Ma quanta buona musica arriva dall’Australia?

– Va pazzo per la musica

– Come tutti

(Kill Bill)

 

In principio fu Kylie Minogue.

Indiscutibile e lampante, almeno per me che faccio parte del plotone degli anni ’80.

Con la sua ribalta del 2001, ha spostato la mia attenzione verso l’emisfero australe; ma solo ultimamente mi ritrovo sconcertata dal numero pazzesco di musicist* virtuos* a cui la terra dei canguri sta dando i natali. Di recente, quasi ogni volta che ascolto un nuovo pezzo, scopro poi che chi lo esegue è nat* lì.

Naturalmente l’enfasi sulla provenienza geografica lascia il tempo che trova e questo articoletto ha il sapore del gioco – anche se sarebbe interessante risalire alle radici della vitalità musicale australiana che si sta registrando. E se il fenomeno orienta in avanti la linea del tempo – artisti e artiste in questione sono per di più molto giovani – la cura prestata alla realizzazione dei video la sposta all’indietro, verso gli albori del fenomeno dei videoclip musicali, quando la nascita di questa forma artistica ibrida o di gemmazione, venne inaugurata da realizzazioni interessanti per forma e sperimentalismo.

Kylie, dicevamo. Musicista, produttrice e compositrice, creatrice di tormentoni primoduemila che non hanno sacrificato alla leggerezza lo stile. (E anche attrice, memorabile come fatina dell’assenzio in ‘Moulin Rouge’).

Can’t get out of my head

Per chi ama osservare il cestello della lavatrice, si suggerisce la visione di questo video – ma solo quando si è in ferie perché potrebbe ipnotizzare per giorni e giorni: ‘Come into my world

Un salto temporale mi ha portato fino a Gotye (nato in Belgio e trapiantato in Australia): ma lasciamo stare la gettonatissima ‘Somebody that I used to know’ e le polemiche per la questione del plagio; l’album da cui è tratto, ‘Making mirrors’, è una serie di pezzi molto piacevoli. I video sono piccole perle, vere e proprie rievocazioni daliniane, visioni distopiche o espressioni della tecnologia contemporanea (su questo ritornerò in un altro momento). Scelgo ‘Giving me a chance’  mentre dall’album precedente, ‘Like drawing blood’, ecco ‘Hearts a mess’, incluso da Lurhmann nella colonna sonora del ‘Grande Gatsby’.

Gotye mi ha portato naturalmente a Kimbra (Nuova Zelanda), che mi ha incantato con ‘Love in high places’ e ‘Two way street’.

Poi c’è Emma Louise, scoperta nel 2011 con ‘Boy’  e di cui seguo volentieri l’evoluzione anche estetica, della sua persona e dei suoi video. Molto d’impatto è ‘Underflow’.

La pubblicità di una nota compagnia telefonica mi ha portato a Flume

 

Ed è del 2017 la scoperta dei Flight Facilities, che sono particolarmente felice di aver aggiunto alla mia playlist: ‘Sunshine’ (con Raggie Watts), eseguita anche dalla Melbourne Symphony Orchestra (evidentemente da quelle parti le commistioni pop di musica non le schifano – e mi pare facciano anche bene).

Notevole anche ‘Crave you’ (feat. Giselle)  – nel video la parte del ‘lui’ la fa in realtà una ‘lei’.

Il duo mi ha portato a scorpire ‘Owl eyes’, di cui ho adorato ‘Something about us’, cover dei Daft Punk

Altro genere: Jess and Julia Stone, fratello e sorella – Heart beats slow

I Tame Impala. ‘The less I know the better’  (made in Barcelona), mette in scena una teen love story con un’audace scena erotica iniziale che vede la ragazza ricevere le attenzioni del suo partner innamorato. Il video è tutto giocato su rimandi sessuali che richiamano la figura – eroticamente significativa – di King Kong.

Screen Shot 2017-08-13 at 1.36.57 PM

Che la musica fosse un elemento particolarmente rilevante per la cultura australiana è una considerazione che trova conferma nell’attenzione certosina accordatale da Baz Luhrmann, dato che le colonne sonore dei suoi film rivelano un interesse genuinamente appassionato per le note.

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