‘Una bellissima, piccola stupida’

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Torno per l’ennesima volta sul Grande Gatsby. Da quando l’ho ‘conosciuto’, nel 2002, è per me una fonte inesauribile di riflessioni, amplificate ed espanse dal film di Luhrmann del 2013.

Questa volta, metto insieme due aspetti che non hanno assolutamente nulla a che vedere tra loro: uno parla di una acuta e amara prosettiva di genere; l’altra è una rilassante prospettiva squisitamente artistica. Con chiusa musicale.

Si sente dire spesso: ‘non puoi capire cosa sia X se non sei X’. Tipo, se ‘non sei madre non puoi capire la maternità’ – io dico che per capire una situazione, molto più spesso di quanto si creda, basta essere sensibili. Non parlo della sensibilità intesa come dolcezza, delicatezza, etc, che per me sono qualità associate alle sensibilità ma non sinonimiche di essa; parlo di sensibilità intesa più come empatia e attenzione.

Ecco perché credo che Scott Fitzgerald, pur essendo un uomo, abbia capito perfettamente molte cose sulla condizione femminile dei suoi tempi. Forse l’ha aiutato in questo – cioè nella sensibilizzazione – la donna che aveva affianco, Zelda, una delle prime Flapper.

Il personaggio di Daisy è molto più complesso della macchietta egoista e debole che a prima vista sembra. In realtà è un ruolo in cui alla fine si richiude definitivamente, ma nel mezzo, Fitzgerald le conferisce delle sfumature psicologiche, perfino delle ‘attenuanti’ storico-politiche non di secondo piano. Sicurmente, lei è l’antagonista pragmatica, quella che sa vivere, rispetto all’idealismo immenso e incontenibile di Gatsby, che infatti soccombe (come soccombono il sogno americano e la purezza). Ma Daisy è anche vittima del suo tempo, percorso, sotto sotto, da un estremo sessismo e razzismo (altro aspetto a cui Fitzgerald allude tramite il meschino marito di Daisy, Tom Buchanan, portatore dei valori gretti e reazionari di un’arrogante aristocrazia di sangue americana). La donna è bella, è ricca, apparentemente ha tutto quello che si può chiedere dalla vita; ma le incrinature di questa ‘gabbia dorata’ emergono subito, spolverando dal viso di Daisy la patina criselefantina e rivelando una donna soverchiata dall’ipocrisia e dall’avidità.

Il dialogo cruciale che Daisy intrattiene col cugino Nick spiega tutto. Nick le chiede notizie della figlia, che, non a caso, è un personaggio assolutamente inconsistente nel film come nel libro, metafora del non amore dei genitori. E Daisy riporta queste parole riguardo al parto, avvenuto in solitudine mentre Tom era ‘Dio solo sa dove e con chi’:

‘Mi svegliai dall’etere con una sensazione di abbandono e chiesi subito all’infermiera se era un maschio o una femmina. Mi disse che era una bimba, e così voltai la testa e mi misi a piangere. – Bene – dissi – sono contenta che sia una bambina. E spero che sarà stupida: è la miglior cosa che una donna possa essere in questo mondo, una bella piccola stupida. Capisci, credo che la vita sia una cosa terribile’

(in inglese: ‘I woke up out of the ether with an utterly abandoned feeling, and asked the nurse right away if it was a boy or a girl. She told me it was a girl, and so I turned my head away and wept. ‘All right,’ I said, ‘I’m glad it’s a girl. And I hope she’ll be a fool – that’s the best thing a girl can be in this world, a beautiful little fool.’)

Lo splendido ‘an utterly abandoned feeling’, fa emergere la drammatica visione del mondo di cui Daisy è portatrice, una pedina nelle mani del narcisismo maschile, troppo debole lei stessa per opporvisi. Eppure, questa coppia abominevole, Tom e Daisy, non esiterà a cavalcare per i propri fini la morbosa curiosità della gente con l’aiuto dei giornali gossippari, uscendo assolutamente puliti da tutta la vicenda, dimostrazione di come sia possibile solleticare i bassi istinti delle persone, metter su una macchina di menzogne e ipocrisie, e farne un’arma a proprio favore.

‘Una bellissima piccola stupida’, è la parte che Daisy recita in pubblico per passare indenne tra i suoi fallimenti; oltre la dramatis personae, si staglia la consapevolezza dell’autore sul fatto che, insomma, le donne non dovevano avere proprio vita facile, soprattutto nell’America proibizionista e bigotta alla vigilia del collasso di Wall Street.

E ora, per prendere un po’ di respiro, vi porto un esempio lampante della egregia cultura visiva di Luhrmann, di cui più volte ho elogiato la capacità di penetrare profondamente un testo e tradurlo sulla scena col suo stile tanto originale.

Nella scena in cui Daisy e Gatsby (dal minuto 1:10) si incontrano dopo cinque anni (‘saranno cinque anni a novembre’, precisa Jay da persona innamorata che conta ore, minuti e secondi del suo amore), c’è un momento in cui i due sono vicini ma divisi da una colonna. Questo momento, che segnerà il primo contatto fisico dei due nel film, dato che si sfioreranno le mani – un movimento veloce ma che traduce una risposta affermativa dalla donna all’uomo, ‘Si, io ci sono’, insomma -, è impressionantemente pittorico.

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In particolare, la referenza che ho in mente è un quadro di J. Tissot.

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Come si osserva, non solo l’ambientazione è praticamente la stessa: il colonnato, la vicinanza con l’acqua, il verde; anche gli elementi hanno la stessa distribuzione, con l’uomo e la donna disposti allo stesso modo e divisi (significativamente) dalla colonna; i personaggi hanno finanche vestiti simili, lui in bianco e lei con un abito svolazzante.

Ora, io non so se Luhrmann aveva in mente proprio questo quadro, ma le sue scelte, anche le più dettagliate, rivelano una conoscenza e un’educazione – diciamo, una sensibilità – approfondita di arte e letteratura, proprio come senso ultimo.

Postilla: trovo splendido lo stacco musicale del dialogo di Nick e Daisy. Si tratta di un arrangiamento di ‘Heart is a mess’ di Gotye.

 

 

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