La ragazza e la giraffa

La ragazza si avvicinò alla giraffa con una manovra prudente. Con calma, si spostò tra alberi e cespugli diverse volte, dissimulando – con la lentezza dei movimenti e lo sguardo lanciato qua e là lontano dal suo reale obiettivo – lo stupore curioso e fremente per l’animale. Anche l’animale, che l’aveva vista da subito, sembrava incuriosito. Allontanò il flessuoso collo dal cespuglio, smise di riminare e cominciò a guardare intensamente la ragazza. La seguiva da albero a cespuglio, da cespuglio ad albero. Ora le due femmine, l’una di fronte all’altra, si guardavano con la stessa curiosità; l’umana con estatica ammirazione, la giraffa con incerta diffidenza. La ragazza, dritta dritta, strinse le gambe e avvicinò i gomiti ai fianchi, reggendo la macchina fotografica con la bocca aperta per la meraviglia. La giraffa voleva indietreggiare ma esitava, mentre le altre giraffe guardavano placide e guardinghe la scena poco più in là. La lunga ombra copriva la ragazza e lanciava dietro di lei una scia imponente e sinuosa. Poi l’umana si rilassò impercettibilmente, spostando leggermente un piede in avanti; la giraffa si voltò lentamente e corse via. La ragazza si sentì avvilita ed umiliata dalla sua stessa specie che chissà come e chissà quando, turpemente, si era introdotta tra i neuroni di un animale tanto maestoso ed elegante sotto forma di pericolo.
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La potenza delle donne

Il corpo delle donne non è potente perché genera. Il corpo delle donne è potente perché sopporta il dolore del parto, va oltre.

Tutti abbiamo una resistenza ma l’appuntamento con il dolore fisico registrato nel DNA femminile – un dolore non accidentale ma eventualmente previsto dalla natura – conferisce alla donna una resistenza connaturata più di ogni altra cosa, più dell’istinto di maternità la cui glorificazione ha sparso nel mondo tanta sofferenza, intolleranza e pressione, nei secoli, tra le donne che non hanno voluto o non hanno potuto diventare madri.

Questo è quello che fa paura agli altri, la potenza della sopportazione del dolore. Un dolore che l’uomo non conoscerà mai, mentre guarda le donne andarci dentro e ritornare su vittoriose con una vita doppia. Anche quando non diventano madri, sanno che le donne hanno per natura questo potere sul dolore.
Una potenzialità – la sopportazione del dolore e la vittoria sul dolore – che è in tutte, mamme e non mamme.

In questo le donne sono immensamente potenti: la supremazia sulla carne lacerata, sul sangue, sulla drammaticità del parto, sul pericolo della morte che non ferma le donne, capaci per natura di risanarsi e di ospitare vita, parto dopo parto.

Se una donna può sopportare il parto come evento naturale, e tutte le donne sono uguali in questo, le donne – tutte le donne – hanno immense potenzialità.

L’infibulazione è l’abominevole e inutile tentativo di rivalsa, se non sul dolore, almeno sul piacere delle donne.

Tu sei potente, sorella, ben oltre la maternità.

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Piero della Francesca, Madonna del parto (1455). Oltre le motivazioni religiose che ispirano la solitudine della Madonna, la Donna è sola nel momento di dare alla luce. Sola, e vittoriosa.

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G. Klimt, La Speranza I (1902). Non hanno importanza la malattia e la morte che incalzano la donna; lei è lì, in prima fila, ad accettare la sfida prima di tutto con la vita. Come la speranza.

ESAME DI COSCIENZA DI UNA POTENZIALE LETTERATA ITALIANA, O GLI INTELLETTUANTI.

Noi,
che combattiamo il pregiudizio e l’ignoranza nel ricordo di Sacco e Vanzetti,
Noi,
che ci riposiamo nei salotti di De Nittis e marciamo col Quarto Stato,
Noi,
che pensavamo di telegrafare e navigare il mondo,
Noi,
che camminiamo con la sagacia della Fallaci su un labbro e la dolcezza di Pavese sull’altro,
Noi,
che ci domandiamo come possiamo cantare e possiamo solo dire ciò che non siamo ciò che non
vogliamo,
Noi,
che sappiamo solo di non sapere,
Noi,
che ancora possiamo esser presi da eroici furori,
Noi,
che ci domandiamo con Pasolini e in Pasolini le contraddizioni tra vita, arte e etica,
Noi,
che usciamo a riveder le stelle con Margherita Hack e Dante,
Noi,
che usciamo a riveder anche dentro di noi con Petrarca e R.L. Montalcini,
Noi,
sulle Ali Dorate e su quelle di Madama Butterfly,
Noi,
sulle torsioni del Bernini e sull’inesprimibile espresso da Michelangelo,
Noi,
piccoli misteri buffi,
Noi,
tra le macchine volanti,
e su tanto altro ancora, senza dimenticare le altre culture
per esempio
sempre con una frase di Shakespeare in testa e una di Cervantes nel cuore,
Noi,
che cantiamo il Cantico delle Creature come
”atei nobilmente pensosi, alla ricerca di un Dio che noi non abbiamo saputo dare”(Paolo VI)
Noi,
esseri intelletuanti
coloro cioè tesi nello sforzo di
attuare ovvero utilizzare
l’intelletto
Noi, siamo dunque, gli ultimi partigiani

Ver Sacrum, o quando il dio era sulle nostre bocche

Gli adolescenti sono esseri, sono un tutto in potenza. Quando lo ero io, non capivo chi mi diceva che stavo vivendo il periodo più spensierato della mia vita. Anche se ho vissuto un’adolescenza relativamente tranquilla, in cui mi stringevo a coorte con la mia compagna di banco e grande amica alla vigilia dei temutissimi compiti di greco; anche se i turbamenti amorosi – quelli seri e reali – sono arrivati dopo; anche se il mio pungolo più urgente era cercare di capire il mondo degli adulti e decidere se volevo assomigliare a uno di loro, io pensavo (e lo penso ancora) che ogni età ha il suo tormento, proporzionale ad essa, per lo meno in situazioni di normalità. Per cui non capivo perchè se io riuscivo a rispettare le preoccupazioni degli altri, specie degli adulti, questi sminuivano le mie.
Di certo, col tempo le responsabilità aumentano ma la buona notizia è che man mano che aumenta la vita, aumenta la consapevolezza. Nel bene e nel male, questa è una conquista che rassicura gli adulti rispetto ai ragazzini. Perciò non dite ai ragazzini che stanno vivendo il periodo migliore della loro vita, per lo meno per i motivi che credete VOI. Abitano un corpo che cambia di giorno in giorno, dove c’era un tenero cucciolo di mamma compare una guerriglia di ormoni. C’è la scuola, che spesso, invece di essere un posto accogliente che pungoli intelligenza e curiosità, le mortificano. Ci sono gli altri, che non sempre ti capiscono. Ci sono gli adulti, che corrono e corrono e sembrano proprio di essersi dimenticati cos’è l’adolescenza e nella loro corsa ti fanno pensare seriamente se non sia il caso di abitare per sempre quel guscio informe piuttosto che prendere una forma frettolosa. E triste.
Però i ragazzini sentono la vita come forse non la si sente mai più, nel bene e nel male. Per questo l’adolescenza va tutelata ovvero supportata; la solitudine, nella sua miriade di forme, porta a gravi degenerazioni. Porta alla paura e al disorientamento e se non sfocia in atti degenerati il rischio è di lasciare questo meraviglioso capitale umano all’angoscia, il che farà di loro degli adulti angosciati se passivi, angoscianti se attivi.
I ragazzini sono passionali. Quello che un adulto non inaridito mitiga col senno e con l’esperienza, in loro può essere un bomba H. Esplodono o implodono. Ma quella passione, quella sensibilità verso il mondo, è una risorsa che va accompagnata e da cui s’impara qualcosa. La freschezza di spirito, per esempio, invece di essere fagocitati dagli avvenimenti.
Siamo tutti più poeti durante l’adolescenza. E’ un sentimento che molti, moltissimi, sviliscono col tempo e quasi sempre per scelta. Gli adulti, spesso, perdono quell’entusiamo, dimenticano del tutto quando il dio era in noi.
E l’amore, durante l’adolescenza, è totalizzante. In un momento in cui ci si chiede ‘Chi sono io? Chi sono gli altri?’ si scopre l’esperienza insieme più egoistica e altruistica della vicenda umana. L’amore. Si scopre la distruzione e la costruzione ed è difficile capire quando contenere la passione distruttiva e quando lasciare andare la forza creativa dell’amore. Non lo capiamo da adulti, almeno gli adolescenti accolgono la sfida che è ineluttabile.

Per fare un esempio, ho deciso di pubblicare una lettera di amore – in realtà d’addio – scritta nel 2000, non ero ancora maggiorenne. E’ una delizia. Inizialmente sembra io sia bardata, poi mi sciolgo, e tra un moto di tenerezza e una battura faccio anche ridere. Perchè da adulti non scriviamo più così? Perchè da adulti non scriviamo più? Perchè non ci esponiamo?

Xy,…
oggi vorrei dirti tante di quelle cose…Perchè se ora che ho deciso di chiudere con te vivo in uno stato di letizia pensando al fardello delle sofferenze che la nostra relazione (rapporto reale solo nella mia testa troppo predisposta a vedere cose che non ci sono – solo per amore) mi scagliava ogni santissimo giorno sulla pelle – ora non ci sarà più, è vera anche un’altra cosa. Nonostante consapevole che le cose dette avrebbero potuto realmente disintegrare qualsiasi misero ponte tra di noi – forse voglia sia così – è vero che non so come sopporterò la tua mancanza. Non è che la tua sia stata una presenza, ma so che mi mancherai perchè…come posso spiegare…ma non c’è bisogno di spiegare.
Sto scrivendo male, lo so, ma non ha importanza, potessi trovare il modo di farti intuire quello che sento…Non è che tu mi capisca così bene, o no. Che dici? Mi fa rabbia da morire che hanno vinto tutti i nemici che avevi che volevano che morisse quello che io avevo sperato nascesse tra i nostri due corpi e spiriti ma mi fa veramente morire che il più grande tra questi nemici contro te sei tu. Xy io sono stanca. Ammettendo pure che tu nutra la pallida intenzione di non perdermi così (ah!ah!), devi lottare non contro la mia rabbia intensa (dura comunque poco), non contro il mio odio (magari l’avessi), ma contro la mia stanchezza, la perdita di fiducia e della speranza.
Io mi sto spegnendo. Tu non hai mai voluto venirmi incontro. Mi hai solo e sempre chiesto di seguirti. Mai che tu ti ponessi al mio fianco. Si. Ti avrei seguito ma solo se noi due lo avessimo voluto veramente, e solo se tu non mi avessi dato sempre le spalle, come quando talvolta cammini e io rallento volontariamente e tu continui a camminare. Come faccio?
Io non posso darti altre possibilità perchè tu non mi rispetti e io valgo molto di più di quelle troiette che rimorchi cui dai il tuo numero perchè loro ti cerchino. So di avere onore. Perchè sei così?
Io so che domani vorrò bruciare questa ”lettera” che farebbe venire il mal di testa all’Ulisse di Joyce, ma io ti devo dire che ora, alle 20:51 di questo strano 30 aprile, domenica piovosa e soleggiata, io sento un pugno nella pancia che vuole fare uscire queste benedette due parole che mai ti ho detto e forse mai sentirai da me. Io ti amo. Le parole non sono due, ma tre, ma sai che a matematica faccio schifo. Credo che XX mi ha attaccato la febbre e il delirio Ti amo ti amo ti amo ti amo
Scusa se da ieri sarò costretta a fingere di essere indifferente o irritata alla tua vista. Ti amo.
Metti da parte la Ina incazzata che ti sputerebbe in faccia – sono pur sempre una donna offesa. Sentiti coccolato e protetto sempre da me. Addio

Mi odio per aver scritto queste cazzate
Ina

Ti amo. Un vagito a quindici anni.

One, two, three, four, five, six, nine, or ten
Money can’t buy you back the love that you had then (Feist – 1,2,3,4)

E poi, qui invece c’è una poesia scrittami da un giovanotto invaso di poesia. Dove sono ora i poeti? Dove sono gli amanti?

“Quale forza di gravità regge

la perfezione dell’universo?

Certo non compete con la mia,

quando orbiti intorno a me”

Perchè dimentichiamo quella bellezza che in modo confuso ma vitale ha abitato in noi? Perchè gli adulti si dimenticano cosa sono stati?  ”Rari i santi, più rari i poeti” diceva Pratolini.

I libri per bambini e la fine di una storia

Ci sono dei bellissimi libri per bambini che, nell’intento di spiegare loro nel modo più semplice ed immediato il concetto di storia di un luogo, sviluppano e compongono la fisionomia di quel luogo su più pagine, disegnate e poste l’una sull’altra, a ricreare visivamente l’idea di stratificazione. Questi libri seguono così una linea temporale scandita per pagina, ognuna delle quali corrisponde a un periodo storico e riporta tutti gli elementi – case, teatri, alberi, strade e così via – che quella epoca ha lasciato. Sovrapponendo le pagine, che sono traslucide, pian piano il paesaggio prende forma (quello che in gergo adulto si chiama palinsesto), o alzandole dalla prima all’ultima, si va indietro del tempo. Dalla pecorella sui campi al Colosseo, dal Colosseo alla pecorella sui campi. Ecco: le grandi delusioni d’amore compromettono lo scorrere normale del tempo e mutilano la visione d’insieme del mondo. Almeno per come lo si vede personalmente. La realtà – con le sue sovrapposizioni, la sua storia che è anche la tua – è lì: ma percepisci che è stato tolto qualcosa di fondamentale, una pagina brutalmente divelta. Ma sottilmente, subdolamente eppure percettibilmente, come un trucco mal celato. Dunque se quello che rimane della realtà funzionasse proprio come uno di quei libri per bambini, sarebbe chiaro che qualcuno ha strappato la pagina della luce del mondo. No, non è esatto, la luce c’è, qualcuno ha tolto forse non tanto la luce, ma la percezione del suo calore.

E se fossi io, e lei me… (Lampedusa)

E se fossi io a dover raggiungere Londra a piedi, dopo aver pagato con tutto quello che la mia famiglia possiede gente senza scupoli che mi ammassa su un camion, magari mi abbandona sulle Alpi mezza nuda al gelo, mi costringe a raggiungere a piedi la Manica, mentre qualcuno dei miei compagni di viaggio mi muore accanto, tra stupri e violenze; se si baratta la mia libertà perchè in cambio di una strada un paese decide di trattenermi in prigione, dove mi ammalo e dimagrisco senza avere più le forze per respirare; se mi togliessero il passaporto e con quello la mia identità e la dignità di essere umano; se comunque trovassi le forze per scappare e cercassi di raggiungere le sponde inglesi su una zattera, sempre che non venga presa e buttata a mare o morire di stenti o annegata; e se anche dovessi approdare, denunciata per immigrazione clandestina, se mi ritrovassi attorniata dalle bare dei miei vicini di casa, della ragazza con cui sono cresciuta, della figlia del dottore, del nipote del preside della mia scuola, della migliore amica incinta, del figlio del fruttivendolo appena laureato, dei bimbetti le cui urla scherzose arrivano fino a casa mia e hanno dato calore ai miei giorni, ora muti con i loro padri e fratelli nella bara…se io fossi lì, al posto della ragazza che ho visto in tv con gli occhi sbarrati e fosse lei, al sicuro a guardare me mentre mangia un cibo caldo, e io lei, nella più assoluta disperazione e solitudine….ma io sono al posto mio, e lei allo sciagurato posto suo, e io non ho fatto niente per meritarmi di essere nata nella parte giusta del mondo, e manco lei per essere nata dalla parte sbagliata…