Trasfigurazioni

avrei tanto da dire
ma la bocca
preferisco sporcarmi
con polpa di ciliegie
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Lei era arrivata lì chissà come.

Lei, la puta intelligentissima. Si sentiva stranamente calma. Incuriosita da quel posto strano.

Era un recinto di una chiesa, al cui centro – come su un palco in un immenso treatro – si ergeva, maestosissima, una cattedrale con le guglie snelle e chiare. Le ricordava tanto la cattedrale di Barcellona, ma questa era meno grigia. Soprattutto, era strana: chissà chi, aveva deciso di usare la facciata come la scenografia di uno spettacolo. L’elemento religioso non era stato ignorato dagli artisti di questo circo umano; le artiste si erano vestite da suore, con un vestito etereo, cipria, trasparente, che copriva anche gli occhi. Erano bellissime, figure leggiadre e senza volto che si muovevano con la forza di atleta e la grazia da ballerina. Alcune stringevano in mano dei palloncini colorati, che tempestavano ogni angolo della facciata. Un carnevale anticipato.

Mentre ancora cercava di capire di cos’era questo spettacolo, non si era accorta che si era seduta sul recinto di pietra, spalle contro le fredde inferiate verdi, e quando la musica andava scemando, Adria Sonau, la sindaca della città, aveva deciso di mescolarsi alla folla festante per ricordare il legame intimo con la sua città. Andava stringendo la mano a tutti e a tutte, sorridendo. Lei era emozionata, adorava questa donna. Quando le fu vicina, Adria aprì le braccia per dare la mano alle due ragazze di lato, giovanissime. Una, per l’emozione, non trattenne fiati intestinali. Adria fece finta di niente, mentre la porgeva la scollatura a lei, nel mezzo. Lei pensava che quella scollatura sembrasse un gabbiano con le ali aperte, in volo. Vinse la timidezza, e disse ad Aria: ‘Adria, io la stimo tantissimo’ e mentre la donna, sciogliendosi dalle altre due donne, indietreggiava sorridendo, le chiese: ‘M’estima?’. ‘No, no! La stimo, è un sentimento intellettuale, non di cuore!’. Lei sapeva che Adria conosceva perfettamente l’italiano ma nella confusione le parole si erano mescolate e la stima era arrivata come amore alle orecchie della sindaca. Intanto, la ragazza del fiato intestinale aveva cercato lo sguardo di lei, e si era scusata. Ma le cose del corpo non devono chiedere scusa, le avevo risposto lei con gli occhi.

Nel mentre, alle sue spalle era arrivata la piccola barca di lui. Lui faceva parte di una strana e stramba combriccola, proprio come lei. Artisti, poete, musiciste, pittori. Tutti pazzi, tutte anormali. Tutti non conformi. Tutte menadi.

Si volevano bene tra di loro, si proteggevano, si sfamavano a vicenda, si facevano da casa.

Lei non ricordava perché, ma lui oggi sarebbe stato giustiziato – o ci avrebbe pensato lui?

Lei si era voltata verso la porta della piccola barca. Si era alzata, si era seduta sul bordo. Aveva aperto la piccola porta. Lui era steso, feroce nella sua bellezza. Scuro di pelle, nero tutto tranne gli occhi azzurrissimi, profondi, puliti, percorsi ogni tanto da una remota bestialità. Fumava con sguardo sereno e di sfida. Si erano scambiati veloci due battute senza senso, che solo loro potevano intendere. Lei si era sporta ancora di più verso l’interno. Con maestria aveva fatto entrare le spalle, procedendo in diagonale, prima la spalla destra e poi la sinistra; poi si era allineata col suolo reggendosi con le braccia, come in flessione. Un piccolo, elegante ciondolino le oscillava dal bel collo. Il culo, però, proprio non passava. ‘Accidenti, fin qui ci passo ma sai che il culo è quello che è’. Lui la guardava e fumava. Lei si ricordò che quello rischiava di essere l’ultimo giorno di lui. Si chiedeva perché. Non ricordava se qualcuno lo avesse deciso o lui. Ma perché? Era una creatura, era una bella creatura.

Alla fine disse qualcosa di inaudito, per se stessa e anche per lui, il quale non appena ebbe udito queste parole abbandonò ogni residuo di bestialità. Lei disse: ‘Avanti, io non posso entrare. Vieni qui e baciami le tette’. Lui si alzò, dolce. Si inginocchiò. Lei si sentiva, per qualche ragione, Alice nel Paese delle Meraviglie dopo aver bevuto la pozione che la ingigantì, bloccandola in una casa. Ma lei era per metà fuori, e in una barca.

Lui si avvicinò. Sentiva l’odore del suo petto caldo ma non volle sfidare il ciondolino, che nel frattempo si era fermato aspettando di vedere l’esito delle cose, paralizzato. Le baciò la clavicola e non andò più in basso. Le prese il viso tra le mani e sembrò  che lo avesse fatto per tirarsi su, come il pelligrino appeso alla corda che scala la montagna in cerca della croce. Poi arriva sulla cima, dimentica la croce e vede solo luce. La baciò. Lei si sentì riempita di un sentimento splendido, lui era bellissimo e il giorno si svuotò di quella minaccia di morte.

Erano felici. Lei era la più felice di tutti perché si era ricordata di un sentimento.

Poi, in preda a una forte, bellissima emozione, sono stata richiamata al giorno passando per un tunnel coloratissimo in cui ho intravisto la faccia bionda di un angelo senza sesso, e mi sono svegliata, felice anch’io.

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Lily Allen, The fear

‘È naturale. È la natura.’ (?)

Uno degli argomenti cardine del ragionamento normativo è giustificare una determinata organizzazione sociale in base alla ‘natura’.

L’argomento non mi ha mai convinto per due motivi fondamentali: prima di tutto, mi domando quanto veramente conosciamo la natura; in secondo luogo, mi domando come si possa invocare la natura quando quello facciamo è, soprattutto, consapevolmente o inconsapevolmente, distruggerla.

Guardiamoci intorno, nei nostri paesaggi urbani: cosa c’è di naturale negli scenari umani che a malapena includono qualche sparuto albero sull’asfalto?

Non nego che la visione di una bellezza naturale ci riconnetta a un mondo di cui abbiamo fatto parte, di cui ancora facciamo parte, ma che dal quale, al contempo, siamo divisi. Lo ri-conosciamo, ma quanto lo conosciamo? Quanto lo immaginiamo attraverso una gerarchia fittizia a capo della quale l’uomo è in posizione apicale?

Nietzsche mi è venuto in soccorso, con ‘Al di là del bene e del male’ (1886). Nel punto in cui critica la dottrina stoica, si legge:

‘«Secondo natura» volete vivere? O voi, nobili stoici, che impostura dalle parole! Immaginatevi un essere come la natura, sperperatrice senza misura, indifferente senza misura, priva di fini e di riguardi, senza pietà e giustizia, feconda e sterile e contemporaneamente insicura, pensate l’indifferenza stessa come potenza – come potreste vivere conformemente a questa indifferenza? – Vivere – non è proprio un voler essere diversi da ciò che questa natura è? Vivere non è forse valutare, preferire, essere ingiusti, essere limitati, voler essere diversi? E nell’ipotesi che il vostro imperativo «Vivere secondo natura» significhi in fondo lo stesso che «vivere secondo la vita» – come potreste non vivere in questo modo? Perché fare un principio di ciò che voi stessi siete e dovete essere? – In verità la cosa è completamente diversa: mentre voi, rapiti in estasi, date a intendere di leggere nella natura il canone della vostra legge, volete qualcosa di opposto, voi bizzarri commedianti e autoingannatori! La vostra superbia vuole prescrivere e fare assumenere alla natura, perfino alla natura, la vostra morale, il vostro ideale, e pretendete che essa sia natura «secondo la Stoa» e vorreste che ogni esistenza esistesse solo secondo la vostra propria immagine- come una mostruosa, eterna esaltazione e generalizzazione dello stoicismo! Con tutto il vostro amore per la verità, vi costringete così a lungo, con tale perseveranza, con tale ipnotica fissità, a vedere la natura falsamente, cioè stoicamente, finché non siete più in grado di vederla diversamente – e una qualche abissale superbia vi dà alla fine anche la folle speranza che, poiché sapete tiranneggiare voi stessi – stoicismo è tirannide verso se stessi -, anche la natura si lasci tiranneggiare: lo stoico non è infatti un frammento della natura?’

Non sono del tutto d’accordo sulla concezione della natura quale si intravede da questo estratto, ma non è questo il punto; interessante, sì, notare il concetto di ‘indifferenza’ di leopardiana memoria. Mi interessa molto di più sottolineare questa sorta di teoria di proiezione delle proprie convinzioni all’infuori di sé, oggettivandole. È uno smascheramento molto lucido e tagliente, quello di Nietzsche, a cui dovremmo fare più attenzione.

Ricordo la spiacevole sortita di un prete all’ultimo matrimonio cui ho partecipato: ‘celebriamo la creazione di una nuova famiglia attraverso l’unione di un uomo e una donna, l’unica stabilita da Dio in natura’. Ora, tutt@ siamo liber@ di seguire i precetti della religione che ‘scegliamo’. Sarei solo più cauta a generalizzare certi dogmi, a porli come universali e a tirare in ballo la natura.

La questione non è contrastare quant@ vivono in questa coppia il proprio paradiso personale, essendo ogni sentire personale valido (tanto più che esistono creazioni artistiche in questo senso molto poetiche, come dimostra il video ‘Blood of Eden’ di Gabriel, artista peraltro rivoluzionario e originale che sceglie Sinead O’Connor per questo pezzo, artista controversissima – turbando l’immaginario che pur evocano; e tanto più che chiunque può cantare questa gioia oltre ogni identità). Solo, vorrei vivere in un mondo dove non doversi costantemente difendere da imposizioni altrui, specie quando queste imposizioni trovano una forte difesa istituzionale, appellandosi a verità assolute.

Interessante anche questo punto del libro, che deve aver ispirato, quarant’anni dopo, Freud:

‘In singoli e rari casi può realmente essere interessata una tale volontà di verità, un qualche eccessivo e avventuroso coraggio, un’ambizione metafisica di una sentinella perduta che alla fine preferisce pur sempre una manciata di «certezza» a un intero carro di belle possibilità; possono esserci persino puritani fanatici della coscienza, che preferiscono morire su un nulla sicuro piuttosto che su di un incerto qualcosa’.

Si legge, infatti, nel ‘Disagio della civilità’, scritto da Freud nel 1929 e pubblicato l’anno seguente (il filosofo illustra il meccanismo in filosofia, lo psicologo il meccanismo psicologico in società):

‘La civiltà ha sempre barattato un po’ di felicità per un po’ di sicurezza’

Personalmente preferisco questa versione della citazione:

‘L’uomo civile ha barattato una parte della sua possibilità di felicità per un po’ di sicurezza’

in quanto introducendo il concetto di ‘possibilità’ si stempera la realtà della felicità, restituendola per quello che è, una possibilità che, appunto, spesso viene sacrificata a priori per le certezze confutabili su cui si basa la sicurezza sociale.

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L’abbraccio

L’ho lasciato all’improvviso
a metà del bacio che avevamo ingaggiato
con stupore l’ho sorpreso
con un’espressione rapita da lontano
come ma non proprio prima della veglia
si aspetta a schiudere gli occhi sul mondo
sulle palprebe proiettata una visione grandiosa
dileguando un sogno sognato per caso

Bellissimo
il cuore di un uomo
quando bussa e ribussa e bussa
il permesso del tuo corpo
con colpi fermi e persi
piccole esplosioni atomiche
tra due casse toraciche