‘The revenant’o la lotta dell’uomo contro la natura (dell’uomo)

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Leonardo DiCaprio è bravissimo. Come, a ruota, tutto il cast di attori. La fotografia (Emmanuel Lubezki) è splendida e permette al pubblico in sala di tuffarsi in questi posti duri, inospitali ma bellissimi con lo stesso rapimento di ‘Into the wild’.

Le musiche d’autore (Ryūichi Sakamoto) conferiscono un’atmosfera quasi mistica che amplifica il gusto onirico-extrasensoriale dello stesso Iñárritu (che subisce molto la fascinazione dell’aldilà e quindi ama indugiare su visioni tangenti le regioni dello spirito).

Splendida la narrazione dalla fuga dalla morte del protagonista straziato nelle carni da un orso: ora una buca, ora una caverna, ora una tenda, ora la carcassa di un cavallo accolgono l’uomo di ritorno alla vita, come novelli incubatori uterini; l’acqua è un elemento costantemente presente a ribadire questa sorta di rito di ri-nascita.

Epica l’idea della vendetta che si impossessa dell’uomo – il guerriero che raccoglie tutta la sua vita attorno a quell’unico scopo, incondizionatamente.

Ma. La serie infinita di prove cui DiCaprio-Glass viene sottoposto raggiunge, sinceramente, livelli di parossismo quasi comici. La ridondanza della Prova guasta il ritmo riducendolo, poi, a un’adrenalica aspettativa della disgrazia successiva che cadrà sulla testa del redivivo. Nel cinema, a un certo punto, la gente comincia a ballare sulle sedie. Qualcuno non resiste fino alla fine, e va via. Peccato.

Un’altra piccola pecca è quella di non aver dato giusto inquadramento alla condizione storica dei nativi, confusi per lo più tra quelli che genericamente rientrano nella parte, se non dei ‘cattivi’, almeno dei ‘problematici’. Le brevi battute affidate al Capo tribù non godono del dono di una sintesi chiarificatrice; nemmeno una scena di un campo distrutto, lo stupro di una ragazza Pawnee, l’amore di Glass per una nativa e conseguente adozione del figlio di lei riescono a dare il giusto tono alla Storia (quella dei nativi). Comunque, forse non sono ancora immune dal confronto con ‘Balla coi lupi’, e a favore di questo, per giunta. Almeno DiCaprio ci ha tenuto a dedicare ai nativi l’Oscar vinto per la sua interpretazione proprio in questo film (un precedente di un’azione del genere risale a Marlon Brando).

‘Revenant’ ha però un merito, quello di ricordarci non solo quanto meschina può essere la natura umana (nel film stemperata solo ogni tanto da qualche azione che possa dirsi umana), ma anche quanto industriosa e volitiva possa essere l’avidità. Solo per un soffio, alla fine, il cattivo soccombe, ma per tutto il film l’Avidità dimostra la sua accortezza e scaltrezza, quasi degna di stima; i pochi buoni non fanno una fine migliore del cattivissimo, traditi, forse, dalla loro fede per la legge (dell’uomo o della natura, a seconda), per le buone regole di convivenza. L’odioso Fitzgerald riesce a compiere quasi senza intralci i suoi piani. Organizza, manipola, non vince per un soffio.

Alla fine, il film ricorda anche lo spirito de ‘Il richiamo della foresta’, inserendosi in quella tradizione angloamericana che ha torturato gli artisti di più generazioni più o meno sugli stessi temi. Iñárritu ha in parte lambito un cluster di topic nevralgici, culturalmente molto vicini alla scena statunitense e che hanno a che fare proprio con la configurazione identitaria degli USA post-scoperta : la finale presa di consapevolezza che in Nuovo Mondo era molto simile al Vecchio, che i gruppi umani portano con sé i semi della discordia, che la natura non è che sia cattiva, ma l’uomo civile le è estraneo e non è il suo padrone. Ci ha suggerito nell’orecchio una parola molto importante per questo tipo di riflessioni: wild.

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