Tempi in dissolvenza: Catullo e Fitzgerald

‘Il grande Gatsby’ veniva pubblicato il 10 aprile 1925. Ho voluto celebralo partendo dalla chiusa del libro (da cui è tratto anche l’epitaffio di F.S. Fitzgerald):

IT: ‘Gatsby credeva nella luce verde, al futuro orgiastico che anno dopo anno indietreggia di fronte a noi. Ci è sfuggito allora, ma non importa – domani correremo più forte, allungheremo ancora di più le braccia…e una bella mattina…Così remiamo, barche controcorrente, risospinti senza sosta nel passato’

EN: ‘Gatsby believed in the green light, the orgastic future that year by year recedes before us. It eluded us then, but that’s no matter–tomorrow we will run faster, stretch out our arms farther…. And one fine morning– So we beat on, boats against the current, borne back ceaselessly into the past’

In grammatica, per molte lingue, uno degli aspetti più (subdolamente) ostici è capire il meccanismo e l’uso appropriato dei tempi verbali in base ai tempi fattuali dell’azione; ma, per rimanere su un piano di mera nomenclatura, e citando di sfuggita il past continuous, pensiamo al futuro anteriore e al passato prossimo: ora, le due definizioni (ossimoriche), alla fine, costringono anche il maestro più rigido ad ammettere che la presunta inflessibilità della logica delle regole grammaticali battono in ritirata davanti alla percezione personale del tempo, e che i suoi valichi, a furia di scavalcarli con l’immaginazione, con il ricordo o con la follia, possono diventare effimeri. Ora, sulla questione del tempo F.S. Fitzgerald ci ha fatto un capolavoro, ma è su ‘recedes before us’ – ‘indietreggia di fronte a noi’ che si apre la meraviglia: sulla capacità creativa, cioè, di riassumere con una manciata di parole la condizione dell’uomo che vive proiettato nel futuro pensando di poter manipolare il proprio passato. Finora, solo in Catullo ho visto una collisione di movimenti (andare contemporaneamente avanti e indietro) risolta così perfettamente: ‘praetereunte postquam’, dal carme XI:

nec meum respectet, ut ante, amorem,

qui illius culpa cecidit velut prati

ultimi flos, praetereunte postquam tactus aratrost.

e non si volti a guardare indietro, come prima, il mio amore
che per colpa sua è caduto come
un fiore del margine del prato, dopo che
è stato toccato dall’aratro che passa oltre.

(Traduzione confrontata con quella disponibile sul sito Latinovivo.com)

Sappiamo che il primo termine dei due presi in esame si riferisce all’aratro che tira dritto, e che ‘postquam’ è avverbio temporale. Lesbia, insomma, ha smesso di guardare all’amore del poeta con considerazione (da ‘respicere’ deriva ‘rispettare’), di ‘vederlo’, e indifferente ha ripreso la sua strada (non prima di esserci passata pure sopra); ma la poesia sa andare oltre la spiegazione filologica e l’evocazione verbale: leggendo queste due parole, ho sempre pensato all’aratro che passa e ripassa sul fiore su sollecitazione di un’immaginazione sapientemente accesa dal poeta con umili mezzi: un aratro, un fiore di campo.  Catullo così ha descritto anche la situazione psicologica dell’uomo in un limbo temporale, dilaniato tra il passato che rimpiange e il futuro senza la donna che ha amato. L’aratro non è altri che il tempo che conosce una sola direzione.

Chiunque abbia letto questi due passi, diversissimi tra di loro nel racconto della fine irrevocabile di un’illusione, non può non averne tratto godimento, sgorgato da quella maestria di cui le grandi penne sono capaci. E lo sono perché riescono a commuovere sia un pubblico non necessariamente specializzato sia chi si occupa più da vicino di letteratura, provocando, in questo ultimo caso, una vera e propria piccola morte.

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The great Gastby‘, Luhrmann, 2013

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‘Da qualche parte, Pier Paolo…’ Fallaci scrive a Pasolini

Così comincia la lettera, datata 14 novembre 1975, a cui Fallaci affida la ricostruzione dei momenti in cui riceve la notizia della morte di Pasolini. La scrittrice fiorentina è stata la prima a non credere che l’unico responsabile per la morte dell’amico scrittore fosse solo quel ragazzo.

Di seguito, le parole struggenti che chiudono la missiva:

‘Dissero che da lontano non sembravi nemmeno un corpo, tanto eri massacrato. Sembravi un mucchio d’immondizia e solo dopo che t’ebbero guardato da vicino si accorsero che non eri immondizia, eri un uomo. Mi maltratterai ancora se dico che non eri un uomo, eri una luce, e una luce s’è spenta?’

(Oriana Fallaci a Pasolini, lettera datata 14 novembre 1975, da ‘La paura è un peccato’, Rizzoli, 2016)

La mitica sfuriata di Calypso, tra serio e faceto

Tutti conosciamo la storia di Calypso, ‘colei che nasconde’, ovvero colei che raccoglie dai flutti bellissimi eroi sperduti e, trastullandosi, li trastulla sulla sua bellissima isola.

Già dai tempi del liceo, mi ha colpito come Calypso abbia poi lasciato andare il suo prediletto Odisseo piegandosi al volere ineluttabile degli dei suoi superiori, senza però prima cantargliele quattro. Insomma, la ninfa è la prima indignata della storia della letteratura.

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Edward Poynter, La caverna delle ninfe (1903)

Chi è Calypso? È, non a caso, una ninfa, ovvero una dea di seconda classe che si potrebbe definire una sorta di spirito della natura. Le ninfe sono esseri molto liberi che godono di alcuni previlegi delle dee (l’immortalità, per esempio) ma che hanno anche caratteristiche un po’ più umane, nel complesso.

Calypso, che per una scelta ‘politica’ aveva fatto arrabbiare gli dei perché per colpa del suo complesso di Elettra aveva scelto di affiancare il padre titano nella Titanomachia, viene relegata a vivere su un’isola dove – sempre per ripicca, diciamo – le arrivavano eroi con poco senso dell’orientamento di cui lei si innamorava, ricambiata, almeno per un po’; la punizione consisteva nel fatto che poi gli aitanti giovanotti, a un certo punto, dovevano riprendere la strada di casa lasciando lei in preda a un forte disappunto.

Comunque, Calypso viveva h24 con le tette al vento a cantare, filare e giocare con le sue amiche tettealvento ninfe. E Ogigia, che per fortuna era rimasta comunque ancora fuori dal turismo di massa, era un’isola rigogliosa con una natura florida e incontaminata.

Ovvio che, quando gli eroi approdavano da lei, eran ben contenti di aver scampato la morte in braccio a tale splendido gineceo.

Ora, il problema è che Calypso, dopo aver salvato, curato, rifocillato e dilettato Odisseo (dilettandosi a sua volta), se ne affeziona molto, lei stessa affascinata dalla sua mente, definendolo continuamente ‘dalla mente multipla’, ovvero intelligentissimo.

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Jan Brueghel il vecchio, Ulisse e Calypso, (1616)

Se sei intelligentissim* può essere che tu sia un protett* di Atena, la dea più cervellotica di tutt* nata per cafalogenesi da Zeus (mica poteva nascere da una qualsiasi vagina, per quanto divina, eh). Ora, quel gran romanticone di Odisseo, tra un trastullo e l’altro, va a lagnarsi mane e sera sulla spiaggia, a piangere la sua Itaca e forse Penelope.

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Arnold Böclin, Ulisse e Calipso (1883)

La sua mamma divina, Atena, non ce la fa più con questa lagna, questa continua zanzara nelle orecchie bianche come l’alba, e allora chiede al paparino Zeus di risolvere. Zeus spedisce Ermes da Calypso intimandole di lasciar ripartire Odisseo. Quando Ermes scorge Calypso e i suoi tizzoni ardenti negli occhi, conia la famosissima frase ‘Ahò, ambasciator non porta pena’, e le comunica la decisione degli dei.

È ora che il povero messaggero degli dei si fà carico delle ire della cabreadissima Calypso, che acconsente al rilascio di Odisseo, ma, essendo una che non le manda a dire a nessuno, rispedisce Ermes al mittente col seguente messaggio protofemminista.

Che non è giusto che fin quando è un dio a trastullarsi con una mortale, no pasa nada e che ora invece, essendo lei una ninfa libera diviene oggetto dell’invidia divina. Sì, la bellissima Calypso taccia gli dei di invidia, perché è ovvio che nel sistema di valori in cui si innesta la vicenda raccontata non era prevista la libertà sessuale femminile. Ora, noi sappiamo che anche le dee amavano mortali e si vendicavano per il rifiuto di questi esattamente come le divinità di sesso maschile; ciò che colpisce del discorso di Calypso è che lei cita – naturalmente per supportare il suo discorso da un’ottica al femminile – solo casi di figure di sesso maschile che hanno goduto di una libertà che adesso lei vede essere sottratta a se stessa (lei infatti cita Orione – che verrà poi ucciso da una furiosa Artemide, altro riferimento non casuale, comunque – Giasione e lo stesso Giove) .

Comunque, nel mondo greco esistevano due cose, sopra tutte, che non si potevano violare, il volere degli dei e le porte dell’Ade (salvo alcune eccezioni, comunque dall’esito infelice), perciò non c’è alternativa, Calypso deve lasciar andare l’amato. A dire il vero, si insinua il dubbio che la pobrecita non ce la facesse più a sopportare questa malombra che, ricordiamo, tra un trastullo e l’altro, andava a versare lacrime amare sulla spiaggia. E che barba. Forse, nobilmente, non ce la faceva più a vedere la persona amata soffrire, e dunque, per altruismo, gli costruisce la barca, gli dà da mangiare, forse anche un ultimo trastullo (non attestato, è una mia supposizione) e lo lascia andare.

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Henri Lehmann, Calypso che piange Ulisse sull’isola di Ogigia

 

Nell’ultimo dialogo con Odisseo, un po’ per vanità, emerge una certa riluttanza della dea all’idea che l’eroe ‘ricco d’ingegni’ la stia comunque preferendo a una comune mortale, rinunciando lui stesso all’eterna giovinezza e alla mortalità, che poi, Calypo – di cui parte della parte umana era affetta da stereotipi estetici – era pure sicura che Pene era più bassa, vecchia e brutta di lei, il colmo dell’incazzatura. Capitela.

E allora il cauto Odisseo, che certo non voleva essere fulminato da Calypso dopo averne passate tante e dovendone passarne altrettante, le dice: ‘madonna santa, Calypso (che, in base all’insistenza su altezza, età e aspetto, doveva essere una sorta di Giselle Bündchen -2.0A.C. – ), certo che Penelope non può competere con te per altezza o bellezza; è che sai, mi manca proprio la mia terra, sai, ‘la solita strada, bianca come il sale, il grano da crescere, i campi da arare’’; e allora, un po’ addolcita, la dea lo lascia proprio andare.

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Trovo interessante che in ‘Pirati dei Caraibi’ sia rispuntata una Calypso davvero particolare. Maga, nera, mutevole. Che si arrabbia tantissimo quando non solo la mettono letteralmente in gabbia, ma soffre per essere stata costretta a una forma sola. Perché, evidentemente, se Odisseo era ‘quello dai molti ingegni’, forse Calypso è quella dall’identità multipla. Una sorta di ‘dáimon’, dalla potenza creatrice, assimilabile forse al concetto di ‘dáimon’ – uno spirito guida mutevole ma puro e intuitivo, insomma, positivo – espresso nel sottovalutatissimo ‘La bussola d’oro’.

 

 

 

My name is Calypso
And I have lived alone
I live on an island
And I waken to the dawn
A long time ago
I watched him struggle with the sea
I knew that he was drowning
And I brought him into me
Now today
Come morning light
He sails away
After one last night
I let him go.

Suzanne Vega, Calypso

Dedicato ad Elena, per la nostra ironia : )

Anche nella guerra

Questo è un pensiero breve che ho urgenza di condividere.

Ho appena finito di leggere un post su ‘Abbatto i muri’ circa la costruzione del ruolo della donna (e della madre) durante i conflitti.

 

Rimando a suddetta pagina Facebook (e ai relativi, validissimi suggerimenti indicati) per una riflessione più profonda (e approfondita).

Nel frattempo, è da molto che mi torna in mente il drammatico addio tra Ettore, Andromaca e loro figlio. In particolare, ‘adoro’ la parte in cui il bambino si spaventa dell’elmo del padre.

 

‘ E dicendo così, tese le braccia al figlio Ettore illustre:

ma indietro il bambino, sul petto della bàlia dalla bella cintura

si piegò con un grido, atterrìto all’aspetto del padre,

spaventato dal bronzo e dal cimiero chiomato

che vedeva ondeggiare terribile in cima all’elmo.

Sorrise il caro padre e la nobile madre,

e subito Ettore illustre di tolse l’elmo di testa,

e lo posò scintillante per terra;

e poi baciò il caro figlio, lo sollevò fra le braccia

e disse, supplicando a Zeus e agli altri numi; […]

(Online, Zanichelli)

 

Screen Shot 2015-09-08 at 7.12.07 PM(Fonte foto: The Post Internazionale)

‘Il richiamo della foresta’, inno alla libertà. La splendida prefazione della Fallaci all’edizione BUR

Il mio primo incontro con Oriana Fallaci è avvenuto con la sua prefazione a un piccolo, grandissimo libro, ”Il richiamo della foresta”, dal genio sregolato e fulminante di Jack London. Costui era un personaggio molto interessante: prima di tutto, aveva lampanti intuizioni come anche urgenze di scrittura improvvise e non sempre dai risultati adamantini che lo portavano a scrivere pagine su pagine, durante notti insonni, durante i giorni, sotto l’egida dell’impulso. Era molto dedito all’alcol. Era di una gerenosità non comune, tanto che dilapidò i suoi risparmi tra regali agli amici, investimenti sbagliati e una serie di scelte azzardate che genericamente si possono bollare come eccessi. Alla stessa maniera di altri geni dell’arte – un Toulouse Lautrec, ad esempio – non disdegnava la compagnia (e l’amore) di persone con cui il resto della società borghese non avrebbe voluto spartire un solo attimo di mondanità, figuriamoci di intimità. Proveniente da una famiglia disastrata, la sua compagna di vita fu una specie di poetessa bohémien di inzio XX secolo.
Si dedicò a innumerevoli e disparati lavori, più moderno Cervantes scalmanato.
Erano per lui motivo d’interesse e compagni gli ultimi degli ultimi: quasi commovente un suo reportage fotografico sugli homeless di Londra, recentemente riportato alla luce. Poi, a quarant’anni, morì giovane come Fitzgerald e in odore di suicidio come Hemingway, quasi sotto una nefasta stella si fossero riuniti tra i più brillanti scrittori statunitensi del secolo scorso.
La prefazione della Fallaci a ‘Il richiamo della foresta’ (BUR, quasi introvabile) è, da solo, un componimento di critica letteraria struggente, una dichiarazione d’amore e comunque un testo che non può lasciare indifferenti.
A mo’ di proclama, la Fallaci scrive la prima riga, semplice e potente: ‘ ”Il richiamo della foresta”, inno alla libertà’. La scrittrice, amata e odiata alla stessa maniera,  la libertà l’ha sondata da più punti di vista, sempre inediti, sbagliando, anche. E il Jovanotti che canta ”la giornalista scrittrice che ama la guerra perchè le ricorda quando era giovane e bella”, nonostante le forti dichiarazioni di lei all’indomani dell’11 settembre, stridono con la volontà di una giornalista che a lungo la storia l’ha voluta sempre seguire sul campo, fiutandola nel vento in un mondo ancora molto, molto maschile. Lei, elmetto e taccuino, prima reporter europea sul campo di guerra, merita di essere riletta (forse si, gli scritti di quando era giovane e bella più di altri) in questi tempi in cui il raziocinio e la critica di qualità sono alquanto latitanti. Anche per criticarla.

La Fallaci introduce la sua esperienza di lettura del libro in maniera personale ed intima, aprendo al lettore le porte della sua casa di bambina, la libreria adorata e ricca sui cui lei si è formata. Su quel giorno in cui prese tra le mani ‘Il richiamo della foresta’ e…

”Quando ebbi finito il libro, non ero più la bambina che credeva a De Amicis e a Salgari e a Verne in un mondo di bugie affascinanti e pietose. Ero una bambina pronta a trattar con gli adulti in un mondo di dure realtà. Una bambina cui Buck aveva insegnato che la vita è una guerra ripetuta ogni giorno (militia est vita homini super terram, nd Ina), spietata, crudele, una lotta da cui non puoi distrarti un minuto, neanche mentre dormi, neanche mentre mangi, altrimenti ti rubano il cibo e la libertà. Dio, era così facile perdere la libertà”.

La spina nel fianco che la Fallaci è sempre stata al senso comune è nata esattamente qui, nel momento in cui ha chiuso l’ultima pagina di questo libro. E in questo momento, sono sorte le domande che ha continuato a porsi e a porre sul senso della vita, dato che è così dura, e che si ritroveranno condensati in quella grande riflessione sulla Vita che è ”Lettera a un bambino mai nato”.

”Guai a perdere la libertà per buonafede o distrazione. Perchè la sua unica alternativa è la schiavitù, l’ingiustizia, la vergogna, le cinghie di cuoio che ti legano alla slitta dei cercatori d’oro. […] Non sono certa di ringraziare Buck per avermi insegnato certe verità così presto: mia madre aveva ragione a dire più-a-lungo-un-bambino-resta-bambino-meglio-è’. Nella vita esiste una sola verginità , quella chiamata infanzia, e perder l’infanzia a dodici anni fa male. ”

E quindi perchè dovremmo essere felici a capire le cose, a distaccarsi da questo Eden? Che senso ha continuare la corsa dopo la perdita della verginità? Con un procedimento a lei caro, prima ti butta nell’abisso, poi ti mostra la ragione:

”Ma l’infelicità ha il merito di far ragionare: molte cose che fino a quel giorno non avevo capito io le capii, di colpo, indentificandomi in Buck. Perché vedi, c’era in fascismo, allora, in Italia. E sebbene fossi nata sotto il fascismo, non ne afferravo il significato. Ero talmente abituata alla sua realtà, ne ero totalmente condizionata: non ne conoscevo l’alternativa. Il fatto che le Camicie nere picchiassero, ad esempio, mi sembrava una disgrazia normale come la grandine e le malattie. Si può forse impedire la grandine, si posson forse impedire le malattie? Buck mi spiegò innanzitutto che il fascismo non era la normalità”.

Se pensate che tutta questa carica si esaurisca contro un fatto storico-politico, aspettate di leggere gli strali contro la cosa più cantata e osannata sulla faccia della terra: l’amore, visto qui come attentato sommo contro la libertà personale. Per la quale, ”bisogna prima sopravvivere, non perdersi in piccole inutili audacie”.

”Sto dicendo che per me Buck fu una lezione di guerra, di guerriglia, di vita. E come tale guidò la mia adolescenza, la verde stagione che m’avrebbe portato ad essere ciò che spero o cerco d’essere: una donna disubbiente, insofferente d’ogni imposizione. Altri si formano su testi più sacri. Io mi formai sul calvario di un cane. Altri ebbero eroi più importanti. Il mio eroe fu un cane. Ma la verità più atroce che egli aveva da insegnarmi la capii molti anni dopo, da adulta: quando mi divenne evidente che, alla libertà di un individuo, perfino l’amore rappresenta una minaccia’.

Potrebbe giustificare già adesso tutto il suo ragionamento, invece lei va oltre, molto oltre. Descrive con queste parole l’amore del cane per l’umano, un amore assoluto:

‘I suoi muscoli d’acciaio, i suoi denti di ferro, la sua vista e il suo udito e il suo odorato che captano gli odori e i rumori e i contorni più lontani non gli servono più, ora che il suo unico scopo è amare ed essere amato. E questo delirio felice lo ingrassa, lo blocca come un’ancora. Bisogna che Thorton venga ucciso dagli indiani Jeehats perchè Buck tagli l’ancora e ritrovi se stesso: in un’epica liberazione che è preludio di libertà, di libertà assoluta. E per l’ultima volta in vita sua Buck permise alla passione di imporsi sull’astuzia e sul ragionamento. E fu il grande amore per Thorton che gli fece perdere la testa. Non più né cane né lupo ma demonio, si lancia con un ruggito tremendo sui Jeehats e uno ad uno gli squarcia la gola. Poi, rimasto solo e levato di quell’amore che lo rendeva più schiavo delle cinghie, della frusta, del lavoro, si allontana tra gli alberi e torna laggiù dove non esistono catene né legami né àncore. Insomma questo libro io lo vedo come un inno alla libertà. Anzi, la libertà assoluta.’

Dove assoluto, ricordiamolo, significa letteralmente cioè etimologicamente svincolato, senza catene o legami. Ma se la libertà è l’assenza di passioni ed amore, che senso ha la vita, perchè la si vive?
Con un intelligente gioco di lettura del libro alla luce del momento storico che lei stava vivendo, e senza snaturare nulla del libro, ci dà risposta, in qualche modo: se chiaramente l’assenza di libertà è male, la libertà è bene – per quanto illusorio, ma comunque da perseguire. E lo fa parlando di Olocausto.

‘Quel giorno lontano dei miei dodici anni preococi ed infelici, io cercavo senza saperlo il problema che secondo me è il problema centrale della vita: il problema della libertà. E Buck me lo trovò: estraendolo dagli abissi inesplorati della mia intuizione infantile e regalandolo a una futura coscienza di adulta. Neanche due anni dopo esplose l’8 settembre: l’occupazione nazista, la Resistenza. Poichè grazie a mio padre mi trovai dalla partre di coloro che morivano per la libertà, fu facile per me sfruttare il regalo di Buck: interpretare il suo ululato come richiamo di libertà. E solo diventando donna avrei realizzato che la libertà assoluta non esiste. Non per gli uomini, almeno. Ad essi infatti non è dato tornare lupi e cioè puri. È dato esclusivamente battersi per un sogno, un’utopia, una leggenda. La storia di Buck non si conclude forse con una leggenda? […] quel libro non ce l’ho più. Lo prestammo a una dolce maestra di scuola, l’ebrea Rubitchek. E quando, nel 1944, a Firenze, i nazifascisti rastrellaron gli ebrei, insieme alla signorina Rubitchek rubarono i libri che teneva in casa. Nè lei potè reclamarli, dopo. Finì in un campo di concentramento in Germania dove morì come Curly: sbranata dai cani selvaggi che poi si leccan le labbra.’

Non esistono esseri umani perfetti, esistono idee forse non tanto da fare proprie, ma sui cui discutere costantemente. È, secondo me, questo il primo e più nobile compito di coloro che si definisco ”intellettuali”: filtrare, setacciare, anche in mezzo a parole non sempre luminose per poi riportare in superficie questi tesori.
Fallaci si, Fallaci no. Amore come mancanza di libertà assoluta, amore come senso della vita. Ognuno decida per proprio conto, ma ragionandoci su. E per quanto mi riguarda chiudo con questo, col piglio amichevole e familiare che a lei piaceva tanto usare, il ‘vedi’ riferito al lettore, come se ci stesse parlando. Con me, lei e Jack hanno parlato spesso:

‘Ma un libro, vedi, non è mai ciò che dicono i più raccattando le tesi di chi li ha preceduti; non è nemmeno ciò che intendeva dire l’autore. Un libro, soprattutto quando diviene opera d’arte, è ciò che tu ci trovi attraverso te stesso. E’ spesso la ricerca di te stesso, la scoperta di te stesso.’

Buona lettura a tutti, buona ricerca di se stessi, o della propria (illusoria) libertà.

”Per l’amore darei la vita, ma per la libertà darei anche l’amore” (Andrè Gorz).