La discriminazione della donna nel mondo del lavoro

 

N.9

B. Cueto

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‘La partecipazione delle donne nel mercato del lavoro e il miglioramento delle sue condizioni lavorative dovrebbero continuare ad essere un obiettivo prioritario delle politiche del lavoro’

Uno dei principali indicatori nel mercato del lavoro è il tasso di attività: quante persone partecipano attivamente nel mondo del lavoro o stanno cercando lavoro.

Se aumenta la popolazione aumenta la popolazione in cerca di lavoro.

Le donne hanno molto più lavoro part-time. Molti di più gli uomini in industrie o grandi imprese  chehanno impieghi full-time, il lavoro part time è un fenomeno femminile; non è necessariamente un fenomeno negativo, dipende se è una scelta volontaria o meno. In Olanda l’80% delle donne lavora part-time, ma in Spagna non è un’opzione volontaria, ossia, è un lavoro precario.

Impatto della crisi economica: i tassi di disoccupazione sono simili tra uomini e donne ma il divario tra partecipazione e lavoro si mantiene; inoltre i tagli hanno molto condizionato gli scenari del lavoro.

Analisi di cohortes – due collettivi, uomini e donne, molto eterogenei: gli indicatori vanno letti alla luce delle differenze dei collettivi. Le politiche vanno realizzate in base alle esigenze dei lavotori che sono eterogeni. Le cohortes indicano anche le generazioni. Esempio: chi prima della crisi aveva aveva trent’anni, lei, si collocava in una fascia d’età al 90% occupata; poi intorno ai (loro) 40 anni c’è stata la crisi.

La crisi influenza la vita di tutti ma con effetti diversi a seconda del momento della vita in cui coinvolge il singolo (non è la stessa cosa non arrivare a inserirsi nel mondo del lavoro, perderlo a 30, 40, 50 anni)

La crisi ha avuto un impatto fortissimo sui giovani, bloccando il loro ingresso al mondo del lavoro.

‘Le due biografie della donna’ – in Spagna la generazione del ’41 è rimasta costante al 30% di occupazione; il 56% delle donne di questa generazione, da giovani, erano dentro il mercato del lavoro, poi si sposavano uscendo dal mercato e raggiungendo il minino intorno ai tretn’anni, poi si reinserivano; dagli anni ’70 le donne hanno un altro profilo: continuano a studiare dunque si inseriscono più tardi nel mondo del lavoro; comunque, le donne non raggiungono il 70% dell’occupazione. Le generazioni più giovani (uomini e donne) non riescono a entrare neanche nel mondo del lavoro.

Una variabile in più è il livello d’istruzione: gli uomini con educazione di base, durante la crisi, sono stati più colpiti. Ovviamente, non è la stessa cosa se perde un ventenne o un cinquantenne il lavoro.

Gli uomini con studi medi si incorporano più tardi ma lavorano quasi tutti ; mentre le donne con studi di base sono molto più svantaggiate rispetto agli uomini.

Le politiche devono essere differenti per uomini e donne e anche alla luce del livello di istruzione.

Differenza salariale – ci sono gap salariali in tutta l’Unione Europea ma ci sono Paesi con divari maggiori.

Il divario salariale va tarato sulla base delle differenze dei collettivi; solo così emergono le discriminazioni, ma senza contestualizzare si parla solo di divario, no discriminazione.

Nelle posizioni dirigenziali ci sono meno donne e gli stipendi sono sensibilimente più bassi rispetto a quelli degli uomini.

Differenze di caratteristiche da tenere in considerazione per la progettazione di politiche di lavoro eque: livello di studi, occupazione, età, settore di attività, tipo di contratto.

La segregazione occupazionale significa che le donne si concentrano in alcuni ambiti e gli uomini in altri. Es. nel settore costruzioni quasi non ci sono donne, mentre nei servizi ci sono molte più donne.

Gli uomini stanno in un ventaglio molto più ampio di lavori delle donne.

Nel tempo, le donne hanno avuto maggiore accesso al mondo del lavoro e le condizioni sono migliorare ma con la crisi, le politiche di austerità non sono state neutrali.

In molti casi non si percepisce il gap salariale perché c’è segregazione professionale.

Neanche le politiche di pensioni sono pensate in un’ottica di genere. (in Spagna, pensioni ridimensionate e ancor più basse per le donne).

Per eliminare l’effetto che si ritorce contro la donna per la maternità, bisogna lavorare per la paternità.

Il costo economico è più alto per le donne con studi universitari che non per donne con studi di base. Per questo, per esempio, queste ultime fanno più figli.

Ci sono imprese che dicono che il milglior investimento fatto per ridurre l’assenteismo è stato fornirsi di un asilo.

 

N.8**

C. Camps

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Il sistema non ha mai tenuto in conto il lavoro tradizionalmente associato alle donne relativo alla cura. Non è presente nell’economia né nella politica. (Lavoro riproduttivo e domestico).

Il lavoro femminile domestico non salariato permette però il funzionamento dell’economia che si preoccupa di tenere un controllo sulla famiglia, non traducendosi in compensazioni o supporto alla donna ma in controllo sulla donna.

Si può remunerare questo lavoro? Come?

Le politiche neoliberali implicano l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro in forma precarizzata, attingendo a un esercito di donne in ‘riserva’, in casa.

Tra il 1986 e il 2005 cresce l’occupazione femminile e crolla il tasso di fecondità.

L’ingresso nel mondo di lavoro comportano un arresto del tasso di natalità; le donne hanno figli più tardi e si sposano più tardi (se si sposano).

Sono cresciuti i nuclei familiari monofamiliari.

L’ingresso nel mondo del lavoro ha generato la crisi della cura, ma anche: invecchiamento della popolazione, doppi introiti familiari, insufficienza dello stato del benessere, nuovi modelli di crescita urbana, individualizzazione delle nostre società.

Fenomeno delle ‘superdonne’ – le donne stanno assumendo il lavoro domestico e il lavoro produttivo.

Le donne lavorano più part-time: se in alcuni Paesi è frutto di una politica mirata di conciliazione, in Spagna è frutto della precarietà. Inoltre, il part-time in questi Paesi spesso non aiuta affatto a conciliare (turni divisi, turni difficili).

Il divario salariale è da leggere anche alla luce del fatto che spesso le donne si fermono ai piani occupazionali piu bassi.

I lavoro sociale di cura ha accolto un rilfesso della mancanza di riconsocimento del lavoro domestico.

Anche la scelta di dar vita a una familia monoparentale è ostacolata perché anch’essa è un attentato al ‘sistema’ che promuove il modello classico familiare.

In Spagna, le famiglie monoparentali sono le più velnerabili ed esposta a povertà estrema.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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