La bellezza dell’inizio

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Ci sono canzoni memorabili per la musica. Ci sono canzoni memorabili per il testo (Mentre il mondo cade a pezzi /io compongo nuovi spazi e desideri che /appartengono anche a te /che da sempre sei per me /l’essenziale).

Ci sono canzoni memorabili per entrambi. E poi ci sono canzoni memorabili per come cominciano.

Alcune di queste canzoni sono splendide per tutto il testo, ma è il loro attacco che mi ha mi ha fatto inginocchiare in segno di reverenza per chi ha rotto il muro bianco della pagina con stacchi che fanno una storia. Mi piacerebbe che esistesse una sorta di macchina del tempo per poter tornare indietro nel momento in cui l’artista ha messo la penna sul foglio e ha scritto il ‘via’. Vorrei essere spettatrice, come al cinema, di quel momento; e poi…se ci fosse un modo per sondare le vie segrete e imperscrutabili della creatività umana!

  • ‘Sai, la gente è strana, prima si odia poi si ama’ – Mia Martini, Almeno tu nell’universo

https://www.youtube.com/watch?v=R3fshSpIrL4&list=RDR3fshSpIrL4#t=33

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  • ‘Il mondo è così privo di amore io disimparo ad odiare’ – Bluvertigo, L’assenzio

https://www.youtube.com/watch?v=ES1b8EEpQO8

 

  • ‘Me ne accorgo così, da un sospiro a colazione’ – Malika Ayane, Ricomincio da qui

https://www.youtube.com/watch?v=sTqZQuu24aU

 

  • ‘Butterò questo mio enorme cuore tra le stelle, un giorno giuro che lo farò’ – Francesco De Gregori, La donna cannone

https://www.youtube.com/watch?v=7qKYOFflpgs

 

  • ‘Respirerò l’odore dei granai, pace per chi ci sarà e per i fornai’ – Zucchero, Diamante

https://www.youtube.com/watch?v=p1g-ZErNaiA

 

  • ‘I’m a fountain of blood in the shape of a girl’ – Bjork, Bachelorette

https://www.youtube.com/watch?v=x5nNfbTS6N4

 

  • ‘The world is a vampire’ – Smashing Pumpkins, Bullet with butterfly wings (oscar anche per il titolo)

https://www.youtube.com/watch?v=8-r-V0uK4u0

 

  • ‘A desert road, from Vegas to nowhere’ – Javetta Steel, Calling you

https://www.youtube.com/watch?v=oCLpLWcX2cg

 

  • ‘Dice che era un bell’uomo e che veniva dal mare’ – Lucio Dalla, 4 marzo 1943

 

  • ‘Guarda, io sono da sola ormai, credi forse non c’è più nessuna che quando chiedi troppo e lo sai, quando vuoi quello che non sei te…ricordati di me, forse non mi credi’ – Patty Pravo, e diimmi che non vuoi morire

La febbre del sabato sera, quando si ballava con senso di sottofondo: gli anni gloriosi della musica da discoteca.

A metà degli anni novanta, ero un’adoloscente impaziente di accedere al mondo delle ragazze più grandi. Come tutte le adolescenti, non vedevo l’ora di toccare quel mondo che le mie illusioni avevano circondato esclusivamente di aspettative allettanti, fatto di divertemento e spensieratezza cui – per il momento, mi dicevo – ero preclusa. Già assaporavo, tra le altre cose, la libertà di indossare abiti da vera donna che il mio corpo acerbo ancora nascondeva, di avere una macchina, di truccarmi, vedere le amiche a tutte le ore del giorno e della notte, e, soprattutto, di andare a ballare con la mia migliore amica. Ma per il momento, a metà dei gloriosi anni novanta, lei ed io trascorrevamo il sabato a sognare oltre misura il nostro trionfante ingresso nel mondo degli adulti.
Per prepararci all’evento, studiavamo minuziosamente mode e costumi, convinte che sarebbero stati sempre gli stessi, anche cinque anni dopo. Il concetto di tempo era relativo e noi ci dedicavamo a questa sorta di causa personale con fede e sicure che il mondo non sarebbe cambiato, noi non saremmo cambiate (se non, appunto, per indossare reggiseni che al momento erano assolutamente inutili) e il mondo ci avrebbe aspettato così com’era, guardiano delle cose così come ci piacevano allora.
Prima della famosa, odiata e temutissima ritirata all’imperativo materno “ognuno alle case proprie”, noi ci lanciavamo in frenetiche danze a tutto volume sulle note della musica del tempo, come un rito propiziatorio che ci avrebbe assicurato le nostre speranze di allegria smodata.
Quella stessa musica, oggi, non solo mi catapulta immediatamente a quei tempi pieni di dolci aspettative quando il futuro era un frutto succoso e dolce, ma mi fa pensare a quanto la musica sia cambiata, per dire.
Noi ballavamo su musiche le quali, se da un lato obbedivano alle legge del ritmo che, se non arrivava a stonare inebetendo, sicuramente eccitava e sollecitava la distensione, dall’altro potevano contare su dei testi non scontati. Se in discoteca, sicuramente, si pensava solo a divertirsi sul ritmo di parole al momento accessorie, adesso, di quelle parole si sente la mancanza.
I testi di molta musica da discoteca dell’ultimo decennio del ventesimo secolo riuscivano a rendere la canzone simpatica e in molti casi addirittura bella.
Affianco a esempi pseudoprovocatori e un po’ trash, come la mitica “Short dick man” dei 20 Fingers (è intuile fare gli sciantosi, anche voi l’avrete ballata e avrete riso), c’erano musichette disimpegnate come “Saturday night” di Whighfield, un vero tormentone del Natale ’94, che seguirono i successi planetari dei Corona con “Rhythm of the night” (per inciso, band è italiana), di “All that she wants” degli Ace of Base, per non parlare di “What is love” di Haddaway.

E cos’è l’amore torna a chiederselo, con una sensibilità più matura, Billie Ray Martin con la bellissima “Your loving arms”. Anni dopo, verrà reinterpretata melodicamente da Sagi Rei.

Poi c’è la tenera storia di Scatman John, che fece della sua vistosa balbuzie un punto di forza.

Poi qualcosa è cambiato. Quando ho avuto l’età per andare a ballare, la musica dance era diventata qualcosa come “lunedì sera alla discoteca, martedì sera alla discoteca, mercoledì che mal di testa ma sono andata alla discoteca….” o “amore, veramente bravo, mi piaci tutti l ragazzi italiano, perchè sono vera veramente bravo…”.
I miei sogni sono andati in pezzi, quindi ho raccolto i cocci e mi sono curata con tanta altra musica.

Nel frattempo, in nome dell’antico amore dance, cercavo qua e là qualche traccia di questa musica considerata di serie B. Già, però, artisti del calibro di Bjork avevano capito che ‘’non è il cosa ma il come, è una questione di stile”, e quindi hanno giocato con questa musica minore, come la coda di Hyperballad ben dimostra (anche se c’era già stata “Big time sensuality”):

Ma di Bjork ne nascono una ogni milione di anni.

Poi ho trovato, negli anni duemila, Dido e la sua lunghissima “Take my hand”:

e addirittura, Niccolò Fabi che impazzisce a sorpresa sul finale di “Monologhi paralleli”:

A un certo punto i Planet Funk hanno spezzato la noia, peccato per troppo poco tempo. Bravi.

Leggo su Wikipedia che John Scatman ha detto in un’intervista: “Spero che i ragazzi, ascoltando o ballando le mie canzoni, sentano che la vita non è tutta così brutta. Anche solo per un minuto”. Per me è stato così.
E sono felice, a distanza di vent’anni, di ascoltare quella che per me è in assoluto la canzone più bella tra quelle che animavano le discoteche. Una certa “Missing”.

Articoletto dedicato alla Stè ; )

Il rumore del mare e il viaggio della sposa

”Lu rusciu de lu mare” è entrato in me con passo dolce. Il nostro incontro è avvenuto per caso, da un cd che mi hanno regalato e che ho inserito nel lettore ”a scatola chiusa”, e che mi ha soffiato le note di questo pezzo nelle orecchie mentre mi acconciavo allo specchio, una mattina come altre.

Mi ha ipnotizzato la versione struggente e bellissima di Raffaele Casarano feat. G. Sangiorgi.

Dal repertorio popolare della tradizione Salentina ha conservato il dialetto e ha abbandonato la veste pizzica-tarantella.

Inebriante.

Arriva tutto il canto del soldato che non può avere la figlia del re.

Ci catapulta in un tempo in cui due amanti potevano davvero non rivedersi mai più, sapendolo. E come doveva essere, sopravviversi perdendosi?

Nonostante la grande malinconia del pezzo, il testo sviluppa il tema dello strappo forzato che sfiora la morte riscattandosi però con simboli di vita, che viene espressamente citata. Con una profondità psicologica sorprendente, il cantante-soldato compiange non tanto e non solo se stesso, ma la donna che, onorando politiche matrimoniali feroci, si piegherà chissà a quali voleri (di certo non suoi) sposando un altro uomo. E gli amanti si separeranno, lei in Spagna lui in Turchia. Lei si da la morte (interpretabile come metafora o come atto reale), lui la vita con uno slancio di speranza che, altruista nella comprensione dello stato della donna, ricomincerà altrove.

Il pezzo è costruito su un elegantissimo restringimento di punti di vista, di spazi e di termini bipartiti tra alti in riferimento alla figlia del re, più umili in riferimento al soldato: dalla palude della caccia c’è un avvicinamento ideale ai luoghi più intimi – ma non certo intimi – della vicenda amorsa, spazi ritagliati in qualche modo nella corte; lui si sposa (me n’zuru), lei prende marito; lei porta un fiore, lui la più umile palma, senza dimenticarne la simbologia ricollegabile al martirio (quello dell’amante che non avrà l’oggetto del suo amore), alla pace (in contrasto col suo ruolo di soldato) e alla rinascita (secondo la mia interpretazione lui fino alla fine cerca in qualche modo di ”farsi forza”). Nella parte centrale si rende l’idea del legame, del contatto disperatamente cercato, come una mano che non si vuole sciogliere dalla mano della persona amata, incatenando tutte le strofe centrali ”il frastruono del mare –> il rumore del mare (succ.); si dà la morte –> ella si dà la morte (succ.); la figlia del re ora si marita –> lei si marita (succ.); la figlia del re porta un fiore –> lei porta un fiore (succ.); la figlia del re parte in Spagna — lei parte in Spagna (succ.). Ribadendo contemporaneamente l’ossessione per lei, che apre e chiude ogni strofa che contiene ”lui” solo al centro (lei – io – lei)

La separazione è segnata da un tragico ”Iddha si ta la morte e jeu la vita (Ella si dà la morte, ed io la vita)”, netta nella costruzione speculare di soggetto/pronome personale specificato (Lei – Io) e dall’antitesi morte/vita che si frantuma nella chiusa finale ”la fija te lu re è a zita mia (la figlia del re è la fidanzata mia)” un’arditezza per un semplice soldato che con questo ”epitaffio”, al contrario, trascina in fine verso di sè – anche linguisticamente – la donna che gli volerà via. Non si rompe invece il discorso in terza persona, un falso ‘impersonale’ rotto dall’infantile ”la fidanzata mia”.

La canzone mi ha fatto pensare a ”Il viaggio della sposa” di Sergio Rubini, bellissima storia d’amore con un finale non scontato, piendo di amore, generosità e sofferta accettazione.

ps.: Sergio Rubini è stato il primo contemporaneo a ”sdoganare” il cinema made in Puglia. ”Il viaggio della sposa” è ispirato ad una storia vera.

http://youchords.altervista.org/Canzoni_con_2_accordi/Lu_rusciu_te_lu_mare.html

http://www.mancaversa.it/pizzica_e_taranta/lu-ruscio-te-lu-mare/

La musica colta per caso al Medimex di Bari

Ieri si è concluso il Medimex, ambiziosa iniziativa che mira ad attivare un proficuo networking tra gli operatori nel settore musicale, il cui programma ha previsto una miriade di attività di alto livello per gli addetti al settore senza dimenticare gli ascoltatori comuni mortali, allietandoli con incontri ed esibizioni degli autori più amati del momento.

L’aria era quella da ”vetrina” festosa. Il fantasma della crisi è stato accuratamente allontanato, tutto trasmetteva entusiasmante produttività. Se questo può avere delle ricadute positive, ben venga.
Ma io, che in crisi ci sto, mi domandavo, la crisi c’è o non c’è? Perchè va bene cercare di dare un’idea positiva ma sarebbe onesto parlar più di strenui tentativi di ripresa che di prosperità; invece certe parole sono censurate. Sembra che in Puglia stiamo tutti bene – solo perchè c’è buona musica, buona gastronomia, buona gente e il mare – ma le stime sui problemi rientrano in quelle semicatastrofiche nazionali e allora mi riusciva strano fare finta di niente; ma al contempo, devo ammettere, i concetti di networking, rete e scambio, genuinamente propagandati, hanno messo di buon umore un po’ tutti. Insomma, se fa bene, va bene.

Per la maggior parte dell’anno non sono in Puglia. Mi ci sono trovata in questi giorni e ho avuto l’opportunità di lavorare al Medimex. Ah, e qui lascio le ultime righe al mio congenito spirito polemico se dico che è stato a tratti divertente osservare le uniche due persone di passaggio che mi hanno trattato come una sottoposta, perchè il loro badge aveva un colore diverso dal mio e sul loro c’era anche una nomenclatura più cool del ruolo che ricoprivo io (semplice hostess). Non finisce mai di sorprendere come certe persone rimpolpino le loro vite accontentandosi della miserabile e fasulla credenza che il prossimo tuo sta sotto di te. Stop.

E’ stata una bella esperienza che mi lascerà nuovi contatti e, chissà, nuove amicizie; è stato bellissimo sorridere a persone nuove che non conoscevo e cercare di rendere gradevole il loro passaggio al Medimex; ho cercato di fare il meglio nel passare l’idea che ci saranno pure tanti problemi ma la gentilezza è di casa e se ti apri al dialogo scopri anche delle persone profonde; dai colleghi ho imparato qualcosa in più e spero di aver lasciato qualcosa anch’io.

E poi, la musica.
Poichè stavo lavorando, non ho potuto seguire nessuno degli appuntamenti ma nella striminzita pausa pranzo ”combo” (panino+acqua+caffè+telefonata+pipì+passeggiata lungo il perimetro del padiglione per sgranchire le gambe) ho assistito all’ingresso trionfale sul palco dei Fab3 (GazzèFabiSilvestri) – di cui poi una cara amica, impietosita, mi ha fatto sentire una breve registrazione.

Dallo stand di fronte il mio provenivano in loop vari pezzi, tra cui ”Rime patate e cozze” dei Bari Jungle Brothers feat. Miss Fritty.

Ora, lei c’era, mi ha guardato e mi ha sorriso, corrisposta. Lei mi avrà sorriso perchè è gentile, io perchè amo la sua performance nel pezzo (me la immagino mentre parla al telefono con la suocera giamaicana a passarle le ricette) specie perchè effettivamente c’è modo e modo di fare il ”culo grosso”: una cosa è a fish&chips, un’altra a pane e ricci. E sapete che c’è? Nel vedere questa ragazza che ha inseguito e realizzato il suo sogno, io sono felice, felice di vedere una caparbia ragazza finalmente realizzata e felice di fare quello che fa. Brava!

Ho fatto sentire il pezzo a una persona che lavora fuori e mi ha detto che si è messa a piangere perchè nel video c’è molto di quello che della Puglia le manca. Volevo farla sorridere e l’ho fatta piangere. E’ il noto effetto lontananza. (Alla fine, però, giuro che abbiamo riso ; ) ).

E’ passato come un sogno Nicola Conte.

Sempre dallo stesso stand, proveniva un pezzo che ha guarnito di internazionale elettro tecnologico lo stand. Ho scoperto ”Who cares” dei Symbiz, che coniuga la musica alla tecnologia 3D (il video è disponibile anche in 3D).

Poi c’è stato un inaspettato ”canale” di scoperta. Hanno regalato ad ospiti ed addetti una graziosa borsa di tela con dentro materiale vario tra cui un CD doppio contenente il meglio della produzione MadeInPuglia. Un CD ben fatto a partire dalla grafica della custodia (quando mi ci metto, osservo anche i dettagli). Dunque, tornata a casa (sfatta), non vedevo l’ora di aggiornarmi sullo scenario pugliese a cui guardo anche quando sono fuori, ma per forza di cose qualcosa mi sfugge. E mi sono accorta che quei cd non sono solo marketing e neppure un cotillon di contorno. E’ un vero e proprio regalo.
Contiene pezzi molto diversi tra loro per generi e per lingue: italiano, dialetti pugliesi e inglese.

La prima notte non ho retto oltre la quinta traccia, ma mi sono follemente innamorata di ”Mistakes” dei Fabryka. Fresco e gradevole come un raggio di sole in faccia, appena svegli.

I noti Radicanto con ”Strade”

Il mattino seguente, dopo essere svenuta di sonno, ho vissuto una beatitudine. Mentre mi pettinavo, a un certo punto ho capito di essere sotto l’effetto di un incantesimo buono: mi è arrivato dritto al cuore ”Lu rusciu de lu mare” (”Il rumore del mare”), di Raffaele Casarano feat. G. Sangiorgi, in dialetto salentino. Ora, in Puglia si parlano numerosi dialetti e dunque, per la prossima stagione turistica, lo sventurato turista va redarguito sul fatto che un salentino non è detto che capisca il dialetto barese e un barese non è detto che capisca il salentino perchè i due sistemi dialettali non sono la stessa cosa. Io, che appartengo ai dialetti centrali della Puglia non capisco in maniera automatica il salentino. Ma ho intuito la storia, e l’avevo intuita perchè la musica la sposa alla perfezione. Oggi, giorno di riposo, ho fatto una ricerchina e ho scoperto che trattasi del ri-arrangiamento di una canzone popolare salentina che parla di un amore impossibile tra un soldato e la figlia del re. E’ talmente bella che ho voglia di riparlarne in un altro articolo, magari connettendola a ”Il viaggio della sposa” di Rubini.
No, il rumore del mare non è troppo forte se lo ascolto da questa canzone.

Grazie Medimex, il tuo slogan era ”LA MUSICA E’ LAVORO” inciso a lettere cubitali sull’ingresso. Per me, per tre giorni, lo è stato. Ne ho bisogno e ti ringrazio, i dindini servono. Ma ti ringrazio ancora di più per aver nutrito il mio spirito con la musica (goduta nei momenti di calma e quasi per caso).
Buon ascolto a tutti voi da una hostess curiosa.

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