La mitica sfuriata di Calypso, tra serio e faceto

Tutti conosciamo la storia di Calypso, ‘colei che nasconde’, ovvero colei che raccoglie dai flutti bellissimi eroi sperduti e, trastullandosi, li trastulla sulla sua bellissima isola.

Già dai tempi del liceo, mi ha colpito come Calypso abbia poi lasciato andare il suo prediletto Odisseo piegandosi al volere ineluttabile degli dei suoi superiori, senza però prima cantargliele quattro. Insomma, la ninfa è la prima indignata della storia della letteratura.

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Edward Poynter, La caverna delle ninfe (1903)

Chi è Calypso? È, non a caso, una ninfa, ovvero una dea di seconda classe che si potrebbe definire una sorta di spirito della natura. Le ninfe sono esseri molto liberi che godono di alcuni previlegi delle dee (l’immortalità, per esempio) ma che hanno anche caratteristiche un po’ più umane, nel complesso.

Calypso, che per una scelta ‘politica’ aveva fatto arrabbiare gli dei perché per colpa del suo complesso di Elettra aveva scelto di affiancare il padre titano nella Titanomachia, viene relegata a vivere su un’isola dove – sempre per ripicca, diciamo – le arrivavano eroi con poco senso dell’orientamento di cui lei si innamorava, ricambiata, almeno per un po’; la punizione consisteva nel fatto che poi gli aitanti giovanotti, a un certo punto, dovevano riprendere la strada di casa lasciando lei in preda a un forte disappunto.

Comunque, Calypso viveva h24 con le tette al vento a cantare, filare e giocare con le sue amiche tettealvento ninfe. E Ogigia, che per fortuna era rimasta comunque ancora fuori dal turismo di massa, era un’isola rigogliosa con una natura florida e incontaminata.

Ovvio che, quando gli eroi approdavano da lei, eran ben contenti di aver scampato la morte in braccio a tale splendido gineceo.

Ora, il problema è che Calypso, dopo aver salvato, curato, rifocillato e dilettato Odisseo (dilettandosi a sua volta), se ne affeziona molto, lei stessa affascinata dalla sua mente, definendolo continuamente ‘dalla mente multipla’, ovvero intelligentissimo.

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Jan Brueghel il vecchio, Ulisse e Calypso, (1616)

Se sei intelligentissim* può essere che tu sia un protett* di Atena, la dea più cervellotica di tutt* nata per cafalogenesi da Zeus (mica poteva nascere da una qualsiasi vagina, per quanto divina, eh). Ora, quel gran romanticone di Odisseo, tra un trastullo e l’altro, va a lagnarsi mane e sera sulla spiaggia, a piangere la sua Itaca e forse Penelope.

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Arnold Böclin, Ulisse e Calipso (1883)

La sua mamma divina, Atena, non ce la fa più con questa lagna, questa continua zanzara nelle orecchie bianche come l’alba, e allora chiede al paparino Zeus di risolvere. Zeus spedisce Ermes da Calypso intimandole di lasciar ripartire Odisseo. Quando Ermes scorge Calypso e i suoi tizzoni ardenti negli occhi, conia la famosissima frase ‘Ahò, ambasciator non porta pena’, e le comunica la decisione degli dei.

È ora che il povero messaggero degli dei si fà carico delle ire della cabreadissima Calypso, che acconsente al rilascio di Odisseo, ma, essendo una che non le manda a dire a nessuno, rispedisce Ermes al mittente col seguente messaggio protofemminista.

Che non è giusto che fin quando è un dio a trastullarsi con una mortale, no pasa nada e che ora invece, essendo lei una ninfa libera diviene oggetto dell’invidia divina. Sì, la bellissima Calypso taccia gli dei di invidia, perché è ovvio che nel sistema di valori in cui si innesta la vicenda raccontata non era prevista la libertà sessuale femminile. Ora, noi sappiamo che anche le dee amavano mortali e si vendicavano per il rifiuto di questi esattamente come le divinità di sesso maschile; ciò che colpisce del discorso di Calypso è che lei cita – naturalmente per supportare il suo discorso da un’ottica al femminile – solo casi di figure di sesso maschile che hanno goduto di una libertà che adesso lei vede essere sottratta a se stessa (lei infatti cita Orione – che verrà poi ucciso da una furiosa Artemide, altro riferimento non casuale, comunque – Giasione e lo stesso Giove) .

Comunque, nel mondo greco esistevano due cose, sopra tutte, che non si potevano violare, il volere degli dei e le porte dell’Ade (salvo alcune eccezioni, comunque dall’esito infelice), perciò non c’è alternativa, Calypso deve lasciar andare l’amato. A dire il vero, si insinua il dubbio che la pobrecita non ce la facesse più a sopportare questa malombra che, ricordiamo, tra un trastullo e l’altro, andava a versare lacrime amare sulla spiaggia. E che barba. Forse, nobilmente, non ce la faceva più a vedere la persona amata soffrire, e dunque, per altruismo, gli costruisce la barca, gli dà da mangiare, forse anche un ultimo trastullo (non attestato, è una mia supposizione) e lo lascia andare.

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Henri Lehmann, Calypso che piange Ulisse sull’isola di Ogigia

 

Nell’ultimo dialogo con Odisseo, un po’ per vanità, emerge una certa riluttanza della dea all’idea che l’eroe ‘ricco d’ingegni’ la stia comunque preferendo a una comune mortale, rinunciando lui stesso all’eterna giovinezza e alla mortalità, che poi, Calypo – di cui parte della parte umana era affetta da stereotipi estetici – era pure sicura che Pene era più bassa, vecchia e brutta di lei, il colmo dell’incazzatura. Capitela.

E allora il cauto Odisseo, che certo non voleva essere fulminato da Calypso dopo averne passate tante e dovendone passarne altrettante, le dice: ‘madonna santa, Calypso (che, in base all’insistenza su altezza, età e aspetto, doveva essere una sorta di Giselle Bündchen -2.0A.C. – ), certo che Penelope non può competere con te per altezza o bellezza; è che sai, mi manca proprio la mia terra, sai, ‘la solita strada, bianca come il sale, il grano da crescere, i campi da arare’’; e allora, un po’ addolcita, la dea lo lascia proprio andare.

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Trovo interessante che in ‘Pirati dei Caraibi’ sia rispuntata una Calypso davvero particolare. Maga, nera, mutevole. Che si arrabbia tantissimo quando non solo la mettono letteralmente in gabbia, ma soffre per essere stata costretta a una forma sola. Perché, evidentemente, se Odisseo era ‘quello dai molti ingegni’, forse Calypso è quella dall’identità multipla. Una sorta di ‘dáimon’, dalla potenza creatrice, assimilabile forse al concetto di ‘dáimon’ – uno spirito guida mutevole ma puro e intuitivo, insomma, positivo – espresso nel sottovalutatissimo ‘La bussola d’oro’.

 

 

 

My name is Calypso
And I have lived alone
I live on an island
And I waken to the dawn
A long time ago
I watched him struggle with the sea
I knew that he was drowning
And I brought him into me
Now today
Come morning light
He sails away
After one last night
I let him go.

Suzanne Vega, Calypso

Dedicato ad Elena, per la nostra ironia : )

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