Laboratorio di scrittura d’esperienza

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Dalla pagina ufficiale del Festival delle donne e dei saperi di genere: 

Scritture d’esperienza, per interrogare modelli di pensiero e produrre liberazione. Laboratorio con Lea Melandri.
“Il laboratorio di scrittura d’esperienza” tenuto da Lea Melandri, si compone di tre segmenti: la prima lezione aperta sul tema: “Scrittura d’esperienza e linguaggio non sessista” di venerdì 31 marzo, ore 16:30, che si svolgerà presso l’Ex PalaPoste in compagnia della docente e nota linguista Cecilia Robustelli, a questo incontro parteciperanno inoltre: Mimmo D’Oria (Alliance française de Bari) e Lorena Saracino (giornalista). L’incontro è organizzato in collaborazione con l’Ordine dei Giornalisti di Puglia.
Seguiranno le due giornate di laboratorio pratico: “Laboratorio di scrittura d’esperienza” che si svolgeranno sabato 1 aprile, ore 9:30/16:30, e domenica 2 aprile, ore 9:30/13:00, presso la Casa delle Donne del Mediterraneo in Piazza Balenzano; queste due giornate di formazione si svolgono in collaborazione con gli Stati Generali delle Donne e…

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Il diritto di contare – Hidden figures

Da una storia vera

Pensiamo a ‘Il diritto di contare’ con il suo titolo originale, ‘Hidden figures’, per due motivi. Il primo riguarda la tematica: il film pone l’accento non (solo e non tanto) sulla scarsa presenza di donne in ambito scientifico e tecnologico, al contrario. Dimostra come le donne abbiano sempre cercato di esserci, e quando la loro volontà – sopravvivendo ad assalti esterni di varia natura – si è concretizzata in presenza, lo sforzo di sabotarle si è tradotto, appunto, in occultamento. Ecco che una delle protagoniste principali, la genia della matematica Katherine Johnson (Taraji P. Henson) deve lottare per vedere la propria firma di fianco a quella del collega (uomo e bianco) sui report (di calcoli complicatissimi) che di fatto lei ha redatto. Perché all’epoca non era contemplato che una donna e una nera firmassero, cioè esistessero (pur esistendo).

Il secondo motivo riguarda una sottigliezza – una delle tante, a dire il vero – della pellicola: le protagoniste vengono chiamate per nome continuamente, quasi a voler riscattare quel vuoto di riconoscimento che la ripetizione nominale vorrebbe emendare a mo’ di formula magica: ‘come ha detto che si chiama? Katherine Johnson’, ‘mi ripete il suo nome? Dorothy Vaughan’ (Octavia Spencer), ‘Buonasera, sono Mary Jackson e sono regolarmente iscritta’ (Janelle Monáe) e così via.

Il film è piacevolissimo perché parla di questioni serissime – l’oppressione contro le donne, la segregazione razziale (sommate, queste due componenti, nelle figure principali) – e di fatti storici quali la corsa allo spazio (tra isteria da spionaggio, sospetto comunista e minacce belliche) riuscendo a coinvolgere senza appesantire. Belli gli estratti da filmati storici e le emozionanti immagini del lancio dei razzi e della terra dallo spazio.

Il focus è sulla questione di genere e sul colore della pelle; le tre donne riusciranno a diventare figure chiave della storia della NASA perché meritevoli e tenaci. La loro vicenda straordinaria è riportata senza cedere all’eroismo, senza sbraitare rabbiosamente contro il maschio o contro il bianco, pur restituendo la visione di un mondo spietatamente pensato per la predominanza di un maschio e di un bianco.

Unite e solidali tra loro, da amiche e anche da colleghe, le protagoniste si realizzano e lo devono solo a se stesse. Tuttavia, non si può evitare di pensare quanto sia necessario poter contare non solo su un ambiente supportivo – gli altri contano, insomma – ma anche che chi rappresenta il potere (politico, economico, tecnologico e così via) ceda la sua parte di pregiudizi e dia spazio al potenziale umano che tutte le persone hanno. Personalmente, ho pensato a quanta fatica comporti la rivendicazione costante dei propri diritti e a quanto potenziale vada disperso. Ecco perché l’oppressione lede tutt*, a lungo termine.

Da vedere, per ridere, sorridere e riflettere (su una bellissima colonna sonora).

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‘Alla Nasa facciamo tutt* la pipí dello stesso colore’ (il potere interpretato da un bravo Kevin Costner)

Qui il trailer

A Michele, senza caos

A Michele
Senza caos
Non è vero
che non ce la si fa
che bisogna piegarsi sempre
spegnersi, eventualmente
Non è vero
che non ce la si fa
a vivere dei propri sogni
e germinar progetti degni
Non è vero
che non ce la si fa
passare acque tempestose
essere paghi delle proprie cose
Non è vero
che non ce la si fa
ma tutte queste persone
non sono io

 

Dedicato a Michele, che nella sua ultima lettera si è descritto splendidamente. ‘Senza caos’ è un riferimento alle sue parole.

Ina

Su ‘Lilo e Stitch’

Ho visto ‘Lilo e Stitch’, qualche considerazione.

La  bambina compie atti di bullismo ed è interessante come viene rappresentato il fenomeno e le sue motivazioni: ha una famiglia particolare (composta solo dalla sorella in seguito alla morte di entrambi i genitori, sorella che spesso la lascia sola per lavorare o cercare lavoro, cui, a un certo punto, dice: ‘ti preferisco quando fai la sorella, non la madre’), è più povera rispetto alle altre bambine (le altre hanno una bambola, lei sei costruisce un pupazzo stile Tim Burton :D) si sente abbandonata, diventa aggressiva perché non si sente accettata, ma proprio per questo viene sempre più allontanata dalle sue compagne. Poi adotta Stitch, che diventa una sorta di sua proiezione. Dopo varie peripezie, Stitch sente il bisogno di integrarsi nella nuova famiglia e, pur programmato per distruggere, impara a controllarsi. La conformazione della famigliola, quindi, si riassetta e la cosa carina è non solo che arriva a includere elementi alieni (in effetti, lo stesso Stitch viene da un altro pianeta), ma Stitch assume ruoli di cura: cucina, prepara il pranzo a Lilo e sorella e via dicendo. Si può identificare come maschio (ha il guantino da cucina azzurro, per esempio) ma, senza che entrino in ballo dinamiche compensatorie del ruolo genitoriale, diventa perfettamente capace di prendersi cura della famiglia in un nucleo allargato, estremamente eterogeneo dove tutt* si aiutano.

Qui, una scena del cartone animato, qui il trailer in italiano 🙂

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Messi e Moulin Rouge

La prima volta che ho tentato di entrare in questo cinema, era per vedere la maratona Gremlins+Goonies, era settembre, faceva ancora caldo e pensavo che, mentre tutto il mondo doveva trovarsi alla Barceloneta, io ero l’unica nostaligica in città a volersi chiudere in un cinema. Sono arrivata lì mezz’ora prima e una fila chilometrica si attorcigliava attorno a tutto il quartiere come un boa di piume di struzzo.

Questa volta, quindi, mi sono mossa con largo anticipo. Troppo largo. Per ingannare l’attesa, ho cominciato a percorrere come pacman le strade circostanti dei palazzi agglomerati, ordinatamente, in quadratoni. Vai su, vai giù, trovi due ragazze col cane, ne trovi diversi altri di cani – ho beccato l’ora di punta di canepasseggiata – sbircio nei locali, mi accorgo che c’è la partita, giro un angolo e ritrovo le due ragazze col cane, mi decido quindi a entrare in qualche posto.

Mi ammicca l’idea di entrare in una superbettola, è da tempo che pregusto la scena: io che entro a disturbare arcani equilibri di avventori abituali, che prendo il menù bisunto e ordino come tutti gli altri, poi faccio la simpaticona e chiedo di pagare con la mia carta che millanta ricchezze che non ci sono…ma oggi non me la sono sentita di farlo da sola, non era il giorno.

We can be heroes just for one day

 Scelto il posto, di tenore medio ma abbastanza frequentato, entro e mi siedo in modo da avere la televisione con Real Sociedad – Barcelona propria di fronte a me. Le pareti che danno verso l’esterno sono a vetro, sedendomi non mi ero accorta della coppia di mezza età da cui ero separata solo da un sottile cristallo, mi sembra di aver invaso la loro intimità, ma ormai è fatta.

Il cameriere mi saluta. Mi apostrofa, ‘hola, guapa’ (‘ciao bella’). Mi porge il menù sempre condendo con ‘guapa’ ma quando viene a ritirare l’ordine mi promuove addirittura a ‘guapísima’. Lo trovo un po’ ingiustificato, se non altro, per una prospettiva personale per cui mi sono sentita molto più bella, guapísima, appunto, in periodi in cui ero più in pace col mondo; comunque, ordino una birra, una tortilla e la partita mi prende.

How wonderful life is while you’re in the world

 Un po’ perché le due squadre si tengono assolutamente testa. Bisogna però dire che la squadra basca è abbastanza scorretta e vedere Suarez col volto sofferente – vero o simulato che sia – non lascia indifferenti. Messi si è trovato davanti un arbitro stile Moreno. Protesta per un fallo non visto e l’arbitro ammonisce lui, il serafico Messi.

Ma soprattutto, ci sono stati dei cambiamenti. O delle restaurazioni. La fotografia generale è buona. Pare che non solo Neimar Jr abbia cessato la sua influenza nefasta su look della squadra, ma si presenta anche maturo. Bello, senza quei cozzalissimi tagli da topino.

Messi è tornato in sé, lasciandosi alle spalle un biondo platino discutibilissimo su di lui. Iniesta sta bene. I ragazzi stanno bene. Mi spiace, ma a metà partita sono dovuta correre via per il cinema, non prima di aver agganciato con la tracolla penzolante della mia borsa tutti e tre i sedili al bancone e liberandomene prontamente con un gesto da circo.

Why live life from dream to dream and dred the day

Dunque, la fila è colorata: teste bianche, rosa, rasate. Entro in sala, eccitatissima. Mi accoglie ‘Like a virgin’ interpretata da Mr. Zidler. Individuo il mio posto, in alto al centro. Il film è uno spettacolo pirotecnico e me lo devo gustare tutto. A un posto da me, siede un ragazzo, non è l’unico ragazzo solo in sala. Dopo un po’ lo salutano da sotto e lo invitano ma lui dice di non voler lasciare la posizione migliore.

Una fila sotto, un ragazzo e un ragazzo si baciano teneramente.

Quando vai al cinema a vedere un film vecchio ma non troppo, ti domandi che stavi facendo quando è uscito o quando l’hai visto per la prima volta.

Moulin Rouge è del 2001, non l’ho visto allora e non ricordo il perché – forse per il sospetto che nutrivo per i musical – ma poi ho comprato il dvd e l’ho visto almeno due volte. L’esperienza al cinema è stata esattamente quello che credevo, un’esperienza imperdibile che avevo perso e che ho avuto l’occasione di riprendermi.

Se rinascessi, vorrei rinascere nella Parigi dell’inizio XX secolo, o in una delle feste di Luhrmann.

Non puntualizzo su quanto la vita potesse essere dura a Parigi a inizio del ‘900 (a meno che non fossi ricc*, ma poi è dal basso che si sono inventati la Bohème) e neanche voglio lanciarmi in una critica sui lavori di Luhrmann (che comunque, se devo confessare, amo molto).

Mi sento piacevolemente stordita e va bene così.

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La foto di Messi è presa da Lavanguardia, clicca qui; quella di Nicole trovata su internet; per conoscere questo splendido cinema, clicca qui

Osservare bene le città in cui viviamo o che visitiamo

Guardate bene questa immagine, e poi leggete.

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Oggi pomeriggio passeggiavo per Barcellona. A un certo punto, in una piazza da cui sono passata tante altre volte, sulla mia destra, mi si è presentato questa sorta di graffito; per la precisione, la mano del writer ha sfruttato un elemento architettonico preesistente per dar vita a quella che sembra una faccia triste con lacrima.
Mi trovavo esattamente tra il tondo maggiore centrale e quello minore, più ovale (in alto, a sinistra). L’ovale minore aveva una piccola fessurina orizzontale: ho immediatamente riconosciuto una sorta di salvadanaio, tecnicamente serve per inserire l’elemosina. Di qui a capire cosa fosse il tondo maggiore il passo è stato breve.
Si trattava, in passato, di una specie di ruota per bambin* espost*. L’ho capito immediatamente… Facendo due passi più avanti, si intravede il portale di una chiesa o di una struttura ecclesiastica. C’è ancora un’iscrizione residua, che recita: ‘Casa d’infants orfens’.
Oggi la struttura è un ufficio comunale, un punto d’attenzione alla cittadinanza come ce ne sono numerosissimi a Barcellona.
A ben guardare, nelle città, c’è tanta storia…

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Ada Colau, sindaca di Barcellona, ancora una volta prende posizione contro la violenza di genere

A Barcellona, una donna, una medica, Victoria Bertran, è stata uccisa da un uomo, suo marito.

Ada Colau tuona. Come sa fare lei: in maniera vigorosa e precisa, senza sbavature, senza odio di pancia, con mente attenta e partecipazione umana.

”…i primi titoli parlavano di ‘sua moglie’, e sempre in forma passiva, come complemento oggetto di frasi in cui il soggetto era lui, l’assassino”.

Chiama le cose con il loro nome nome, facendo una snella analisi linguistica non fine a se stessa, ma perché le parole non sono insignificanti, e tanto meno come si dispongono a costruire frasi. Che sono pensieri e visioni. Sa benissimo che con le parole si organizza il mondo, si proiettano valori e prese di posizione. E da prima cittadina interviene per schierarsi contro la violenza di genere, come cittadina e in nome della città che rappresenta.

Ecco perché il suo accorato appello parte da una rigorosa critica alle parole della stampa, ma solo per condannare fermamente, una volta in più, la violenza sulle donne.

Convoca domani una manifestazione in Plaza Sant Jaume, dove alle 12 verrà osservato un minuto di silenzio, in memoria della dottoressa Bertran.

Dalla sua pagina Facebook:

‘Un uomo ha ucciso una donna a Barcellona. Non dico ‘sua’ moglie anche se erano sposati, perché proprio il fatto di considerarla ‘sua’ è stato, in questo caso, l’ingiustificabile motivo di questo orribile crimine. L’uomo era conosciuto, un giornalista famoso. La donna era un medico di ambulatorio. I primi articoli di stampa si sono riempiti di dati sulla biografia di lui. Spiegavano la vita professionale, i suoi successi, le sue apparizioni pubbliche e opinioni politiche…Davano anche dettagli delle sue malattie, della sua operazione recente…

Di lei ieri non sapevamo neanche il nome, perché i primi titoli parlavano di ‘sua moglie’, e sempre in forma passiva, come complemento oggetto di frasi in cui il soggetto era lui, l’assassino. Che lui l’avesse uccisa sembrava secondario perché la notizia era che lui, una persona importante, era morto.

Domani in Plaza Sant Jaume abbiamo convocato un minuto di silenzio a mezzogiorno, per manifestare l’assoluto rifiuto di questa città verso gli omicidi di matrice maschilista. Spero che la piazza si riempia, e che quanti e quante di voi non possano venire, facciano un minuto di silenzio, ovunque siate. Intanto, ci sarà tempo per le sfumature, ci sarà tempo per i dettagli di interesse giornalistico, ma la notizia che oggi deve interpellarci, quella che dobbiamo esigere per rigore e per giustizia, è questa: ‘La dottoressa Victoria Bertran è stata uccisa da suo marito’. Oggi importante non è lui, ma lei, e l’ingiusta sofferenza della sua famiglia, amici e compagni di lavoro che questa città accompagna nel loro dolore.’

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