Osservare bene le città in cui viviamo o che visitiamo

Guardate bene questa immagine, e poi leggete.

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Oggi pomeriggio passeggiavo per Barcellona. A un certo punto, in una piazza da cui sono passata tante altre volte, sulla mia destra, mi si è presentato questa sorta di graffito; per la precisione, la mano del writer ha sfruttato un elemento architettonico preesistente per dar vita a quella che sembra una faccia triste con lacrima.
Mi trovavo esattamente tra il tondo maggiore centrale e quello minore, più ovale (in alto, a sinistra). L’ovale minore aveva una piccola fessurina orizzontale: ho immediatamente riconosciuto una sorta di salvadanaio, tecnicamente serve per inserire l’elemosina. Di qui a capire cosa fosse il tondo maggiore il passo è stato breve.
Si trattava, in passato, di una specie di ruota per bambin* espost*. L’ho capito immediatamente… Facendo due passi più avanti, si intravede il portale di una chiesa o di una struttura ecclesiastica. C’è ancora un’iscrizione residua, che recita: ‘Casa d’infants orfens’.
Oggi la struttura è un ufficio comunale, un punto d’attenzione alla cittadinanza come ce ne sono numerosissimi a Barcellona.
A ben guardare, nelle città, c’è tanta storia…

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Ada Colau, sindaca di Barcellona, ancora una volta prende posizione contro la violenza di genere

A Barcellona, una donna, una medica, Victoria Bertran, è stata uccisa da un uomo, suo marito.

Ada Colau tuona. Come sa fare lei: in maniera vigorosa e precisa, senza sbavature, senza odio di pancia, con mente attenta e partecipazione umana.

”…i primi titoli parlavano di ‘sua moglie’, e sempre in forma passiva, come complemento oggetto di frasi in cui il soggetto era lui, l’assassino”.

Chiama le cose con il loro nome nome, facendo una snella analisi linguistica non fine a se stessa, ma perché le parole non sono insignificanti, e tanto meno come si dispongono a costruire frasi. Che sono pensieri e visioni. Sa benissimo che con le parole si organizza il mondo, si proiettano valori e prese di posizione. E da prima cittadina interviene per schierarsi contro la violenza di genere, come cittadina e in nome della città che rappresenta.

Ecco perché il suo accorato appello parte da una rigorosa critica alle parole della stampa, ma solo per condannare fermamente, una volta in più, la violenza sulle donne.

Convoca domani una manifestazione in Plaza Sant Jaume, dove alle 12 verrà osservato un minuto di silenzio, in memoria della dottoressa Bertran.

Dalla sua pagina Facebook:

‘Un uomo ha ucciso una donna a Barcellona. Non dico ‘sua’ moglie anche se erano sposati, perché proprio il fatto di considerarla ‘sua’ è stato, in questo caso, l’ingiustificabile motivo di questo orribile crimine. L’uomo era conosciuto, un giornalista famoso. La donna era un medico di ambulatorio. I primi articoli di stampa si sono riempiti di dati sulla biografia di lui. Spiegavano la vita professionale, i suoi successi, le sue apparizioni pubbliche e opinioni politiche…Davano anche dettagli delle sue malattie, della sua operazione recente…

Di lei ieri non sapevamo neanche il nome, perché i primi titoli parlavano di ‘sua moglie’, e sempre in forma passiva, come complemento oggetto di frasi in cui il soggetto era lui, l’assassino. Che lui l’avesse uccisa sembrava secondario perché la notizia era che lui, una persona importante, era morto.

Domani in Plaza Sant Jaume abbiamo convocato un minuto di silenzio a mezzogiorno, per manifestare l’assoluto rifiuto di questa città verso gli omicidi di matrice maschilista. Spero che la piazza si riempia, e che quanti e quante di voi non possano venire, facciano un minuto di silenzio, ovunque siate. Intanto, ci sarà tempo per le sfumature, ci sarà tempo per i dettagli di interesse giornalistico, ma la notizia che oggi deve interpellarci, quella che dobbiamo esigere per rigore e per giustizia, è questa: ‘La dottoressa Victoria Bertran è stata uccisa da suo marito’. Oggi importante non è lui, ma lei, e l’ingiusta sofferenza della sua famiglia, amici e compagni di lavoro che questa città accompagna nel loro dolore.’

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Un caffè in compagnia dei gatti: l’Espai de gats di Barcellona

Ieri sono tornata a casa con una sensazione di calma impagabile.

Ho festeggiato Halloween concedendomi una visita, da tempo pianificata, all’Espai de Gats di Barcellona, un bar sui generis dove è possibile coccolare dei gattoni e familiarizzare con loro in vista di una eventuale adozione. Sono stata accolta dal sorriso delle volontarie e da svariate codine (o mezze codine).

L’idea viene da un gruppo di volontari* che si dedicano alla salvaguardia dei gatti.

Poiché i rifugi sono spesso sovraffolati e non sono tradizionalmente un bel posto, i-le volontari* hanno pensato di allestire questo spazio molto accogliente, nel pittoresco quartiere di Gràcia, dove si può sorseggiare una bevanda calda e gustare un’ottima merenda vegan circondat* da gatte e gatti. Ieri erano presenti 14 esemplari di cui due partiranno presto alla volta di una nuova famiglia.

img_0834La gestione delle visite è ben organizzata: perché l’incontro sia piacevole per animali e umani, bisogna prenotare in anticipo in modo che il locale non risulti mai sovraffollato, inficiando l’intimità umano-felina; ogni tavolo è dotato di un simpatico ‘menù’ d’istruzioni: non fare troppo rumore, non svegliare il gatto che dorme, non dargli cibo, e inoltre ci sono le schede dedicate a ogni gatto, in modo da conoscerne la storia e il carattere.

L’ambiente è a misura di gatto (con giochini, cucce artigianali bellissime) e di umano, minimalista ma caldo, impreziosito da una bibliografia di base sul gatto e da vetrine conIMG_0821.jpg gadget. La visita include anche un rinfresco. Ieri ho assaggiato un tè chai, un rustico e una cup cake vegan che erano squisiti.

Il costo della visita dipende dal tempo che si intende trascorrere con l’allegra compagnia (tutte le informazioni, in catalano, castigliano e inglese sono disponibili sulla pagina web, da cui si attiva la prenotazione).

L’incontro – già di per sé piacevole – può essere il preludio per un’adozione ma anche un buon compromesso per chi non può adottare un gatto e quindi può godere della sua compagnia e allo stesso tempo supportare il progetto. Il ricavato del ‘gattobar’ finanzia le spese e la cura degli animali.

Inoltre, per certo, è possibile fare nuove amicizie umane.

Naturalmente, chi si aspetta di poter disporre di un gatto come vuole non conosce la natura dei gatti; voglio dire, anche io intimamente speravo di essere al centro dell’attenzione di Raffa, Nico, Reina, come in questa puntata di Scrubs…ma chi conosce bene i gatti sa che la loro indole libera li porta a fare esattamente quello che pare a loro: ricoprirti da attenzione o ignorarti, e giocando a simulare e dissimulare l’una e l’altra cosa. Ma è proprio per questo che li amiamo.

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Gatto che simula disinteresse

Personalmente, sono riuscita a strappare un paio di fusa dopo 90 minuti di estenuante corteggiamento, invece un gatto nero si è posato dall’inizio della visita sulle gambe di una ragazza e non si è più mosso; altri gatti hanno finto disinteresse per tutto quello che succedeva intorno ma hanno continuato a gironzolare tra un tavolo e l’altrIMG_0824.jpgo; altri ancora hanno dormito per tutto il tempo; una gatta, dall’alto del suo cuscino a forma di fiore, è stata l’oggetto di adorazione di una bambina che l’ha deliziata con coccole e croccantini (forniti rigorosamente dalle volontarie).

Ma anche nella falsa indifferenza gattesca il divertimento è comunque assicurato, per esempio, dalle facce di passanti umani e canini che si paralizzano ammaliati davanti alla vetrina per scrutare il benessere profuso al di là del vetro!

L’iniziativa dell’Espai lavora a favore degli animali e fornisce la cornice ideale per un po’ di per therapy fai-da-te!

Grazie!

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Che paura!

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Il mostro gli fa un baffo al gatto (soprattutto se c’è del cibo intorno)

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Io decisamente non posso entrare

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La reazione dei passanti

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Preparativi

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The good earth: how to preserve it; the call for a new,sustainable balance between technological progress and traditional techniques

Screen Shot 2016-02-20 at 1.07.40 PM‘If you will keep the earth, you will live…nobody will never take it away from you’ the American writer Pearl Buck wrote in ‘The good earth’. The book presents, ahead of its time, some very actual issues related to the world of small farmers. Set in the rural China of the first half of the XX century, on one hand the book depicts the anthropological and emotional aspect of the link among the natural element and man, on the other hand it casts a worrying light on social inequality between wealthy and not wealthy people, who mostly coincide with the enormous mass of families depending on agriculture and substantially exposed to its risks; it also highlights the importance of education, the imbalance between resources, products and their distribution, the danger of an excessive monetization and the role of woman, the hard worker to whom nothing is granted. Literature has the great value of depicting humanity with a predictive look: today the World is being called up to face these problems raised by all States, and all States are asked to provide adequate solutions.

 

2014 has been proclaimed the International Year of Family Farming. The exceptional technological progress has resulted in an irregular increase both of production and exploitation of resources, raising the urgent need of a reorganization through actions focused on small-scale agriculture and on the recovery of tradition and sustainability in order to reduce the gap between availability and use of resources. Due to the inadequacy of dated system of production, as in the case of USA for the international post-cold war system, small farmers are gaining attention: they are the first to suffer from the devastating effects of unbalanced production policies and meantime the first that could play an essential role in the process of resolution, since they are the heirs of a traditional knowledge that should be urgently reconsidered and adopted.

Sustainability appears to be the juncture between developed and developing countries. Research activities and raw material keep costs of production high – that means – affordable for multi-national corporations while small farmers are left in a vulnerable position on market but also in terms of self-sustainability; hence the solution seems to be that of harmonizing the two systems focusing on the re-discovery of natural, traditional systems that today threaten to disappear. In this sense, education is crucial since it should provide technical competence and knowledge of the territory, recovering and preserving traditional techniques, stimulating environmental awareness. The solution seems to be the combination between modern techniques and ancient knowledge.

 

Among the case studies, two interesting ones are that dealing with techniques of Aquaponic, a system created by the Aztecs, currently adopted as a successful experimentation in Egypt, and the Indian case, where chemical pesticides are replaced by natural repellents, a project endorsing women for the improvement and diffusion of techniques.

 

Strategies

This connection could be reached through the theory of ‘act locally’ In fact, this theory would bring great benefits in urban and cosmopolitan context, starting from a development of rural agricolture.

The position of the International Society for Ecology & Culture (ISEC) goes in this direction, it’s a non-profit organization dedicated to the strengthen communities and local economies throughout the world. The objective of ISEC is “training for the action” at the base of the project “Global to Local” through debates and conferences intended to reach the location of resources and “The Ladakh Project” followed by the ISEC since 1975 that allows to Tibetan plateau, Ladakh, or “Little Tibet” farmers to use sustainable forms of development based on the use of local knowledge and local resources , and support them in resisting the pressures of industrialized agriculture that, in 1970, has contributed to family breakdown, unemployment, construction of urban slums and the increased of pollution.

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Founder and director of ISEC is Helena Norberg- Hodge, winner of the “Goi Peace Award” in 2012. She’s the founder of the movement ‘new economy’ whose purpose is to help to create a more sustainable and equitable world. Spearhead of her work is the writing and the directing of the documentary-film ‘The Economics of Happiness’ focuses on the lacalization as the key to global happiness. Investing in local agriculture can lead to a turnaround in what is now one of the threats of humanity or rather climate change and the end of resources.

 

 

The spread of know-how: an alternative solution

Screen Shot 2016-02-20 at 1.12.05 PMThere could be another way of favouring the combination of modern technology and traditional techniques. We live in a world dominated by communications technologies, a world in which barriers no longer exist, because they are overcome by the Internet, mobile phones and radios. These means of communication, which are used on a daily basis, could help to spread knowledge on sustainable agriculture techniques and some organizations seem to be aware of this. For instance, Farm Radio International, a Canadian non-profit organization based in Ottawa, has realized the power of the radio over African countries, where it is the most widespread communications technology and the only one capable of reaching remote regions and villages, and makes use of it to improve production in a sustainable way.

 

To reach its goal, this organization cooperates with a large number of African radio broadcasters by providing them with scripts which are to be used in radio programmes addressed to small-scale farmers. (So, it values local realities and their rural techniques by improving them thanks to the spread via radio of pieces of advice on sustainable agriculture, which derive from research and studies.)

 

One of the initiatives in which Farm Radio International takes part is the World Food Programme’s Purchase for Progress (P4P) in Ghana, which gives the possibility to small-scale farmers of selling a part of their harvests to the World food programme, a UN agency whose main objective is that of fighting hunger. In this initiative, Farm Radio International focuses on giving instructions to Ghanaian farmers through radio programmes on how to produce quality crops in the right quantity for WFP.

 

Women’s Role

Women have always played a crucial role in growing food, mainly in small vegetable gardens and orchards: although it is women who work and farm the land, they are not allowed to access the private property and the agricultural credit. A greater paradox is the fact that now – especially down South – women work accounts for 70% of food production and yet it is women who starve.

 

Nevertheless, it seems to be absurd that women cannot benefit from what they produce despite the predominantly female workforce. Local economy, mainly in some African countries, still makes women small producers also dealing with micro-commercialization, responsible for the family food supply and “artists” able to transform natural elements into pleasant-looking and pleasant-tasting food.

 

The serious issue afflicting the food sector stems from a broader general problem, which is the lack of a real equality between men and women. The UN has tried to find proper solutions since the absolute human values and dignity represent constitutional and international goods; it did this by instituting the Five World Conferences on Women, the last of which took place in New York in 2000. It seems that women represent a great potential resource for the sector indeed, however they are underexploited for the economic growth and the creation of new jobs in Europe.

Nevertheless, they are less inclined to work as independent workers, since on one hand they encounter funding, networking and training difficulties, on the other hand it is difficult to find the right balance between initiative at work and family.

 

Actually, it is important to underline that there are rare and emblematic examples of women who are playing a crucial and innovative role. It is Vandana Shiva’s case. She is an Indian environmental activist and anti-globalization author, inspired by Gandhi’s ideals. Moreover, Shiva plays a major role in the global Ecofeminist movement, suggesting that a more sustainable and productive approach to agriculture can be achieved through reinstating a system of farming in India that is more centered on engaging women. She advocates against the prevalent “patriarchal logic of exclusion,” claiming that a woman-focused system would change the current system in an extremely positive manner.

 

So, how could we enhance the key role played by women within the food production system?

 

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Eve Crowley, senior office for Rural Livelihood Strategies and Poverty Alleviation with the FAO of the UN in Rome (Italy), answered this question during the last RomeMUN edition declaring that “gender inequality is one of the greatest causes for food insecurity and hunger, today. I believe we should all blow the whistle and end gender inequality and its impact on hunger, so I’ going to blow the whistle and I call upon all youth in the world to stop gender inequality and particularly in access to land.”

 

These are global issues that cannot be neglected. For an efficient promotion of women entrepreneurship it is necessary to implement a holistic approach, ensuring a series of support instruments such as a better access to funding, education and training in the field of entrepreneurship and networking; a more favorable environment may also be created fighting against stereotypes and ensuring a proper balance between professional and private life.

 

Great steps have been made but more can be done: countries and international institutions should deal with these issues more in depth, translating words into action and formulating concrete proposals for social policies regarding agriculture. We should channel new and adequate direct and indirect funding to be used in any areas in which women play an essential role: this would be the only way to ensure the right functioning of their empowerment within the fight against hunger and malnutrition.

 

Approaching 2015: the importance of agricolture and the Millennium Development Goals

To sum up, industrial agriculture is not suitable for the world in which we live, a world where this kind of agriculture contributes to reduce the finite resources of the planet and to cause environmental problems. As a result, it is necessary to take action and replace or, better to say, merge it (industrial agriculture) with traditional techniques that are environment-friendly in order to produce sustainable agriculture. This kind of farming the land is relevant and preferable, also because it is the key to solve problems such as hunger, malnutrition and gender inequality, which tend to be ignored by industrial agriculture. In other words, sustainable agriculture would let it make possible to reach 3 of the Millennium Development goals, which are objectives established by the United Nations in 2000: to eradicate extreme poverty and hunger, to promote gender equality and empowering women, to ensure environmental sustinability. Thus, having so many advantages, sustainable agriculture should not only be promoted and financially supported by small or big organizations but also by governments, which are interested in improving society. It should become the only way of conceiving agriculture.

By Letizia Foglietti, Ina Macina, Emiliana Russo, Eloisa Zerilli

Paper for the RomeMUN  2014, Rome. 

 

 

 

 

Scontro di civiltà un caSSo

Ho paura.

Ho paura perché non mi sento tranquilla a manifestare la mia libertà di pensiero che mi porta ad informarmi accuratamente prima di prendere posizione su un ‘noi’ e un ‘loro’, dicotomia che, tra l’altro, non esiste (se non a patto, per esempio, di suddividere le persone tra quelle che vogliono la pace e quella che non la vogliono). E, comunque, mi sento molto più minacciata dal ‘noi’, da questo punto di vista.

Perché se cerco di portare argomenti a sfavore dell’islamofobia, non per particolari simpatie ma cercando semplicemente di seguire un’informazione il più possibile libera e corretta, ho paura di essere etichettata come ‘anticattolica’. Non per l”anticattolica’ in sé ma perché odio le etichette e specialmente quelle date gratuitamente. Perché non mi piace che si associ, negli appelli alla difesa dell’identità italiana, ‘la nostra cultura’ a ‘sì ai crocifissi in chiesa’. Io sono italiana ma non mi rivedo in questa assunzione di ‘cultura’. E poi, se mi sento minacciata io, figuriamoci i tanti italiani ebrei o musulmani che esistono e che si sentono italiani quanto me. A me piace pensare alla cultura come a Ungaretti, Deledda, Michelangelo, Artemisia Gentileschi e via dicendo. Non come al crocifisso in aula.

Perché tremo ogni volta che sento ‘i nostri valori’, perché automaticamente la mia mente corre allo sterminio dei Pellerossa, o, per accorciare le distanze temporali, al gender gap o ai femminicidi (‘i nostri valori’, quelli che discriminano ancora le donne o le uccidono?), alle guerre e ai genocidi che nessuno si fila (‘i nostri valori’ sono selettivi?)…e allora vengo tacciata di essere ‘antioccidentale’.

Ho paura, perché le misure antiterroristiche, che influenzano ampi spazi di libertà democratiche (‘L’ uomo civile ha barattato una parte della sua possibilità di felicità per un po’ di sicurezza’, diceva Freud ne ‘Il disagio della civiltà’), rimano molto bene anche con le pretese di chi non si apre al confronto senza tentare di aprire nuove strade alternative alla lotta al terrorismo, per esempio.

Insomma, ho paura che questa isteria venga presto o tardi legittimata e a sua volta legittimi un giro di vite in senso pericolosamente antidemocratico e che si sia trattato di un gigantesco cavallo di Troia, costruito con pazienza, nel tempo, ed elettrizzato dalla sciatteria social-mediatica. Che è sempre il riflesso di qualcosa di più profondo e che sì, questo sì, ha a che fare con il concetto di ‘cultura’.

 

Anche nella guerra

Questo è un pensiero breve che ho urgenza di condividere.

Ho appena finito di leggere un post su ‘Abbatto i muri’ circa la costruzione del ruolo della donna (e della madre) durante i conflitti.

 

Rimando a suddetta pagina Facebook (e ai relativi, validissimi suggerimenti indicati) per una riflessione più profonda (e approfondita).

Nel frattempo, è da molto che mi torna in mente il drammatico addio tra Ettore, Andromaca e loro figlio. In particolare, ‘adoro’ la parte in cui il bambino si spaventa dell’elmo del padre.

 

‘ E dicendo così, tese le braccia al figlio Ettore illustre:

ma indietro il bambino, sul petto della bàlia dalla bella cintura

si piegò con un grido, atterrìto all’aspetto del padre,

spaventato dal bronzo e dal cimiero chiomato

che vedeva ondeggiare terribile in cima all’elmo.

Sorrise il caro padre e la nobile madre,

e subito Ettore illustre di tolse l’elmo di testa,

e lo posò scintillante per terra;

e poi baciò il caro figlio, lo sollevò fra le braccia

e disse, supplicando a Zeus e agli altri numi; […]

(Online, Zanichelli)

 

Screen Shot 2015-09-08 at 7.12.07 PM(Fonte foto: The Post Internazionale)

Judith Butler e l’Europa in crisi d’identità

Juidith Butler ha chiuso ieri il ciclo d’incontri D.O. Europa, con un intervento che affrontava la questione dell’identità europea a partire dalle persone.

Il suo discorso insiste soprattutto su due temi: l’emergenza umanitaria dei profughi e il revival di movimenti di estrema destra nel Vecchio Continente.

La filosofa inquadra le varie questioni secondo una prospettiva che le è molto cara, quella del ragionamento attorno all’identità.

Incalzata dalla moderatrice Mònica Terribas su cosa sia quell’entità collettiva – il ‘We’ -, Butler suggerisce un approccio dinamico che mette in luce la relatività identitaria del ‘We’:

‘Nessuno può definire il ‘We’ e nessun gruppo può dire ‘Noi siamo il We’. ‘Nosotros’ è elaborato attraverso una serie di gruppi che lo reclamano per sé; le persone parlano attraverso un ‘noi’ e a volte questo può portare una competizione. Ricordo di aver assistito a delle manifestazione in Egitto. C’era un gruppo di persone, a sostegno di Mubarak, che dicevano ‘noi siamo il We’, e c’era un altro gruppo in opposizione che rivendicava la medesima cosa. È una dinamica di antagonismi ma quello che importa è che ci sia antagonismo senza violenza. Dobbiamo essere aperte e relativizzare sempre il ‘We’ per preservare la democrazia.

La democrazia è un ideale, non possiamo dire di averla raggiunta: è un processo in atto, una continua tensione verso di essa.

In Spagna e in Italia c’è stato il fascismo ma non possiamo dire di averlo superato perché è riemerso. È riemerso, per esempio, come approccio contro i migranti’.

Mònica porta all’attenzione della pensatrice la questione di sovranità popolare, rappresentanza politica e dissenso, a cui Butler risponde:

‘La sovranità è un concetto un po’ obsoleto per alcuni miei colleghi di sinistra. Noi pensiamo che la sovranità proceda dalle persone allo Stato tramite il voto. Ma se poi governo eletto attacca la stampa, diventa uno Stato di polizia o affronta l’emergenza migranti in una certa maniera, le persone possono mobilitarsi contro questo governo che non le rappresenta più, anche se lo hanno votato. Quando questo gruppi si organizzano, si richiama la sovranità popolare e si verificano le crisi politiche. Noi abbiamo questo potere che può fermare economia e mercati’.

Mònica le chiede in che forme debbano organizzarsi questi movimenti di matrice sociale, se debbano trasformarsi in vere e proprie forze politiche.

Butler: ‘Alcuni di questi gruppi aspirano a diventare movimenti politici e cercano una rappresentanza parlamentare. Ce ne sono altri che si battono per le politiche sociali ma non vogliono avere potere politico e vogliono rimanere fuori dalla politica vera e propria. Io penso che le due forme siano entrambe necessarie. È un gap necessario. Ci deve essere una sovranità popolare e una statale. Per legittimare ciò che di fatto delegittima lo Stato è necessario che si sia qualcosa non coinvolto nel potere, in qualche modo.

Per quanto riguarda il discorso del Femminismo e dei movimenti LGBT, è assolutamente giusto e auspicabile che lo Stato riconosca i diritti civili senza che poi chi ne è interessato venga necessariamente ‘statalizzato’. Si può parlare, relazionarsi col potere dal di fuori, lottando in prima linea per un cambiamento prima di tutto sociale.

Un altro esempio: abbiamo visto, in passato, manifestazioni a Roma, a Montreal e più recentemente in Sud Africa contro l’aumento delle tasse universitarie che avrebbero di fatto impedito l’accesso alla parte più vulnerabile della popolazione. Questi gruppi non vivono le stesse situazioni ma sono in contatto tra loro. Stanno coordinando gli sforzi, e possono essere molto efficaci. Non è indispensabile trasformarsi in forza partitica, anche perché i partiti guardano a questi movimenti sociali e imparano da loro.’

Butler rilassa i toni scherzando sulla sua stessa identità: ‘In quanto donna, oh bhé, sono io una donna?’ e trascina la platea nel suo stesso sorriso – poi attacca un bellissimo discorso sull’invisibilità delle persone in una situazione di vulnerabilità:

‘La demografia della vulnerabilità è cambiata.

Quando stavo scrivendo ‘Gender trouble’ (‘Questione di genere’, tradotto in italiano nel 2013, ndb) era la metà degli anni ’90, al tempo ero sicuramente femminista – come per moltissimi aspetti lo sono ancora oggi – ma non esisteva il movimento Queer; è un libro difficile e molto accademico, ve ne chiedo scusa, ma stavo cercando di portare nell’ambiente accademico alcune tensioni sociali. All’epoca, alcune cose non erano riconosciute: c’erano delle persone che non potevano piangere il proprio partner in caso di morte o non potevano andare in ospedale, perché a livello sociale non erano riconosciute. Era come se vivessero una seconda perdita. Queste persone non potevano piangere per le loro perdite come succedeva per tutti gli altri, che sono normalmente oggetto di abbracci, parole di conforto, di elaborazione del lutto a livello sociale.

Lo stesso è ora per i rifugiati.’ – a questo punto Mònica la interrompe parlando di come l’Europa sta pensando di ridistribuire i profughi tra gli Stati membri, e Butler riprende il discorso dicendo una cosa che ha fatto calare un silenzio amarissimo in sala (già silenziosa, ma sembrava che la platea avesse smesso di respirare):

‘state ridistribuendo quelli che riescono ad arrivarci, in Europa. I sopravvissuti. Quelli di cui vi rendete conto, non quelli di cui non vi rendete conto come i bambini morti che guardate in foto. Ci dovrebbero essere più foto, più storie, più contestualizzazioni.

Molte persone si sentono minacciate, in Europa, temono di perdere il lavoro, di non riuscire a pagare spese e debiti, etc… . Il numero di poveri e di precari sta crescendo spaventosamente. La classe media ha la percezione che sta scivolando verso la povertà. Anche l’Europa ha migranti economici che si spostano. Dobbiamo recuperare i principi di giustizia economica per tutti, pensare come realizzarla per noi. Dove vanno i soldi? Perché dicono che non ci sono i soldi per l’emergenza, dove sono andati? Dobbiamo domandarci questo, e mirare alla ridistribuzione delle risorse in modo che le persone ‘legali’ e quelle ‘illegali’ possano vivere la loro vita. ‘We’, e non ‘noi/loro’.’

(Parla di ‘global slum’ circa il dilagare della povertà a livello di sistema.)

A riguardo le donne in politica negli USA, dichiara:

‘Possono essere femministe a anche criminali di guerra, senza purezza. La forza del femminismo, comunque, non è reclamare la conformità, ma gestire i conflitti al suo interno.’

‘La crisi economica, il razzismo contro i migranti e il nazionalismo stanno portando in Europa un revival del nazismo.

Bruxelles deve ripensare al suo ruolo in questa situazione economica e la sua politica verso i migranti: ha fallito.

Hannah Arendt argomenta che ogni Stato che si definisce come portatore di una sola nazionalità cercherà sempre di espellere chi intacca la purezza della nazione per conservare e riprodurre la sua purezza come Stato (principio di ‘One State, one nationality’). Con questa idea, non vuole cedere le sue pretese di nazionalità al contatto coi profughi. Si parla di Eurocentrismo, la l’Europa è già multietnica, multiculturale, poliglotta e non si torna indietro anche se si rifiuta di essere trasformata dai rifugiati.’

La teorica delle questioni di genere ci lascia un bel confronto, scevro anche solo dal sospetto di snobbismo accademico. Cravatta-cerniera fucsia, un inglese ben scandito senza la fretta di chi ce la mette tutta a non voler farsi capire, mostra una statura intellettuale che potrebbe mettere in soggezione ma non lo fa, affiancata sempre da un’ironia intelligente che mette tutti a proprio agio, mentre si ragiona insieme.

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