Un piccolo manifesto antirazzista di un’italiana residente all’estero. #ancheiosonomigrante

All’indomani dell’ennesimo caso di imbecillità razzista via web e del solito corollario di idiozia profuso da una certa politica, sarebbero tante le cose che vorrei esprimere.
Per iniziare, però, scelgo di pubblicare l’intervento di una mia carissima amica perché quello che ha scritto esprime meravigliosamente un sentimento che io condivido e sottoscrivo pienamente; e poi lo ha scritto benissimo, in tutti i sensi. Perché lei è così. Testa, cuore, umanità e creatività, qualità generalmente latitanti, a leggere certe cose…
Riporto il suo intervento che ha postato sul suo profilo FB – le ho naturalmente chiesto il permesso e lei ha acconsentito.
Grazie Elena, per aver impugnato una penna (ok, pigiato i tasti 😀 ) e fatto alzare il livello di ragionevolezza nazionale.
Un bacio,
Ina – #ancheiosonomigrante

‘Amici italiani, non so se l’Italia che leggo sui giornali e sui social network riflette l’attuale realtà delle cose, perché io lì non ci vivo più da tempo….ma mi sapreste spiegare questo dilagare di razzismo? Perché questo continuo, incessante accanimento contro l’immigrato? Non mi riferisco ai Lampedusani che hanno salvato in mare ed accolto nelle proprie case gli africani approdati coi barconi, bensì alla rivolta di Treviso, le manifestazioni di Roma, e a certi commenti che leggo ovunque.
Non sarà mica che la gente invece di prendersela con i responsabili e gestori di una pessima politica immigratoria e di integrazione se la sta prendendo proprio con questi profughi, fuggiti da situazioni che per quanto affermiamo di comprendere, non possiamo neanche lontanamente immaginare? Persone disperate, sole, in possesso di nulla, senza alternative? Perché se così fosse allora gli italiani mi sembrano proprio degli ignoranti.
In altre città europee il numero di immigrati è parecchio superiore a quello di qualunque piccola città della provincia italiana. E la maggior parte sono integrati. Eppure quelle città sono molto meno incandescenti della piccola e borghese Treviso o anche della piccola e borghese Ferrara, mia città natale.
Anch’io sono un’emigrante, (anche se la stampa occidentale in tutta la sua superiorità colonialista si ostina a definire gli emigranti provenienti dai paesi ricchi “espatriati”) e ci vivo in una società multietnica, in cui tutti sono catalani e spagnoli, non importa se hanno la faccia e l’accento da cinese, da pakistano, da brasiliano o da italiano. E nessuno è additato o ghettizzato, se non decide di auto-ghettizzarsi.
Anche la mentalità è diversa. L’altro giorno ero su un vagone del treno ed assistevo con tenerezza allo spettacolo di una minuta e catalanissima vecchietta che raccontava tutti i suoi acciacchi con tanto di pacchetta sulla spalla ad un enorme senegalese, il quale con molta gentilezza le rispondeva in catalano come se fossero vecchi amici, per poi aiutarla ad alzarsi. Scene come questa non sono affatto inusuali, anzi.
Bambini, giovani, adulti ed anziani qui sono abituati alla presenza dello straniero e per nulla intimoriti dal colore della pelle. Qualunque cittadino ha le stesse possibilità o la stessa mancanza di possibilità e tutti lo sanno. E ciò non dipende da chi arriva qui in braghe di tela su una zattera ma da chi ci governa.
Alle manifestazioni di protesta partecipano tutti, fianco a fianco, giovani e vecchi, autoctoni ed immigrati, bianchi, marroncini, gialli o neri, non importa, se un credo li unisce. Quel credo solitamente è un obiettivo comune, un bene di tutti. E vi assicuro che non viviamo in un’isola felice, anzi. Per certi versi la Spagna e Barcellona sono afflitte da problemi socio-economici endemici ben più gravi di quelli italiani. Ma la gente qui si indigna per l’aumento delle tasse, o la nuova ley mordaza contro la libertà d’espressione, la corruzione dei politici, il turismo di massa o l’altissimo tasso di disoccupazione, non certo l’immigrante.
Ed ecco anche il perché di tutti questi corsi gratuiti di spagnolo e catalano per immigrati. Ci aiutano ad integrarci. La lingua è comunicazione e la comunicazione è comprensione e la comprensione è il primo vero grande passo per l’integrazione.
Molto diverso da certi spettacoli indegni e disumani ai quali ho assistito ad esempio alla questura di Ferrara, in cui il poliziotto di turno strillava come un ossesso all’africano che non capiva la sua lingua. In quell’occasione non servì a nulla ricordare a quel triste figuro che l’immigrato non è né sordo né stupido, e che un italiano emigrato in Germania o in Brasile o negli Stati Uniti affronta esattamente gli stessi problemi linguistici.
Amici italiani e ferraresi in particolare, sarò banale e forse starò dicendo cose trite e ritrite, ma quanto mi piacerebbe assistere almeno una volta in Italia a scene come quella del treno descritta sopra, e quanto mi piacerebbe leggere una volta tanto dei commenti sensati e costruttivi riguardo la questione dell’immigrazione in Italia.
O forse mi sto sbagliando, quindi in quel caso vi prego di darmi spiegazioni, di illuminarmi sulla situazione attuale e su aspetti che forse ignoro, a causa della distanza. Grazie!’

MEI – Museo Nazionale Emigrazione Italiana

Il MEI – Museo Emigrazione Italiana, Roma.

Non sapevo che nella pancia dell’Altare della Patria a Roma fosse ospitato il Museo Emigrazione Italiana. Mi ci sono imbattuta per un fortunato e fortuito caso, scoprendo che racchiude un piccolo tesoro culturale fatto di tantissime storie di emigrazione italiana. Riporto qui le scritte esplicative riportate sui muri, censuro invece le lacrime che non ho trattenuto nel vedere le fisarmoniche provenienti dall’Argentina, le valigie un po’ da tutto il mondo,  i vademecum per gli Expat del secolo scorso, i beauty case di giovani spose. Per favore, visitatelo.

DALLE PARETI DEL MEI

Se i Cavour, Mazzini, Garibaldi, Vittorio Emanuele II hanno ‘fatto l’Italia’, a ‘fare gli Italiani’ hanno contribuito, in maniera particolare e spesso ignorata, anche i milioni di emigrati che, lasciando il proprio paese durante la sua unificazione politica, hanno portato con sé valori e tradizioni, li hanno messi in relazione (non senza scontri e incomprensioni) con i diversi stili di vita dei paesi di destinazione, hanno creato nuove identità e appartenenze, spesso bi-nazionali. Partiti come veneti, lombardi, napoletani o siciliani si sono scoperti, in emigrazione, soprattutto come ‘italiani’ capaci di ridisegnare nuove legami con il paese e la regione natia. Senza il riconoscimento del ruolo svolto dall’emigrazione, la storia d’Italia è sicuramente incompleta.

Per conoscere come è cresciuto il paese, per capire come si è sviluppata l’economia e la società italiana è indispensabile ricordare che milioni di contadini sono stati cacciati dalle loro terre, che altri milioni di lavoratori hanno preferito lasciare volontariamente un paese che non offriva prospettive e che si serviva dell’emigrazione per mantenere bassa la pressione sociale.

Nel lungo processo di unificazione che ha portato gli italiani a sentirsi popolo, un ruolo importante è stato giocato dai 29 milioni di contadini, operai e piccoli imprenditori che, proprio per la loro particolare esperienza migratoria, hanno contribuito al processo di definizione dell’identità italiana.

Questi emigranti, infatti, hanno sapuro combinare la memoria dolorosa di una terra avara lasciata alle spalle con la speranza di una vita migliore da creare altrove, hanno saputo unire le diverse regioni di provenienza in una identità condivisa di ‘italiani all’estero’, hanno, infine, saputo legare tra loro paesi diversi (quello di arrivo e quello di partenza) in un rapporto di conoscenza e scambio reciproco. Pieni di speranza e, a volte, di illusioni, partiti alla ricerca di un’esistenza migliore e di un futuro dignitoso per sé  e per le loro famiglie, ‘hanno fatto’ molti dei paesi di destinazione. Giunti in ogni angolo del mondo, spesso senza mezzi e senza conoscere la lingua, hanno saputo affrontare e superare, non senza sacrifici, le difficoltà del processo d’integrazione, hanno diffuso nel mondo la cultura ed i valori italiani e hanno contribuito allo sviluppo della vita economica, sociale e culturale dei paesi d’insediamento.

Questo luogo di memoria della lunga e intensa storia migratoria degli italiani non vuole comunque fossilizzare in alcune, seppure in suggestive, immagini o filmati di repertorio, un’avventura considerata finita. Vuole, invece, diventare strumento capace di aiutare ed affrontare e a vivere positivamente le odierne sfide che le migrazioni propongono. Si tratta infatti di offrire un’opportunità, soprattutto ai giovani, di un luogo in cui il passato, presente e futuro sono legati insieme da quel filo vitale rappresentato dalla memoria che non é mai solo ‘ricordo nostalgico di tempi andati’ ma sentirsi a casa anche tra persone di origini ed esperienze diverse.

A questi italiani che, da lontano, hanno contribuito a creare quello che siamo oggi, l’Italia, facendo ammenda degli errori   e delle omissioni del passato, dedica questo ‘museo’, riconoscendo, così, nell’esperienza migratoria un elemento fondamentale della proprietà nazionale.

http://www.museonazionaleemigrazione.it/museo.php?id=2

Nota dell’autrice

Di fronte allo sbriciolamento del fronte nazionale, a tanti drammatici eventi non facili da decifrare; di fronte alla caparbietà tanto del popolo di giovani che se ne vanno quanto di quelli che restano; di fronte ai giochi a volte disorientanti della politica e alle macerie delle macerie di Pompei e di tutta l’arte lasciata esposta alle intemperie culturali.

Io non trovo altra cura ai miei assillanti ‘perché’ se non nella nostra eredità culturale. Bisogna proteggerla dagli assalti di un oblio calcolato. La cultura ha ampi spazi e confini labili, al suo interno tutti sono concittadini: quello che ama la musica e il musicista, quello che ama la poesia e il poeta; chi si muove nell’arte, chi cucina, chi coltiva e chi sa costruire un violino con mani sapienti di 400 anni; chi si muove nei luoghi di protezione della memoria e dell’identità, siano biblioteche, musei, archivi, quelli che cercano di preservare dalla corrosione della sciatteria le tracce della storia di una collettività.

È sempre difficile parlare di Italia, dalla lunga storia, dai mille dialetti, dal mosaico di ascendenze artistiche, gastronomiche…eppure ci siamo sentiti – si sono sentiti e si senteranno – terribilmente italiani, noi tutti, voi tutti, loro tutti quelli che dall’Italia se ne vanno. Nemo Italiano in patria, fuori si. Patria da abbandonare, patria a cui tornare, in uno schizofrenico sentimento di nostalgia e repulsione.

Forse non siamo ancora popolo, se non dal di fuori e quando stiamo fuori.

Dimentichi della nostra storia, ci sfugge una lettura di tanta attualità.

Guardiamo con sospetto il migrante, noi che siamo stati un popolo di migranti. Togliamo la connotazione geografica di emigrante o immigrante, togliamo I prefissi, I suffissi  – non pensiamo a dove si va e da dove si viene, per un attimo: cosí tutti saremo migranti. Capiremo cosí che le sofferenze e le conquiste di tutte le persone che lasciano il proprio paese sono le stesse per tutti i paesi e per tutte le epoche.

Ellis Island. Entri nel museo e ci trovi valigie. C’è un muro imponente ad Ellis Island, su cui sono iscritti migliaia di migliaia di nomi delle persone che si sono riversate nel ‘Nuovo Mondo’ alla ricerca di una nuova vita.  Ci sono miei parenti, ognuno ha un parente sul muro di Ellis Island. Che sta a ricordare di come ogni paese è ciclicamente tempo di emigrazione o immigrazione, di sogni o di incubi, e che tutti sentono il bisogno di cambiare il proprio destino, e hanno il diritto di provarci. Se si evocano le storie di migrazione, tutti siamo più uguali che mai.

Noi italiani, che vediamo questa cosa distrutta e frammentata, piena di lotte intestine, che è l’Italia, e sappiamo che è nostra e che quello è l’unico posto a cui possiamo appartenere, anche se portiamo le nostre radici in giro per il mondo, e sappiamo aprirci all’accoglienza di chi, come noi, ha il diritto di muoversi. Non dovremmo fare della nostra ricchezza variegata una debolezza, ma la forza della nostra identità.

DSCN2620                              DSCN2621

DSCN2626  DSCN2627 DSCN2635 DSCN2634 DSCN2641 DSCN2624

DSCN2625 DSCN2637 DSCN2631 DSCN2632 DSCN2640 DSCN2630

DSCN2638

10869367_10206263343286633_4689292117828076577_o

IMG_3068