Mississippi Burning

  • Why did he do it? I mean, he wasn’t even in on it. He wasn’t even Klan.
  • Mr. Bird, he was guilty. Anyone’s guilty who watches this happen and pretends it isn’t. No…he was guilty all right. Just as guilty as the fanatics who pulled the trigger. Maybe we all are.

 

Gli agenti irrompono nella casa di uno degli uomini coinvolti nell’omicidio dei tre attivisti per i diritti civili, e lo trovano impiccato; in tale circostanza, avviene il dialogo:

  • Perché lo ha fatto? Voglio dire, non era neanche coinvolto. Non era neanche del [Ku Klux] Klan.
  • Mr. Bird, era colpevole. Come tutti quelli che vedono accadere questo e fanno finta di niente. No…era colpevole eccome. Colpevole come gli esaltati che hanno premuto il grilletto. Forse lo siamo tutti.

Dal film ‘Mississippi Burning‘ (1988), di Alan Parker, con Gene Hackman e Willem Dafoe.

Down in Mississippi...

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Fonte dell’immagine: sconosciuta (web)

 

Il silenzio (di Thomas Hood) – The piano.

C’è un silenzio dove non c’è mai stato suono
dove suono non può esserci.
Nella fredda tomba, nel profondo mare
nel deserto immenso dove non c’è vita
che è stato muto e sempre giacerà in un sonno profondo.
Non una voce è ammutolita, e nessuna vita cammina in silenzio
ma nubi e ombre nuvolose vagano libere
e mai sulla terra oziosa hanno parlato
se non tra rovine verdi di muschio e mura abbandonate
di palazzi antichi dove l’uomo è stato.
Tra i richiami di volpe bruna e di iena selvatica
e i gufi che convulsamente
volano bubolando all’eco, nel pianto sommesso del vento.
qui c’è il vero Silenzio, consapevole di sé e solo.

There is a silence where hath been no sound,
There is a silence where no sound may be,
In the cold grave – under the deep deep sea,
Or in the wide desert where no life is found,
Which hath been mute, and still must sleep profound;
No voice is hushed – no life treads silently,
But clouds and cloudy shadows wander free,
That never spoke, over the idle ground:
But in green ruins, in the desolate walls
Of antique palaces, where Man hath been,
Thoughl the dun fox, or wild hyaena calls,
And owls, that flit continually between,
Shriek to the echo, and the low winds moan,
There the true Silence is, self-conscious and alone.

(Thomas Hood)

(Poesia citata in ‘Lezioni di Piano‘, di Jane Campion, musiche di Michael Neyman)

‘è una strana ninna nanna, ma è così, ed è mia’.

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Il diritto di contare – Hidden figures

Da una storia vera

Pensiamo a ‘Il diritto di contare’ con il suo titolo originale, ‘Hidden figures’, per due motivi. Il primo riguarda la tematica: il film pone l’accento non (solo e non tanto) sulla scarsa presenza di donne in ambito scientifico e tecnologico, al contrario. Dimostra come le donne abbiano sempre cercato di esserci, e quando la loro volontà – sopravvivendo ad assalti esterni di varia natura – si è concretizzata in presenza, lo sforzo di sabotarle si è tradotto, appunto, in occultamento. Ecco che una delle protagoniste principali, la genia della matematica Katherine Johnson (Taraji P. Henson) deve lottare per vedere la propria firma di fianco a quella del collega (uomo e bianco) sui report (di calcoli complicatissimi) che di fatto lei ha redatto. Perché all’epoca non era contemplato che una donna e una nera firmassero, cioè esistessero (pur esistendo).

Il secondo motivo riguarda una sottigliezza – una delle tante, a dire il vero – della pellicola: le protagoniste vengono chiamate per nome continuamente, quasi a voler riscattare quel vuoto di riconoscimento che la ripetizione nominale vorrebbe emendare a mo’ di formula magica: ‘come ha detto che si chiama? Katherine Johnson’, ‘mi ripete il suo nome? Dorothy Vaughan’ (Octavia Spencer), ‘Buonasera, sono Mary Jackson e sono regolarmente iscritta’ (Janelle Monáe) e così via.

Il film è piacevolissimo perché parla di questioni serissime – l’oppressione contro le donne, la segregazione razziale (sommate, queste due componenti, nelle figure principali) – e di fatti storici quali la corsa allo spazio (tra isteria da spionaggio, sospetto comunista e minacce belliche) riuscendo a coinvolgere senza appesantire. Belli gli estratti da filmati storici e le emozionanti immagini del lancio dei razzi e della terra dallo spazio.

Il focus è sulla questione di genere e sul colore della pelle; le tre donne riusciranno a diventare figure chiave della storia della NASA perché meritevoli e tenaci. La loro vicenda straordinaria è riportata senza cedere all’eroismo, senza sbraitare rabbiosamente contro il maschio o contro il bianco, pur restituendo la visione di un mondo spietatamente pensato per la predominanza di un maschio e di un bianco.

Unite e solidali tra loro, da amiche e anche da colleghe, le protagoniste si realizzano e lo devono solo a se stesse. Tuttavia, non si può evitare di pensare quanto sia necessario poter contare non solo su un ambiente supportivo – gli altri contano, insomma – ma anche che chi rappresenta il potere (politico, economico, tecnologico e così via) ceda la sua parte di pregiudizi e dia spazio al potenziale umano che tutte le persone hanno. Personalmente, ho pensato a quanta fatica comporti la rivendicazione costante dei propri diritti e a quanto potenziale vada disperso. Ecco perché l’oppressione lede tutt*, a lungo termine.

Da vedere, per ridere, sorridere e riflettere (su una bellissima colonna sonora).

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‘Alla Nasa facciamo tutt* la pipí dello stesso colore’ (il potere interpretato da un bravo Kevin Costner)

Qui il trailer

Miss Peregrine e la casa dei ragazzi speciali: stay peculiar!

 Avvertenze:

Grado di spoiler: medio-basso

Scrivo del film senza aver letto il libro da cui è tratto

Sono un po’ a disagio con i viaggi nel tempo

 ‘Miss Peregrine – la casa per ragazzi speciali’ è il primo volume di una trilogia dello scrittore statunitense Ransom Riggs di cui Tim Burton ha creato la trasposizione cinematografica. Il libro era stato concepito sulla base della raccolta di alcune ‘curiose fotografie’ per la creazione di un libro illustrato, diventato poi un vero e proprio racconto. La storia del testo passa, dunque, attraverso un interessante dialogo tra fotografia, scrittura e finalmente cinema.

Tim Burton deve aver colto l’occasione per riproporre temi che caratterizzano tutta la sua produzione: la collisione tra in mondo degli adulti e infanzia, rapporti familiari difficili (a esclusione del particolare affetto accordato alla figura del ‘nonno’), la condizione dell’outsider, la morte, la follia, il tutto narrato – come di consueto – dalla prospettiva capovolta degli esclusi ma buoni (genericamente ‘gli strani’) contro un mondo apparentemente normale (ma genericamente ‘sbagliato’).

Sulla comunione di intenti forniti dal libro si innestano, a livello cinematografico, alcuni tòpoi che rendono lo stile burtoniano immediatamente riconoscibile, ricollocabili a pieno diritto nella sua estetica: la netta divisione tra due mondi attraverso ambientazioni non in comunicazione tra loro, la fotografia che indugia (almeno sin dai tempi di ‘Edward mani di forbice’, passando per entrambe le versioni ‘Frankenweenie’, per esempio) sulle casette monofamiliari, medio-borghesi, della periferia americana e che rappresentano una costellazione divisa e alienata di universi domestici; Burton non manca mai di omaggiare la sua personale formazione cinematografica (ecco che la casa di Miss Peregrine richiama quella della ‘Famiglia Addams’, mentre la piccola forzuta sembra Riccioli d’oro) impreziosita anche da autocitazioni (lecitamente, alla soglia dei trentacinque anni di fulgente carriera): si faccia attenzione agli enormi cespugli artistici del giardino della casa.

L’uscita di Miss Peregrine segna un periodo particolarmente produttivo per il cineasta di Burbank, e lo consacra, una volta per tutte, creatore di favole cinematografiche per adulti. Credo di poter ammettere che film come questo, a differenza di altre, più antiche creazioni burtoniane, non corrono più sul binario genitori-figli, non tanto per una vena più marcatamente noir e quindi non adatta a un pubblico troppo giovane, ma in virtù di una precisa intenzione. Burton parla agli adulti, e sue due livelli; il primo si rivolge al ‘bambino interiore’ che ognun* porta ( o dovrebbe portare) in sé. Il secondo livello ricorre allo sguardo puro dell’infanzia sul mondo: se in uno dei momenti più alti di ‘Kill Bill’ (e forse di tutta la produzione di Tarantino) il protagonista dice ‘Clark Kent rappresenta la critica di superman alla razza umana’, il discorso è applicabile a Burton nella misura in cui i suoi personaggi ‘non conformi’, se non mostruosi, sono la critica dell’infanzia al mondo degli adulti: distratti, inariditi, isolati, violenti, da cui gli adorabili freaks imparano a difendersi preservando ed esprimendo la loro natura. E questo porta al tema centrale dei diversi, di cui la ‘mostruosità’ è una metafora poetica dark.

Non c’è dubbio, inoltre, che ad oggi si sia accumulato materiale sufficiente per sviluppare uno studio in prospettiva femminista della produzione di Burton (nolente o volente), da sempre molto equilibrato nei rapporti di genere tra personaggi maschili e femminili. Se con ‘Big eyes’ (tratto da una storia vera) aveva già assunto un tema altamente sensibile per la questione femminile (almeno per quanto riguarda il mondo del lavoro, dell’arte e della violenza domestica), anche quando il tema non è centratamente ‘femminista’, la rappresentazione dei personaggi patenta sempre una riflessione in tal senso. Sulla scia di Sally (ribelle e volitiva), di Emily e Victoria, non solo Eva Green riesce a realizzare con estrema bravura un fantastico personaggio femminile (e nella storia, solo le donne possono mutar forma, guarda caso): anche le sue ospiti, infatti, sono più forti, coraggiose, scaltre ma soprattutto equilibrate dei compagni.

 Cercando di limitare le anticipazioni, la storia parla di un gruppo di ragazz* speciali – ognun* dotat* di una caratteristica decisamente fuori dall’ordinario – riuniti nella bella casa di Miss Pregrine, loro protettrice. Attraverso varchi temporali, devono costantemente difendersi dal gruppo guidato dal cattivissimo Mr Barron (Samuel L. Jackson) ridotto a mostro da un esperimento non riuscito di ottenere la vita eterna. Fondamentale per la sopravvivenza della famiglia (non naturale) di Miss Peregrine sarà Jake, apparentemente un ragazzo senza alcun dono. Ma Jake è l’unico che può vedere gli scagnozzi di Mr. Barron, invisibili a tutti gli altri. Il libro-film contiene anche rimembranze letterarie molto significative: Miss Peregrine, caparbiamente decisa a non invecchiare e a proteggere anche i suoi protetti dallo scorrere del tempo, è una versione emancipita ed evoluta di Wendy o di Capitan Uncino, che ci ricorda molto da vicino maneggiando in continuo un orologio. Splendida anche una rilettura in chiave moderna di Medusa (di cui taccio). Decisamente perturbante è il personaggio di Enoch, capace di dar vita a mostruose marionette – automi diabolici degni dei racconti di Hoffmann – piegandole al proprio volere.

 La Storia gioca una parte importante: tra mostri senza occhi con lunghi tentacoli famelici e corpi spoporzionatamente grandi, fa capolino un altro mostro, vero-storico-reale, nella forma di una svastica su una bomba che colpirà il rifugio di Miss Peregrine. E lo spettatore, la spettatrice entra in crisi due volte, di fronte alla storia passata come quella attuale: le storie di bombe che colpiscono obiettivi civili ci sono tristemente davanti agli occhi ogni giorno.

L’unico modo per i mostri di recuperare un po’ di umanità è appropriarsi di quello sguardo dell’infanzia sul mondo. Un’infanzia vitale, piena di speranze per il futuro, aperta al cambiamento e alla crescita, come dimostrano le parole di una piccola protagonista alla fine del film: ‘Jake, non ci devi far sentire protetti. Ci hai fatto sentire coraggiosi ed è ancora più importante’; un’infanzia pura, reattiva alle ingiustizie verso se stessi e verso i propri simili. E per quanto tutt* sono chiamat* a una costrante lotta contro la morte, Burton mette in scena una concezione saggia della morte come parte integrate del flusso di vita. Jake ed Emma, la ragazzina speciale che rappresenta l’aria (o il potente soffio vitale?), non hanno paura e nuotano felicemente tra gli scheletri.

Ma perché Jake è così importante nella trama, lui, il ragazzo comune, che – come molti altri eroi imperfetti – non riesce neanche a mettere a segno un colpo nella pugna? Perché, a mio avviso, la morale della favola è che i mostri devi saperli vedere. In un mondo confuso e distratto, non è importante se non si è forzuti oltre misura, o non si sa volare, o non ci si strasforma in uccello – anche perché, ognun*, a proprio modo, è speciale: in un mondo dove il gioco delle parti è malamente distribuito, il superpotere che vince su tutto è riconoscere il male.

Trailer in italiano, qui

”Un nuovo mondo è in arrivo, questo qui è alla fine” (New world coming, Dísa)

”Vorrei che fossi qui” (Whish that you were here, Florence and the Machine)

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Uomini che contano (e cantano) giorni, ore e minuti

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It’s been seven hours and fifteen days since you took your love away…

Quando ho ascoltato per la prima volta ‘Nothing compares to you’, sono rimasta rapita dalla bellezza della canzone, come immagino abbiano fatto tutt* coloro che l’hanno ascoltata. La voce di Sinead O’Connor che la interpreta è talmente perfetta, il suo viso nel video è talmente splendido che questo pezzo dolentissimo incanta senza esitazioni vincendo la sua stessa tristezza con la sua stessa bellezza.

Quando, tanti anni fa, mi sono incuriosita e ho scoperto che l’autore di questa canzone è Prince, ho trovato sorprendente che un uomo potesse aver dedicato la prima strofa alla conta dei giorni e delle ore della perdita della persona amata. (‘Sono sette ore e quindici giorni da quando hai portato via il tuo amore’).

(Un numero di Dylan Dog cita anche il capolavoro del folletto).

Nell’organizzazione affettiva di femminilità e mascolinità, lo stereotipo sociale presenta l’estasi e il dolore dell’amore come affar di donne, come se gli uomini non potessero amare e per questo soffrire e gioire. E invece lo fanno eccome (ovviamente!), addirittura quando soffrono sembrano voler fare letteralmente i conti col dolore, contandolo. Oltre a Prince, anche Manu Chao con ‘Trece días’, canta i tredici giorni di freddo, di mancanza di respiro e senso che, se presumiamo non ci siano doppi sensi politici, sono da imputare a un abbandono amoroso.

E naturalmente Gatsby, l’ossessione del tempo ‘in persona’, corregge la vaga coordinata temporale di Daisy ‘sono molti anni che non ci vediamo’ con un preciso ‘sono cinque anni a novembre’. Come se avesse contato il tempo che l’ha separato dall’amore della sua vita con le linee sul muro di un carcerato e contemporaneamente con lo scrupolo rigoroso dello scienziato.

https://www.youtube.com/watch?v=H7yBQIGyunI

C’è su youtube anche una bella lettura psicologica dell’idea di tempo ne ‘Il grande Gatsby’.

 

Poi ci sono gli Almanegretta, che sciolgono la riserva sul tempo che passa.

‘Non ci pensare, pensa a campare, tutto questo passa e va via’.

https://www.youtube.com/watch?v=iaLHxCHEAN8

 

 

‘Wax’, il racconto della Generazione X: tra purezza e resistenza culturale

Passando da Bari per le vacanze pasquali, sono tornata in un rinnovato ed accogliente Cinema Royal. È bello vedere, ogni tanto, che la resistenza culturale esiste.

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Ho assistito alla proiezione in anteprima di un piccolo gioiello cinematografico molto ‘made in Italy’, nello specifico molto pugliese, ma che vanta anche un respiro internazionale. ‘Wax’. In inglese significa ‘cera’, un riferimento non casuale che nel film esplica uno dei temi portanti: l’idea della malleabilità, del divenire che potenzialmente è soggetto a una forma definitiva ma a patto di indurirsi. WAX è anche un acronimo che sta per ‘We Are the X Generation’, cioè la generazione dei ‘sacrificabili’, la ‘generazione cuscinetto’, i nati tra gli anni ’70 e i primi anni ’80 e che si trova a vivere non solo, banalmente, ‘mala tempora’, ma tempi molto contraddittori. Anche io faccio parte di questa generazione, motivo per cui il film mi ha molto colpito anche da un punto di vista personale. Un respiro: mi sono sentita perfettamente rappresentata, e in un modo piacevole ed originale.

L’ottima notizia è che, dunque, finalmente il mondo della cultura sta strutturando – finalmente! Finalmente – un racconto generazionale onesto e realistico col massimo della professionalità ed entusiasmo.

Nonostante la serietà di questa premessa, voglio subito mettere in chiaro che il film del brillante Lorenzo Corvino, pur realistico e per certi versi non molto rassicurante, trasuda purezza ed entusiasmo da ogni parte, caratteristiche riflesso ed emanazione dello stesso regista, presente in sala.

Come nel prologo di alcune grandi tragedie, il finale del film viene anticipato senza che questo comprometta l’interesse per lo svolgersi dell’azione: il pubblico viene subito informato sul fatto che i giovani protagonisti moriranno. E si sta per tutto il film con un impercettibile senso di ansia e dispiacere di sottofondo in quanto, dalla loro comparsa sullo schermo, ci si innamora perdutamente di Livio, Dario e Joelle (ottimamente interpretati da Davide Paganini, Jacopo Maria Bicocchi, Gwendolyn Gourvenec) e della loro purezza che un ambiente di lavoro mascalzone, mirabilmente tinteggiato, non riesce a corrompere. Nel film, i tre protagonisti, sostenuti da una produzione italiana truffaldina, saranno alle prese con il loro esordio professionale, ovvero la creazione di uno spot pubblicitario da girare in Costa Azzurra. Una sensazione di ‘metateatro’ viene immediatamente agganciata, essendo l’argomento del film legato a doppio filo, anzi, a più fili e su più livelli, con la realtà, cinematografica e non.

Si segue la vicenda tramite l’occhio – o meglio, tramite le telecamere – di Dario, nella parte del regista; maneggiando con l’entusiasmo di un bambino le sue attrezzature e le sue lenti, il ragazzo vuole catturare la sua prima esperienza lavorativa sin dall’inizio. La regia, quella vera, simula/segue quindi una presa diretta che però viene sapientemente calibrata anche grazie a un’ottima fotografia (di Caternina Colombo, Corrado Serri).

Ma perché Dario è ossessionato dal registrare ogni momento? Non certo per la mania da selfie, ma solo per passione. Dario, infatti, ama quello che fa. Come Livio e Joelle. Che però dipendono da un ‘professionista’ scroccone, bidonista e calcolatore. Quindi Corvino intende dire che ‘i giovani d’oggi’ hanno le loro passioni e aspirazioni, e che proprio con queste vengono ricattati da un potere ostile e incompetente. Ma cercano di andare comunque avanti.
Screen Shot 2016-03-31 at 12.18.52 PMIl film ha una cornice precisa e funzionale che vanta niente meno che l’interpretazione di Rutger Hauer, nelle vesti di un avvocato in pensione specializzato in diritti umani. Nonostante all’attore olandese sia affidata ‘solo’ l’ apertura e la chiusura del film, la sua è una figura chiave, anche perché getta le basi del sospetto – che poi si rivela fondato – di una serie di metafore perfettamente amalgamate con la piacevole scorrevolezza del film. Infatti, non è un caso che la cornice sia intelata da un avvocato di diritti umani: Wax è anche il racconto del mondo del lavoro dalla parte dei giovani. Il lavoro è un diritto costantemente minacciato da contratti che non arrivano, che arrivano tardi e che raramente sono come dovrebbero. La sua figura vetusta e rispettabile, la Legge, è lì a dirci che la generazione X è colpita nel profondo di un suo diritto.

Ottima è la rappresentazione ‘duplice’ del concetto di infanzia. Se da un lato la generazione X non riesce a diventare felicemente adulta, schiantandosi il processo di crescita personale sull’impossibilità di realizzarsi professionalmente, dall’altro, l’infanzia che si porta dentro (simbolicamente rappresentata dal circo di Joelle o dalla mitica BMX anniottantissima su cui si diverte Livio sottraendola – appunto – a un bambino) li rende positivi, combattivi, custodi delle illusioni di pura grandezza assorbita sui banchi di scuola. Ma gli ‘eroici furori’ dovranno affrontare il crash test della realtà, conflitto affrontato nel secondo dialogo tra i protagonisti, per cui mi sono trattenuta a stento dal saltare sulla poltrona e battere le mani in standing ovation. É uno dei momenti clou del film, in cui, tra le altre cose, si mette in scena un confronto ‘internazionale’: i ragazzi italiani dipingono un mondo del lavoro irrimediabilmente marcio, dove l’iniziativa personale è costantemente scoraggiata dalla stantia classe dirigente; la francese Joelle rimprovera gli italiani di chinare la testa davanti alle ingiustizie procrastinando i problemi – dirà: ‘sistemarli nel senso di farli diventare sistema’ – battuta autentica , come ci spiega Corvino, nata da una sorta di inconsapevole colpo di genio, dalle riflessioni linguistiche di Gourvenec che chiedeva alla troupe il significato dell’italiano ‘sistemare’.

Il problema della disistima generazionale è un altro aspetto colto con estrema acutezza dal film. Quanti talenti dispersi che avrebbero meritato e meriterebbero un’adeguata valorizzazione e che invece si tende, con costanza soprendente, a soffocare. E le vittime più vulnerabili sono (siamo) proprio i ‘sacrificabili’, gli ‘inutili’ più o meno trentenni, intuili perché giovani ma derubricati dai diritti e doveri della vita ‘adulta’. Ma il film, pur investigando cause e colpe, è tutt’altro che autoapologetico.

Simbolicamente, i protagonisti sono figli unici e senza famiglia. Nonostante, alla fine, loro tre in qualche modo riescano a diventare una famiglia non convenzionale, all’inizio striscia tristemente l’idea che se morissero nessuno se ne accorgerebbe; ecco perché, a mio avviso, la paventata morte finale è una sublimazione estrema di un fenomeno reale: l’esodo. Il voler sparire – questa sorta di cupio dissolvi – collima con l’idea di partire, della ricerca di un altove, come i numerosissimi ragazzi e ragazze che fanno le valigie e vanno via da un Paese che infantilizza e ‘invisibilizza’. È, però, anche un volersi sottrarre a tutto questo, è la ricerca della via di riscatto.

Ecco il metateatro. A fine proiezione, Corvino (capacissimo e tenacissimo esordiente) rende omaggio alle circa quattrocento persone che hanno lavorato al film e ringrazia la (giovane) casa di produzione Vengeance. In sala, un’emozionata Valeria Vaglio, barese all’estero che ha curato e composto le musiche, si augura di tornare sempre più spesso a Bari a testimoniare che il talento DEVE emergere; la production coordinator coratina Rosita D’Oria è la destinataria di un ringraziamento tutto particolare; Gwendolyn Gourvenec, arrivata appositamente da Parigi, si dice contentissima (l’attrice ha una lunga carriera alle spalle ma ‘Wax’ segna il suo primo – felicissimo – ruolo da protagonista; le si augura la carriera fulgente che si merita, viste le sue qualità e un viso che buca lo schermo come non si vedeva da tempo; bravissima la costumista Jessica Zambelli, che ha valorizzato con raffinatezza e attenzione la bellezza dell’attrice).

Il regista, infine, ci saluta esprimendo l’augurio che si rompa ‘la catena del conflitto generazionale’, che si promuova, insomma, quella ‘coesione sociale’ citata anche nel film; ‘simbolicamente’, ci ha raccontato come Rutger Hauer (che il giorno delle riprese compiva settant’anni) abbia alla fine accettato di partecipare a questo bel lavoro come atto di stima e di incoraggiamento per un’idea giovane, in cui si è immedesimato pensando a sé da giovane. Fiducia e raccontarsi propriamente è quello di cui la generazione x ha bisogno.

Dove è successo tutto questo? In un luogo di cultura che ha riaperto, per iniziativa di un giovane entusiasta della cultura. In bocca al lupo anche al Royal.

Tutto ben fatto, tutto al suo posto!

Le immagini sono tratte dalla pagina ufficiale su Facebook dedicata a ‘Wax’.

Grazie all’infaticabile Miriam di Ciaula per avermi consigliato la visione del film e per l’impegno con cui ne sta curando la promozione.

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‘Interstellar’ è uscito già da più di un anno ma siccome il tempo è relativo, per me è uscito ieri sera, a casa mia.

Già vent’anni fa, Mattew McConaughey aveva recitato in un film circa scienza, fantascienza, forme di vita aliene e viaggi nello spazio-tempo, in quello che io definisco il più bel film sull’argomento (o meglio, argomenti): ‘Contact’ di R. Zemeckis.

‘Interstellar’ non brilla per originalità, se non per qualche aspetto; prima di tutto, se finora la cultura ha elaborato la paura per le invasioni aliene – sempre a immagine e somiglianza dell’uomo e di quello che qua e là ogni tanto è successo e succede nel mondo quando un gruppo di uomini decide di invadere un altro gruppo di uomini – adesso sembra che ci sia stata un’inversione del senso di marcia: non sono gli alieni che vogliono invadere la bella terra, sono gli uomini che se ne vogliono scappare a gambe levate per averla ridotta a una palla di polvere inospitale.

Nel film non viene dato molto spazio alla riflessione sulle cause dell’impoverimento terrestre ma interessantemente viene tratteggiata una critica alla tecnologia e alla scienza per aver sottratto braccia all’agricolura; e dunque, a scuola ragazzine e ragazzini vengono incoraggiati a darsi all’agricoltura (il cibo scarseggia e le piante si ammalano), mentre organismi come la NASA portano avanti la ricerca in semi clandesitinità. L’argomento è molto attuale e degno di attenzione, ma nel film è presentato troppo aut-aut. Non si parla di eccessi ma solo di una netta contrapposizione tra istruzione-scienza e agricoltura, senza paventare la possibilità di una ridistrubione tra le due sfere che comunque hanno bisogno l’una dell’altra. Ma è solo un film e forse di questo ne dovrebbero parlare con più serietà all’ONU. Curioso, comunque, che in tutti i film del filone marziano viene assunta la pannocchia come totem, che ora mi crea inquietudine: da ‘ET’ a ‘Signs’, la sacra pannocchia, mais e tutto ciò che abbia una spiga sono il presagio dell’extraterrestre.

Ovviamente, c’è una connessione con la paura archetipica delle carestia (e delle conseguenti guerre), che soprendentemente si è insinuata anche nei racconti di fantascienza. Questo era stato già anticipato, per esempio, dal libro ‘The incredibile tide’ di Alexander Key, che non ho letto ma che conosco tramite ‘Conan, il ragazzo del futuro’ (regia Miyazaki-Hayakawa) che peraltro il film ricorda molto per alcune inquadrature.

Come ho già scritto per ‘The revenant’, anche ‘Interstellar’ sembra volerci dire che il seme della discordia è un qualcosa di endemico della natura umana, vedasi il personaggio interpretato da Matt Damon, che non solo mente spudoratamente per salvarsi la pelle ma cerca anche di uccidere Cooper-McConaughey.

I personaggi-chiave femminili, invece, sono molto positivi. Da un lato, la figlia di Cooper, Marph, è colei che (prendendosi una bella rivincita su quanti l’avevano torturata per la somiglianza del suo nome con la famosa legge-sfiga, atto di promozione della sfiducia del femminile), alla fine, salverà il mondo dall’estinzione grazie alle sue qualità  – intelligenza, intuito, fede, amore – che fanno di lei una scienziata completa; dall’altro, l’astronauta e fisica Hataway-Brand è una figura complessa che mette in luce un dinamico dialogo-contrasto tra scienza e ‘elemento umano’. Non solo alla fine si capirà che la sua intuizione circa il pianeta-sostituto della terra era corretta (vedasi gli ultimi cinque secondi finali per capire), ma è colei che anima il più bel dialogo di tutto il film circa l’amore. Sentire per credere.

Forse è proprio l’amore – senza sentimentalismi – è quella dimensione imponderbile che potrebbe essere la salvezza – tutta terrestre, tutta mondana – per noi e per il nostro pianeta.

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”L’amore non è una cosa che abbiamo inventato noi. Deve voler dire qualcosa. Amiamo persone che sono morte, qui non c’è un’utilità sociale. È una testimonianza, un artefatto di un’altra dimensione che non possiamo percepire consciamente. Io sono dall’altra parte dell’universo attratta da qualcuno che non vedo da un decennio. L’amore è l’unica cosa che riusciamo a percepire che trascenda le dimensioni di tempo e spazio. Forse di questo dovremmo fidarci anche se non riusciamo a capirlo ancora”.

‘The revenant’o la lotta dell’uomo contro la natura (dell’uomo)

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Leonardo DiCaprio è bravissimo. Come, a ruota, tutto il cast di attori. La fotografia (Emmanuel Lubezki) è splendida e permette al pubblico in sala di tuffarsi in questi posti duri, inospitali ma bellissimi con lo stesso rapimento di ‘Into the wild’.

Le musiche d’autore (Ryūichi Sakamoto) conferiscono un’atmosfera quasi mistica che amplifica il gusto onirico-extrasensoriale dello stesso Iñárritu (che subisce molto la fascinazione dell’aldilà e quindi ama indugiare su visioni tangenti le regioni dello spirito).

Splendida la narrazione dalla fuga dalla morte del protagonista straziato nelle carni da un orso: ora una buca, ora una caverna, ora una tenda, ora la carcassa di un cavallo accolgono l’uomo di ritorno alla vita, come novelli incubatori uterini; l’acqua è un elemento costantemente presente a ribadire questa sorta di rito di ri-nascita.

Epica l’idea della vendetta che si impossessa dell’uomo – il guerriero che raccoglie tutta la sua vita attorno a quell’unico scopo, incondizionatamente.

Ma. La serie infinita di prove cui DiCaprio-Glass viene sottoposto raggiunge, sinceramente, livelli di parossismo quasi comici. La ridondanza della Prova guasta il ritmo riducendolo, poi, a un’adrenalica aspettativa della disgrazia successiva che cadrà sulla testa del redivivo. Nel cinema, a un certo punto, la gente comincia a ballare sulle sedie. Qualcuno non resiste fino alla fine, e va via. Peccato.

Un’altra piccola pecca è quella di non aver dato giusto inquadramento alla condizione storica dei nativi, confusi per lo più tra quelli che genericamente rientrano nella parte, se non dei ‘cattivi’, almeno dei ‘problematici’. Le brevi battute affidate al Capo tribù non godono del dono di una sintesi chiarificatrice; nemmeno una scena di un campo distrutto, lo stupro di una ragazza Pawnee, l’amore di Glass per una nativa e conseguente adozione del figlio di lei riescono a dare il giusto tono alla Storia (quella dei nativi). Comunque, forse non sono ancora immune dal confronto con ‘Balla coi lupi’, e a favore di questo, per giunta. Almeno DiCaprio ci ha tenuto a dedicare ai nativi l’Oscar vinto per la sua interpretazione proprio in questo film (un precedente di un’azione del genere risale a Marlon Brando).

‘Revenant’ ha però un merito, quello di ricordarci non solo quanto meschina può essere la natura umana (nel film stemperata solo ogni tanto da qualche azione che possa dirsi umana), ma anche quanto industriosa e volitiva possa essere l’avidità. Solo per un soffio, alla fine, il cattivo soccombe, ma per tutto il film l’Avidità dimostra la sua accortezza e scaltrezza, quasi degna di stima; i pochi buoni non fanno una fine migliore del cattivissimo, traditi, forse, dalla loro fede per la legge (dell’uomo o della natura, a seconda), per le buone regole di convivenza. L’odioso Fitzgerald riesce a compiere quasi senza intralci i suoi piani. Organizza, manipola, non vince per un soffio.

Alla fine, il film ricorda anche lo spirito de ‘Il richiamo della foresta’, inserendosi in quella tradizione angloamericana che ha torturato gli artisti di più generazioni più o meno sugli stessi temi. Iñárritu ha in parte lambito un cluster di topic nevralgici, culturalmente molto vicini alla scena statunitense e che hanno a che fare proprio con la configurazione identitaria degli USA post-scoperta : la finale presa di consapevolezza che in Nuovo Mondo era molto simile al Vecchio, che i gruppi umani portano con sé i semi della discordia, che la natura non è che sia cattiva, ma l’uomo civile le è estraneo e non è il suo padrone. Ci ha suggerito nell’orecchio una parola molto importante per questo tipo di riflessioni: wild.

‘Una bellissima, piccola stupida’

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Torno per l’ennesima volta sul Grande Gatsby. Da quando l’ho ‘conosciuto’, nel 2002, è per me una fonte inesauribile di riflessioni, amplificate ed espanse dal film di Luhrmann del 2013.

Questa volta, metto insieme due aspetti che non hanno assolutamente nulla a che vedere tra loro: uno parla di una acuta e amara prosettiva di genere; l’altra è una rilassante prospettiva squisitamente artistica. Con chiusa musicale.

Si sente dire spesso: ‘non puoi capire cosa sia X se non sei X’. Tipo, se ‘non sei madre non puoi capire la maternità’ – io dico che per capire una situazione, molto più spesso di quanto si creda, basta essere sensibili. Non parlo della sensibilità intesa come dolcezza, delicatezza, etc, che per me sono qualità associate alle sensibilità ma non sinonimiche di essa; parlo di sensibilità intesa più come empatia e attenzione.

Ecco perché credo che Scott Fitzgerald, pur essendo un uomo, abbia capito perfettamente molte cose sulla condizione femminile dei suoi tempi. Forse l’ha aiutato in questo – cioè nella sensibilizzazione – la donna che aveva affianco, Zelda, una delle prime Flapper.

Il personaggio di Daisy è molto più complesso della macchietta egoista e debole che a prima vista sembra. In realtà è un ruolo in cui alla fine si richiude definitivamente, ma nel mezzo, Fitzgerald le conferisce delle sfumature psicologiche, perfino delle ‘attenuanti’ storico-politiche non di secondo piano. Sicurmente, lei è l’antagonista pragmatica, quella che sa vivere, rispetto all’idealismo immenso e incontenibile di Gatsby, che infatti soccombe (come soccombono il sogno americano e la purezza). Ma Daisy è anche vittima del suo tempo, percorso, sotto sotto, da un estremo sessismo e razzismo (altro aspetto a cui Fitzgerald allude tramite il meschino marito di Daisy, Tom Buchanan, portatore dei valori gretti e reazionari di un’arrogante aristocrazia di sangue americana). La donna è bella, è ricca, apparentemente ha tutto quello che si può chiedere dalla vita; ma le incrinature di questa ‘gabbia dorata’ emergono subito, spolverando dal viso di Daisy la patina criselefantina e rivelando una donna soverchiata dall’ipocrisia e dall’avidità.

Il dialogo cruciale che Daisy intrattiene col cugino Nick spiega tutto. Nick le chiede notizie della figlia, che, non a caso, è un personaggio assolutamente inconsistente nel film come nel libro, metafora del non amore dei genitori. E Daisy riporta queste parole riguardo al parto, avvenuto in solitudine mentre Tom era ‘Dio solo sa dove e con chi’:

‘Mi svegliai dall’etere con una sensazione di abbandono e chiesi subito all’infermiera se era un maschio o una femmina. Mi disse che era una bimba, e così voltai la testa e mi misi a piangere. – Bene – dissi – sono contenta che sia una bambina. E spero che sarà stupida: è la miglior cosa che una donna possa essere in questo mondo, una bella piccola stupida. Capisci, credo che la vita sia una cosa terribile’

(in inglese: ‘I woke up out of the ether with an utterly abandoned feeling, and asked the nurse right away if it was a boy or a girl. She told me it was a girl, and so I turned my head away and wept. ‘All right,’ I said, ‘I’m glad it’s a girl. And I hope she’ll be a fool – that’s the best thing a girl can be in this world, a beautiful little fool.’)

Lo splendido ‘an utterly abandoned feeling’, fa emergere la drammatica visione del mondo di cui Daisy è portatrice, una pedina nelle mani del narcisismo maschile, troppo debole lei stessa per opporvisi. Eppure, questa coppia abominevole, Tom e Daisy, non esiterà a cavalcare per i propri fini la morbosa curiosità della gente con l’aiuto dei giornali gossippari, uscendo assolutamente puliti da tutta la vicenda, dimostrazione di come sia possibile solleticare i bassi istinti delle persone, metter su una macchina di menzogne e ipocrisie, e farne un’arma a proprio favore.

‘Una bellissima piccola stupida’, è la parte che Daisy recita in pubblico per passare indenne tra i suoi fallimenti; oltre la dramatis personae, si staglia la consapevolezza dell’autore sul fatto che, insomma, le donne non dovevano avere proprio vita facile, soprattutto nell’America proibizionista e bigotta alla vigilia del collasso di Wall Street.

E ora, per prendere un po’ di respiro, vi porto un esempio lampante della egregia cultura visiva di Luhrmann, di cui più volte ho elogiato la capacità di penetrare profondamente un testo e tradurlo sulla scena col suo stile tanto originale.

Nella scena in cui Daisy e Gatsby (dal minuto 1:10) si incontrano dopo cinque anni (‘saranno cinque anni a novembre’, precisa Jay da persona innamorata che conta ore, minuti e secondi del suo amore), c’è un momento in cui i due sono vicini ma divisi da una colonna. Questo momento, che segnerà il primo contatto fisico dei due nel film, dato che si sfioreranno le mani – un movimento veloce ma che traduce una risposta affermativa dalla donna all’uomo, ‘Si, io ci sono’, insomma -, è impressionantemente pittorico.

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In particolare, la referenza che ho in mente è un quadro di J. Tissot.

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Come si osserva, non solo l’ambientazione è praticamente la stessa: il colonnato, la vicinanza con l’acqua, il verde; anche gli elementi hanno la stessa distribuzione, con l’uomo e la donna disposti allo stesso modo e divisi (significativamente) dalla colonna; i personaggi hanno finanche vestiti simili, lui in bianco e lei con un abito svolazzante.

Ora, io non so se Luhrmann aveva in mente proprio questo quadro, ma le sue scelte, anche le più dettagliate, rivelano una conoscenza e un’educazione – diciamo, una sensibilità – approfondita di arte e letteratura, proprio come senso ultimo.

Postilla: trovo splendido lo stacco musicale del dialogo di Nick e Daisy. Si tratta di un arrangiamento di ‘Heart is a mess’ di Gotye.

 

 

‘Suffragette’ di Sarah Gavron. Quanto vale andare a cinema

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‘Suffragette’ di Sarah Gavron è un film, ottimamente fatto, che serve a far riflettere su alcune cose che per noi contemporanei sono forse scontate, e di come vengano trattate in modo scontato a scuola e in società in generale. Parità, diritto di voto, condizioni di lavoro dignitose per le donne sono concetti che tendiamo a dare per assunti ma a che punto siamo?

Il film ripercorre la storia del movimento suffragista inglese nei suoi momenti più drammatici attraverso la storia delle donne (e degli uomini) che lo hanno promosso. La storia vera, nelle figure di E. Pankhurst (fondatrice del movimento, interpretata da M. Streep) ed E. Davison, guadagna libertà di narrazione tramite l’introduzione di protagoniste d’invenzione forgiate, però, sulle personalità di altre suffragiste di spicco realmente esistite. Così prendono vita le energiche protagoniste interpretate da Carey Mulligan, Anne-Marie Duff ed Helena Bonham-Carter (quest’ultima veste i panni di una farmacista supportata dal marito nel portare avanti la causa), che con le loro perfomance ammirevoli rendono la recitazione coralmente eccellente.

La recitazione, insomma, arriva a riflettete quell’idea di trasversalità, cooperazione e organizzazione propria del movimento suffragista, che ha riunito donne di varia estrazione sociale, oltre ogni barriera generazionale, a favore della causa. Si avvicendano sullo schermo donne organizzatissime, intelligenti, combattive, il cui attivismo non lascia spazio al pietismo nonostante le ingiustizie e le sofferenze pur accoratamente denunciate. Ne vien fuori un ritratto di signore – per così dire – vitale e vincente, al passo coi tempi (a modo proprio), contro un sistema di pensiero discriminatorio e conservatore.

Elementi come la macchina, la tecnologia, la legge, cruciali per il periodo storico nelle vicinanze della Rivoluzione Industriale, nel film diventano spiccatamente strumenti di oppressione contro le donne, le quali lottano non tanto per distruggerli quanto per riappropriarsene in modo più equo per tutti e tutte (‘Non vogliamo essere distruttrici di leggi, ma creatrici di leggi’, urlerà la Pankhurst). Per fare un esempio, la macchina fotografica, utilizzata dalla polizia per identificare e controllare le donne, diventa un mezzo per dar visibilità alla causa suffragista tramite la stampa. Si presta, inoltre, alla classica metafora dell’occhio che indaga e controlla.

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A dispetto dello stereotipo della donna militante ferrea, dura e quasi disumana, le protagoniste non rinunciano alla tenerezza, all’amicizia; ridono spesso, fanno dell’ironia un ulteriore collante anche nei momenti più drammatici, come quando una delle protagoniste viene colpita nel vivo della sua maternità (vista naturalmente esclusivamente come un dovere e non come un diritto) ma che pur riesce a sciogliersi, tra le lacrime, in una sonora risata con un’amica, proprio come la mitica Demetra.

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Non si può non pensare a quante donne sconosciute siano state sacrificate da meccanismi sociali consolidati a lungo nella loro ingiustizia, o a quante si siano sacrificate per uscirne, rivendicando la loro identità come essere umani; alienate dalla casa, dai figli, da se stesse, ritenute immonde se si ribellavano. Il personaggio della Mulligan che supplica il figlio di non dimenticarla è esattamente come Sibilla Aleramo di ‘Una donna’. Sono testimonianze di un sacrificio spesso non solo dimenticato, ma fatto passare per crimine dalla società. Come succede ancora oggi, qua e là.

La vivacità delle donne, supportata da una fotografia sapiente, stempera i toni tristi degli ambienti proletari; anche quando sono sporche, tumefatte o semplicemente sfatte dalla fatica, le donne emanano sempre dignità e speranza. Forse, anche per questo, Carey Mulligan mi è sembrata l’immagine in movimento della lavandaia di H. Toulouse-Lautrec, il pittore che più di ogni altro ha reso sublime ciò che il sentire comune riteneva ripugnante.

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Notevole anche la scelta del preciso focus cronologico sul movimento, descritto nel momento della delicata transizione da un attivismo pacifico e civile a uno più violento, che si traduce anche in una serie di attentati volti al danneggiamento di ‘simboli’ (canali di comunicazione, case di ministri) e mai contro le persone. La virata guerrigliera fu scatenata dal rifiuto di ogni apertura da parte del governo ai tempi di Giorgio V verso i diritti reclamati dal movimento suffragista a seguito di lunghe trattative politiche, e che si riassumerà nel motto ‘Fatti e non parole’.

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La risposta della società alle istanze suffragiste (in primis, il diritto di voto per le donne, appunto, che però trovava l’opposizione di quanti vedevono le donne già adeguatamente rappresentate dagli uomini) era equamente suddivisa tra pubblico e privato; la parte pubblica, se vedeva fallita la sua repressione fatta di persecuzioni, derisioni, svilimenti, pestaggi, incarceramenti e alimentazioni forzate, sapeva di poter contare sull’azione repressiva domestica attraverso gli uomini di casa (mariti, padri, fratelli, etc). Non tutti però; nel film emergono figure maschili a supporto della causa che allora, come oggi, identifica il nemico con il sessismo e con tutte le forme di discriminazione. Per questo è importante, per identificare questo nemico, avere la sensibilità necessaria per vederlo.

Nel film assistiamo anche a molestie sul lavoro, e a quello che oggi chiameremmo ‘mobbing’; le cose sono cambiate? La legge forse, ma la mentalità? Se Carey-Maud denuncia la disparità di salario tra uomo e donna (e le donne lavoravano un terzo in più degli uomini), fenomeno che oggi ha anche un nome (il gender gap), questa storia ci sembra tanto passata? Non significa che le battaglie di queste donne sono state vane, significa che dobbiamo prenderne il testimone con più vigore.

La visione di questo film mi ha anche ricordato perché è importante andare al cinema come atto sociale: non mi capitava da tantissimi anni, è successo che gli spettatori in sala hanno applaudito, non tanto per esprimere un apprezzamento che a chi ha lavorato al film non arriverà mai, ma per lanciare un messaggio, all’interno della sala, tra noi spettatori, per sancire un patto di condivisione e stabilire, o meglio, ri-stabilire quali sono le priorità su cui sensibilizzarsi.

Trovo sia importante supportare tutto ciò che la cultura emana su certi temi per promuovere una sensibilizzazione attualizzata contro l’assopimento subdolo e distratto che sembra aver colpito la società.

Ri-cominciare dalla storia, da un racconto più bilanciato e viscerale, mi sembra un ottimo passo.