‘Wax’, il racconto della Generazione X: tra purezza e resistenza culturale

Passando da Bari per le vacanze pasquali, sono tornata in un rinnovato ed accogliente Cinema Royal. È bello vedere, ogni tanto, che la resistenza culturale esiste.

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Ho assistito alla proiezione in anteprima di un piccolo gioiello cinematografico molto ‘made in Italy’, nello specifico molto pugliese, ma che vanta anche un respiro internazionale. ‘Wax’. In inglese significa ‘cera’, un riferimento non casuale che nel film esplica uno dei temi portanti: l’idea della malleabilità, del divenire che potenzialmente è soggetto a una forma definitiva ma a patto di indurirsi. WAX è anche un acronimo che sta per ‘We Are the X Generation’, cioè la generazione dei ‘sacrificabili’, la ‘generazione cuscinetto’, i nati tra gli anni ’70 e i primi anni ’80 e che si trova a vivere non solo, banalmente, ‘mala tempora’, ma tempi molto contraddittori. Anche io faccio parte di questa generazione, motivo per cui il film mi ha molto colpito anche da un punto di vista personale. Un respiro: mi sono sentita perfettamente rappresentata, e in un modo piacevole ed originale.

L’ottima notizia è che, dunque, finalmente il mondo della cultura sta strutturando – finalmente! Finalmente – un racconto generazionale onesto e realistico col massimo della professionalità ed entusiasmo.

Nonostante la serietà di questa premessa, voglio subito mettere in chiaro che il film del brillante Lorenzo Corvino, pur realistico e per certi versi non molto rassicurante, trasuda purezza ed entusiasmo da ogni parte, caratteristiche riflesso ed emanazione dello stesso regista, presente in sala.

Come nel prologo di alcune grandi tragedie, il finale del film viene anticipato senza che questo comprometta l’interesse per lo svolgersi dell’azione: il pubblico viene subito informato sul fatto che i giovani protagonisti moriranno. E si sta per tutto il film con un impercettibile senso di ansia e dispiacere di sottofondo in quanto, dalla loro comparsa sullo schermo, ci si innamora perdutamente di Livio, Dario e Joelle (ottimamente interpretati da Davide Paganini, Jacopo Maria Bicocchi, Gwendolyn Gourvenec) e della loro purezza che un ambiente di lavoro mascalzone, mirabilmente tinteggiato, non riesce a corrompere. Nel film, i tre protagonisti, sostenuti da una produzione italiana truffaldina, saranno alle prese con il loro esordio professionale, ovvero la creazione di uno spot pubblicitario da girare in Costa Azzurra. Una sensazione di ‘metateatro’ viene immediatamente agganciata, essendo l’argomento del film legato a doppio filo, anzi, a più fili e su più livelli, con la realtà, cinematografica e non.

Si segue la vicenda tramite l’occhio – o meglio, tramite le telecamere – di Dario, nella parte del regista; maneggiando con l’entusiasmo di un bambino le sue attrezzature e le sue lenti, il ragazzo vuole catturare la sua prima esperienza lavorativa sin dall’inizio. La regia, quella vera, simula/segue quindi una presa diretta che però viene sapientemente calibrata anche grazie a un’ottima fotografia (di Caternina Colombo, Corrado Serri).

Ma perché Dario è ossessionato dal registrare ogni momento? Non certo per la mania da selfie, ma solo per passione. Dario, infatti, ama quello che fa. Come Livio e Joelle. Che però dipendono da un ‘professionista’ scroccone, bidonista e calcolatore. Quindi Corvino intende dire che ‘i giovani d’oggi’ hanno le loro passioni e aspirazioni, e che proprio con queste vengono ricattati da un potere ostile e incompetente. Ma cercano di andare comunque avanti.
Screen Shot 2016-03-31 at 12.18.52 PMIl film ha una cornice precisa e funzionale che vanta niente meno che l’interpretazione di Rutger Hauer, nelle vesti di un avvocato in pensione specializzato in diritti umani. Nonostante all’attore olandese sia affidata ‘solo’ l’ apertura e la chiusura del film, la sua è una figura chiave, anche perché getta le basi del sospetto – che poi si rivela fondato – di una serie di metafore perfettamente amalgamate con la piacevole scorrevolezza del film. Infatti, non è un caso che la cornice sia intelata da un avvocato di diritti umani: Wax è anche il racconto del mondo del lavoro dalla parte dei giovani. Il lavoro è un diritto costantemente minacciato da contratti che non arrivano, che arrivano tardi e che raramente sono come dovrebbero. La sua figura vetusta e rispettabile, la Legge, è lì a dirci che la generazione X è colpita nel profondo di un suo diritto.

Ottima è la rappresentazione ‘duplice’ del concetto di infanzia. Se da un lato la generazione X non riesce a diventare felicemente adulta, schiantandosi il processo di crescita personale sull’impossibilità di realizzarsi professionalmente, dall’altro, l’infanzia che si porta dentro (simbolicamente rappresentata dal circo di Joelle o dalla mitica BMX anniottantissima su cui si diverte Livio sottraendola – appunto – a un bambino) li rende positivi, combattivi, custodi delle illusioni di pura grandezza assorbita sui banchi di scuola. Ma gli ‘eroici furori’ dovranno affrontare il crash test della realtà, conflitto affrontato nel secondo dialogo tra i protagonisti, per cui mi sono trattenuta a stento dal saltare sulla poltrona e battere le mani in standing ovation. É uno dei momenti clou del film, in cui, tra le altre cose, si mette in scena un confronto ‘internazionale’: i ragazzi italiani dipingono un mondo del lavoro irrimediabilmente marcio, dove l’iniziativa personale è costantemente scoraggiata dalla stantia classe dirigente; la francese Joelle rimprovera gli italiani di chinare la testa davanti alle ingiustizie procrastinando i problemi – dirà: ‘sistemarli nel senso di farli diventare sistema’ – battuta autentica , come ci spiega Corvino, nata da una sorta di inconsapevole colpo di genio, dalle riflessioni linguistiche di Gourvenec che chiedeva alla troupe il significato dell’italiano ‘sistemare’.

Il problema della disistima generazionale è un altro aspetto colto con estrema acutezza dal film. Quanti talenti dispersi che avrebbero meritato e meriterebbero un’adeguata valorizzazione e che invece si tende, con costanza soprendente, a soffocare. E le vittime più vulnerabili sono (siamo) proprio i ‘sacrificabili’, gli ‘inutili’ più o meno trentenni, intuili perché giovani ma derubricati dai diritti e doveri della vita ‘adulta’. Ma il film, pur investigando cause e colpe, è tutt’altro che autoapologetico.

Simbolicamente, i protagonisti sono figli unici e senza famiglia. Nonostante, alla fine, loro tre in qualche modo riescano a diventare una famiglia non convenzionale, all’inizio striscia tristemente l’idea che se morissero nessuno se ne accorgerebbe; ecco perché, a mio avviso, la paventata morte finale è una sublimazione estrema di un fenomeno reale: l’esodo. Il voler sparire – questa sorta di cupio dissolvi – collima con l’idea di partire, della ricerca di un altove, come i numerosissimi ragazzi e ragazze che fanno le valigie e vanno via da un Paese che infantilizza e ‘invisibilizza’. È, però, anche un volersi sottrarre a tutto questo, è la ricerca della via di riscatto.

Ecco il metateatro. A fine proiezione, Corvino (capacissimo e tenacissimo esordiente) rende omaggio alle circa quattrocento persone che hanno lavorato al film e ringrazia la (giovane) casa di produzione Vengeance. In sala, un’emozionata Valeria Vaglio, barese all’estero che ha curato e composto le musiche, si augura di tornare sempre più spesso a Bari a testimoniare che il talento DEVE emergere; la production coordinator coratina Rosita D’Oria è la destinataria di un ringraziamento tutto particolare; Gwendolyn Gourvenec, arrivata appositamente da Parigi, si dice contentissima (l’attrice ha una lunga carriera alle spalle ma ‘Wax’ segna il suo primo – felicissimo – ruolo da protagonista; le si augura la carriera fulgente che si merita, viste le sue qualità e un viso che buca lo schermo come non si vedeva da tempo; bravissima la costumista Jessica Zambelli, che ha valorizzato con raffinatezza e attenzione la bellezza dell’attrice).

Il regista, infine, ci saluta esprimendo l’augurio che si rompa ‘la catena del conflitto generazionale’, che si promuova, insomma, quella ‘coesione sociale’ citata anche nel film; ‘simbolicamente’, ci ha raccontato come Rutger Hauer (che il giorno delle riprese compiva settant’anni) abbia alla fine accettato di partecipare a questo bel lavoro come atto di stima e di incoraggiamento per un’idea giovane, in cui si è immedesimato pensando a sé da giovane. Fiducia e raccontarsi propriamente è quello di cui la generazione x ha bisogno.

Dove è successo tutto questo? In un luogo di cultura che ha riaperto, per iniziativa di un giovane entusiasta della cultura. In bocca al lupo anche al Royal.

Tutto ben fatto, tutto al suo posto!

Le immagini sono tratte dalla pagina ufficiale su Facebook dedicata a ‘Wax’.

Grazie all’infaticabile Miriam di Ciaula per avermi consigliato la visione del film e per l’impegno con cui ne sta curando la promozione.

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Scusate se esistiamo: (offerte di) lavoro e disparità di genere

Questo articolo ha una parte distruttiva, in cui si analizzerà, criticandolo, il linguaggio di un testo, e una costruttiva, in cui si avanzerà una proposta linguistico-comunicativa più rispettosa di tutte le componenti della forza lavoro.

Stamane mi sono imbattuta in un post di un caro ragazzo che altruisticamente ha rilanciato un’offerta di lavoro. Sulla sua bacheca ha isolato la parte dell’annuncio che si riferisce alle figure professionali ricercate, e poi ha allegato la fonte diretta dell’annuncio. Ecco come si presenta il post:

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Con sincerità, chiedetevi che figura umana si è formata nella vostra mente man mano che leggevate il testo. A me, un uomo. Le donne, in questo testo, non esistono.

Si potrebbe fare appello al ‘maschile inclusivo’ per difendere l’imparzialità di genere del testo, ma, prima di tutto, correttezza e ragionevolezza grammaticale a parte, questo ‘inclusivo’ a me sembra invece tanto ‘esclusivo’ (e non in termini di eccellenza, ma in quanto ‘escludente’ della parte femminile) – la lingua italiana ha tale malleabilità che ci si aspetta che chi opera nella comunicazione pieghi rispettosamente e professionalmente questo meraviglioso idioma al rispetto della varietà di genere della forza lavoro. In secondo luogo, credo che il testo, per la sua monolitca insistenza sul maschile, manifesti un’idea implicita, strisciante, quasi subdola dell’antico stereotipo per cui non solo, in generale·, chi lavora è un uomo, ma che ci sono lavori particolarmente inadatti per le donne.

In questo caso, poi, lo stereotipo si spalma per tutte le posizioni, dalle più qualificate e tecniche (‘ingegneri, project manager, manutentori’) alle meno specializzate (‘addetto di contact center’).

Sono andata a controllare la fonte dell’offerta di lavoro, che è ancora meno attenta all’inclusività rispetto a questo piccolo stralcio.

Le donne sono state letteralmente spazzate via, neanche un blando appello ai ‘principi di imparzialità’, nella mia opionione, è rispettoso dell’esercito di laureate, esperte, addette di contact center, lavoratrici, insomma, che, nel mondo del lavoro continuano a dover calcare un sentiero in forte pendenza rispetto ai colleghi.

Ecco che la strada verso l’occupazione femminile viene già sbarrata e scoraggiata a partire da un banale annuncio di lavoro. Dalle parole, proprio così.

La cosa preoccupante è che quando ho fatto notare al ragazzo del post questo forte sbilanciamento, il suo largo audience mi ha completamente ignorata.

Comunque, vi dimostro come è assolutamente possibile redigere un annuncio di lavoro che non tratti le candidate come fantasmi (gli incisi in parentesi sono miei commenti aggiuntivi):

‘XXX ha avviato le selezioni per l’assunzione di 75 nuove unità lavorative (o ‘nuovi/e dipendenti’) da inserire nei ranghi tecnici e amministrativi della società.

Si tratta di 22 operatori/operatrici XXX nelle province di XXX etc, 5 manutentori elettrici specialisti (questo non posso correggerlo perfettamente non sapendo esattamente di che mansione si tratta, dunque azzardo ‘5 addetti/addette specialisti/e per la manutenzione elettrica’) , 5 addetti/addette di contact center, 1 esperto/esperta XXX, 2 laureati/laureate in giurisprudenza, 1 Project manager per attività internazionali, 5 manutentori meccanici specialisti (come prima, azzardo ‘5 addetti/addette specialisti/e in meccanica per la manutenzione’), 4 laureati/laureate in chimica, 10 geometri/geometre, 2 ingegneri/ingegnere con laurea magistrale in Ingegneria Civile per attività in ambito strutturale, 2 ingegneri/ingegnere con laurea magistrale in Ingegneria edile-architettura, 10 ingegneri/ingegnere con laurea magistrale in Ingegneria Civile, percorso XXX, 2 ingegneri/ingegnere con laurea magistrale in Ingegneria Civile esperti/esperte in analisi dei dissesti e dei consolidamenti strutturali, 2 ingegneri/ingegnere con laurea magistrale in Ingegneria Elettrica, 2 Ingegneri/ingegnere con laurea magistrale in Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio.’

Ho volutamente scritto per esteso ‘laureate’ preferendolo alla formula, pur corretta, di ‘laureati/e’, per il profondo avvilimento nel non vedere adeguatamente rappresentata la parte femminile; dunque, mi rifiuto di accettare anche visivamente la declinazione femminile a mo’ di costola di adamo. Questo è frutto della stizza che mi prende, e sapete perché? Perché penso alle mie amiche laureate in ingegneria che hanno condiviso con me le ansie da esame, le lotte quotidiane in un ambiente ostile, la difficoltà ad inserirsi nel mondo del lavoro, e le amiche già ingegnere, che magari devono fare le equilibriste. Penso a chi lavora nei contact center, in perenne precarietà. Penso a loro e mi arrabbio, penso a loro, a me, a noi come donne e non mi sento rappresentata, anzi mi sento ricacciata all’indietro.

Auguro a persone meritevoli di ottenere questi posti di lavoro, perché il merito è l’unica cosa che conta in una selezione. Una volta che i contratti siano stati firmati, avrei la curiosità di sapere quante firme portano un nome femminile e quanti uno maschile, e a che altezza dell’organigramma aziendale.

Ah, si tratta di una grossa azienda pubblica.

Sembra il preludio del film con Paola Cortellesi, ‘Scusate se esisto’.

Scusate se esistiamo.

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ps: ho portato il mio punto di vista. Le persone che non si sentono rappresentate dal maschile o dal femminile usualmente inteso e che per questo sono state discriminate hanno tutta la mia solidarietà.

 

  • Recentemente ho ascoltato per radio il racconto di una donna che dal parrucchiere ha incontrato un’amica accompagnata dal figlioletto. Al piccolo è stato domandato il lavoro dei genitori che, nella risposta, nel caso della mamma si è trasformato in un ‘la mamma cucina’ a dispetto del fatto che la donna, in realtà, non solo lavora ma copre anche una posizione dirigenziale (cosa che era già nota a chi ha posto la domanda)

La mitica sfuriata di Calypso, tra serio e faceto

Tutti conosciamo la storia di Calypso, ‘colei che nasconde’, ovvero colei che raccoglie dai flutti bellissimi eroi sperduti e, trastullandosi, li trastulla sulla sua bellissima isola.

Già dai tempi del liceo, mi ha colpito come Calypso abbia poi lasciato andare il suo prediletto Odisseo piegandosi al volere ineluttabile degli dei suoi superiori, senza però prima cantargliele quattro. Insomma, la ninfa è la prima indignata della storia della letteratura.

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Edward Poynter, La caverna delle ninfe (1903)

Chi è Calypso? È, non a caso, una ninfa, ovvero una dea di seconda classe che si potrebbe definire una sorta di spirito della natura. Le ninfe sono esseri molto liberi che godono di alcuni previlegi delle dee (l’immortalità, per esempio) ma che hanno anche caratteristiche un po’ più umane, nel complesso.

Calypso, che per una scelta ‘politica’ aveva fatto arrabbiare gli dei perché per colpa del suo complesso di Elettra aveva scelto di affiancare il padre titano nella Titanomachia, viene relegata a vivere su un’isola dove – sempre per ripicca, diciamo – le arrivavano eroi con poco senso dell’orientamento di cui lei si innamorava, ricambiata, almeno per un po’; la punizione consisteva nel fatto che poi gli aitanti giovanotti, a un certo punto, dovevano riprendere la strada di casa lasciando lei in preda a un forte disappunto.

Comunque, Calypso viveva h24 con le tette al vento a cantare, filare e giocare con le sue amiche tettealvento ninfe. E Ogigia, che per fortuna era rimasta comunque ancora fuori dal turismo di massa, era un’isola rigogliosa con una natura florida e incontaminata.

Ovvio che, quando gli eroi approdavano da lei, eran ben contenti di aver scampato la morte in braccio a tale splendido gineceo.

Ora, il problema è che Calypso, dopo aver salvato, curato, rifocillato e dilettato Odisseo (dilettandosi a sua volta), se ne affeziona molto, lei stessa affascinata dalla sua mente, definendolo continuamente ‘dalla mente multipla’, ovvero intelligentissimo.

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Jan Brueghel il vecchio, Ulisse e Calypso, (1616)

Se sei intelligentissim* può essere che tu sia un protett* di Atena, la dea più cervellotica di tutt* nata per cafalogenesi da Zeus (mica poteva nascere da una qualsiasi vagina, per quanto divina, eh). Ora, quel gran romanticone di Odisseo, tra un trastullo e l’altro, va a lagnarsi mane e sera sulla spiaggia, a piangere la sua Itaca e forse Penelope.

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Arnold Böclin, Ulisse e Calipso (1883)

La sua mamma divina, Atena, non ce la fa più con questa lagna, questa continua zanzara nelle orecchie bianche come l’alba, e allora chiede al paparino Zeus di risolvere. Zeus spedisce Ermes da Calypso intimandole di lasciar ripartire Odisseo. Quando Ermes scorge Calypso e i suoi tizzoni ardenti negli occhi, conia la famosissima frase ‘Ahò, ambasciator non porta pena’, e le comunica la decisione degli dei.

È ora che il povero messaggero degli dei si fà carico delle ire della cabreadissima Calypso, che acconsente al rilascio di Odisseo, ma, essendo una che non le manda a dire a nessuno, rispedisce Ermes al mittente col seguente messaggio protofemminista.

Che non è giusto che fin quando è un dio a trastullarsi con una mortale, no pasa nada e che ora invece, essendo lei una ninfa libera diviene oggetto dell’invidia divina. Sì, la bellissima Calypso taccia gli dei di invidia, perché è ovvio che nel sistema di valori in cui si innesta la vicenda raccontata non era prevista la libertà sessuale femminile. Ora, noi sappiamo che anche le dee amavano mortali e si vendicavano per il rifiuto di questi esattamente come le divinità di sesso maschile; ciò che colpisce del discorso di Calypso è che lei cita – naturalmente per supportare il suo discorso da un’ottica al femminile – solo casi di figure di sesso maschile che hanno goduto di una libertà che adesso lei vede essere sottratta a se stessa (lei infatti cita Orione – che verrà poi ucciso da una furiosa Artemide, altro riferimento non casuale, comunque – Giasione e lo stesso Giove) .

Comunque, nel mondo greco esistevano due cose, sopra tutte, che non si potevano violare, il volere degli dei e le porte dell’Ade (salvo alcune eccezioni, comunque dall’esito infelice), perciò non c’è alternativa, Calypso deve lasciar andare l’amato. A dire il vero, si insinua il dubbio che la pobrecita non ce la facesse più a sopportare questa malombra che, ricordiamo, tra un trastullo e l’altro, andava a versare lacrime amare sulla spiaggia. E che barba. Forse, nobilmente, non ce la faceva più a vedere la persona amata soffrire, e dunque, per altruismo, gli costruisce la barca, gli dà da mangiare, forse anche un ultimo trastullo (non attestato, è una mia supposizione) e lo lascia andare.

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Henri Lehmann, Calypso che piange Ulisse sull’isola di Ogigia

 

Nell’ultimo dialogo con Odisseo, un po’ per vanità, emerge una certa riluttanza della dea all’idea che l’eroe ‘ricco d’ingegni’ la stia comunque preferendo a una comune mortale, rinunciando lui stesso all’eterna giovinezza e alla mortalità, che poi, Calypo – di cui parte della parte umana era affetta da stereotipi estetici – era pure sicura che Pene era più bassa, vecchia e brutta di lei, il colmo dell’incazzatura. Capitela.

E allora il cauto Odisseo, che certo non voleva essere fulminato da Calypso dopo averne passate tante e dovendone passarne altrettante, le dice: ‘madonna santa, Calypso (che, in base all’insistenza su altezza, età e aspetto, doveva essere una sorta di Giselle Bündchen -2.0A.C. – ), certo che Penelope non può competere con te per altezza o bellezza; è che sai, mi manca proprio la mia terra, sai, ‘la solita strada, bianca come il sale, il grano da crescere, i campi da arare’’; e allora, un po’ addolcita, la dea lo lascia proprio andare.

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Trovo interessante che in ‘Pirati dei Caraibi’ sia rispuntata una Calypso davvero particolare. Maga, nera, mutevole. Che si arrabbia tantissimo quando non solo la mettono letteralmente in gabbia, ma soffre per essere stata costretta a una forma sola. Perché, evidentemente, se Odisseo era ‘quello dai molti ingegni’, forse Calypso è quella dall’identità multipla. Una sorta di ‘dáimon’, dalla potenza creatrice, assimilabile forse al concetto di ‘dáimon’ – uno spirito guida mutevole ma puro e intuitivo, insomma, positivo – espresso nel sottovalutatissimo ‘La bussola d’oro’.

 

 

 

My name is Calypso
And I have lived alone
I live on an island
And I waken to the dawn
A long time ago
I watched him struggle with the sea
I knew that he was drowning
And I brought him into me
Now today
Come morning light
He sails away
After one last night
I let him go.

Suzanne Vega, Calypso

Dedicato ad Elena, per la nostra ironia : )

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‘Interstellar’ è uscito già da più di un anno ma siccome il tempo è relativo, per me è uscito ieri sera, a casa mia.

Già vent’anni fa, Mattew McConaughey aveva recitato in un film circa scienza, fantascienza, forme di vita aliene e viaggi nello spazio-tempo, in quello che io definisco il più bel film sull’argomento (o meglio, argomenti): ‘Contact’ di R. Zemeckis.

‘Interstellar’ non brilla per originalità, se non per qualche aspetto; prima di tutto, se finora la cultura ha elaborato la paura per le invasioni aliene – sempre a immagine e somiglianza dell’uomo e di quello che qua e là ogni tanto è successo e succede nel mondo quando un gruppo di uomini decide di invadere un altro gruppo di uomini – adesso sembra che ci sia stata un’inversione del senso di marcia: non sono gli alieni che vogliono invadere la bella terra, sono gli uomini che se ne vogliono scappare a gambe levate per averla ridotta a una palla di polvere inospitale.

Nel film non viene dato molto spazio alla riflessione sulle cause dell’impoverimento terrestre ma interessantemente viene tratteggiata una critica alla tecnologia e alla scienza per aver sottratto braccia all’agricolura; e dunque, a scuola ragazzine e ragazzini vengono incoraggiati a darsi all’agricoltura (il cibo scarseggia e le piante si ammalano), mentre organismi come la NASA portano avanti la ricerca in semi clandesitinità. L’argomento è molto attuale e degno di attenzione, ma nel film è presentato troppo aut-aut. Non si parla di eccessi ma solo di una netta contrapposizione tra istruzione-scienza e agricoltura, senza paventare la possibilità di una ridistrubione tra le due sfere che comunque hanno bisogno l’una dell’altra. Ma è solo un film e forse di questo ne dovrebbero parlare con più serietà all’ONU. Curioso, comunque, che in tutti i film del filone marziano viene assunta la pannocchia come totem, che ora mi crea inquietudine: da ‘ET’ a ‘Signs’, la sacra pannocchia, mais e tutto ciò che abbia una spiga sono il presagio dell’extraterrestre.

Ovviamente, c’è una connessione con la paura archetipica delle carestia (e delle conseguenti guerre), che soprendentemente si è insinuata anche nei racconti di fantascienza. Questo era stato già anticipato, per esempio, dal libro ‘The incredibile tide’ di Alexander Key, che non ho letto ma che conosco tramite ‘Conan, il ragazzo del futuro’ (regia Miyazaki-Hayakawa) che peraltro il film ricorda molto per alcune inquadrature.

Come ho già scritto per ‘The revenant’, anche ‘Interstellar’ sembra volerci dire che il seme della discordia è un qualcosa di endemico della natura umana, vedasi il personaggio interpretato da Matt Damon, che non solo mente spudoratamente per salvarsi la pelle ma cerca anche di uccidere Cooper-McConaughey.

I personaggi-chiave femminili, invece, sono molto positivi. Da un lato, la figlia di Cooper, Marph, è colei che (prendendosi una bella rivincita su quanti l’avevano torturata per la somiglianza del suo nome con la famosa legge-sfiga, atto di promozione della sfiducia del femminile), alla fine, salverà il mondo dall’estinzione grazie alle sue qualità  – intelligenza, intuito, fede, amore – che fanno di lei una scienziata completa; dall’altro, l’astronauta e fisica Hataway-Brand è una figura complessa che mette in luce un dinamico dialogo-contrasto tra scienza e ‘elemento umano’. Non solo alla fine si capirà che la sua intuizione circa il pianeta-sostituto della terra era corretta (vedasi gli ultimi cinque secondi finali per capire), ma è colei che anima il più bel dialogo di tutto il film circa l’amore. Sentire per credere.

Forse è proprio l’amore – senza sentimentalismi – è quella dimensione imponderbile che potrebbe essere la salvezza – tutta terrestre, tutta mondana – per noi e per il nostro pianeta.

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”L’amore non è una cosa che abbiamo inventato noi. Deve voler dire qualcosa. Amiamo persone che sono morte, qui non c’è un’utilità sociale. È una testimonianza, un artefatto di un’altra dimensione che non possiamo percepire consciamente. Io sono dall’altra parte dell’universo attratta da qualcuno che non vedo da un decennio. L’amore è l’unica cosa che riusciamo a percepire che trascenda le dimensioni di tempo e spazio. Forse di questo dovremmo fidarci anche se non riusciamo a capirlo ancora”.

‘The revenant’o la lotta dell’uomo contro la natura (dell’uomo)

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Leonardo DiCaprio è bravissimo. Come, a ruota, tutto il cast di attori. La fotografia (Emmanuel Lubezki) è splendida e permette al pubblico in sala di tuffarsi in questi posti duri, inospitali ma bellissimi con lo stesso rapimento di ‘Into the wild’.

Le musiche d’autore (Ryūichi Sakamoto) conferiscono un’atmosfera quasi mistica che amplifica il gusto onirico-extrasensoriale dello stesso Iñárritu (che subisce molto la fascinazione dell’aldilà e quindi ama indugiare su visioni tangenti le regioni dello spirito).

Splendida la narrazione dalla fuga dalla morte del protagonista straziato nelle carni da un orso: ora una buca, ora una caverna, ora una tenda, ora la carcassa di un cavallo accolgono l’uomo di ritorno alla vita, come novelli incubatori uterini; l’acqua è un elemento costantemente presente a ribadire questa sorta di rito di ri-nascita.

Epica l’idea della vendetta che si impossessa dell’uomo – il guerriero che raccoglie tutta la sua vita attorno a quell’unico scopo, incondizionatamente.

Ma. La serie infinita di prove cui DiCaprio-Glass viene sottoposto raggiunge, sinceramente, livelli di parossismo quasi comici. La ridondanza della Prova guasta il ritmo riducendolo, poi, a un’adrenalica aspettativa della disgrazia successiva che cadrà sulla testa del redivivo. Nel cinema, a un certo punto, la gente comincia a ballare sulle sedie. Qualcuno non resiste fino alla fine, e va via. Peccato.

Un’altra piccola pecca è quella di non aver dato giusto inquadramento alla condizione storica dei nativi, confusi per lo più tra quelli che genericamente rientrano nella parte, se non dei ‘cattivi’, almeno dei ‘problematici’. Le brevi battute affidate al Capo tribù non godono del dono di una sintesi chiarificatrice; nemmeno una scena di un campo distrutto, lo stupro di una ragazza Pawnee, l’amore di Glass per una nativa e conseguente adozione del figlio di lei riescono a dare il giusto tono alla Storia (quella dei nativi). Comunque, forse non sono ancora immune dal confronto con ‘Balla coi lupi’, e a favore di questo, per giunta. Almeno DiCaprio ci ha tenuto a dedicare ai nativi l’Oscar vinto per la sua interpretazione proprio in questo film (un precedente di un’azione del genere risale a Marlon Brando).

‘Revenant’ ha però un merito, quello di ricordarci non solo quanto meschina può essere la natura umana (nel film stemperata solo ogni tanto da qualche azione che possa dirsi umana), ma anche quanto industriosa e volitiva possa essere l’avidità. Solo per un soffio, alla fine, il cattivo soccombe, ma per tutto il film l’Avidità dimostra la sua accortezza e scaltrezza, quasi degna di stima; i pochi buoni non fanno una fine migliore del cattivissimo, traditi, forse, dalla loro fede per la legge (dell’uomo o della natura, a seconda), per le buone regole di convivenza. L’odioso Fitzgerald riesce a compiere quasi senza intralci i suoi piani. Organizza, manipola, non vince per un soffio.

Alla fine, il film ricorda anche lo spirito de ‘Il richiamo della foresta’, inserendosi in quella tradizione angloamericana che ha torturato gli artisti di più generazioni più o meno sugli stessi temi. Iñárritu ha in parte lambito un cluster di topic nevralgici, culturalmente molto vicini alla scena statunitense e che hanno a che fare proprio con la configurazione identitaria degli USA post-scoperta : la finale presa di consapevolezza che in Nuovo Mondo era molto simile al Vecchio, che i gruppi umani portano con sé i semi della discordia, che la natura non è che sia cattiva, ma l’uomo civile le è estraneo e non è il suo padrone. Ci ha suggerito nell’orecchio una parola molto importante per questo tipo di riflessioni: wild.

‘Una bellissima, piccola stupida’

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Torno per l’ennesima volta sul Grande Gatsby. Da quando l’ho ‘conosciuto’, nel 2002, è per me una fonte inesauribile di riflessioni, amplificate ed espanse dal film di Luhrmann del 2013.

Questa volta, metto insieme due aspetti che non hanno assolutamente nulla a che vedere tra loro: uno parla di una acuta e amara prosettiva di genere; l’altra è una rilassante prospettiva squisitamente artistica. Con chiusa musicale.

Si sente dire spesso: ‘non puoi capire cosa sia X se non sei X’. Tipo, se ‘non sei madre non puoi capire la maternità’ – io dico che per capire una situazione, molto più spesso di quanto si creda, basta essere sensibili. Non parlo della sensibilità intesa come dolcezza, delicatezza, etc, che per me sono qualità associate alle sensibilità ma non sinonimiche di essa; parlo di sensibilità intesa più come empatia e attenzione.

Ecco perché credo che Scott Fitzgerald, pur essendo un uomo, abbia capito perfettamente molte cose sulla condizione femminile dei suoi tempi. Forse l’ha aiutato in questo – cioè nella sensibilizzazione – la donna che aveva affianco, Zelda, una delle prime Flapper.

Il personaggio di Daisy è molto più complesso della macchietta egoista e debole che a prima vista sembra. In realtà è un ruolo in cui alla fine si richiude definitivamente, ma nel mezzo, Fitzgerald le conferisce delle sfumature psicologiche, perfino delle ‘attenuanti’ storico-politiche non di secondo piano. Sicurmente, lei è l’antagonista pragmatica, quella che sa vivere, rispetto all’idealismo immenso e incontenibile di Gatsby, che infatti soccombe (come soccombono il sogno americano e la purezza). Ma Daisy è anche vittima del suo tempo, percorso, sotto sotto, da un estremo sessismo e razzismo (altro aspetto a cui Fitzgerald allude tramite il meschino marito di Daisy, Tom Buchanan, portatore dei valori gretti e reazionari di un’arrogante aristocrazia di sangue americana). La donna è bella, è ricca, apparentemente ha tutto quello che si può chiedere dalla vita; ma le incrinature di questa ‘gabbia dorata’ emergono subito, spolverando dal viso di Daisy la patina criselefantina e rivelando una donna soverchiata dall’ipocrisia e dall’avidità.

Il dialogo cruciale che Daisy intrattiene col cugino Nick spiega tutto. Nick le chiede notizie della figlia, che, non a caso, è un personaggio assolutamente inconsistente nel film come nel libro, metafora del non amore dei genitori. E Daisy riporta queste parole riguardo al parto, avvenuto in solitudine mentre Tom era ‘Dio solo sa dove e con chi’:

‘Mi svegliai dall’etere con una sensazione di abbandono e chiesi subito all’infermiera se era un maschio o una femmina. Mi disse che era una bimba, e così voltai la testa e mi misi a piangere. – Bene – dissi – sono contenta che sia una bambina. E spero che sarà stupida: è la miglior cosa che una donna possa essere in questo mondo, una bella piccola stupida. Capisci, credo che la vita sia una cosa terribile’

(in inglese: ‘I woke up out of the ether with an utterly abandoned feeling, and asked the nurse right away if it was a boy or a girl. She told me it was a girl, and so I turned my head away and wept. ‘All right,’ I said, ‘I’m glad it’s a girl. And I hope she’ll be a fool – that’s the best thing a girl can be in this world, a beautiful little fool.’)

Lo splendido ‘an utterly abandoned feeling’, fa emergere la drammatica visione del mondo di cui Daisy è portatrice, una pedina nelle mani del narcisismo maschile, troppo debole lei stessa per opporvisi. Eppure, questa coppia abominevole, Tom e Daisy, non esiterà a cavalcare per i propri fini la morbosa curiosità della gente con l’aiuto dei giornali gossippari, uscendo assolutamente puliti da tutta la vicenda, dimostrazione di come sia possibile solleticare i bassi istinti delle persone, metter su una macchina di menzogne e ipocrisie, e farne un’arma a proprio favore.

‘Una bellissima piccola stupida’, è la parte che Daisy recita in pubblico per passare indenne tra i suoi fallimenti; oltre la dramatis personae, si staglia la consapevolezza dell’autore sul fatto che, insomma, le donne non dovevano avere proprio vita facile, soprattutto nell’America proibizionista e bigotta alla vigilia del collasso di Wall Street.

E ora, per prendere un po’ di respiro, vi porto un esempio lampante della egregia cultura visiva di Luhrmann, di cui più volte ho elogiato la capacità di penetrare profondamente un testo e tradurlo sulla scena col suo stile tanto originale.

Nella scena in cui Daisy e Gatsby (dal minuto 1:10) si incontrano dopo cinque anni (‘saranno cinque anni a novembre’, precisa Jay da persona innamorata che conta ore, minuti e secondi del suo amore), c’è un momento in cui i due sono vicini ma divisi da una colonna. Questo momento, che segnerà il primo contatto fisico dei due nel film, dato che si sfioreranno le mani – un movimento veloce ma che traduce una risposta affermativa dalla donna all’uomo, ‘Si, io ci sono’, insomma -, è impressionantemente pittorico.

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In particolare, la referenza che ho in mente è un quadro di J. Tissot.

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Come si osserva, non solo l’ambientazione è praticamente la stessa: il colonnato, la vicinanza con l’acqua, il verde; anche gli elementi hanno la stessa distribuzione, con l’uomo e la donna disposti allo stesso modo e divisi (significativamente) dalla colonna; i personaggi hanno finanche vestiti simili, lui in bianco e lei con un abito svolazzante.

Ora, io non so se Luhrmann aveva in mente proprio questo quadro, ma le sue scelte, anche le più dettagliate, rivelano una conoscenza e un’educazione – diciamo, una sensibilità – approfondita di arte e letteratura, proprio come senso ultimo.

Postilla: trovo splendido lo stacco musicale del dialogo di Nick e Daisy. Si tratta di un arrangiamento di ‘Heart is a mess’ di Gotye.