Ultima lezione: le raccomandazioni della CEDAW per lo Stato spagnolo

 

B. Tardón

Cedaw plataforma sombra

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Gli Stati devono dare conto sul loro operato alla cittadinanza.

I rapporti ombra hanno avuto un grande impatto, per la Cedaw ancora di più perché forniscono dati importanti (e un po’ più veritieri) circa la situazione.

La piattaforma non ha identità giuridica nè amministrativa ma in questi ultimi anni si è andata configurando così. La piattaforma è composta da ONG evidentemente con prosepttiva di genere e femminista: 50 organizzazioni femministe, di diritti umani e sviliuppo e 277 organizzazioni firmanti; non ci sono rotture interne; le linee guida sono racchiuse nella convenzione, non ci sono altri statuti se non la stessa convenzione Cedaw.

La convenzione Cedaw mira al il progresso delle donne in quesi Paesi parte della convenzione. La Spagna ha il dovere e la reponsabilità giuridca di rispettare quello che dice la convenzione.

Protocollo facoltativo della Cedaw 1999 – le donne possono comunicare qualsiasi violazione che vivano. In questo senso è indicativo il caso di Angela Gonzales Carreño che è riuscita a far condannare dall’Onu la Spagna per aver ignorato i suoi appelli (la negligenza dello Stato spagnolo ha causato la morte della figlia che Angela voleva sottrarre all’azione violenta del marito-padre maltrattatore).

Non c’è bisogno di essere avvocati o avvocate per scrivere i report ombra, ma gruppi di persone che vogliano dar spazio alla propria storia.

Il rapporto ombra può interessare: violenza di genere e tratta, educazione, lavoro e diritti economici, salute e diritti sessuali e riproduttivi,rappresentazione e partecipazione politica, diritti umani e cooperazione.

Violazioni in merito all’articolo 2) Hanno denunciato, per esempio, la persistenza dell’inesistenza di strutture di interventi su tutte le forme di violenza di genere – riduzione e disequilibrio territoriale dei servizio di attenzione integrata.

Violazione dell’artiolo 5) – carenza nella revisioone curriculare e sparizione del tema parità di genere dalle aule.

Presenza ridotta e stereotipata delle donne nei mezzi di comunicazione senza sanzioni degli organismi competenti.

Violazione all’articolo 12 – impedito e negato il diritto alla salute.

Inequità nell’accesso alla salute – insufficiente sviluppo della cornice normativa nei diritti salute e riproduttive.

Il comitee ha accolto il rapporto ombra tanto è vero che il loro testo quasi lo ricalca verbatim.

(Il prossimo rapporto è previsto per il 2019)

 

Per l’Italia, qui  (ndb)

 

 

 

 

 

 

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Parliamo del problema del traffico di esseri umani e proponiamo altre prospettive sulla prostituzione

N.11

R. Cendón

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‘Quando parliamo di traffico di esseri umani, non parliamo di affari esteri o di frontiere, parliamo di inganni, abusi, coazioni, sfruttamento…di esseri umani che da essere soggetti sono diventati oggetti che generano benefici a terzi’

Riferimento: protocollo di Palermo

Tratta e traffico sono due realtà molto distinte.

La tratta include AZIONI, METODI e FINALITÀ

Rapimento, inganno e trasporto di persona: non è solo che alcune donne non sapevano che sarebbero venuti a prostituirsi – alcune lo sapevano (per guadagnare e poi tornare a casa) ma non si aspettavano di vivere in condizioni da segregate. Inoltre, il tempo è il problema chiave: una volta superati i termini legali di permanenza in uno Stato, allora cominciano i guai per queste persone. A molte sottraggono i passaporti.

Le minacce non si limitano alla violenza fisica, ma in tutte le sue espressioni.

Le vittime generano benefici a terzi, ovvero si produce una cosificazione della persone intese come persone che si possono comprare e vendere (venduti anche più volte). Cosificazione intesa come uso da parte di chi le sfrutta per un tornaconto economico.

Tratta di essere umani VS traffico illegale di migranti.

La tratta di esseri umani è un delitto contro la persona; il traffico di migranti è un delitto contro lo Stato con l’introduzione illegale di persone nel territorio statale.

A volte i due delitti vanno insieme a volte no.

La legge spagnola pone la questione in ternimi di affari esteri, invisibilizzando la complessità della situazione.

Ordine pubblico: inquadrare così il problema significa rafforzare gli stereotipi contro le prostitute, far ricare le sansioni su di loro, etc…

Tutto il mondo dice che mette al centro la vittima ma la questiono è molto complessa.

Le donne che subiscono prostituzione forzata, non solo hanno subito violazione dei diritti sessuali e riproduttivi, ma: trattamento crudele e inumano, nessun accesso al diritto alla salute o al diritto alla casa, e non ricevano i benefici economici dato che i soldi li prendono i mediatori. Per non parlare di tutto quello che hanno vissuto prima (per esempio, attraversare il deserto). Non possono muoversii, neanche per andare al dottore. Violazione di diritti lavorativi. Violazione di un ventaglio ampio di diritti umani.

Responsabilità statale: fallimento meccanismi di prevenzione (si concentra sulla persecuzione del delitto non sulla prevenzione); lotta al crimine organizzato; lotta all’immigrazione illegale; complimento delle direttive internazionali.

N.11**

M. Neira

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‘Nella prostituzione di vuol vedere il sordido, le vittime più che le le sopravvissute, che devono nascondersi per non essere discriminate dalla società’.

(M. Neira è una sex worker e grande attivista contro la tratta di esseri umani)

Tutti gli esseri umani nascono dotati di ragione e le prostitute non sono da meno.

Alegale: la prostituzione in Spagna è legale ma non è riconosciuo come lavoro quindi non c’è un marco legislativo che ti dia diritti. È un limbo.

Anche se la maggior parte del lavoro di prostituzione è fatto da donne, ci sono anche moltissimi uomini e trans nelle stesse condizione di vulnerabilità.

In Spagna tramite le ordinanze del comune, multano le donne che adescano per la strada i potenziali clienti.

La ley mordaza è la legge ombrello che implica già delitti penali. Oltre le sanzioni economiche (tramite ordinanze) si può configurare il reato come crimine. La ley mordaza riguarda lo spazio pubblico.

Con l’espressione ‘riscatto di vittime’ non si capisce cosa succede: sono espulse le donne? Come stavano e come staranno? A volte si dà più priorità al fatto che siano immigranti illegali che vittime di tratta.

Spesso si accusano le vittime di tratta e di delitti penali e vengono punite due volte. E poi espulse…

Ci sono leggi contro il trasvestimo, non in Spagna ma altrove sì.

Le persone che esercitano la prostituzione sono spesso denunciate se contestano l’arresto.

Molte donne che esercitano nel Raval (quartiere centrale di Barcellona, ndb) sono state multate quando andavano a comprare il pane o a prendere i figli da scuola – perché le forze dell’ordine le conoscono e cercano di intercettarle in tutti i modi.

Le leggi legittimano la polizia a farsi carico dell’attuazione delle leggi per la salute e l’ordine pubblico.

Col fatto che la prostituzione non è riconosciuta come lavoro significa che la persona non ha diritti civili non venendo riconosciuta come lavoratrice.

Anche in Paesi dove la prostituzione è riconosciuta (Germania, Olanda) le persone extraeuropee non possono esercitare lì la prostituzione. Allora ci entrano tramite la mafia e spesso finiscono nelle mani della tratta di esseri umani.

In Spagna moralmente le prostitute non sono viste di buon occhio ma questo in altri Paesi si traduce anche in illegalità.

Una estensione eccessiva del concetto di sfruttamento può diventare oppressiva per le donne che lavorano con la prostituzione.

N.11***

E. Trejo

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‘Tutte le versioni e discorsi che vittimizzano o vogliono salvare le donne migranti dell’industria del sesso in Spagna non sono che prospettive di un forte carattere moralizzatore e colonialista’.

Il lavoro sessuale è un lavoro di classe.

Il lavoro non salariato delle donne a casa è il pilastro su cui si fonda la produzione sociale.

La famiglia patriarcale si base sul modello famigliare nucleare: uomo lavoratore remunerdao, donna che offre servizi non remunerati (crescere i figli, pulire e sesso non pagato) – riproducendo la morale. La puttana rompe tutto questo.

I lavori femminizzati sono malpagati.

Quindi, dato che la donna in teoria può esprimere la sua sessualità solo in privato, la donna che esercita per strada invade lo spazio dell’uomo e quindi viene sanzionata.

In casa si riproduce lo sfruttamento della povertà; come il capitalismo è fiorito sulla povertà altrui (per es. le colonie), così la famiglia si basa sulla povertà della donna.

Esercizio di sovversione di classse è quello che spaventa di più la borghesia.

Il proibizionismo viene soprattutto dalla classse borgherse privilegiata.

Femminismo grigio, oscurante e puritano attuato da una parte delle femministe che rifiutavano tutto ciò che loro (bianche, borghesi, etero, sposate e ‘non puttana’) non erano.

Nota della blogger: Erika inizia il suo intervento leggendo ‘Nosotras no – lettera aperta al proibizionismo‘, che era appena stato emesso dal collettivo.

Qui lo statuto del collettivo italiano. 

La discriminazione della donna nel mondo del lavoro

 

N.9

B. Cueto

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‘La partecipazione delle donne nel mercato del lavoro e il miglioramento delle sue condizioni lavorative dovrebbero continuare ad essere un obiettivo prioritario delle politiche del lavoro’

Uno dei principali indicatori nel mercato del lavoro è il tasso di attività: quante persone partecipano attivamente nel mondo del lavoro o stanno cercando lavoro.

Se aumenta la popolazione aumenta la popolazione in cerca di lavoro.

Le donne hanno molto più lavoro part-time. Molti di più gli uomini in industrie o grandi imprese  chehanno impieghi full-time, il lavoro part time è un fenomeno femminile; non è necessariamente un fenomeno negativo, dipende se è una scelta volontaria o meno. In Olanda l’80% delle donne lavora part-time, ma in Spagna non è un’opzione volontaria, ossia, è un lavoro precario.

Impatto della crisi economica: i tassi di disoccupazione sono simili tra uomini e donne ma il divario tra partecipazione e lavoro si mantiene; inoltre i tagli hanno molto condizionato gli scenari del lavoro.

Analisi di cohortes – due collettivi, uomini e donne, molto eterogenei: gli indicatori vanno letti alla luce delle differenze dei collettivi. Le politiche vanno realizzate in base alle esigenze dei lavotori che sono eterogeni. Le cohortes indicano anche le generazioni. Esempio: chi prima della crisi aveva aveva trent’anni, lei, si collocava in una fascia d’età al 90% occupata; poi intorno ai (loro) 40 anni c’è stata la crisi.

La crisi influenza la vita di tutti ma con effetti diversi a seconda del momento della vita in cui coinvolge il singolo (non è la stessa cosa non arrivare a inserirsi nel mondo del lavoro, perderlo a 30, 40, 50 anni)

La crisi ha avuto un impatto fortissimo sui giovani, bloccando il loro ingresso al mondo del lavoro.

‘Le due biografie della donna’ – in Spagna la generazione del ’41 è rimasta costante al 30% di occupazione; il 56% delle donne di questa generazione, da giovani, erano dentro il mercato del lavoro, poi si sposavano uscendo dal mercato e raggiungendo il minino intorno ai tretn’anni, poi si reinserivano; dagli anni ’70 le donne hanno un altro profilo: continuano a studiare dunque si inseriscono più tardi nel mondo del lavoro; comunque, le donne non raggiungono il 70% dell’occupazione. Le generazioni più giovani (uomini e donne) non riescono a entrare neanche nel mondo del lavoro.

Una variabile in più è il livello d’istruzione: gli uomini con educazione di base, durante la crisi, sono stati più colpiti. Ovviamente, non è la stessa cosa se perde un ventenne o un cinquantenne il lavoro.

Gli uomini con studi medi si incorporano più tardi ma lavorano quasi tutti ; mentre le donne con studi di base sono molto più svantaggiate rispetto agli uomini.

Le politiche devono essere differenti per uomini e donne e anche alla luce del livello di istruzione.

Differenza salariale – ci sono gap salariali in tutta l’Unione Europea ma ci sono Paesi con divari maggiori.

Il divario salariale va tarato sulla base delle differenze dei collettivi; solo così emergono le discriminazioni, ma senza contestualizzare si parla solo di divario, no discriminazione.

Nelle posizioni dirigenziali ci sono meno donne e gli stipendi sono sensibilimente più bassi rispetto a quelli degli uomini.

Differenze di caratteristiche da tenere in considerazione per la progettazione di politiche di lavoro eque: livello di studi, occupazione, età, settore di attività, tipo di contratto.

La segregazione occupazionale significa che le donne si concentrano in alcuni ambiti e gli uomini in altri. Es. nel settore costruzioni quasi non ci sono donne, mentre nei servizi ci sono molte più donne.

Gli uomini stanno in un ventaglio molto più ampio di lavori delle donne.

Nel tempo, le donne hanno avuto maggiore accesso al mondo del lavoro e le condizioni sono migliorare ma con la crisi, le politiche di austerità non sono state neutrali.

In molti casi non si percepisce il gap salariale perché c’è segregazione professionale.

Neanche le politiche di pensioni sono pensate in un’ottica di genere. (in Spagna, pensioni ridimensionate e ancor più basse per le donne).

Per eliminare l’effetto che si ritorce contro la donna per la maternità, bisogna lavorare per la paternità.

Il costo economico è più alto per le donne con studi universitari che non per donne con studi di base. Per questo, per esempio, queste ultime fanno più figli.

Ci sono imprese che dicono che il milglior investimento fatto per ridurre l’assenteismo è stato fornirsi di un asilo.

 

N.8**

C. Camps

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Il sistema non ha mai tenuto in conto il lavoro tradizionalmente associato alle donne relativo alla cura. Non è presente nell’economia né nella politica. (Lavoro riproduttivo e domestico).

Il lavoro femminile domestico non salariato permette però il funzionamento dell’economia che si preoccupa di tenere un controllo sulla famiglia, non traducendosi in compensazioni o supporto alla donna ma in controllo sulla donna.

Si può remunerare questo lavoro? Come?

Le politiche neoliberali implicano l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro in forma precarizzata, attingendo a un esercito di donne in ‘riserva’, in casa.

Tra il 1986 e il 2005 cresce l’occupazione femminile e crolla il tasso di fecondità.

L’ingresso nel mondo di lavoro comportano un arresto del tasso di natalità; le donne hanno figli più tardi e si sposano più tardi (se si sposano).

Sono cresciuti i nuclei familiari monofamiliari.

L’ingresso nel mondo del lavoro ha generato la crisi della cura, ma anche: invecchiamento della popolazione, doppi introiti familiari, insufficienza dello stato del benessere, nuovi modelli di crescita urbana, individualizzazione delle nostre società.

Fenomeno delle ‘superdonne’ – le donne stanno assumendo il lavoro domestico e il lavoro produttivo.

Le donne lavorano più part-time: se in alcuni Paesi è frutto di una politica mirata di conciliazione, in Spagna è frutto della precarietà. Inoltre, il part-time in questi Paesi spesso non aiuta affatto a conciliare (turni divisi, turni difficili).

Il divario salariale è da leggere anche alla luce del fatto che spesso le donne si fermono ai piani occupazionali piu bassi.

I lavoro sociale di cura ha accolto un rilfesso della mancanza di riconsocimento del lavoro domestico.

Anche la scelta di dar vita a una familia monoparentale è ostacolata perché anch’essa è un attentato al ‘sistema’ che promuove il modello classico familiare.

In Spagna, le famiglie monoparentali sono le più velnerabili ed esposta a povertà estrema.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Perché l’educazione alla parità non ha funzionato per raggiungere una parità di genere?

 

N.8

M. Otero

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‘L’androcentrismo dominante nella formazione fa sì che le donne guadagnino terreno in tutti i campi e che gli uomini non s’interessino delle occupazioni femminile perché le considera lavori meno prestigiosi’.

Dobbiamo dare spazio alla visibilizzazione del femminile nel linguaggio, non dobbiamo cadere sotto il maschile generico ma dobbiamo usare il femminile che esiste perfattamente nelle lingue flessive come le nostre.

Sarebbbe anche il caso di discutere della questione del cognome paterno e della patria potestà. La genealogia femminile sta scomparendo, dovremmo tenere in conto la cosa presentandoci, per esempio, con entrambi i cognomi. (In Spagna il cognome è composto dal cognome paterno e materno; quest’ultimo, data la posizione marginale, tende a scomparire – ndb).

Quando appare il concetto di coeducazione nel nostro Paese? Con Ferrer i Guàrdia – gran pedagogo catalano (messo a morte). Concepì la coeducazione come uno spazio dove uomini e donne, bimbi e bimbe condividessero uno spazio di apprendimento sensibile anche alle tradizioni famigliari, etniche, religiose; c’è quindi un elemento sociale ma l’enfasi è nella relazione di uomini e donne, bimbi e bimbe nelle aule.

1976 – prima giornata catalana della donna: venivamo da scuole segregate, in cui bimbi e bimbe andavano a scuola separatamente con programmi diversi e pensavamo che il fatto di far andare i bimbi e le bimbe a scuola insieme avrebbe risolto la situazione. Nel ’30, durante la Repubblica, ci fu un esperimento in questo senso: esistevano scuole (patronats o institut-escola) che riscuotevano ottimi risultati tramite la partecipazione attiva all’aria aperta di bimbi e bimbe.

Nel 1986, al X universario di quella prima giornata, erano cambiate moltissime cose ma il cambio di mentalità non si era verificato. Non bastava mettere fisicamente i bimbi e le bimbe insieme. L’istruzione era sempre androcentrica.

Nel 1986 le professoresse e le maestre femministe iniziarono a lavorare in questo senso. (‘Le bambine buone vanno al cielo, le cattive ovunque’). Come si potevano cambiare i contenuti? Cercammo di riempire i buchi, come per esempio, utilizzare la cucina per spiegare fisica e chimica, o, per quanto riguarda l’arte,cercare tutte le donne artiste.

Non bastava. Per esempio, distinguere la storia generale dalla storia delle donne non serviva a niente, bisognava cambiare la prospettiva. Non mettere le donne come un plus, il salto doveva essere qualitativo.

E ancora stiamo qua.

Cambiano i libri e appare il concetto di trasversalità. Non tutti la praticano, perché non è facile, ognuno cerca di rimanere nel suo ambito.

C’è un gap di partenza: per la primaria c’è il Magistero; per la secondaria esiste un master (a pagamento): Il problema sta nella formazione del corpo docente. Si esce dall’università con la laurea in fisica, chimica, lettere ma senza focus specifico sull’insgnamento nella preadolescenza e adolescenza.

 

Quando parliamo di coeducazione parliamo di differenza e parità allo stesso tempo. Coesistono la parità dei diritti con la valutazione delle differenze che arricchiscono.

Il problema èquando la differenza diventa disuguaglianza.

‘Vogliamo essere rispettate, non protette’ (‘dal decalogo delle donne 1986) ‘Rifutiamo il paternalismo’

Anche le immagini sono fondamentali nel libri di testo, oltre al linguaggio (e mostra la copertina di un libro di filosofia: uomo enorme, donna piccola, bambini piccolissimi, ndb).

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N.8**

J. Riviere Aranda

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‘È necessario che i Gruppi di Uomini per la Parità partecipino all’agenda femminista, ma è importante anche avere un’agenda propria per denunciare i nostri privilegi e fomentare il cambio verso l’uguaglianza’.

Non si può realizzare la partià se non si insegna la parità.

Attualmente chi accede all’insegnamento sa veramente poco in merito al genere; la trasversalità non esiste. Non bastano le giornate di commemorazione, è necessario una formazione seria degli insegnanti, secondo una linea di lavoro stabile che formi pensone con una visione di genere.

Io non vedo persone, perchè sotto questa ‘persona’ si ha un falso approccio neutrale; io vedo uomini, donne, diversità.

Perfomatività del genere, come la connettiamo alle scuole?  Tuttto parte da me quando sono in classe.

Ci sono moltissime donne che lavorano nell’educazione primaria, perchè non ci sono più uomini? Perchè gli uomini sono scollati dai primi livelli dell’istruzione e dei lavori di cura? Ha a che fare con i modelli strutturali costruiti attorno alla mascolinità.

In pubblico e in privato sono le donne che ‘curano’. Così è come vediamo il mondo, come costruiamo le nostre aspirazioni professionali.

Ci sono più donne che riescono ad accedere a ruoli stereotipamente maschili, e molti meno uomini che si danno a ruoli stereotipicamente femminili, c’è poco movimento.

Un altro problema è la universalizzazione del mascolino. Non è buono solo quello che fanno gli uomini. Il punto è sdoganare altri modelli.

Oggi la scuola produce mascolinità egemonica (gli uomini hanno piu diritti delle donne, possono fare piu cose).

Una gran parte degli uomini vittime di atti di bullismo sono uomini eterosessuali, che non sono perfettamente rispondenti all’idea di mascolinità (nei gesti, el vestire). Questo è il frutto della costruzione e propagazione coatta della ‘mascolinità’ stereotipica ovunque: TV; scuola, strada…

Il problema diffuso tra I giovani è che in nome della mascolinità c’è un problema di autoconservazione: si feriscono, muoiono sulla strada della conferma dello stereotipo.

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n.8***

N. REINA

Non si applicano molte leggi, regolementazioni, raccomandazioni.

Le ragazze scelgono certi corsi di studio, i ragazzi idem (per le donne: 5% informatica, aree tecniche 30%)..

Si propone una volta all’anno di trattare la masturbazione femminile, proposta frettolosamente e a parte, come se agli uomini non interessante affatto.

Esistono persone laureate che affermano che il femminismo è il contrario del maschilismo e non un movimento attivista trasversale.

Nella scuola tutto è binarismo, bianco o nero.

Ci sono dei consigli su come promuovere, per esempio, dei racconti non stereotipati con personaggi – uomini e donne – femministi, ma tutto è lasciato alla discrezione della scuola, non esistono controlli effettivi.

Io leggo le direttive ma mi arrabbio, perché non c’è volontà politca o accademica di farlo. Non esistono protocolli di attuazione.

Sessualismi riproduttivi: diritti sessuali e riproduttivi delle donne

n7*

M. Fernández

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‘Non dimentichiamo che il controllo sul corpo delle donne e sulla sua capacità riproduttiva è un elemento basico per il sostentamento della società patriarcale e della famiglia tradizionale’

 

La sessalità femminile e la maternità è un punto cardine per la lotta femminista. La maternità parte da un modello precostruito che si è trasmesso socialmente con una forza coattiva straordinaria dal patriarcato.

La offensiva degli antiabotisti è una guerra ai diritti delle donne, perché l’aborto è trasgressione di un modello associato alle donne.

Come il diritto costruisce e regola la cittadinanza sessuale? Il diritto all’aborto è centrale per la costruzione democratica della società perché è un diritto alla decisione.

L’aborto ha la particolarità che è un atto che può essere portato a termine solo dalle donne.

L’Olanda consente l’aborto libero fino alle 24 settimane di gestazione (ed è il Paese con meno aborti). Non è solo la normativa che influisce sulla incidenzia dell’aborto ma l’educazione sessuale, la famiglia e l’influenza religiosa.

Storicamente le donne hanno sempre abortito clandestinamnete con gravi rischi per la vita delle donne.

Lo Stato, come principio giuridico, deve garantire i diritti di tutte le persone su due assi: volontà indivduale e persone più vulnerabili. In merito al primo asse, lo Stato deve rimuovere ogni ostacolo all’autodeterminazione personale.

L’arbitrarietà del diritto storico. Il codice Hammurrabi è il codice più antico conosciuto: non puniva le donne che interrompevano la gravidanza e contemplava un risarcimento per la donna che abortiva a seguito di atti di violenza; Egitto: l’aborto non era punito ma contemplava il reato di infanticidio; Roma: l’aborto era punito a partire dall’epoca imperiale e solo in merito alle donne sposate perchè era visto come un’offesa al marito. Col Cristianesimo il feto è associato all’essere umano nato – inizia l’associazione aborto/omicidio. Nel Medioevo era delitto abortire il feto animato ovvero con anima razionale che, secondo la Chiesa,  era formato al 40° giorno se il feto era maschio e all’80° se era femmina. Pio IX impose una tesi: animazione immediata ovvero dal concepimento.

Diritto alla vita e stato giuridico del feto – il feto è o non è una persona con diritto alla vita? Cos’è il diritto alla vita? Rispettare una vita nella sua pienezza o, secondo un’altra concezione più ampia – biologica, fisica, etica – implica concetti come dignità umana e qualità di vita.La riproduzione è un tema pubblico o privato? Di che diritto si parla in merito?

Storicamente lo stato liberale ha consentito la violenza domestica. La nozione di ‘intimità’ legittima il potere in ambito privato. Il privato necessita una contestualizzazione che attualmente non ha.

 

Nel conflitto degli interessi a prevalere è la donna che ha diritto a decidere se vuole o non essere madre.

Abbiamo bisogno non una legge penale ma civile che regoli i diritti riproduttivi.

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n.7**

M. Pineda

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‘Lo Stato spagnolo dovrebbe assicurare che tutte le politiche sulla parità che si realizzano tengano presenti i diritti sessuali e che questi non si limitano all’ambito sanitario’

Quattro anni fa il PP approvò il decreto di legge dell’ordinamento sanitario – ovvero esclusione sanitaria – che ci ha messo in una situazione di vulnerabilità pazzesca.

Non possiamo parlare di diritti umani in Spagna, quando si attaccano i diritti umani – in primis alla salute; se si vulnera uno si vulnerano tutti. Lo sappiamo ma non lo applichiamo.

Sessualismo: descriminazione per motivi di genere.

 

Identità sessuale, educazione sessuale, opzioni sessuali – tutto questo concerne i diritti sessuali.

Il non accesso è la peggiore vulnerabilizzazione che possiamo avere.

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n.7***

S. De Las Heras

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‘Dobbiamo tener presente che la sessualità e la riproduzione sono stati temi tradizionalmente relegati allo spazio privato, zeppi di pregiudizi, e uno dei pilastri su cui si è basato il sistema patriarcale’

Le giuriste femministe hanno a disposizione i diritti umani, in quanto i diritti umani sono l’abc di ogni rivendicazione politica perché le legittimano.

Sessualità e riproduzione sono relegati allo spazio privato anche in un ordine gerarchico di svantaggio rispetto all’ambito pubblico.

Fino al 1994 (Conferenza internazionale sulla popolazione e sviluppo – El Cairo) non si riconoscono espressamente i diritti sessuali e riproduttivi.

Che sono? Sono diritti relativi alla sessualità e alla riproduzione che tutelino le libertà di decisioni, tutela, etc della donna (salute, aborto, etc).

Rilievo alle linee guide del CEDAW, specialmente in merito:

  • Eliminare gli stereotipi nell’ambito della riproduzione e il suo impatto di genere;
  • Importanza della maternità come ‘funzione sociale’,
  • Responsabilità condivisa tra padri e madri rispetto ai figli/figlie;
  • Evitare discriminazioni in funzione della maternità;
  • Diritto all’accesso ai servizi di salute e pianificazione familiare;
  • Diritto a decidere quanti figli*avere e quando.

La crisi economica non ha coinvolto solo I cittadini e le cittadine a livello laborale-economico, ma i tagli hanno aggravato la discriminazione per motivi di genere (riduzione dei posti negli asili 0-3 anni, per esempio).

La legislazione risponde a un modello liberale, capitalista e patriarcale che pronuove la familia patriarcale.

Risposta medica al rinvio dell’età per avere figli (gravidanza assistita) – ma non sociale (persone che hanno fatto la riproduzione assistita 25 anni fa).

POR QUÉ SOY FEMINISTA

Autodeterminazione personale e diversità sessuale: generi, identità e orientamenti sessuali come costruzioni sociali

M. Missé

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‘Il discorso circa la depatologizzazione intende passare da un modello medico a un modello di diritti umani, in cui i professionisti della salute accompagnino ma non decidano le forme di intendere e vivere la transessualità’.

La categoria trans è una categoria socio-medica; però, la cosa positiva, è che nel momento in cui il contesto medico solleva problemi, al contempo cerca di fornire strumenti per la soluzione.

Ad oggi la transessualità è ancora categorizzata come disturbo psicologico ovvero disforia di genere.

Un po’ di storia: nel 1869 emerge il termine omosessuale (Kertbeny), con cui si indicava tutto ciò che era diverso dall’eterosessuale;

1910: emerge il termine ‘travestitismo’ (Hirshfeld), fenomeno che indica la pratica di vestirsi con abiti del sesso opposto. Questo dottore non enucleò il fenomeno come una stortura, non voleva che ‘i normali’ dessero soluzioni, ma voleva capire come queste persone potessero relazionarsi normalmente con gli altri in società.

1919: creazione dell’Istituto per gli studi sulla sessualità di Berlino.

1933: Distruzione dell’Istituto da parte dei Nazisti.

Harry Benjamin: lancia un processo sperimentale di trattamento ormonale. Propose la divisione, all’interno del travestitismo, in due gruppi: persone che volevano solo vestirsi da sesso opposto senza cambiar sesso e persone che volevano fisicamente cambiar sesso, iniziando a parlare quindi di ‘transessualità’. Dal 1966, con il libro ‘Il fenomeno della transessualità’, afferma  che le persone transessuali meritavano la dovuta attenzione in quanto era una questione di salute (trattandosi di persone che soffrivano di un disturbo).

Il 17 maggio 1990 – giorno internazionale della lotta all’omofobia – la transessualità entra nel catalogo dei disturbi mentali.

Ad oggi, il ruolo del medici si sta trasformando in uno strumento di controllo, soprattutto perché è rimasta, di fondo, l’ideologia che vede la transessualità come un  disturbo. A casa ho un documento che attesta che io soffro di un disturbo mentale di genere, incurabile, che però ha un trattamento.

Se la transessualità è il problema di essere nat* nel corpo sbagliato, la soluzione sarebbe ‘aggiustare’ il corpo. C’è chi contesta questa lettura per il fatto che non si può nascere nel corpo sbagliato. In altri ambiti sarebbe inaccettabile, anche perché non tiene conto del fatto che c’è una identità sessuale e di genere non legata al corpo. Non inizia e finisce tutto nel corpo.

Questo ha a che vedere con la pressione inculcata socialmente verso l’appartenenza a un genere o a un altro, che porta, come soluzione, a voler modificare il corpo al più presto verso l’appartenenza a un genere o all’altro.

Mi domando spesso cosa sarebbe successo se io fossi nato in un contesto meno ostile per le donne molto mascoline.

La transessualità è la prova più lampante che la costruzione del genere è relativa, ma al tempo stesso la conferma per il fatto che un transessuale vuole conformarsi a un genere o a un altro.

No esiste il sesso nel cervello.

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JOSE A. M. VELA

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‘Il cambiamento maschile deve essere come è stato (ed è) l’impoteramento femminile: permette alle donne di sfuggire dall’asfissiante normatività del modello tradizionale e mettersi di fronte a una vera scelta di vita’.

TRANSEXUALIDAD DAVID Y GOLIA

Collettivi ‘vulnerabilizzati’* e impoteramento** delle donne

*Si preferisce il termine ‘vulnerabilizzati’, non vulnerabili né vulnerati, in quanto le persone e i gruppi di persone non hanno un elemento intrinseco di vulnerabilità ma vengono messi in una condizione di vulnerabilità da agenti esterni, e a questo processo dinamico si vuole dare rilievo attraverso la forzatura grammaticale (ndb)

**In maniera simile al caso sopra esposto, si opta per la traduzione a calco dello spagnolo (empoderamiento) e inglese (empowerment) che salvaguardi l’idea che le persone hanno di per sé potere, non è qualcosa che dipende da fattori o agenti esterni che però posso sì inibirlo, ostruirlo. ‘Impoteramento’ dunque si riferisce più che altro alla piena realizzazione indipendente, ‘potente’ del sé; l’impoteramento ha a che fare con il valorizzare le proprie potenzialità, esercitarle al fine di agire positivamente e efficacemente nella realtà in cui si vive  (ndb).

S. Ribotta

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‘L’esclusione a causa della povertà aumenta per il fatto di essere donna in termini di discriminazione, e la discriminazione si aggrava di più se è nera o indigena, e a ancor più se è disabile’.

n.5

Soffriamo molti più attacchi dall’altro genere rispetto agli uomini, nelle varie declinazioni.

 

Alla nascita, la differenza di aspettativa di vita tra uomini e donne è lieve, ma, per esempio, questa aspettativa va poi contestualizzandosi in funzione della salute riproduttiva (es. mortalità legata al parto). Israele, Bierolussia, Polonia contano una donna morta di parto ogni 100.000 bambini nati vivi. In Argentina 60 donne morte ogni 100.000 bambini nati vivi; gli Stati Uniti sono all’ottavo posto nella classifica. Su 130 si attesta il Suriname (che ha un alto indice di sviluppo).

Donne morte ogni 100.000 bambini nati vivi in Paesi con sviluppo umano basso: Kenya 400, Nigeria 560, Congo 739, Sierra Leone 1100.

In merito all’educazione, per la popolazione femminile si registrano 15 anni di permanenza nel sistema educativo (nei Paesi con più alto indice di sviluppo umano), circa 4 in quelli con più basso indice (es.: l’Eritrea  si attesta a 4,1 anni presenza nel sistema educativo formale per quanto riguarda le bambine).

Nei Paesi con indice di sviluppo umano più alto come Austria, Arabia Saudita, la differenza della permanenza tra uomini e donne nel sistema educativo è di due anni , per Italia e Grecia un anno.

Per quanto concerne la partecipazione politica, non c’è affatto parità. Solo in due Paesi: Bolivia e Ruanda. Quest’ultimo ha un indice di sviluppo umano molto basso.

Indice desarollo humano che non arrivano al 20% (scano) – USA, Irlanda, Estonia, Emirati Arabi, Chile, Montenegro; Giappone, Grecia (che hanno un indice di sviluppo umano) registrano il 20% delle donne nell’inclusione politica; non arrivano al 15%: Brasile, Libano, Maldive, Guatemala, India, Siria, Niger.Meno del 5% l’Egitto, 0 Qatar e Kuwait.

Cos’è la vulnerabilità? Tutti gli esseri umani sono vulnerabili per il fatto di poter perdere la vita. Questo non è rilevante in termini di giustizia; lo è la vulnerabilità che si produce strutturalmente, socialmente, per gli esseri umani (fisica, psicologia, economica – stabile e no), vincolata con l’identità biologica del genere umano – le regole di come abbiamo regolato il mondo provocano un danno diretto o no per le persone. Essere vulnerabile e trovarsi in una condizione di vulnerabilità non è lo stesso concetto: le persone non sono deboli, vengono messe in situazioni di debolezza. Non è una caratteristica identitaria; dire che le donne sono messe in condizioni di debolezza marca una differenza che non è solo linguistica ma sostanziale perché si trasferisce l’idea identitaria ‘colpevolizzata’ dall’individuo alla società – per un’alterità che ha costruito un sistema di valori che colloca un individuo, in virtù di alcune caratteristiche, in una determinata situazione in una struttura di potere.

Le persone non sono vulnerabili (a livello naturale tutti lo siamo) – la vulnerabilità in termini di giustizia è relazionale. Si parla di eteroattribuzione della vulnerabilità. Gli stereotipi sono molto importanti nella costruzione della vulnerabilità, in relazione, anche, al concetto di colpevolizzazione.

La debolezza sociostrutturale, essendo soggetta alla società, è temporale in quanto cambia col cambiare della società. Ma ci sono società molto rigide, che creano caste, concepite con vocazione di permanenza. Altre sono più facili da connotare come congiunturali.

Ci sono delle debolezze connesse al ciclo della vita ma non cambia il concetto di ‘non essere deboli’ ma di ‘essere in una condizione’.

Gruppi vulnerabili: incorporazione a un gruppo non volontaria, ma sorta a seguito dell’incorporazione di un individuo a un gruppo con delle caratteristiche che la società pone in condizione di debolezza.

Le diverse vulnerabilizzazioni non si spresentano sole. Gli esseri umani sono soggetti a distinte condizioni di vulnerabilità. Mi sembra più pertinente parlare di vulnerabilità aggregate. Anche le condizioni socio-economiche in cui la persona vive giocano un ruolo rilevante nella costruzione della vulnerabilità.

Noi donne non siamo vulnerabili, siamo esposte alla vulnerabilità per la responsabilità sociale e statale. Non è naturale che le donne siano in questa condizione di vulnerabilità. Per questo dobbiamo cambiare le regole, niente più né niente meno.

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C.Murguailday

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‘Nessuna si impotera isolata, ma riflettendo in gruppo. Farlo insieme e organizzate è la garanzia per poter avanzare in un processo di impoteramento’

La distribuzione estremamente sbilanciata delle risorse sono il risultato di un sistema di potere patriarcale, che si siede sull’accesso al potere e alle rirorse in svantaggio per le donne. La debilitazione delle donne è strettamente vincolata a questi due punti.

Il problema è anche la distribuzione del lavoro non retribuito tra uomini e donne e le donne si occupano quasi totalmente delle cure domestiche.

Solo le donne scambiano lavoro non con una remunerazione ma con: relazioni, legami, sorrisi di figli, amore – e tutto perché siamo state socializzate in un’ottica di genere verso questa direzione. Quindi, milionarie di amore e affetto e povere di solennità.

Ogni donna che insegna la figlia a essere una buona padrona di casa la sta condannando alla povertà. I figli sono i forti, quelli che faranno una famiglia. È il figlio che deve studiare perché deve lavorare perché deve mantenere la famiglia (di cui però, si occupa la donna). Uomini esposti al potere, donne all’impoverimento.

Pablo Freire parlò di empoderamento a riguardo della scrittura, in termini di acquisizione di potere (tramite il sapere).

‘L’aspetto più notevole del termine empoderamiento è che contiene la parola potere’ (León 1997)