‘Islamofobia di genere’

O come si costruisce l’esclusione delle donne musulmane attraverso la paura.

Lunedì 17 ottobre ho partecipato all’incontro ‘Islamofobia di genere’, organizzato da Origen, un progetto il cui scopo è monitorare il linguaggio dei mass media e approntare raccomandazioni che sollecitino l’adozione di un linguaggio e strategie comunicative nel rispetto delle dinamiche di genere.

Origen è un ‘osservatorio per la parità nei notiziari’ che fomenta anche incontri pubblici con giornalisti e giornaliste per riflettere su precisi argomenti.

L’incontro di ieri è stato presenziato da Fatiha El Mouali che, dopo gli studi in economia, si è trasferita in Catalonia dove, schematizzando, si può dire che lavora offrendo supporto giuridico-amministrativo per i nuovi migranti e soprattutto alle migranti; per ampliare la portata del suo impegno, mi sento di aggiungere che il suo background accademico e il suo nuovo percorso di studi, la sua lunga esperienza come interprete (che tradisce una particolare sensibilità agli aspetti metalinguistici della comunicazione), l’aver vissuto in prima persona una storia di migrazione, la rendono una portavoce preparata e accorata di un mondo sul quale molto spesso si sovrappongono letture pregiudizievoli. Mi ha molto ispirato perché durante il suo racconto ho pensato che, tenendo in conto le storie individuali e le esigenze specifiche, una società civile dovrebbe far fronte comune contro storture comuni.

Fatiha organizza il discorso in tre parti, con l’unico scopo di smascherare determinati meccanismi che, nell’insieme, concorrono alla creazione di uno stereotipo culturale: si concentra sul ruolo dei mass media, della legge e dello sguardo della società. In questo breve articolo, è riportato un focus sugli ultimi due aspetti.

Termino qui la mia presentazione e riporto quanto riferito. (Si tenga a mente che per alcuni aspetti è necessario considerare il contesto spagnolo e catalano in particolare in cui si inserisce il discorso.)

Quando si parla di donne musulmane si dovrebbe distinguere tra convertite, migranti, o ‘di seconda generazione’. Il problema è che anche a livello accademico si stenta a specificare. (Qui Fatiha cita Natalia Andújar, agnostica fino a che non ha deciso di abbracciare la religione islamica). Anche le statistiche non sono accurate: non distinguono, per esempio, tra musulman* di origine spagnola e straniera.

Il punto è che le donne musulmane sono silenziate, invisibilizzate, eppure sovraesposte per la questione del velo (Sonia Herrera Sanchéz, collaboratrice  di Origen, che ha introdotto l’evento, lo definisce ‘simbolo del terrore’ come risulta, a livello di percezione, dalle analisi mediatiche condotte).

Oggi è molto di moda la parola ‘empoderamiento’. Sono arrivate molte migranti ‘empoderadas’ che volevano agire nel contesto di arrivo. Per molte ragioni, non solo sono state silenziate, ma anche ‘despoderadas’ e disumanizzate.

E spiega come.

Il quadro normativo in cui si trovano le donne musulmane migranti è quello della Ley de Extranjería. Arrivano per motivi familiari, ovvero per il ricongiungimento familiare.

La Spagna è interessata da questo flusso migratorio da almeno quarant’anni, per rispondere, dalla prospettiva come Paese d’accoglienza, al bisogno di manodopera a basso costo maschile per il settore edile. La legge prevede il permesso di residenza ma non di lavoro per le donne che raggiungono i mariti che lavorano in Spagna. Dal 2008, con la crisi dilagante, le cose sono peggiorate. (Riporto questo estratto: ‘Molta gente non lo sa, ma se andate a rivedere la Ley de Extranjería del 2010, molte donne musulmane non potevano lavorare per legge. Prima di proibirci il burkini, ci proibivano di lavorare per legge’). A tali condizioni, rimangono due strade da percorrere per lavorare, che di fatto invisibilizzano queste persone e rimarcano uno stereotipo: la prima è il lavoro nero; la seconda è il ricorso agli aiuti statali. Nel Paese d’accoglienza si diffonde allora l’idea che queste persone arrivino per chiedere gli aiuti sociali, nutrita dalla scarsezza delle informazioni necessarie per leggere il fenomeno. Nessuno spiega alla cittadinanza che queste persone sono state avviate verso queste soluzioni. La cosa più importante di tutte rimane il velo…

Non ho visto né femministe né attivisti per i diritti umani denunciare questa legge. Il femminismo dovrebbe lottare perché le donne lavorino e siano indipendenti.

Si pensi a come la persona che ricorre agli aiuti statali per sopravvivere si sente in uno stato di subalternità rispetto alla società.

Fondamentalmente, il permesso di residenza rilasciato alle donne dipende dal marito.

Se la donna e l’uomo divorziano, la legge salvaguarda il diritto del padre a vedere i figli. Spesso, quindi, le donne rinunciano a divorziare perché non sono libere, perché devono scegliere tra perdere i figli e tornare nel Paese d’origine.

Ma di questo non si parla, perché meno si parla della situazione reale di queste donne meno si parla della discutibilità della legge di questo Stato. Sono quarant’anni che c’è questo tipo di immigrazione e persiste l’interesse a occultare queste problematiche.

A partire dal 2008, se la donna è vittima di violenza di genere, deve dimostrarlo e solo allora ha diritto a risiedere per cinque anni in una residenza protetta. Ma dimostrarlo è difficile. A volte, sono gli stessi operatori sociali che pensano che le donne musulmane non reagiscano per motivi religiosi…

Quando le donne arrivano in Catalogna, generalmente sono adulte e con figli. Hanno tempo di apprendere la lingua? Hanno le risorse per farlo? Essendo adulte, bisogna ricorrere a strategie didattiche specifiche. Quindi, se l’accesso al lavoro è ostacolato, se rimangono a casa tutto il giorno sole con i bambini che non parlano, se non parlano neanche col marito che è fuori tutto il giorno a lavorare, con chi parlano queste donne?

I professionisti con cui entra in contatto chi è appena arrivato in un Paese straniero sono determinanti per la futura integrazione nel Paese. Se arrivi e hai un’esperienza positiva allora si assesta una percezione per cui anche se incontrerai persone non aperte le vedrai come un’eccezione.

Se l’impatto è brutto, invece, si perde fiducia in se stess* e subentrano meccanismi di difesa ovvero di rifiuto.

Molte donne pensano: ‘casa è un luogo sicuro’, e non escono più.

Tutta questa dinamica viene semplificata dagli altri in: ‘questa donna non vuole lasciare il marito, è insicura per la sua cultura, la sua religione e il suo uomo’. Questo è inammissibile. Sono necessarie misure mirate per queste donne.

Anche i bambini soffrono delle ripercussioni: vedono le madri chiuse in se stesse e assumono su se stessi lo sguardo dellla società; ecco che i figli non rinoscono più l’autorità delle madri, della famiglia e per estensione della cultura d’origine. Qui nasce il conflitto culturale.

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Foto presa da questo blog

Domani, giovedì 20 ottobre 2016, Fatiha e altre donne parteciperanno all’incontro ‘Donne e femminismi contro l’islamofobia’, presso l’Universitat de Barcelona – Raval. Qui l’evento su FB.

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Piattaforma cittadina contro l’islamofobia: qui

‘Il coraggio della scelta’

Meditando su discutibili iniziative ministeriali…è altamente consigliato leggere, informarsi, riflettere e possibilmente evolversi…

Da ‘Il coraggio della scelta’ di Isabelle Tilmant, De Agostini, 2009 (passo estrapolato da riflessioni in merito alle politiche di controllo demografico in Cina, p. 220):

‘Quando un governo pretende di imporre delle regole in materia di procreazione, non siamo più nel campo della democrazia, e l’essere umano è soggetto alla paura, se non al terrore, con conseguenti danni a livello psichico’.

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Ada Colau proclama il suo impegno e quello di Barcellona contro la violenza di genere

Ada Colau scrive il 13 luglio 2016:

”C’è qualcosa di sbagliato quando una bambina è costretta a nascondersi un registratore in un calzino affinché la società creda a quello che grida da due anni: che suo padre abusava di lei. C’è qualcosa di sbagliato quando una donna, in teoria protetta da un divieto di avvicinamento, viene pugnalata dal suo ex compagno nel centro di assistenza dove era obbligata a portare suo figlio affinché il maltrattatore lo vedesse. C’è qualcosa di sbagliato quando un giudice o una giudice obbliga i bambini e le bambine a convivere con gli uomini che hanno urlato, picchiato, umiliato e sopraffatto le loro madri (non posso immaginare terrore più grande di quello di questa infanzia non ascoltata, non rispettata)… e c’è qualcosa di enormemente sbagliato quando anche le donne che denunciano vengono assassinate. È la società che sbaglia. Sbaglia la comunità. Sbaglia il sistema giuridico. Sbagliano le politiche di prevenzione e le politiche di protezione.
Abbiamo un problema incistato e strutturale e si chiama MASCHILISMO.
Ma, allo stesso tempo, qualcosa sta cambiando quando un’intera città si riversa in strada per condannare le aggressioni maschiliste durante le feste. Quando le reti sociali ribollono di indignazione davanti a ogni nuovo caso in cui il sistema fallisce e vince il maschilismo. Quando ci sono adolescenti che osano spiegare pubblicamante la propria esperienza di violenza, quando sempre più donne si sentono forti, si organizzano e si aiutano. Direi anche che qualcosa sta cambiando quando una bambina si arma di coraggio e nasconde un registratore nelle calze, consapevole del suo diritto a essere creduta e protetta. Dal Comune di Barcellona ci metteremo tutta l’energia per spingere e accompagnare questo cambiamento dal basso, profondo, di coscienza, verso una comunità di donne coraggiose e forti e di uomini che ci amino e ci rispettino come tali, coraggiose e forti. Lavoreremo per identificare la violenza, per segnalarla, isolarla e perché sia condannata da tutti e da tutte. Perché non ce ne sia neanche una in più spaventata, sola, umiliata, che le si urli contro, ferita, obbligata, abusata…perché non ce ne sia neanche una in meno per colpa del maschilismo.”

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Il racconto di una Irma la dolce

Car* tutt*,

Vorrei condividere con voi la seguente riflessione.

Sono una persona molto dolce. Da sempre, negli altri, il mio ricordo evoca immagini di miele. Per fortuna, da un po’ di tempo a questa mia caratteristica – che comunque mi piace, che rimane e che voglio regalare a chi, come, quando ne ho voglia – è stata affiancata da una certa carica di guerriglia femminista. Perciò, adesso, molte delle persone che mi hanno solo e sempre conosciuta come ‘la dolce’ – proprio come la Irma del film – , rimangono abbastanza sconvolte da questa nuova versione di me. Femminista. Bene, sconvolgetevi.

Da questo nuovo punto di vista, ho messo bene a fuoco una convenzione sociale. Non importa quanto dolce tu sia, o donna; quanto cul*o ti sei sempre fatta, con integrità, per fare bene il tuo lavoro-studio o qualsiasi cosa tu faccia; non importa quante volte hai detto ‘no’ ai compromessi; non importa quanto onori padre e madre, anche quando non se lo meritano (e comunque riuscendo a mettere sempre al primo posto la tua vita non come comandamento ma come scelta); non importa quanto ami gli animali e ne raccogli a destra e a manca quanti ne puoi; non importa quanto volontariato fai; non importano neanche le gocce di sangue che vai a donare; potrei continuare a fare altri esempi di quello che generalmente fa – esteriormente – di una ragazza una brava ragazza (senza ipocrisia, quando la brava ragazza lo è davvero). Donna, tutte queste cose importano finché tieni ben chiuse le gambe, a inespugnabile difesa di quella roccaforte che il patriarcato vorrebbe per sé. Se al patriarcato fai capire che tra le gambe esiste solo un tuo territorio, importante per te, uno dei tuoi territori che fanno di te la persona che sei, non importa quanto brava ragazza tu veramente sia, ecco, put*tana sei e put*tana tornerai. La put*tana è quello stereotipo che vive come ombra dietro a tutte le donne del mondo, senza distinzione di razza, religione, peso e via dicendo, sempre pronta a essere calata come una rete addosso alla persona.

Non appena si sente puzza di sospetto (ma anche se è lampante, non importa, non importa davvero) che anche la ragazza ‘più brava’ del mondo vive o vuole vivere la sua sessualità come le aggrada, ecco l’orda di censori e censore a ricordarle il terribile memento.

Se alla brava, bravissima ragazza piacciono anche gli uomini e ne ha uno, centuno o centomila, ecco che torna lo spettro. E non ce ne si libera. E il morbo dilaga, magari, proprio da quella bocca che tu hai tanto amato per una notte o per mille. Quella bocca maschile, non sempre, ma può capitare che versi nelle orecchie dei suoi commilitoni che in città si è rivelata una nuova put*tana – ‘si, proprio lei, quella brava! Ma parla, ma come fa a parlare, proprio lei che… Le donne sono tutte uguali’. Come se un pisello fosse comunque portatore sano di put*tanaggine. E le commilitone concordano, pronte a ergere strenue difese di bravaggine (questa volta falsa) intorno ai loro uomini (nel caso la ex brava vera ora puta nova buttasse lo sguardo su di loro) e intorno a se stesse, a nascondersi dietro l’ingannevole e ipocrita costruzione sociale del controllo della sessualità femminile, che ci tiene tutt* al sicuro.

Non importa quanta merda spali duranti il giorno, o sorella; non importa quanti insulti devi schivare con l’orgoglio della tua bellezza e forza, di qualsiasi forme esse siano; se cerchi conforto nel sesso che ti piace tanto (ognun* sia liber* di vivere il sesso come vuole, come amore, conforto, professione, etc..) perdi l’accesso al paradiso.

Ora, non è sempre così, ma lo è generalmente grazie alla meticolosa difesa dello status quo che si promuove ogni giorno nella forme più disparate. E allora io dico di tenerci pronte, brave ragazze. Se si staglia lo spettro di una put*tana, voi, anzi noi, di risposta, teniamo sempre in tasca un dito medio da sguainare. Perché i dispensatori e dispensatrici di put*tane vincono se noi put*tane brave titubiamo, se vacilliamo, se ci sentiamo in colpa – colpa che non abbiamo.

Che poi, le put*tane vere sono donne come noi e io abbraccerò la lotta per il riconoscimento dei loro diritti, alla faccia di chi sotto il termine ‘prostituzione’ butta un po’ di tutto, non capendo niente. Comunque, che ha fatto la società? Ha impacchettato uno stereotipo sessista per usarlo in ogni momento come insulto che sta bene con tutto, proprio come il nero, contro la donna.

Il sesso che mi scelgo non fa di me una cattiva ragazza. E neanche ‘una brava ragazza, però…’. La libertà sessuale di una persona non è un’onta sulla sua condotta. Lo scrivo qui per ricordarlo ogni giorno.

Baci

Irma

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Ultima lezione: le raccomandazioni della CEDAW per lo Stato spagnolo

 

B. Tardón

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Gli Stati devono dare conto sul loro operato alla cittadinanza.

I rapporti ombra hanno avuto un grande impatto, per la Cedaw ancora di più perché forniscono dati importanti (e un po’ più veritieri) circa la situazione.

La piattaforma non ha identità giuridica nè amministrativa ma in questi ultimi anni si è andata configurando così. La piattaforma è composta da ONG evidentemente con prosepttiva di genere e femminista: 50 organizzazioni femministe, di diritti umani e sviliuppo e 277 organizzazioni firmanti; non ci sono rotture interne; le linee guida sono racchiuse nella convenzione, non ci sono altri statuti se non la stessa convenzione Cedaw.

La convenzione Cedaw mira al il progresso delle donne in quesi Paesi parte della convenzione. La Spagna ha il dovere e la reponsabilità giuridca di rispettare quello che dice la convenzione.

Protocollo facoltativo della Cedaw 1999 – le donne possono comunicare qualsiasi violazione che vivano. In questo senso è indicativo il caso di Angela Gonzales Carreño che è riuscita a far condannare dall’Onu la Spagna per aver ignorato i suoi appelli (la negligenza dello Stato spagnolo ha causato la morte della figlia che Angela voleva sottrarre all’azione violenta del marito-padre maltrattatore).

Non c’è bisogno di essere avvocati o avvocate per scrivere i report ombra, ma gruppi di persone che vogliano dar spazio alla propria storia.

Il rapporto ombra può interessare: violenza di genere e tratta, educazione, lavoro e diritti economici, salute e diritti sessuali e riproduttivi,rappresentazione e partecipazione politica, diritti umani e cooperazione.

Violazioni in merito all’articolo 2) Hanno denunciato, per esempio, la persistenza dell’inesistenza di strutture di interventi su tutte le forme di violenza di genere – riduzione e disequilibrio territoriale dei servizio di attenzione integrata.

Violazione dell’artiolo 5) – carenza nella revisioone curriculare e sparizione del tema parità di genere dalle aule.

Presenza ridotta e stereotipata delle donne nei mezzi di comunicazione senza sanzioni degli organismi competenti.

Violazione all’articolo 12 – impedito e negato il diritto alla salute.

Inequità nell’accesso alla salute – insufficiente sviluppo della cornice normativa nei diritti salute e riproduttive.

Il comitee ha accolto il rapporto ombra tanto è vero che il loro testo quasi lo ricalca verbatim.

(Il prossimo rapporto è previsto per il 2019)

 

Per l’Italia, qui  (ndb)

 

 

 

 

 

 

Parliamo del problema del traffico di esseri umani e proponiamo altre prospettive sulla prostituzione

N.11

R. Cendón

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‘Quando parliamo di traffico di esseri umani, non parliamo di affari esteri o di frontiere, parliamo di inganni, abusi, coazioni, sfruttamento…di esseri umani che da essere soggetti sono diventati oggetti che generano benefici a terzi’

Riferimento: protocollo di Palermo

Tratta e traffico sono due realtà molto distinte.

La tratta include AZIONI, METODI e FINALITÀ

Rapimento, inganno e trasporto di persona: non è solo che alcune donne non sapevano che sarebbero venuti a prostituirsi – alcune lo sapevano (per guadagnare e poi tornare a casa) ma non si aspettavano di vivere in condizioni da segregate. Inoltre, il tempo è il problema chiave: una volta superati i termini legali di permanenza in uno Stato, allora cominciano i guai per queste persone. A molte sottraggono i passaporti.

Le minacce non si limitano alla violenza fisica, ma in tutte le sue espressioni.

Le vittime generano benefici a terzi, ovvero si produce una cosificazione della persone intese come persone che si possono comprare e vendere (venduti anche più volte). Cosificazione intesa come uso da parte di chi le sfrutta per un tornaconto economico.

Tratta di essere umani VS traffico illegale di migranti.

La tratta di esseri umani è un delitto contro la persona; il traffico di migranti è un delitto contro lo Stato con l’introduzione illegale di persone nel territorio statale.

A volte i due delitti vanno insieme a volte no.

La legge spagnola pone la questione in ternimi di affari esteri, invisibilizzando la complessità della situazione.

Ordine pubblico: inquadrare così il problema significa rafforzare gli stereotipi contro le prostitute, far ricare le sansioni su di loro, etc…

Tutto il mondo dice che mette al centro la vittima ma la questiono è molto complessa.

Le donne che subiscono prostituzione forzata, non solo hanno subito violazione dei diritti sessuali e riproduttivi, ma: trattamento crudele e inumano, nessun accesso al diritto alla salute o al diritto alla casa, e non ricevano i benefici economici dato che i soldi li prendono i mediatori. Per non parlare di tutto quello che hanno vissuto prima (per esempio, attraversare il deserto). Non possono muoversii, neanche per andare al dottore. Violazione di diritti lavorativi. Violazione di un ventaglio ampio di diritti umani.

Responsabilità statale: fallimento meccanismi di prevenzione (si concentra sulla persecuzione del delitto non sulla prevenzione); lotta al crimine organizzato; lotta all’immigrazione illegale; complimento delle direttive internazionali.

N.11**

M. Neira

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‘Nella prostituzione di vuol vedere il sordido, le vittime più che le le sopravvissute, che devono nascondersi per non essere discriminate dalla società’.

(M. Neira è una sex worker e grande attivista contro la tratta di esseri umani)

Tutti gli esseri umani nascono dotati di ragione e le prostitute non sono da meno.

Alegale: la prostituzione in Spagna è legale ma non è riconosciuo come lavoro quindi non c’è un marco legislativo che ti dia diritti. È un limbo.

Anche se la maggior parte del lavoro di prostituzione è fatto da donne, ci sono anche moltissimi uomini e trans nelle stesse condizione di vulnerabilità.

In Spagna tramite le ordinanze del comune, multano le donne che adescano per la strada i potenziali clienti.

La ley mordaza è la legge ombrello che implica già delitti penali. Oltre le sanzioni economiche (tramite ordinanze) si può configurare il reato come crimine. La ley mordaza riguarda lo spazio pubblico.

Con l’espressione ‘riscatto di vittime’ non si capisce cosa succede: sono espulse le donne? Come stavano e come staranno? A volte si dà più priorità al fatto che siano immigranti illegali che vittime di tratta.

Spesso si accusano le vittime di tratta e di delitti penali e vengono punite due volte. E poi espulse…

Ci sono leggi contro il trasvestimo, non in Spagna ma altrove sì.

Le persone che esercitano la prostituzione sono spesso denunciate se contestano l’arresto.

Molte donne che esercitano nel Raval (quartiere centrale di Barcellona, ndb) sono state multate quando andavano a comprare il pane o a prendere i figli da scuola – perché le forze dell’ordine le conoscono e cercano di intercettarle in tutti i modi.

Le leggi legittimano la polizia a farsi carico dell’attuazione delle leggi per la salute e l’ordine pubblico.

Col fatto che la prostituzione non è riconosciuta come lavoro significa che la persona non ha diritti civili non venendo riconosciuta come lavoratrice.

Anche in Paesi dove la prostituzione è riconosciuta (Germania, Olanda) le persone extraeuropee non possono esercitare lì la prostituzione. Allora ci entrano tramite la mafia e spesso finiscono nelle mani della tratta di esseri umani.

In Spagna moralmente le prostitute non sono viste di buon occhio ma questo in altri Paesi si traduce anche in illegalità.

Una estensione eccessiva del concetto di sfruttamento può diventare oppressiva per le donne che lavorano con la prostituzione.

N.11***

E. Trejo

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‘Tutte le versioni e discorsi che vittimizzano o vogliono salvare le donne migranti dell’industria del sesso in Spagna non sono che prospettive di un forte carattere moralizzatore e colonialista’.

Il lavoro sessuale è un lavoro di classe.

Il lavoro non salariato delle donne a casa è il pilastro su cui si fonda la produzione sociale.

La famiglia patriarcale si base sul modello famigliare nucleare: uomo lavoratore remunerdao, donna che offre servizi non remunerati (crescere i figli, pulire e sesso non pagato) – riproducendo la morale. La puttana rompe tutto questo.

I lavori femminizzati sono malpagati.

Quindi, dato che la donna in teoria può esprimere la sua sessualità solo in privato, la donna che esercita per strada invade lo spazio dell’uomo e quindi viene sanzionata.

In casa si riproduce lo sfruttamento della povertà; come il capitalismo è fiorito sulla povertà altrui (per es. le colonie), così la famiglia si basa sulla povertà della donna.

Esercizio di sovversione di classse è quello che spaventa di più la borghesia.

Il proibizionismo viene soprattutto dalla classse borgherse privilegiata.

Femminismo grigio, oscurante e puritano attuato da una parte delle femministe che rifiutavano tutto ciò che loro (bianche, borghesi, etero, sposate e ‘non puttana’) non erano.

Nota della blogger: Erika inizia il suo intervento leggendo ‘Nosotras no – lettera aperta al proibizionismo‘, che era appena stato emesso dal collettivo.

Qui lo statuto del collettivo italiano. 

La discriminazione della donna nel mondo del lavoro

 

N.9

B. Cueto

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‘La partecipazione delle donne nel mercato del lavoro e il miglioramento delle sue condizioni lavorative dovrebbero continuare ad essere un obiettivo prioritario delle politiche del lavoro’

Uno dei principali indicatori nel mercato del lavoro è il tasso di attività: quante persone partecipano attivamente nel mondo del lavoro o stanno cercando lavoro.

Se aumenta la popolazione aumenta la popolazione in cerca di lavoro.

Le donne hanno molto più lavoro part-time. Molti di più gli uomini in industrie o grandi imprese  chehanno impieghi full-time, il lavoro part time è un fenomeno femminile; non è necessariamente un fenomeno negativo, dipende se è una scelta volontaria o meno. In Olanda l’80% delle donne lavora part-time, ma in Spagna non è un’opzione volontaria, ossia, è un lavoro precario.

Impatto della crisi economica: i tassi di disoccupazione sono simili tra uomini e donne ma il divario tra partecipazione e lavoro si mantiene; inoltre i tagli hanno molto condizionato gli scenari del lavoro.

Analisi di cohortes – due collettivi, uomini e donne, molto eterogenei: gli indicatori vanno letti alla luce delle differenze dei collettivi. Le politiche vanno realizzate in base alle esigenze dei lavotori che sono eterogeni. Le cohortes indicano anche le generazioni. Esempio: chi prima della crisi aveva aveva trent’anni, lei, si collocava in una fascia d’età al 90% occupata; poi intorno ai (loro) 40 anni c’è stata la crisi.

La crisi influenza la vita di tutti ma con effetti diversi a seconda del momento della vita in cui coinvolge il singolo (non è la stessa cosa non arrivare a inserirsi nel mondo del lavoro, perderlo a 30, 40, 50 anni)

La crisi ha avuto un impatto fortissimo sui giovani, bloccando il loro ingresso al mondo del lavoro.

‘Le due biografie della donna’ – in Spagna la generazione del ’41 è rimasta costante al 30% di occupazione; il 56% delle donne di questa generazione, da giovani, erano dentro il mercato del lavoro, poi si sposavano uscendo dal mercato e raggiungendo il minino intorno ai tretn’anni, poi si reinserivano; dagli anni ’70 le donne hanno un altro profilo: continuano a studiare dunque si inseriscono più tardi nel mondo del lavoro; comunque, le donne non raggiungono il 70% dell’occupazione. Le generazioni più giovani (uomini e donne) non riescono a entrare neanche nel mondo del lavoro.

Una variabile in più è il livello d’istruzione: gli uomini con educazione di base, durante la crisi, sono stati più colpiti. Ovviamente, non è la stessa cosa se perde un ventenne o un cinquantenne il lavoro.

Gli uomini con studi medi si incorporano più tardi ma lavorano quasi tutti ; mentre le donne con studi di base sono molto più svantaggiate rispetto agli uomini.

Le politiche devono essere differenti per uomini e donne e anche alla luce del livello di istruzione.

Differenza salariale – ci sono gap salariali in tutta l’Unione Europea ma ci sono Paesi con divari maggiori.

Il divario salariale va tarato sulla base delle differenze dei collettivi; solo così emergono le discriminazioni, ma senza contestualizzare si parla solo di divario, no discriminazione.

Nelle posizioni dirigenziali ci sono meno donne e gli stipendi sono sensibilimente più bassi rispetto a quelli degli uomini.

Differenze di caratteristiche da tenere in considerazione per la progettazione di politiche di lavoro eque: livello di studi, occupazione, età, settore di attività, tipo di contratto.

La segregazione occupazionale significa che le donne si concentrano in alcuni ambiti e gli uomini in altri. Es. nel settore costruzioni quasi non ci sono donne, mentre nei servizi ci sono molte più donne.

Gli uomini stanno in un ventaglio molto più ampio di lavori delle donne.

Nel tempo, le donne hanno avuto maggiore accesso al mondo del lavoro e le condizioni sono migliorare ma con la crisi, le politiche di austerità non sono state neutrali.

In molti casi non si percepisce il gap salariale perché c’è segregazione professionale.

Neanche le politiche di pensioni sono pensate in un’ottica di genere. (in Spagna, pensioni ridimensionate e ancor più basse per le donne).

Per eliminare l’effetto che si ritorce contro la donna per la maternità, bisogna lavorare per la paternità.

Il costo economico è più alto per le donne con studi universitari che non per donne con studi di base. Per questo, per esempio, queste ultime fanno più figli.

Ci sono imprese che dicono che il milglior investimento fatto per ridurre l’assenteismo è stato fornirsi di un asilo.

 

N.8**

C. Camps

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Il sistema non ha mai tenuto in conto il lavoro tradizionalmente associato alle donne relativo alla cura. Non è presente nell’economia né nella politica. (Lavoro riproduttivo e domestico).

Il lavoro femminile domestico non salariato permette però il funzionamento dell’economia che si preoccupa di tenere un controllo sulla famiglia, non traducendosi in compensazioni o supporto alla donna ma in controllo sulla donna.

Si può remunerare questo lavoro? Come?

Le politiche neoliberali implicano l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro in forma precarizzata, attingendo a un esercito di donne in ‘riserva’, in casa.

Tra il 1986 e il 2005 cresce l’occupazione femminile e crolla il tasso di fecondità.

L’ingresso nel mondo di lavoro comportano un arresto del tasso di natalità; le donne hanno figli più tardi e si sposano più tardi (se si sposano).

Sono cresciuti i nuclei familiari monofamiliari.

L’ingresso nel mondo del lavoro ha generato la crisi della cura, ma anche: invecchiamento della popolazione, doppi introiti familiari, insufficienza dello stato del benessere, nuovi modelli di crescita urbana, individualizzazione delle nostre società.

Fenomeno delle ‘superdonne’ – le donne stanno assumendo il lavoro domestico e il lavoro produttivo.

Le donne lavorano più part-time: se in alcuni Paesi è frutto di una politica mirata di conciliazione, in Spagna è frutto della precarietà. Inoltre, il part-time in questi Paesi spesso non aiuta affatto a conciliare (turni divisi, turni difficili).

Il divario salariale è da leggere anche alla luce del fatto che spesso le donne si fermono ai piani occupazionali piu bassi.

I lavoro sociale di cura ha accolto un rilfesso della mancanza di riconsocimento del lavoro domestico.

Anche la scelta di dar vita a una familia monoparentale è ostacolata perché anch’essa è un attentato al ‘sistema’ che promuove il modello classico familiare.

In Spagna, le famiglie monoparentali sono le più velnerabili ed esposta a povertà estrema.