Donne e politica: partecipazione e rappresentazione (II parte)

N. 4*

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‘A volte le discriminazioni che patiscono le donne sono indirette e passano come non percepite. È necessario dare visibilità a queste situazioni e lavorare per trovare soluzioni a queste disuguaglianze’.

C. Lasén

Il Consiglio d’Europa è un concetto diverso dall’Unione Europea. Ne fanno parte tutti i 47 Stati tra cui Russia, Turchia, Estonia, Finlandia, etc.

La sua importanza sta nel fatto che funge da laboratorio anche per temi delicati come la bioetica.

I dati ci dicono che non esiste uguaglianza né in Europa né in nessun altro Paese al mondo.

Le donne sono vittime di discriminazioni multiple alla luce della loro identità multipla (es. donna e migrante).

Strumenti utili:

 

Il governo svedese si autodefinisce ufficialmente ‘femminista’.

I giudizi sull’aspetto delle donne in politica sono tra i principali deterrenti per la partecipazione attiva alla politica da parte delle donne. (Rilancio il seguente link, per farsi un’idea, ndb)

Alla fine della prima settimana di corso, mi rendo conto che i concetti su cui più si è insistito sono: (mancanza di) sensibilità per una prospettiva di genere, (mancanza di) visibilità del ruolo delle donne, stigmate per il concetto di femminismo. 

 

Donne e politica: partecipazione e rappresentazione

n.4

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M. Cervera

Come le donne vengano rappresentate in politica mi interessa, mi preoccupa e mi occupa, assieme al concetto di visibilità; le donne devono essere ‘visibilizzate’ per tutto quello che fanno.

Le donne devono partire dalla coscienza femminista per poter intervenire nella partecipazione.  Politica è ogni azione di trasformazione nel mondo.

Dire che vogliamo il 50% della presenza in politica è dire poco; il discorso è: a che società vogliamo appartenere? In quale politica vogliamo prendere parte?

Politica non è solo voto, leggi, governi, ma riguarda tutti gli ambiti della vita pubblica e privata. La politica è in tutti gli spazi della vita. Esserci e agire in società è politica.

La coscienza femminista viene dalla riflessione su come smarcarsi da quello che il patriarcato ha deciso per le donne.

Ci sono molte donne che hanno cercato di entrare nel mondo della politica formale secondo gli stessi schemi maschilisti.

Il femminismo è sempre coinvolto nella costruzione di modelli per rinnovare lo status quo verso un’inclusione più giusta di donne e uomini.

La rappresentazione è un tema molto complicato. Ognun* di noi rappresenta solo se stess*, la propria esperienza il proprio corpo ma proprio per questo è necessario mettere in relazione queste esperienze e fare rete. Bisogna tenere in conto l’estrema vitalità dei movimenti sociali.

I luoghi delle donne sono le piazze, le strade, le scuole, luoghi di rete, di auto-organizzazione.

Per la nostra esperienza, sappiamo che lavorare con chi è inserito nei luoghi di potere costa moltissimo lavoro. Ad oggi, ci sono anche delle femministe in questi spazi che vogliono far avanzare le nostre istanze. Noi ci chiediamo sempre fino a quando vale la pena; essere in rete con le donne femministe nelle istituzioni è imprescindibile però sempre sulla base della cooperazione con le associazioni. Non credo sia possibile cambiare le istituzioni dall’interno, ma dall’esterno, tramite la cooperazione, sì. Per esempio, è tanto difficile agire sull’aborto, nonostante il concetto elementare che il corpo della donna è della donna. Ma bisogna continuare a esprimersi, a criticare la legge in base a come noi pensiamo questa si debba esprimere a riguardo.

Un altro esempio: il lavoro. Lavoriamo tantissimo e guadagniamo poco o niente. Allora ci chiediamo quali lavori ci servono veramente, perché per esempio ci sono persone che stanno impazzando per fare cose che non servono a niente. Oppure riflettiamo sui consumi e su come possiamo vivere bene in questo mondo che stiamo distruggendo. Di certo, dall’alto, non si fomenta la discussione, anzi. È fuori dalle istituzioni, nei gruppi femministi, dal basso, che parte e deve partire la discussione.

È importante che la politica faccia proprie le istanze femministe per allargare la portata delle cose che ci stanno a cuore.

La politica non è per i partiti, è per la gente, specie per quelle persone che si spendono per le libertà anche se non sanno dove andranno a parare.

Dobbiamo riflettere, un* ad un*, per come attuare un cambiamento verso il rispetto della pluralità, in rete con i movimenti sociali.

Il femminismo non è il contrario del maschilismo; è un movimento trasversale che difende l’uguaglianza di tutte le persone per una società più giusta.

La moderatrice, Argelia Queralt, fornisce questi dati: 

 

In Spagna, solo il 3% delle donne si considera femminista ma in realtà ci sono molte più donne che difendono attivamente i diritti delle donne: il problema è che il termine ‘femminismo’ è stato stigmatizzato.

Interviene una donna con esperienza nel mondo della politica, dice con sarcasmo: ‘rivendichiamo il diritto a essere mediocri almeno la metà dei colleghi’.

 

 

Quali meccanismi di protezione dei diritti umani abbiamo a disposizione per denunciarne la vulnerabilità?

n.3

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J. Saura

Gli esperti che compongono i Committee vengono eletti dagli Stati Membri. Si esprimono nelle dispute tra individui, tra individui e Stato e tra Stato e Stato, vagliano i report redatti dagli stessi Stati membri (funzioni consultive) e, per determinati Committee, possono anche svolgere delle indagini in loco. (Per quanto riguarda il comitato per l’eliminazione della discriminazione contro le donne, CEDAW, si segnala la presenza dell’italiana Biancamaria Pomenarzi, ndb).

Le relazioni e i pareri emessi dai Committee non hanno tanto un valore di intervento concreto ma sono fondamentali per testare quanto viva, solerte e attiva è la sensibilità civica di un Paese, quanto la società civile è capace di recepire le consulte ed eventualmente mobilitarsi nei confronti dello Stato di appartenenza.

La partecipazione è importante perché se non parliamo noi, altri lo faranno per noi.

Il CEDAW ha ricevuto critiche per la mancanza applicazione del principio di parità, essendo composto solo da donne; un paradosso, alla luce del fatto che nessun* ha obiettato, fino a pochissimo tempo fa, per la quasi totale presenza maschile in quasi tutti gli altri organismi.

 

Consultare qui la relazione sulla violenza contro le donne; qui, invece: raccomandazioni del committee of Ministers, Convenzione di Istanbul e dettagli,

 

 

Per dindirindina, usano il Gender al consiglio d’Europa!

Guardate, ci sono parole in bella vista e prima di tutte GENDER (vicino  EQUALITY, RIGHTS…brutte parole, brutte!)

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Certo, se si capisce il perché (avendo un minimo di curiosità per un minimo d’informazione).

Il Consiglio d’Europa si sforza, almeno sulla carta, di teorizzare delle strategie, linee guida, piani d’azione per un esercizio quanto più equo della vita civile, politiche di genere comprese.

‘Raggiungere la parità di genere è fondamentale per la protezione dei diritti umani, il funzionamento della democrazia, il rispetto dello stato di diritto, la crescita e la sostenibilità economica’.

‘Il Consiglio d’Europa si sforza di combattere gli stereotipi di genere, il sessismo e la violenza contro le donne nelle sue diverse forme. Mira a cambiare modi di pensare e attitudini, a promuovere una partecipazione equa di uomini e donne nella vita politica e pubblica e incoraggia l’integrazione di una prospettiva di genere in tutti i programmi e politiche. Un cambio nelle relazioni di genere, la tutela della libertà d’azione delle donne*, e l’abolizione dei tradizionali stereotipi negativi di genere sono la chiave per conseguire la parità di genere’.

Cose così, insomma.

 

*La parola inglese ‘empowerment’, o la spagnola ‘empoderamiento’ rimandano a un’idea di ‘potenza’ della donna, nel senso di libertà e facoltà di attuazione delle proprie potenzialità (più che ‘potere’), in condizioni di fiducia e incoraggiamento a sostegno della realizzazione del sé. La difficoltà della traduzione sta per me nel fatto che non voglio passare il concetto di ‘dare potere’ alla donna, in quanto le donne, come tutte gli esseri umani, lo hanno già; semmai, dovremmo parlare di abbattimento delle barriere (culturali, sociali, politiche) interposte tra le donne e le opportunità di realizzazione personale.