‘Suffragette’ di Sarah Gavron. Quanto vale andare a cinema

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‘Suffragette’ di Sarah Gavron è un film, ottimamente fatto, che serve a far riflettere su alcune cose che per noi contemporanei sono forse scontate, e di come vengano trattate in modo scontato a scuola e in società in generale. Parità, diritto di voto, condizioni di lavoro dignitose per le donne sono concetti che tendiamo a dare per assunti ma a che punto siamo?

Il film ripercorre la storia del movimento suffragista inglese nei suoi momenti più drammatici attraverso la storia delle donne (e degli uomini) che lo hanno promosso. La storia vera, nelle figure di E. Pankhurst (fondatrice del movimento, interpretata da M. Streep) ed E. Davison, guadagna libertà di narrazione tramite l’introduzione di protagoniste d’invenzione forgiate, però, sulle personalità di altre suffragiste di spicco realmente esistite. Così prendono vita le energiche protagoniste interpretate da Carey Mulligan, Anne-Marie Duff ed Helena Bonham-Carter (quest’ultima veste i panni di una farmacista supportata dal marito nel portare avanti la causa), che con le loro perfomance ammirevoli rendono la recitazione coralmente eccellente.

La recitazione, insomma, arriva a riflettete quell’idea di trasversalità, cooperazione e organizzazione propria del movimento suffragista, che ha riunito donne di varia estrazione sociale, oltre ogni barriera generazionale, a favore della causa. Si avvicendano sullo schermo donne organizzatissime, intelligenti, combattive, il cui attivismo non lascia spazio al pietismo nonostante le ingiustizie e le sofferenze pur accoratamente denunciate. Ne vien fuori un ritratto di signore – per così dire – vitale e vincente, al passo coi tempi (a modo proprio), contro un sistema di pensiero discriminatorio e conservatore.

Elementi come la macchina, la tecnologia, la legge, cruciali per il periodo storico nelle vicinanze della Rivoluzione Industriale, nel film diventano spiccatamente strumenti di oppressione contro le donne, le quali lottano non tanto per distruggerli quanto per riappropriarsene in modo più equo per tutti e tutte (‘Non vogliamo essere distruttrici di leggi, ma creatrici di leggi’, urlerà la Pankhurst). Per fare un esempio, la macchina fotografica, utilizzata dalla polizia per identificare e controllare le donne, diventa un mezzo per dar visibilità alla causa suffragista tramite la stampa. Si presta, inoltre, alla classica metafora dell’occhio che indaga e controlla.

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A dispetto dello stereotipo della donna militante ferrea, dura e quasi disumana, le protagoniste non rinunciano alla tenerezza, all’amicizia; ridono spesso, fanno dell’ironia un ulteriore collante anche nei momenti più drammatici, come quando una delle protagoniste viene colpita nel vivo della sua maternità (vista naturalmente esclusivamente come un dovere e non come un diritto) ma che pur riesce a sciogliersi, tra le lacrime, in una sonora risata con un’amica, proprio come la mitica Demetra.

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Non si può non pensare a quante donne sconosciute siano state sacrificate da meccanismi sociali consolidati a lungo nella loro ingiustizia, o a quante si siano sacrificate per uscirne, rivendicando la loro identità come essere umani; alienate dalla casa, dai figli, da se stesse, ritenute immonde se si ribellavano. Il personaggio della Mulligan che supplica il figlio di non dimenticarla è esattamente come Sibilla Aleramo di ‘Una donna’. Sono testimonianze di un sacrificio spesso non solo dimenticato, ma fatto passare per crimine dalla società. Come succede ancora oggi, qua e là.

La vivacità delle donne, supportata da una fotografia sapiente, stempera i toni tristi degli ambienti proletari; anche quando sono sporche, tumefatte o semplicemente sfatte dalla fatica, le donne emanano sempre dignità e speranza. Forse, anche per questo, Carey Mulligan mi è sembrata l’immagine in movimento della lavandaia di H. Toulouse-Lautrec, il pittore che più di ogni altro ha reso sublime ciò che il sentire comune riteneva ripugnante.

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Notevole anche la scelta del preciso focus cronologico sul movimento, descritto nel momento della delicata transizione da un attivismo pacifico e civile a uno più violento, che si traduce anche in una serie di attentati volti al danneggiamento di ‘simboli’ (canali di comunicazione, case di ministri) e mai contro le persone. La virata guerrigliera fu scatenata dal rifiuto di ogni apertura da parte del governo ai tempi di Giorgio V verso i diritti reclamati dal movimento suffragista a seguito di lunghe trattative politiche, e che si riassumerà nel motto ‘Fatti e non parole’.

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La risposta della società alle istanze suffragiste (in primis, il diritto di voto per le donne, appunto, che però trovava l’opposizione di quanti vedevono le donne già adeguatamente rappresentate dagli uomini) era equamente suddivisa tra pubblico e privato; la parte pubblica, se vedeva fallita la sua repressione fatta di persecuzioni, derisioni, svilimenti, pestaggi, incarceramenti e alimentazioni forzate, sapeva di poter contare sull’azione repressiva domestica attraverso gli uomini di casa (mariti, padri, fratelli, etc). Non tutti però; nel film emergono figure maschili a supporto della causa che allora, come oggi, identifica il nemico con il sessismo e con tutte le forme di discriminazione. Per questo è importante, per identificare questo nemico, avere la sensibilità necessaria per vederlo.

Nel film assistiamo anche a molestie sul lavoro, e a quello che oggi chiameremmo ‘mobbing’; le cose sono cambiate? La legge forse, ma la mentalità? Se Carey-Maud denuncia la disparità di salario tra uomo e donna (e le donne lavoravano un terzo in più degli uomini), fenomeno che oggi ha anche un nome (il gender gap), questa storia ci sembra tanto passata? Non significa che le battaglie di queste donne sono state vane, significa che dobbiamo prenderne il testimone con più vigore.

La visione di questo film mi ha anche ricordato perché è importante andare al cinema come atto sociale: non mi capitava da tantissimi anni, è successo che gli spettatori in sala hanno applaudito, non tanto per esprimere un apprezzamento che a chi ha lavorato al film non arriverà mai, ma per lanciare un messaggio, all’interno della sala, tra noi spettatori, per sancire un patto di condivisione e stabilire, o meglio, ri-stabilire quali sono le priorità su cui sensibilizzarsi.

Trovo sia importante supportare tutto ciò che la cultura emana su certi temi per promuovere una sensibilizzazione attualizzata contro l’assopimento subdolo e distratto che sembra aver colpito la società.

Ri-cominciare dalla storia, da un racconto più bilanciato e viscerale, mi sembra un ottimo passo.

 

Il #femminismo è l'idea radicale che noi #donne siamo #persone #feminismo #Barcelona #Clot

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