Judith Butler e l’Europa in crisi d’identità

Juidith Butler ha chiuso ieri il ciclo d’incontri D.O. Europa, con un intervento che affrontava la questione dell’identità europea a partire dalle persone.

Il suo discorso insiste soprattutto su due temi: l’emergenza umanitaria dei profughi e il revival di movimenti di estrema destra nel Vecchio Continente.

La filosofa inquadra le varie questioni secondo una prospettiva che le è molto cara, quella del ragionamento attorno all’identità.

Incalzata dalla moderatrice Mònica Terribas su cosa sia quell’entità collettiva – il ‘We’ -, Butler suggerisce un approccio dinamico che mette in luce la relatività identitaria del ‘We’:

‘Nessuno può definire il ‘We’ e nessun gruppo può dire ‘Noi siamo il We’. ‘Nosotros’ è elaborato attraverso una serie di gruppi che lo reclamano per sé; le persone parlano attraverso un ‘noi’ e a volte questo può portare una competizione. Ricordo di aver assistito a delle manifestazione in Egitto. C’era un gruppo di persone, a sostegno di Mubarak, che dicevano ‘noi siamo il We’, e c’era un altro gruppo in opposizione che rivendicava la medesima cosa. È una dinamica di antagonismi ma quello che importa è che ci sia antagonismo senza violenza. Dobbiamo essere aperte e relativizzare sempre il ‘We’ per preservare la democrazia.

La democrazia è un ideale, non possiamo dire di averla raggiunta: è un processo in atto, una continua tensione verso di essa.

In Spagna e in Italia c’è stato il fascismo ma non possiamo dire di averlo superato perché è riemerso. È riemerso, per esempio, come approccio contro i migranti’.

Mònica porta all’attenzione della pensatrice la questione di sovranità popolare, rappresentanza politica e dissenso, a cui Butler risponde:

‘La sovranità è un concetto un po’ obsoleto per alcuni miei colleghi di sinistra. Noi pensiamo che la sovranità proceda dalle persone allo Stato tramite il voto. Ma se poi governo eletto attacca la stampa, diventa uno Stato di polizia o affronta l’emergenza migranti in una certa maniera, le persone possono mobilitarsi contro questo governo che non le rappresenta più, anche se lo hanno votato. Quando questo gruppi si organizzano, si richiama la sovranità popolare e si verificano le crisi politiche. Noi abbiamo questo potere che può fermare economia e mercati’.

Mònica le chiede in che forme debbano organizzarsi questi movimenti di matrice sociale, se debbano trasformarsi in vere e proprie forze politiche.

Butler: ‘Alcuni di questi gruppi aspirano a diventare movimenti politici e cercano una rappresentanza parlamentare. Ce ne sono altri che si battono per le politiche sociali ma non vogliono avere potere politico e vogliono rimanere fuori dalla politica vera e propria. Io penso che le due forme siano entrambe necessarie. È un gap necessario. Ci deve essere una sovranità popolare e una statale. Per legittimare ciò che di fatto delegittima lo Stato è necessario che si sia qualcosa non coinvolto nel potere, in qualche modo.

Per quanto riguarda il discorso del Femminismo e dei movimenti LGBT, è assolutamente giusto e auspicabile che lo Stato riconosca i diritti civili senza che poi chi ne è interessato venga necessariamente ‘statalizzato’. Si può parlare, relazionarsi col potere dal di fuori, lottando in prima linea per un cambiamento prima di tutto sociale.

Un altro esempio: abbiamo visto, in passato, manifestazioni a Roma, a Montreal e più recentemente in Sud Africa contro l’aumento delle tasse universitarie che avrebbero di fatto impedito l’accesso alla parte più vulnerabile della popolazione. Questi gruppi non vivono le stesse situazioni ma sono in contatto tra loro. Stanno coordinando gli sforzi, e possono essere molto efficaci. Non è indispensabile trasformarsi in forza partitica, anche perché i partiti guardano a questi movimenti sociali e imparano da loro.’

Butler rilassa i toni scherzando sulla sua stessa identità: ‘In quanto donna, oh bhé, sono io una donna?’ e trascina la platea nel suo stesso sorriso – poi attacca un bellissimo discorso sull’invisibilità delle persone in una situazione di vulnerabilità:

‘La demografia della vulnerabilità è cambiata.

Quando stavo scrivendo ‘Gender trouble’ (‘Questione di genere’, tradotto in italiano nel 2013, ndb) era la metà degli anni ’90, al tempo ero sicuramente femminista – come per moltissimi aspetti lo sono ancora oggi – ma non esisteva il movimento Queer; è un libro difficile e molto accademico, ve ne chiedo scusa, ma stavo cercando di portare nell’ambiente accademico alcune tensioni sociali. All’epoca, alcune cose non erano riconosciute: c’erano delle persone che non potevano piangere il proprio partner in caso di morte o non potevano andare in ospedale, perché a livello sociale non erano riconosciute. Era come se vivessero una seconda perdita. Queste persone non potevano piangere per le loro perdite come succedeva per tutti gli altri, che sono normalmente oggetto di abbracci, parole di conforto, di elaborazione del lutto a livello sociale.

Lo stesso è ora per i rifugiati.’ – a questo punto Mònica la interrompe parlando di come l’Europa sta pensando di ridistribuire i profughi tra gli Stati membri, e Butler riprende il discorso dicendo una cosa che ha fatto calare un silenzio amarissimo in sala (già silenziosa, ma sembrava che la platea avesse smesso di respirare):

‘state ridistribuendo quelli che riescono ad arrivarci, in Europa. I sopravvissuti. Quelli di cui vi rendete conto, non quelli di cui non vi rendete conto come i bambini morti che guardate in foto. Ci dovrebbero essere più foto, più storie, più contestualizzazioni.

Molte persone si sentono minacciate, in Europa, temono di perdere il lavoro, di non riuscire a pagare spese e debiti, etc… . Il numero di poveri e di precari sta crescendo spaventosamente. La classe media ha la percezione che sta scivolando verso la povertà. Anche l’Europa ha migranti economici che si spostano. Dobbiamo recuperare i principi di giustizia economica per tutti, pensare come realizzarla per noi. Dove vanno i soldi? Perché dicono che non ci sono i soldi per l’emergenza, dove sono andati? Dobbiamo domandarci questo, e mirare alla ridistribuzione delle risorse in modo che le persone ‘legali’ e quelle ‘illegali’ possano vivere la loro vita. ‘We’, e non ‘noi/loro’.’

(Parla di ‘global slum’ circa il dilagare della povertà a livello di sistema.)

A riguardo le donne in politica negli USA, dichiara:

‘Possono essere femministe a anche criminali di guerra, senza purezza. La forza del femminismo, comunque, non è reclamare la conformità, ma gestire i conflitti al suo interno.’

‘La crisi economica, il razzismo contro i migranti e il nazionalismo stanno portando in Europa un revival del nazismo.

Bruxelles deve ripensare al suo ruolo in questa situazione economica e la sua politica verso i migranti: ha fallito.

Hannah Arendt argomenta che ogni Stato che si definisce come portatore di una sola nazionalità cercherà sempre di espellere chi intacca la purezza della nazione per conservare e riprodurre la sua purezza come Stato (principio di ‘One State, one nationality’). Con questa idea, non vuole cedere le sue pretese di nazionalità al contatto coi profughi. Si parla di Eurocentrismo, la l’Europa è già multietnica, multiculturale, poliglotta e non si torna indietro anche se si rifiuta di essere trasformata dai rifugiati.’

La teorica delle questioni di genere ci lascia un bel confronto, scevro anche solo dal sospetto di snobbismo accademico. Cravatta-cerniera fucsia, un inglese ben scandito senza la fretta di chi ce la mette tutta a non voler farsi capire, mostra una statura intellettuale che potrebbe mettere in soggezione ma non lo fa, affiancata sempre da un’ironia intelligente che mette tutti a proprio agio, mentre si ragiona insieme.

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Il rinnovamento democratico dell’Europa in cui crede Yanis Varoufakis

Scottata dalle difficoltà per assistere al discorso di José Mujica dello scorso maggio (https://speropromittoiuro.wordpress.com/2015/06/01/jose-mujica-il-politico-umanista/), mi sono mossa con due ore di anticipo per partecipare all’incontro che ieri Yanis Varoufakis ha tenuto presso El Born Centre Cultural, Barcellona. Sono riuscita ad accaparrarmi per un soffio uno dei 300 posti gratuiti messi a dispozione per seguire l’incontro, dato che una lunghissima e variegata fila già si era srotolata lungo buona parte del perimetro della struttura del Born.

Barcellona è ora più che mai una città che vuole interrogare e interrogarsi su tanti temi civili; la città propone, la cittadinanza risponde attivamente.
Il ciclo di incontri D.O. EUROPA, inaugurato lo scorso anno, ha interpellato pensatori e intellettuali per discuere del futuro dell’Europa. L’edizione corrente è stata aperta da Loretta Napoleoni con l’intervento ‘Europa in stato d’allerta: il terrorismo, la vulnerabilità del XXI secolo’; Owen Jones (28 ottobre) parlerà dell’Europa delle classi nel XXI secolo; e mentre in Italia la parola ‘gender’ suona come una chimera confusa tra le nebbie di tanta ignoranza, Judith Butler, la filosofa che già venticinque anni fa sollevava l’urgenza di ripensare in maniera dialettica le ‘Questioni di genere’, chiuderà il ciclo il 9 novembre con ‘L’Europa delle persone’. http://elborncentrecultural.barcelona.cat/cicles/do-europa-2015/

Gli incontri sono moderati da Mònica Terribas, ‘giornalista e dottoressa in Filosofia specializzata in costruzione d’identità’, che ha presentato l’ospite di ieri non solo come ex ministro dell’economia greca, ma come una professionista della materia che si è prestato alla politica. Un economista, professore e scrittore che, dopo un dottorato in economia conseguito in Inghilterra, ha insegnato in varie università in giro per il mondo per poi assumersi il delicato incarico di traghettare la Grecia sulla acque turbolente della crisi verso un approdo più sicuro. Come scrittore si è dedicato soprattutto al tema della disuguaglianza economica, su cui è tornato molto spesso durante l’incontro, indicandola come quella che dovrebbe essere uno dei più grandi motivi di vergogna per ogni europeo.
(Sul suo profilo Twitter, Varoufakis si presenta così:)
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Prima di tutto, Varoufakis ha tanto di quel carisma che se lo vendesse coprirebbe il debito pubblico di Italia e Grecia messe insieme.
Sicuro di sé ma non arrogante, concreto e ironico, ha animato un incontro che si è rivelato piacevolmente coinvolgente a dispetto delle delicate tematiche affrontate, e mirato anche alla sollecitazione della nascita di una sorta di fronte civile politico europeo capace di imporsi sia come organismo di controllo e di democratizzazione delle strutture politiche europee già esistenti sia come promotore di una nuova politica più equilibrata.

Di seguito, riporto parte del discorso, che ha preso le mosse partendo da una corrispondenza tra il crollo di Wall Street del ’29 e la situazione attuale in Europa:

‘Thanks you, gracias Barcelona. Durante gli anni ’20, a seguito del crollo di Wall Street, gli Stati europei si misero gli uni contro gli altri, esattamente come è successo dopo la crisi del 2008; la storia si ripete, sbandierando sotto i nostri occhi la frammentazione che serpeggia in Europa oggi. L’America è un Paese….molto complicato, ma ogni volta che si presenta una crisi, i vari Stati rispondono compattandosi, uniti nell’affrontarla. In Europa succede esattamente il contrario; qui, abbiamo creato degli organi il cui compito sarebbe quello di unirci, come avviene negli USA, ma che sortiscono l’effetto opposto, verso la frammentazione.

Il compito dello Stato, ovunque, è garantire equilibrio tra classi sociali; l’Unione Europea nasce come organo di tutela tra cartelli. Un cartello ha bisogno di garanzie, in teoria la moneta unica avrebbe dovuto garantire un equilibrio ma non si può individuare in questo un collante solido.

Bruxelles odia la democrazia. Quando noi siamo andati a Bruxelles a dire che eravamo stati eletti per proposte diverse, ci hanno guardato come alieni. I poteri di Bruxelles e della Banca Centrale di Francoforte non rispettano le spinte democratiche.

Il parlamento europeo è un edificio molto interessante (usa proprio la parola ‘building’, ndb) pieno di gente che però non forma un Parlamento. Anche proponendo una buona idea, il Parlamento europeo non la puó ratificare perché non ne ha i poteri legali.

La Grecia ha sentito una pressione e una depressione come nessun altro Stato europeo. Noi siamo stati eletti per andare dire all’EU che tutte le loro iniziative per la Grecia erano fallimentari. Ci hanno risposto che potevamo proporre qualsiasi cosa…a patto di rispettare quello già deciso cinque anni fa.

La verità muore a Bruxelles quando si accendono i microfoni.

L’Europa è attanagliata da quattro grandi problemi: crisi economica (abbiamo salvato le banche con investimenti che non torneranno mai indietro); povertà; mancanza di investimenti; crisi sociale. Questi problemi sono intimamente connessi e dovrebbero essere risolti simultaneamente; cosa che allo stato delle cose non è possibile.
Quando la crisi colpisce economie profondamente diverse che utilizzano la stessa moneta, si assiste a uno tsunami che procede dalle nazioni più forti alle più deboli.
Per esempio, prendiamo la massiccia esportazione delle Volkswagen (oops, non lo dovevo dire…), dalla Germania alla Spagna. Il denaro viene accumulato in Germania (come viene accumulato in Spagna quello proveniente del turismo, è la stessa cosa) ma ciò che crea squilibrio sono gli interessi. In Germiania gli interessi sono molto più bassi quindi il denaro dalla Germania viene prestato alle periferie.
Non si dovrebbe accumulare denaro in un posto centrale quando c’è una moneta unica, perché come conseguenza, durante periodi di crisi, i governi più vulnerabili ricorrono a tagli e inasprimento della tassazione sui propri cittadini.

Quali potrebbero essere delle soluzioni ai quattro problemi principali.
Bisogna troncare l’allenza tra banche e politica.
Bisogna alleggerire i tassi d’interesse sul debito.
La Banca Centrale d’Europa non deve essere costretta a stampare questa enorme quantità di moneta.
La mancanza di investimenti è la manifestazione della crisi correlata all’accumulo di denaro. La crisi si manifesta principalmente in due modi: attraverso il debito e l’accumulo di denaro che ‘stagna’. In Europa, in questo momento, paradossalmente, c’è tantissimo denaro, che non è in mano ai cittadini, ma ai pochi ricchi. Ricchi che conservano tutto questo denaro nei conti bancari. C’è crisi perché c’è troppo denaro? Si. Proprio così, tanto denaro non investito perché non si sa in cosa investirlo: tenerlo in banca con interessi negativi? Nei bond, che però sono pericolosi? Sotto il materasso?
Si dovrebbero investire in green economy (abbiamo bisogno di fonti di energia e quelle che utilizziamo sono sporche), in industrie o aziende pre creare buoni posti di lavoro per le persone. Ma non si investe, perché c’è la crisi; e c’è la crisi perché non si investe, è un circolo vizioso. La Banca per gli Investimenti Europei potrebbe spezzare questo circolo e riattivare un meccanismo virtuoso; potrebbe investire, e legalmente, in green economy comprando il debito di uno stato membro.

La Cina ha salvato l’EU nel 2009, assumendo un investimento enorme. Sperava che avrebbe retto, non ha retto perché l’EU non ha un programma di investimenti.
L’Europa non si distingue per il suo livello intellettuale né per il suo impegno.
Come in chiesa, si ripete una litania: ‘ci sono le regole, le regole sono regole’; le regole però sono un mezzo, non un fine!
Una democrazia è buona se ha la capacità di sintetizzare la diversità di chi la compone.

La crisi sociale. Ogni persona in Europa dovrebbe vergognarsi del livello della distribuzione della ricchezza.
La povertà è legata alla capacità di affrontare la crisi. Se Draghi inviasse a ogni famiglia in difficoltà – in tutti i Paesi d’Europa – lo stesso asseggno di 300 euro per comprare cibo, e solo per il cibo, in quelle famiglie si compatterebbe il senso di appartenenza, ma questo, per come stanno le cose, è illegale.

La povertà porta certe conseguenze. Nel mio Paese, non abbiamo un gruppo neonazista ma nazista (Alba Dorata).

Tutti siamo politici.

Perché non creare un fronte comune a livello europeo che secondo un percorso inverso rispetto a quello usuale si ripercuota dall’alto verso il livello nazionale e locale?
Dovremmo pensare a democratizzare Bruxelles, mettendola sotto il controllo dei cittadini. È un’idea radicale, ma perché non divulgare tutto quello che viene discusso al vaglio degli Europei?
Dovremmo pensare concretamente a target diversificati a corto, medio e lungo raggio, ad azioni da intraprendere in queste tre tempistiche.
Andrò a parlare ovunque in Europa. A me, da greco, interessa la Grecia e la Grecia, col suo collasso, è stato un ‘laboratorio’. Voglio parlare da Europeo agli Europei.
Non voglio parlare di partiti locali. La mentalità partitica non è una buona base per costruire una nuova Europa. Dobbiamo costruire un network europeo oltre le affiliazioni particolari a livello nazionale.
Dobbiamo creare un contenitore per poter discutere come stiamo facendo oggi, con trasparenza assoluta. Quando si negozia qualcosa, i cittadini devono sapere. Si otterrebbe solo attraverso la creazione di un’assemblea dove tutti i rappresentanti d’Europa possano discutere. Creare una nuova costituzioni che sostituisca le contraddizioni che stiamo vivendo, spinti da un movimento spontaneo.

Voi qui, in Catalonia, vi sentite soli, come ci siamo sentiti soli noi greci. Allora che le persone possano unirsi sviluppando un senso di identità sovranazionale. Le lotte degli europei sono molto simili, oltre le differenze economiche. Possiamo essere uniti verso la democratizzazione di Bruxelles, creando un sentimento democratico europeo.

(Mónica gli chiede come ha vissuto le sue dimissioni, ndb). Esternamente, erano in diciotto contro di me, ma non mi hanno né stressato né depresso. Il problema era a casa, in famiglia, interno, nel mio governo.
Credo che il percorso ci sarà, per quanto lungo.

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In ricordo di Hina

Cara Hina,
Mi colpì molto la notizia della tua morte quando nove anni fa ne parlarono al tg.
Perchè la tua morte è stata orribile. E perché ti chiami come me. In Italia, quasi nessuna si chiama come noi.
Mi sono interessata relativamente da poco tempo agli studi di genere e al femminismo, e te le devo dire: il merito è in gran parte tuo.
Scusa se ti scrivo una lettera, può sembrare infantile. Per me non lo è; per me è dolce. Quando muore una persona non puoi più rivolgerti a lei così, non la chiami più per nome. Io stasera voglio farlo. Perché domani saranno nove anni.
Dicevo, il merito è tuo perché per me la tua morte ha segnato qualcosa. Un qualcosa che volevo approfondire. E ti assicuro che c’è così tanto da approfondire! In realtà le cose sarebbero semplici – che ognun@ possa vivere come vuole, in pace – ma gli esseri umani riescono a complicare sempre le cose.
Pensavo, che ci sono donne che sono state grandi sovversive. Reali o immaginate. Penso sempre ad Antigone. Penso alla donna nera che si riufiutò di cedere il posto a un bianco, su un pullman, un giorno di tanti anni fa. E diede inizio a una rivoluzione.
Da nove anni penso a te. Mi domando perché alcune persone vanno proprio fuori di testa se una donna decide di vivere come le garba. E se le garba in maniera diversa dallo stabilito (da chi, poi…) son sempre guai.
Non voglio banalizzare, tanto meno usando la tua ricorrenza. ma, sai, di recente un mio contatto facebook si è indignato perché al mare, a suo dire, il panorama è stato deturpato da una donna in topless. Sai che è arrivato a dire? ‘Si al burkini, no al topless’ e ancora ‘Forse un po’ di islamizzazione non sarebbe male’. Vorrei sapere se lo direbbe ancora al cospetto della tua storia. Tu, uccisa con venti coltellate e – hanno scritto – sepolta con la testa verso la Mecca.
Sia ben chiaro: non ha importanza che si tratti di Islam, o Cattolicesimo, o altro. Il problema è quando gli uomini strumentalizzano la religione piegandola alle proprie mire distorte. Quando incollano sulla religione il loro odio e la loro violenza, tutte umane. E allora poco importa se starai dalla parte di una religione o dell’altra, starai sbagliando comunque. Perché la tua scelta non sarà una scelta e non sarà autentica. Men che meno se fa male.
Venti coltellate, una per ogni tuo anno di vita; venti ferite per una vita così breve.
Tu, per esempio, sei venuta in Italia e questo mondo nuovo ti è piaciuto. Ti sei integrata bene, volevi vivere qui. I maschi (si, su Wikipedia c’è scritto ‘i parenti maschi’) della tua famiglia, dopo che eri andata via, ti hanno fatta tornare con l’inganno a casa, dopo anni che cercavano di piegarti alla loro visione del mondo, e ti hanno massacrata.
Tu eri coraggiosa, tu sei il simbolo della perseveranza di chi vuole scegliere.
Com’eri bella. Che occhi ridenti di intelligenza.
Ricordo perfettamente una tua foto con una maglia di un rosa vivo, col pancino scoperto. Com’eri bella.
Non voglio retorica per ricordarti. Posso scrivere che per me sei importante perché sei stata coerente con te stessa. Ma tu non ci sei più, e lo trovo tanto ingiusto. C’è un punto in cui le parole devono fermarsi anche loro, a omaggiare le persone. In silenzio.

Hina, ‘Caina attende chi a vita ci spense’, ha scritto il Poeta. Si, Hina. Nel frattempo, noi cercheremo di rendere migliore questo mondo. Te lo prometto.
Stanotte sarai la stella più bella che non può cadere.

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http://www.repubblica.it/2006/08/sezioni/cronaca/pakistana-uccisa/confessione-padre/confessione-padre.html

Un piccolo manifesto antirazzista di un’italiana residente all’estero. #ancheiosonomigrante

All’indomani dell’ennesimo caso di imbecillità razzista via web e del solito corollario di idiozia profuso da una certa politica, sarebbero tante le cose che vorrei esprimere.
Per iniziare, però, scelgo di pubblicare l’intervento di una mia carissima amica perché quello che ha scritto esprime meravigliosamente un sentimento che io condivido e sottoscrivo pienamente; e poi lo ha scritto benissimo, in tutti i sensi. Perché lei è così. Testa, cuore, umanità e creatività, qualità generalmente latitanti, a leggere certe cose…
Riporto il suo intervento che ha postato sul suo profilo FB – le ho naturalmente chiesto il permesso e lei ha acconsentito.
Grazie Elena, per aver impugnato una penna (ok, pigiato i tasti 😀 ) e fatto alzare il livello di ragionevolezza nazionale.
Un bacio,
Ina – #ancheiosonomigrante

‘Amici italiani, non so se l’Italia che leggo sui giornali e sui social network riflette l’attuale realtà delle cose, perché io lì non ci vivo più da tempo….ma mi sapreste spiegare questo dilagare di razzismo? Perché questo continuo, incessante accanimento contro l’immigrato? Non mi riferisco ai Lampedusani che hanno salvato in mare ed accolto nelle proprie case gli africani approdati coi barconi, bensì alla rivolta di Treviso, le manifestazioni di Roma, e a certi commenti che leggo ovunque.
Non sarà mica che la gente invece di prendersela con i responsabili e gestori di una pessima politica immigratoria e di integrazione se la sta prendendo proprio con questi profughi, fuggiti da situazioni che per quanto affermiamo di comprendere, non possiamo neanche lontanamente immaginare? Persone disperate, sole, in possesso di nulla, senza alternative? Perché se così fosse allora gli italiani mi sembrano proprio degli ignoranti.
In altre città europee il numero di immigrati è parecchio superiore a quello di qualunque piccola città della provincia italiana. E la maggior parte sono integrati. Eppure quelle città sono molto meno incandescenti della piccola e borghese Treviso o anche della piccola e borghese Ferrara, mia città natale.
Anch’io sono un’emigrante, (anche se la stampa occidentale in tutta la sua superiorità colonialista si ostina a definire gli emigranti provenienti dai paesi ricchi “espatriati”) e ci vivo in una società multietnica, in cui tutti sono catalani e spagnoli, non importa se hanno la faccia e l’accento da cinese, da pakistano, da brasiliano o da italiano. E nessuno è additato o ghettizzato, se non decide di auto-ghettizzarsi.
Anche la mentalità è diversa. L’altro giorno ero su un vagone del treno ed assistevo con tenerezza allo spettacolo di una minuta e catalanissima vecchietta che raccontava tutti i suoi acciacchi con tanto di pacchetta sulla spalla ad un enorme senegalese, il quale con molta gentilezza le rispondeva in catalano come se fossero vecchi amici, per poi aiutarla ad alzarsi. Scene come questa non sono affatto inusuali, anzi.
Bambini, giovani, adulti ed anziani qui sono abituati alla presenza dello straniero e per nulla intimoriti dal colore della pelle. Qualunque cittadino ha le stesse possibilità o la stessa mancanza di possibilità e tutti lo sanno. E ciò non dipende da chi arriva qui in braghe di tela su una zattera ma da chi ci governa.
Alle manifestazioni di protesta partecipano tutti, fianco a fianco, giovani e vecchi, autoctoni ed immigrati, bianchi, marroncini, gialli o neri, non importa, se un credo li unisce. Quel credo solitamente è un obiettivo comune, un bene di tutti. E vi assicuro che non viviamo in un’isola felice, anzi. Per certi versi la Spagna e Barcellona sono afflitte da problemi socio-economici endemici ben più gravi di quelli italiani. Ma la gente qui si indigna per l’aumento delle tasse, o la nuova ley mordaza contro la libertà d’espressione, la corruzione dei politici, il turismo di massa o l’altissimo tasso di disoccupazione, non certo l’immigrante.
Ed ecco anche il perché di tutti questi corsi gratuiti di spagnolo e catalano per immigrati. Ci aiutano ad integrarci. La lingua è comunicazione e la comunicazione è comprensione e la comprensione è il primo vero grande passo per l’integrazione.
Molto diverso da certi spettacoli indegni e disumani ai quali ho assistito ad esempio alla questura di Ferrara, in cui il poliziotto di turno strillava come un ossesso all’africano che non capiva la sua lingua. In quell’occasione non servì a nulla ricordare a quel triste figuro che l’immigrato non è né sordo né stupido, e che un italiano emigrato in Germania o in Brasile o negli Stati Uniti affronta esattamente gli stessi problemi linguistici.
Amici italiani e ferraresi in particolare, sarò banale e forse starò dicendo cose trite e ritrite, ma quanto mi piacerebbe assistere almeno una volta in Italia a scene come quella del treno descritta sopra, e quanto mi piacerebbe leggere una volta tanto dei commenti sensati e costruttivi riguardo la questione dell’immigrazione in Italia.
O forse mi sto sbagliando, quindi in quel caso vi prego di darmi spiegazioni, di illuminarmi sulla situazione attuale e su aspetti che forse ignoro, a causa della distanza. Grazie!’

Il sonno della ragione genera mostri: le cattive madri.

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Prima del giusto processo, prima che – metaforicamente – la scure si abbatta sul collo di quella madre diabolica. Non ci sono giustifiche per un atto efferato e terribile, reso ancora più odioso dalle bugie e dal (presunto) piano lucidissimo; non c’è offuscamento del raziocinio, non ci sono attenuanti, niente; non c’è infermità mentale, nonostante la tenacia della negazione; niente che possa capire l’assurdità della violenza che si scaglia contro l’inerme, piccolo, indifeso; ma un secondo prima dell’accanimento contro il mostro sotto forma di madre assassina, voglio esprimere solo due parole.

Noi tutti, ma in particolare le donne, siamo colpiti da una pressione sociale a volte insostenbile, per svariati motivi che mi riservo di analizzare in un altro momento (lavoro-crisi-precarietà però ‘e quando ti sposi’ ‘e a quando dei figli’ – come se fosse tutto lì).

Io mi domando solamente perchè – da quello che trapela dai giornali – una ragazza resa fragile da un rapporto problematico con la famiglia d’origine, che a sette anni già rifiuta una psicoterapia, che a quindici tenta un suicidio nelle vicinanze di quella che diventerà la tomba del figlioletto (la signora nega sia il tentato suicidio sia l’infanticidio); la ragazza che oggi educatamente viene definita ‘fragile’ a 16 anni è già incinta, si sposa e va a vivere col marito. E poi succede che il marito per lavoro è sempre fuori, e lei è spesso sola e in quella solitudine è facile farsi crescere i mostri dentro. Che giura di aver visto la piccola sparita da Mazara del Vallo, ed è l’unica in paese.
Perchè nessuno ha pensato che questa donna – e tante come lei, invisibili, ignorate – avesse bisogno di essere seguita? Ok, non si possono intentare azioni contro la volontà del singolo, ma in queste dinamiche vedo anche una responsabilità collettiva, e fin quando urleremo ‘al mostro’ di cui, fino al giorno prima, abbiamo tollerato le stranezze senza muover dito, senza cercare di capire cosa si cela dietro all’orrore, l’orrore continuerà a verificarsi.

Certo, se tutte le donne problematiche o traumatizzate diventassero assassine sarebbe davvero la fine, e ci sono donne – che donne! E non parlo neanche di quelle che riescono a salvarsi del tutto – che sopportano il loro martirio silentemente, ogni giorno; alcune riescono anche a permutare la sofferenza con un po’ di amore, prima di tutto, quello che riescono a dare, nonostante tutto. Donne eroiche che, in qualche modo, mettono in atto soluzioni autocurative.
Ma non affrettiamoci a puntare il dito contro il mostro, perché spesso siamo noi, con le nostre frasi fatte, con la nostra indifferenza (e la violenza è anche questo, io la chiamerei ‘violenza bianca’) in nome di un mediocre quieto vivere, che alimentiamo quel mostro.

Anche Euripide ha reso di fatto grandiosa Medea, pur nell’abominio del progetto omicida – perché lo spiega, non giustificandolo; a noi, nella realtà (nella letteratura – e solo lì – anche l’ingnominia può essere grandiosa perché serve a spiegare), il compito di affrontare delle emergenze sociali, cercando di leggerle prima, e non di giudicarle a tragedie compiute.

Come spiega bene, ‘Le cattive madri’, Giovanni Segantini: scomposte, immobilizzate, ognuna crocifissa sul suo albero spoglio, che mai darà frutti. Coi seni gonfi ma non di latte, imprigionate, contorte nel dolore, a morire e dare morte in un gelo interiore. Le cattive madri.

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(da http://www.lastampa.it/2014/12/10/italia/cronache/veronica-non-ti-volevo-sei-nata-per-sfortuna-la-frase-della-madre-che-le-sconvolse-la-vita-c5iLxTu1JVsw9vwDEAahEI/pagina.html)

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‘Buio che era mammà, buio che era’. Già, proprio così.
(da http://palermo.repubblica.it/cronaca/2014/12/09/news/nuovi_interrogatorio_per_la_mamma_di_loris_ha_passato_la_notte_guardata_a_vista-102454370/?ref=HREC1-3)

I nomi delle rose: dedicato alle donne illustri. Barcellona vuole omaggiare le cittadine valorose

Il ruolo giocato dagli spazi che abitiamo è, come per ogni essere vivente, fondamentale. Le città sono lo scenario in cui si innestano le dinamiche sociali non solo nella forma di azioni attivamente prodotte dall’uomo, ma anche in virtù di come l’uomo organizza il suo spazio. Poichè ogni realtà ha bisogno di essere nominata per un uso funzionale, i nomi che indicano gli spazi urbani non solo adempiono a questo compito vitale, ma sono forieri della cultura e della storia di quei posti (e non solo) in quanto evocano eventi e personaggi, i cosiddetti ‘uomini illustri’. E allora perchè non riequilibrarare la parti tra presenza femminile e maschile nella nomenclatura urbanistica, partendo dalle strade e dalle piazze che quotidianamente fanno da sfondo alle nostre vite? Se storicamente la donna è associata allo spazio intimo, alla casa, perchè non dimostrare che c’è una nuova tendenza che finalmente accoglie veramente la dimensione pubblica del ruolo della donna? Quale miglior modo di farlo se non intitolare gli spazi pubblici con nomi di donne si sono distinte per il loro apporto?

Qui si innesta l’ennesima iniziativa originale proposta dalle donne dell’Istituto Catalano delle Donne: tramite il quotidiano catalano Lavanguardia (o tramite twitter con l’hashtag #calledemujer) la popolazione di Barcellona è chiamata a dare un nome – questa volta femminile – agli spazi urbani. La discriminazione passa anche attraverso questo: è stata messa a punto un’applicazione che rileva la distribuzione dei nomi dedicati a personaggi illustri che quasi sempre sono maschili; attivare una riflessione a tutto campo sul ‘ruolo giocato in società dalle donne’, passando attraverso gli spazi che il cittadino vive, è un piccolo passo verso la valorizzazione della parte femminile della società, grazie alla rivendicazione del loro ruolo attivo e benefico in essa.

Di seguito, la traduzione dell’articolo comparso oggi su:

http://www.lavanguardia.com/participacion/20140929/54416457074/mujer-mereceria-calle-nombre.html

Quale donna meriterebbe di avere una strada col suo nome?

Dicci il nome, la località dove dovrebbe stare e perchè, raggrupperemo in una mappa i vostri contributi.

Barcellona. Spesso la storia – o quelli che la storia la scrivono – ha minimizzato il ruolo della donna. Nonostante Pur essendo donne con spirito di iniziativa, molto spesso in anticipo rispetto ai loro tempi, politiche, scrittrici, scienziate, etc. sono passate di sordina in un mondo dominato dagli uomini. Un esempio sono i nomi delle strade, delle piazze, dei parchi e degli spazi pubblici in generale, dove la percentuale delle donne illustri è appena rappresentato.

Quale donna meriterebbe di intitolare una strada col suo nome?

Invia la tua proposta o postala su Twitter con l’hashtag #calledemujer. Per partecipare, devi indicarci il nome della donna che dovrebbe avere una strada col suo nome, dove e le ragioni per cui dovrebbe ricevere un riconoscimento. Possono essere sia donne il cui apporto ha oltrepassato le frontiere o donne che sono state importanti a livello locale o regionale ma che non hanno ottenuto sufficiente riconoscimento. Trasporteremo le vostre proposte su una mappa partecipativa.

Correggere una ‘flagrante discriminazione’

L’Istituto Catalano delle Donne (ICD) ha presentato recentemente un’applicazione che permette di identificare su una mappa della Catalonia le strade intitolate a donne di ogni località. L’obiettivo di questo strumento, aperto a tutto il mondo, è dare visibilità ai contributi apportati dalle donne alla società e promuovere il riconoscimento pubblico attraverso i nomenclatori delle località. Per la presidentessa del ICD, Montse Gatell, questo nuovo strumento ”faciliterà il rilevamento e la correzione della flagrante discriminazione rappresentata dal fatto che i personaggi illustri di un luogo sono quasi sempre uomini’.

Lo stupro di Cassandra, nei secoli dei secoli.

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La bellezza nell’arte non risiede solamente nella perfezione delle forme, non si limita al godimento estetico che scatena, ma è amplificata dalla capacità di comunicare, senza censura, i diversi avvenimenti umani, in maniera da toccare tutte le corde del nostro animo. L’arte è detentrice di quel potere magnifico di trovare le forme, le metafore, per descrivere fatti e sentimenti secondo un processo a due fasi – lo stupore del primo sguardo e lo stupore della lettura approfondita.

Prendiamo il suggestivo e drammatico quadro ‘Aiace e Cassandra’ di Solomon Joseph Solomon.
L’eroe ha fatto irruzione nella casa di Priamo, avanza con passo inarrestabile per compiere l’ultimo, ignominioso atto, frutto della indole irriverente: lo stupro dell’indifesa figlia del re troiano, Cassandra. L’uomo cinge le delicate membra della ragazza, solleva il suo corpo molle e bianco, ignora lo straziante dimenarsi della donna che lancia un’ultima preghiera ad Atena, la statua che impotente e indifferente assiste alla scena. La donna cerca di ancorarsi alla statua come una bambina alla gonna della madre, tutto il bellissimo corpo di Cassandra supplica il soccorso della dea, ognuna delle sue bianche curve sembra un’invocazione levata verso gli dei, e noi non possiamo non provare compassione per la giovane. Di contro, l’incedere dell’uomo è fisso, mentre risoluto si muove sul fuoco domestico riverso a terra nel generale sconquasso; la figura di Aiace avanza, terribile, con la sua arroganza, lo sguardo fisso e senza traccia di grazia alcuna, il corpo atletico del guerriero, dalla muscolatura perfetta non governata da nessuna morale, da nessun raziocinio, nessuna pietas. Un interno familiare, intimo, dai toni freddi del rigore addolciti dalle forme di Cassandra e dal rosa dei fiori, dove passa incurante l’intruso impietoso, vestito di un solo piccolo manto rosso come la furia che lo muove e che noi non possiamo non detestare per l’accingersi dell’invasione di uno spazio ben più intimo e sacro.
Si staglia, nella composizione, il candore della pelle della giovane, appoggiata morbidamente sul corpo spietato dell’eroe, piegata disperatamente all’indietro, con quel velo impigliato alla statua della dea, trasparente e tesissimo, a richiamare la verginità della sfortunata ragazza che verrà sacrilegamente violata sotto gli occhi di pietra della divinità. Assistiamo agli ultime momenti prima che la violenza si compia, piangendo per il destino infelice di Cassandra, condannata fino alle ultime devastanti fasi della sua vicenda, a rimanere inascoltata.
La sua storia, il modo in cui il quadro la racconta mirabilmente, è la storia di tante vittime, donne e bambine, innocenti, che in un orrore muto soccombono alla violenza che si scaglia contro di loro, inermi. Non chiediamo alle Erinni di vendicare un atto sacrilego come lo stupro (o forse si), non chiediamo agli dèi pietosi di punire la mano macchiata dell’orribile crimine (o forse si): sicuramente, chiediamo che la comunità umana si faccia meno sorda alle tante problematiche – culturali, sociali, farcite di pregiudizio e discriminazione – che rendono ogni giorno, a ogni latitudine, le donne, vittime. Aiace morirà per l’arroganza manifestata contro gli dèi, ma quale punizione per chi compie il più vergognoso e sacrilego degli atti, sull’orizzonte della terra, nel violare un altro essere umano? Tutti vediamo quanto sia abominevole, eppure ogni giorno si allunga il bollettino di guerra.