. Tu non hai mai voluto venirmi incontro. Mi hai solo e sempre chiesto di seguirti. Mai che tu ti ponessi al mio fianco. Si. Ti avrei seguito ma solo se noi due lo avessimo voluto veramente, e solo se tu non mi avessi dato sempre le spalle, come quando talvolta cammini e io rallento volontariamente e tu continui a camminare. Come faccio?
Io non posso darti altre possibilità perchè tu non mi rispetti e io valgo molto di più di quelle troiette che rimorchi cui dai il tuo numero perchè loro ti cerchino. So di avere onore. Perchè sei così?
Io so che domani vorrò bruciare questa ”lettera” che farebbe venire il mal di testa all’Ulisse di Joyce, ma io ti devo dire che ora, alle 20:51 di questo strano 30 aprile, domenica piovosa e soleggiata, io sento un pugno nella pancia che vuole fare uscire queste benedette due parole che mai ti ho detto e forse mai sentirai da me. Io ti amo. Le parole non sono due, ma tre, ma sai che a matematica faccio schifo. Credo che XX mi ha attaccato la febbre e il delirio Ti amo ti amo ti amo ti amo
Scusa se da ieri sarò costretta a fingere di essere indifferente o irritata alla tua vista. Ti amo.
Metti da parte la Ina incazzata che ti sputerebbe in faccia – sono pur sempre una donna offesa. Sentiti coccolato e protetto sempre da me. Addio

Mi odio per aver scritto queste cazzate
Ina

Ti amo. Un vagito a quindici anni.

One, two, three, four, five, six, nine, or ten
Money can’t buy you back the love that you had then (Feist – 1,2,3,4)

E poi, qui invece c’è una poesia scrittami da un giovanotto invaso di poesia. Dove sono ora i poeti? Dove sono gli amanti?

“Quale forza di gravità regge

la perfezione dell’universo?

Certo non compete con la mia,

quando orbiti intorno a me”

Perchè dimentichiamo quella bellezza che in modo confuso ma vitale ha abitato in noi? Perchè gli adulti si dimenticano cosa sono stati?  ”Rari i santi, più rari i poeti” diceva Pratolini.