‘È naturale. È la natura.’ (?)

Uno degli argomenti cardine del ragionamento normativo è giustificare una determinata organizzazione sociale in base alla ‘natura’.

L’argomento non mi ha mai convinto per due motivi fondamentali: prima di tutto, mi domando quanto veramente conosciamo la natura; in secondo luogo, mi domando come si possa invocare la natura quando quello facciamo è, soprattutto, consapevolmente o inconsapevolmente, distruggerla.

Guardiamoci intorno, nei nostri paesaggi urbani: cosa c’è di naturale negli scenari umani che a malapena includono qualche sparuto albero sull’asfalto?

Non nego che la visione di una bellezza naturale ci riconnetta a un mondo di cui abbiamo fatto parte, di cui ancora facciamo parte, ma che dal quale, al contempo, siamo divisi. Lo ri-conosciamo, ma quanto lo conosciamo? Quanto lo immaginiamo attraverso una gerarchia fittizia a capo della quale l’uomo è in posizione apicale?

Nietzsche mi è venuto in soccorso, con ‘Al di là del bene e del male’ (1886). Nel punto in cui critica la dottrina stoica, si legge:

‘«Secondo natura» volete vivere? O voi, nobili stoici, che impostura dalle parole! Immaginatevi un essere come la natura, sperperatrice senza misura, indifferente senza misura, priva di fini e di riguardi, senza pietà e giustizia, feconda e sterile e contemporaneamente insicura, pensate l’indifferenza stessa come potenza – come potreste vivere conformemente a questa indifferenza? – Vivere – non è proprio un voler essere diversi da ciò che questa natura è? Vivere non è forse valutare, preferire, essere ingiusti, essere limitati, voler essere diversi? E nell’ipotesi che il vostro imperativo «Vivere secondo natura» significhi in fondo lo stesso che «vivere secondo la vita» – come potreste non vivere in questo modo? Perché fare un principio di ciò che voi stessi siete e dovete essere? – In verità la cosa è completamente diversa: mentre voi, rapiti in estasi, date a intendere di leggere nella natura il canone della vostra legge, volete qualcosa di opposto, voi bizzarri commedianti e autoingannatori! La vostra superbia vuole prescrivere e fare assumenere alla natura, perfino alla natura, la vostra morale, il vostro ideale, e pretendete che essa sia natura «secondo la Stoa» e vorreste che ogni esistenza esistesse solo secondo la vostra propria immagine- come una mostruosa, eterna esaltazione e generalizzazione dello stoicismo! Con tutto il vostro amore per la verità, vi costringete così a lungo, con tale perseveranza, con tale ipnotica fissità, a vedere la natura falsamente, cioè stoicamente, finché non siete più in grado di vederla diversamente – e una qualche abissale superbia vi dà alla fine anche la folle speranza che, poiché sapete tiranneggiare voi stessi – stoicismo è tirannide verso se stessi -, anche la natura si lasci tiranneggiare: lo stoico non è infatti un frammento della natura?’

Non sono del tutto d’accordo sulla concezione della natura quale si intravede da questo estratto, ma non è questo il punto; interessante, sì, notare il concetto di ‘indifferenza’ di leopardiana memoria. Mi interessa molto di più sottolineare questa sorta di teoria di proiezione delle proprie convinzioni all’infuori di sé, oggettivandole. È uno smascheramento molto lucido e tagliente, quello di Nietzsche, a cui dovremmo fare più attenzione.

Ricordo la spiacevole sortita di un prete all’ultimo matrimonio cui ho partecipato: ‘celebriamo la creazione di una nuova famiglia attraverso l’unione di un uomo e una donna, l’unica stabilita da Dio in natura’. Ora, tutt@ siamo liber@ di seguire i precetti della religione che ‘scegliamo’. Sarei solo più cauta a generalizzare certi dogmi, a porli come universali e a tirare in ballo la natura.

La questione non è contrastare quant@ vivono in questa coppia il proprio paradiso personale, essendo ogni sentire personale valido (tanto più che esistono creazioni artistiche in questo senso molto poetiche, come dimostra il video ‘Blood of Eden’ di Gabriel, artista peraltro rivoluzionario e originale che sceglie Sinead O’Connor per questo pezzo, artista controversissima – turbando l’immaginario che pur evocano; e tanto più che chiunque può cantare questa gioia oltre ogni identità). Solo, vorrei vivere in un mondo dove non doversi costantemente difendere da imposizioni altrui, specie quando queste imposizioni trovano una forte difesa istituzionale, appellandosi a verità assolute.

Interessante anche questo punto del libro, che deve aver ispirato, quarant’anni dopo, Freud:

‘In singoli e rari casi può realmente essere interessata una tale volontà di verità, un qualche eccessivo e avventuroso coraggio, un’ambizione metafisica di una sentinella perduta che alla fine preferisce pur sempre una manciata di «certezza» a un intero carro di belle possibilità; possono esserci persino puritani fanatici della coscienza, che preferiscono morire su un nulla sicuro piuttosto che su di un incerto qualcosa’.

Si legge, infatti, nel ‘Disagio della civilità’, scritto da Freud nel 1929 e pubblicato l’anno seguente (il filosofo illustra il meccanismo in filosofia, lo psicologo il meccanismo psicologico in società):

‘La civiltà ha sempre barattato un po’ di felicità per un po’ di sicurezza’

Personalmente preferisco questa versione della citazione:

‘L’uomo civile ha barattato una parte della sua possibilità di felicità per un po’ di sicurezza’

in quanto introducendo il concetto di ‘possibilità’ si stempera la realtà della felicità, restituendola per quello che è, una possibilità che, appunto, spesso viene sacrificata a priori per le certezze confutabili su cui si basa la sicurezza sociale.

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‘Da qualche parte, Pier Paolo…’ Fallaci scrive a Pasolini

Così comincia la lettera, datata 14 novembre 1975, a cui Fallaci affida la ricostruzione dei momenti in cui riceve la notizia della morte di Pasolini. La scrittrice fiorentina è stata la prima a non credere che l’unico responsabile per la morte dell’amico scrittore fosse solo quel ragazzo.

Di seguito, le parole struggenti che chiudono la missiva:

‘Dissero che da lontano non sembravi nemmeno un corpo, tanto eri massacrato. Sembravi un mucchio d’immondizia e solo dopo che t’ebbero guardato da vicino si accorsero che non eri immondizia, eri un uomo. Mi maltratterai ancora se dico che non eri un uomo, eri una luce, e una luce s’è spenta?’

(Oriana Fallaci a Pasolini, lettera datata 14 novembre 1975, da ‘La paura è un peccato’, Rizzoli, 2016)

‘Il coraggio della scelta’

Meditando su discutibili iniziative ministeriali…è altamente consigliato leggere, informarsi, riflettere e possibilmente evolversi…

Da ‘Il coraggio della scelta’ di Isabelle Tilmant, De Agostini, 2009 (passo estrapolato da riflessioni in merito alle politiche di controllo demografico in Cina, p. 220):

‘Quando un governo pretende di imporre delle regole in materia di procreazione, non siamo più nel campo della democrazia, e l’essere umano è soggetto alla paura, se non al terrore, con conseguenti danni a livello psichico’.

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Carl Gustav Jung diceva

Un uomo che non è passato attraverso l’inferno delle proprie passioni, non potrà mai superarle.

Dove l’amore impera, non c’è desiderio di potere e dove il potere predomina manca l’amore. L’uno è l’ombra dell’altro.

L’uomo cresce secondo la grandezza del compito.

Non vi è nulla di più difficile che tollerare se stessi.

In ogni caos c’è un cosmo e in ogni disordine un ordine segreto.

La vita umana è un esperimento dall’esito incerto.

Fonte foto: http://www.visionealchemica.com

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Il Dio delle piccole cose, Arundhati Roy

Chiudendo un rubinetto.

Rompendo un uovo per farne una frittata.

I gemelli erano troppo giovani per sapere che quelli non erano altro che i tirapiedi della storia. Mandati a far quadrare i conti e a riscuotere il dovuto da coloro che trasgredivano le sue leggi. Spinti da motivazioni primitive ma, paradossalmente, del tutto impersonali. Sentimenti di disprezzo, nati da una paura rozza e inconfessata: la paura della civiltà di fronte alla natura, dell’uomo di fronte alla donna, del potere di fronte all’impotenza.

L’impulso subliminale che l’uomo ha di distruggere quello che non può né sottomettere né divinizzare.

Le Necessità Maschili. (p.318)

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Ma Baby Kochamma non aveva tenuto conto del Lato Pericoloso di Ammu. Il Miscuglio Immescolabile – l’infinita tenerezza della maternità, la rabbia temeraria del pilota suicida. (p. 331)

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Quale bestia in particolare, il Compagno Pillai non lo disse. Quello che forse intendeva veramente era che Bhima cercava l’uomo che era in lui, perché nessuna bestia, questo è sicuro, ha mai uguagliato l’arte immensa, straordinariamente fantasiosa dell’odio umano. Nessuna bestia può raggiungere le sue proporzioni e la sua potenza. (p.245)

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Solo adesso, dopo tutti quegli anni, Rahel, con intuito da adulta, coglieva tutta la tenerezza di quel gesto. Un uomo che intratteneva tre orsetti lavatori e li trattava come signore. Rendendosi subito, per istinto, complice della loro finzione, stando attento a non svilirla con una noncuranza da adulto. O con il troppo interessamento.

Dopotutto, è talmente facile mandare in frantumi una storia. Spezzare una catena di pensiero. Sciupare il frammento di un sogno portato in giro con precauzione, come un pezzo di porcellana.

Lasciarlo stare, viaggiarci insieme, come aveva fatto Velutha, è fra tutte le cose la più difficile da fare. (p.200).

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Non vecchi. Non giovani.

Ma vitalmente morituri. (p.337)

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Foto dell’autrice tratta da Wikipedia.

Una madre lo sa – Concita De Gregorio

[…] Sul tema della maternità – le luci e le ombre dell’amore perfetto – c’è un sentire privato e uno collettivo, c’è la vita com’è e poi c’è la sua rappresentazione corale, pubblica e condivisa: non coincidono quasi mai, com’è possibile?

[…] Le madri che uccidono e che si uccidono, i padri che non vedono: dove sono i padri in queste storie?

[…] Mostri, le così tante donne che si accaniscono sui loro bambini. E chi sono questi mostri?

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