Miss Peregrine e la casa dei ragazzi speciali: stay peculiar!

 Avvertenze:

Grado di spoiler: medio-basso

Scrivo del film senza aver letto il libro da cui è tratto

Sono un po’ a disagio con i viaggi nel tempo

 ‘Miss Peregrine – la casa per ragazzi speciali’ è il primo volume di una trilogia dello scrittore statunitense Ransom Riggs di cui Tim Burton ha creato la trasposizione cinematografica. Il libro era stato concepito sulla base della raccolta di alcune ‘curiose fotografie’ per la creazione di un libro illustrato, diventato poi un vero e proprio racconto. La storia del testo passa, dunque, attraverso un interessante dialogo tra fotografia, scrittura e finalmente cinema.

Tim Burton deve aver colto l’occasione per riproporre temi che caratterizzano tutta la sua produzione: la collisione tra in mondo degli adulti e infanzia, rapporti familiari difficili (a esclusione del particolare affetto accordato alla figura del ‘nonno’), la condizione dell’outsider, la morte, la follia, il tutto narrato – come di consueto – dalla prospettiva capovolta degli esclusi ma buoni (genericamente ‘gli strani’) contro un mondo apparentemente normale (ma genericamente ‘sbagliato’).

Sulla comunione di intenti forniti dal libro si innestano, a livello cinematografico, alcuni tòpoi che rendono lo stile burtoniano immediatamente riconoscibile, ricollocabili a pieno diritto nella sua estetica: la netta divisione tra due mondi attraverso ambientazioni non in comunicazione tra loro, la fotografia che indugia (almeno sin dai tempi di ‘Edward mani di forbice’, passando per entrambe le versioni ‘Frankenweenie’, per esempio) sulle casette monofamiliari, medio-borghesi, della periferia americana e che rappresentano una costellazione divisa e alienata di universi domestici; Burton non manca mai di omaggiare la sua personale formazione cinematografica (ecco che la casa di Miss Peregrine richiama quella della ‘Famiglia Addams’, mentre la piccola forzuta sembra Riccioli d’oro) impreziosita anche da autocitazioni (lecitamente, alla soglia dei trentacinque anni di fulgente carriera): si faccia attenzione agli enormi cespugli artistici del giardino della casa.

L’uscita di Miss Peregrine segna un periodo particolarmente produttivo per il cineasta di Burbank, e lo consacra, una volta per tutte, creatore di favole cinematografiche per adulti. Credo di poter ammettere che film come questo, a differenza di altre, più antiche creazioni burtoniane, non corrono più sul binario genitori-figli, non tanto per una vena più marcatamente noir e quindi non adatta a un pubblico troppo giovane, ma in virtù di una precisa intenzione. Burton parla agli adulti, e sue due livelli; il primo si rivolge al ‘bambino interiore’ che ognun* porta ( o dovrebbe portare) in sé. Il secondo livello ricorre allo sguardo puro dell’infanzia sul mondo: se in uno dei momenti più alti di ‘Kill Bill’ (e forse di tutta la produzione di Tarantino) il protagonista dice ‘Clark Kent rappresenta la critica di superman alla razza umana’, il discorso è applicabile a Burton nella misura in cui i suoi personaggi ‘non conformi’, se non mostruosi, sono la critica dell’infanzia al mondo degli adulti: distratti, inariditi, isolati, violenti, da cui gli adorabili freaks imparano a difendersi preservando ed esprimendo la loro natura. E questo porta al tema centrale dei diversi, di cui la ‘mostruosità’ è una metafora poetica dark.

Non c’è dubbio, inoltre, che ad oggi si sia accumulato materiale sufficiente per sviluppare uno studio in prospettiva femminista della produzione di Burton (nolente o volente), da sempre molto equilibrato nei rapporti di genere tra personaggi maschili e femminili. Se con ‘Big eyes’ (tratto da una storia vera) aveva già assunto un tema altamente sensibile per la questione femminile (almeno per quanto riguarda il mondo del lavoro, dell’arte e della violenza domestica), anche quando il tema non è centratamente ‘femminista’, la rappresentazione dei personaggi patenta sempre una riflessione in tal senso. Sulla scia di Sally (ribelle e volitiva), di Emily e Victoria, non solo Eva Green riesce a realizzare con estrema bravura un fantastico personaggio femminile (e nella storia, solo le donne possono mutar forma, guarda caso): anche le sue ospiti, infatti, sono più forti, coraggiose, scaltre ma soprattutto equilibrate dei compagni.

 Cercando di limitare le anticipazioni, la storia parla di un gruppo di ragazz* speciali – ognun* dotat* di una caratteristica decisamente fuori dall’ordinario – riuniti nella bella casa di Miss Pregrine, loro protettrice. Attraverso varchi temporali, devono costantemente difendersi dal gruppo guidato dal cattivissimo Mr Barron (Samuel L. Jackson) ridotto a mostro da un esperimento non riuscito di ottenere la vita eterna. Fondamentale per la sopravvivenza della famiglia (non naturale) di Miss Peregrine sarà Jake, apparentemente un ragazzo senza alcun dono. Ma Jake è l’unico che può vedere gli scagnozzi di Mr. Barron, invisibili a tutti gli altri. Il libro-film contiene anche rimembranze letterarie molto significative: Miss Peregrine, caparbiamente decisa a non invecchiare e a proteggere anche i suoi protetti dallo scorrere del tempo, è una versione emancipita ed evoluta di Wendy o di Capitan Uncino, che ci ricorda molto da vicino maneggiando in continuo un orologio. Splendida anche una rilettura in chiave moderna di Medusa (di cui taccio). Decisamente perturbante è il personaggio di Enoch, capace di dar vita a mostruose marionette – automi diabolici degni dei racconti di Hoffmann – piegandole al proprio volere.

 La Storia gioca una parte importante: tra mostri senza occhi con lunghi tentacoli famelici e corpi spoporzionatamente grandi, fa capolino un altro mostro, vero-storico-reale, nella forma di una svastica su una bomba che colpirà il rifugio di Miss Peregrine. E lo spettatore, la spettatrice entra in crisi due volte, di fronte alla storia passata come quella attuale: le storie di bombe che colpiscono obiettivi civili ci sono tristemente davanti agli occhi ogni giorno.

L’unico modo per i mostri di recuperare un po’ di umanità è appropriarsi di quello sguardo dell’infanzia sul mondo. Un’infanzia vitale, piena di speranze per il futuro, aperta al cambiamento e alla crescita, come dimostrano le parole di una piccola protagonista alla fine del film: ‘Jake, non ci devi far sentire protetti. Ci hai fatto sentire coraggiosi ed è ancora più importante’; un’infanzia pura, reattiva alle ingiustizie verso se stessi e verso i propri simili. E per quanto tutt* sono chiamat* a una costrante lotta contro la morte, Burton mette in scena una concezione saggia della morte come parte integrate del flusso di vita. Jake ed Emma, la ragazzina speciale che rappresenta l’aria (o il potente soffio vitale?), non hanno paura e nuotano felicemente tra gli scheletri.

Ma perché Jake è così importante nella trama, lui, il ragazzo comune, che – come molti altri eroi imperfetti – non riesce neanche a mettere a segno un colpo nella pugna? Perché, a mio avviso, la morale della favola è che i mostri devi saperli vedere. In un mondo confuso e distratto, non è importante se non si è forzuti oltre misura, o non si sa volare, o non ci si strasforma in uccello – anche perché, ognun*, a proprio modo, è speciale: in un mondo dove il gioco delle parti è malamente distribuito, il superpotere che vince su tutto è riconoscere il male.

Trailer in italiano, qui

”Un nuovo mondo è in arrivo, questo qui è alla fine” (New world coming, Dísa)

”Vorrei che fossi qui” (Whish that you were here, Florence and the Machine)

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