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‘Interstellar’ è uscito già da più di un anno ma siccome il tempo è relativo, per me è uscito ieri sera, a casa mia.

Già vent’anni fa, Mattew McConaughey aveva recitato in un film circa scienza, fantascienza, forme di vita aliene e viaggi nello spazio-tempo, in quello che io definisco il più bel film sull’argomento (o meglio, argomenti): ‘Contact’ di R. Zemeckis.

‘Interstellar’ non brilla per originalità, se non per qualche aspetto; prima di tutto, se finora la cultura ha elaborato la paura per le invasioni aliene – sempre a immagine e somiglianza dell’uomo e di quello che qua e là ogni tanto è successo e succede nel mondo quando un gruppo di uomini decide di invadere un altro gruppo di uomini – adesso sembra che ci sia stata un’inversione del senso di marcia: non sono gli alieni che vogliono invadere la bella terra, sono gli uomini che se ne vogliono scappare a gambe levate per averla ridotta a una palla di polvere inospitale.

Nel film non viene dato molto spazio alla riflessione sulle cause dell’impoverimento terrestre ma interessantemente viene tratteggiata una critica alla tecnologia e alla scienza per aver sottratto braccia all’agricolura; e dunque, a scuola ragazzine e ragazzini vengono incoraggiati a darsi all’agricoltura (il cibo scarseggia e le piante si ammalano), mentre organismi come la NASA portano avanti la ricerca in semi clandesitinità. L’argomento è molto attuale e degno di attenzione, ma nel film è presentato troppo aut-aut. Non si parla di eccessi ma solo di una netta contrapposizione tra istruzione-scienza e agricoltura, senza paventare la possibilità di una ridistrubione tra le due sfere che comunque hanno bisogno l’una dell’altra. Ma è solo un film e forse di questo ne dovrebbero parlare con più serietà all’ONU. Curioso, comunque, che in tutti i film del filone marziano viene assunta la pannocchia come totem, che ora mi crea inquietudine: da ‘ET’ a ‘Signs’, la sacra pannocchia, mais e tutto ciò che abbia una spiga sono il presagio dell’extraterrestre.

Ovviamente, c’è una connessione con la paura archetipica delle carestia (e delle conseguenti guerre), che soprendentemente si è insinuata anche nei racconti di fantascienza. Questo era stato già anticipato, per esempio, dal libro ‘The incredibile tide’ di Alexander Key, che non ho letto ma che conosco tramite ‘Conan, il ragazzo del futuro’ (regia Miyazaki-Hayakawa) che peraltro il film ricorda molto per alcune inquadrature.

Come ho già scritto per ‘The revenant’, anche ‘Interstellar’ sembra volerci dire che il seme della discordia è un qualcosa di endemico della natura umana, vedasi il personaggio interpretato da Matt Damon, che non solo mente spudoratamente per salvarsi la pelle ma cerca anche di uccidere Cooper-McConaughey.

I personaggi-chiave femminili, invece, sono molto positivi. Da un lato, la figlia di Cooper, Marph, è colei che (prendendosi una bella rivincita su quanti l’avevano torturata per la somiglianza del suo nome con la famosa legge-sfiga, atto di promozione della sfiducia del femminile), alla fine, salverà il mondo dall’estinzione grazie alle sue qualità  – intelligenza, intuito, fede, amore – che fanno di lei una scienziata completa; dall’altro, l’astronauta e fisica Hataway-Brand è una figura complessa che mette in luce un dinamico dialogo-contrasto tra scienza e ‘elemento umano’. Non solo alla fine si capirà che la sua intuizione circa il pianeta-sostituto della terra era corretta (vedasi gli ultimi cinque secondi finali per capire), ma è colei che anima il più bel dialogo di tutto il film circa l’amore. Sentire per credere.

Forse è proprio l’amore – senza sentimentalismi – è quella dimensione imponderbile che potrebbe essere la salvezza – tutta terrestre, tutta mondana – per noi e per il nostro pianeta.

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”L’amore non è una cosa che abbiamo inventato noi. Deve voler dire qualcosa. Amiamo persone che sono morte, qui non c’è un’utilità sociale. È una testimonianza, un artefatto di un’altra dimensione che non possiamo percepire consciamente. Io sono dall’altra parte dell’universo attratta da qualcuno che non vedo da un decennio. L’amore è l’unica cosa che riusciamo a percepire che trascenda le dimensioni di tempo e spazio. Forse di questo dovremmo fidarci anche se non riusciamo a capirlo ancora”.

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Un Natale differente. O differenziato, meglio.

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(Immagine da http://fioriefoglie.tgcom24.it/2009/12/10/lalbero-si-fa-con-le-bottiglie-riciclate/)
Sono riuscita a produrre un solo sacchettino di spazzatura in un mese. Per il resto, ho conferito i rifiuti nelle apposite campane della raccolta differenziata. La cosa soprende molti quando la racconto, non me.
Se prendiamo in esame la genesi della produzione dei rifiuti (quelli domestici, per intenderci, dato che siamo produttori di rifiuti in forme anche meno palesi e dirette) e la crisi (siamo sempre in crisi, da sempre e tutti), mi sembra normale che, anche al netto di un cercato approccio sostenibile, un individuo non dovrebbe produrre chissà quale quantità di rifiuti. Eppure, per limitarci allo scenario urbano, la strada manda costantemente un accorato SOS all’osservatore attento. O forse all’osservatore semplicemente non assuefatto alla iconica costellazione di cumuli di rifiuti che quotidianamente produciamo.
Grazie a una massiccia sensibilizzazione che ho assorbito durante le scuole elementari, a cartoni animati nipponici pervasi da una sorta di spirito ambientalista (come Conan il ragazzo del futuro) e a una certa sensibilità familiare per la questione, attuo la raccolta differenziata dal lontano 1997. All’epoca, i bidoni ci mettevano almeno un mese per riempirsi del tutto, mentre ad oggi, questo va riconosciuto, i bidoni per la differenziata si riempiono quotidianamente, il che è davvero entusiasmante, almeno a livello di sensibilizzazione della cittadinanza.
Eppure non sembra abbastanza. I rifiuti sono ancora troppi, a dispetto della crisi che dovrebbe contenere i consumi di beni materiali e dunque la produzione di rifiuti. Il consumo di beni, cioè, i beni stessi e soprattutto i loro contenitori, involucri, fogli illustrativi, etc. si traducono in rifiuti. I paesi poveri non tengono testa a questo tipo di produzione di riufiuti rispetto ai paesi più ricchi, anche per la vorace abitudine e necessità a riutilizzare qualsiasi cosa, contenitori compresi.
In secondo luogo, i bidoni dell’indifferenziata si riempiono per ignoranza. Non sempre i cittadini sono al corrente di come si effettua una corretta raccolta, a volte non ne hanno gli strumenti, a volte sono presi da un’incomprensibile pigrizia, a volte non viene accordata fiducia a chi gestisce il servizio (l’inefficienza del servizio potrebbe configurarsi come il terzo motivo della produzione della montagna di rifiuti).
Non capisco perché ci sono voluti decenni prima che si ponesse un freno, per esempio, all’utilizzo indiscriminato di sacchetti di plastica. Ora, in maniera tra l’altro non univoca, sono messi al bando, as usual, come tentato rimedio per un male e non come misura preventiva. ‘Prevenzione’, dovrebbe essere una parola inclusa nella nuova post2015 development agenda, e per diversi ambiti.
A volte basta osservarSI per avere una vaga idea della catastrofe; provate a svuotare il sacchetto della spesa in un giorno qualunque e quantificate i rifiuti prodotti. Di recente sono rimasta basita all’acquisto di un latticino: vaschetta, velina, carta e bustina. Ma perché?
E ancora: osservate quanta spazzatura producete. Da soli o in famiglia, e cominciate a pensare: ma se paesi come il Brasile, l’India e Cina iniziano a produrre rifiuti domestici quanto noi, dove finiremo? Per non parlare di quando accamperanno il diritto di avere – come nella media italiana – un’autovettura pro capite. E avranno tutto il diritto a farlo, proprio come noi. (Non cito l’Africa, dove abbiamo spedito strane navi dallo stranissimo carico e dove sono sorte strade radioattive, chissà com’è).
E ancora, pensate, calcolate, quantificate, moltiplicate per il vostro palazzo, e poi per il vostro quartiere, e poi per la vostra città e così via, quello che producete voi. C’è da avere paura. Dove va, anzi, dov’è andata e dove andrà questo cumulo spaventoso di rifiuti?
Sta per arrivare Natale, a festeggiare la nascita di un Re nato poverissimo, riscaldato solo dal respiro di due bestiole. E noi lo ricordiamo nell’abbondanza, e con il cumulo di rifiuti che essa produce. Ma facciamoci tutti un bel regalo: senza appelli al pauperismo, cerchiamo di tener d’occhio i rifiuti, prender coscienza per quest’anno potrebbe cambiare quelli a venire. Cerchiamo, tutti, di renderci conto, di darci una misura e fare la differenziata….così, giusto per fare la differenza.
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Lorenzo Lotto, Natività – Una delle mie preferite, col Bambino distratto dal musetto della pecorella che accarezza dolcemente.