Judith Butler e l’Europa in crisi d’identità

Juidith Butler ha chiuso ieri il ciclo d’incontri D.O. Europa, con un intervento che affrontava la questione dell’identità europea a partire dalle persone.

Il suo discorso insiste soprattutto su due temi: l’emergenza umanitaria dei profughi e il revival di movimenti di estrema destra nel Vecchio Continente.

La filosofa inquadra le varie questioni secondo una prospettiva che le è molto cara, quella del ragionamento attorno all’identità.

Incalzata dalla moderatrice Mònica Terribas su cosa sia quell’entità collettiva – il ‘We’ -, Butler suggerisce un approccio dinamico che mette in luce la relatività identitaria del ‘We’:

‘Nessuno può definire il ‘We’ e nessun gruppo può dire ‘Noi siamo il We’. ‘Nosotros’ è elaborato attraverso una serie di gruppi che lo reclamano per sé; le persone parlano attraverso un ‘noi’ e a volte questo può portare una competizione. Ricordo di aver assistito a delle manifestazione in Egitto. C’era un gruppo di persone, a sostegno di Mubarak, che dicevano ‘noi siamo il We’, e c’era un altro gruppo in opposizione che rivendicava la medesima cosa. È una dinamica di antagonismi ma quello che importa è che ci sia antagonismo senza violenza. Dobbiamo essere aperte e relativizzare sempre il ‘We’ per preservare la democrazia.

La democrazia è un ideale, non possiamo dire di averla raggiunta: è un processo in atto, una continua tensione verso di essa.

In Spagna e in Italia c’è stato il fascismo ma non possiamo dire di averlo superato perché è riemerso. È riemerso, per esempio, come approccio contro i migranti’.

Mònica porta all’attenzione della pensatrice la questione di sovranità popolare, rappresentanza politica e dissenso, a cui Butler risponde:

‘La sovranità è un concetto un po’ obsoleto per alcuni miei colleghi di sinistra. Noi pensiamo che la sovranità proceda dalle persone allo Stato tramite il voto. Ma se poi governo eletto attacca la stampa, diventa uno Stato di polizia o affronta l’emergenza migranti in una certa maniera, le persone possono mobilitarsi contro questo governo che non le rappresenta più, anche se lo hanno votato. Quando questo gruppi si organizzano, si richiama la sovranità popolare e si verificano le crisi politiche. Noi abbiamo questo potere che può fermare economia e mercati’.

Mònica le chiede in che forme debbano organizzarsi questi movimenti di matrice sociale, se debbano trasformarsi in vere e proprie forze politiche.

Butler: ‘Alcuni di questi gruppi aspirano a diventare movimenti politici e cercano una rappresentanza parlamentare. Ce ne sono altri che si battono per le politiche sociali ma non vogliono avere potere politico e vogliono rimanere fuori dalla politica vera e propria. Io penso che le due forme siano entrambe necessarie. È un gap necessario. Ci deve essere una sovranità popolare e una statale. Per legittimare ciò che di fatto delegittima lo Stato è necessario che si sia qualcosa non coinvolto nel potere, in qualche modo.

Per quanto riguarda il discorso del Femminismo e dei movimenti LGBT, è assolutamente giusto e auspicabile che lo Stato riconosca i diritti civili senza che poi chi ne è interessato venga necessariamente ‘statalizzato’. Si può parlare, relazionarsi col potere dal di fuori, lottando in prima linea per un cambiamento prima di tutto sociale.

Un altro esempio: abbiamo visto, in passato, manifestazioni a Roma, a Montreal e più recentemente in Sud Africa contro l’aumento delle tasse universitarie che avrebbero di fatto impedito l’accesso alla parte più vulnerabile della popolazione. Questi gruppi non vivono le stesse situazioni ma sono in contatto tra loro. Stanno coordinando gli sforzi, e possono essere molto efficaci. Non è indispensabile trasformarsi in forza partitica, anche perché i partiti guardano a questi movimenti sociali e imparano da loro.’

Butler rilassa i toni scherzando sulla sua stessa identità: ‘In quanto donna, oh bhé, sono io una donna?’ e trascina la platea nel suo stesso sorriso – poi attacca un bellissimo discorso sull’invisibilità delle persone in una situazione di vulnerabilità:

‘La demografia della vulnerabilità è cambiata.

Quando stavo scrivendo ‘Gender trouble’ (‘Questione di genere’, tradotto in italiano nel 2013, ndb) era la metà degli anni ’90, al tempo ero sicuramente femminista – come per moltissimi aspetti lo sono ancora oggi – ma non esisteva il movimento Queer; è un libro difficile e molto accademico, ve ne chiedo scusa, ma stavo cercando di portare nell’ambiente accademico alcune tensioni sociali. All’epoca, alcune cose non erano riconosciute: c’erano delle persone che non potevano piangere il proprio partner in caso di morte o non potevano andare in ospedale, perché a livello sociale non erano riconosciute. Era come se vivessero una seconda perdita. Queste persone non potevano piangere per le loro perdite come succedeva per tutti gli altri, che sono normalmente oggetto di abbracci, parole di conforto, di elaborazione del lutto a livello sociale.

Lo stesso è ora per i rifugiati.’ – a questo punto Mònica la interrompe parlando di come l’Europa sta pensando di ridistribuire i profughi tra gli Stati membri, e Butler riprende il discorso dicendo una cosa che ha fatto calare un silenzio amarissimo in sala (già silenziosa, ma sembrava che la platea avesse smesso di respirare):

‘state ridistribuendo quelli che riescono ad arrivarci, in Europa. I sopravvissuti. Quelli di cui vi rendete conto, non quelli di cui non vi rendete conto come i bambini morti che guardate in foto. Ci dovrebbero essere più foto, più storie, più contestualizzazioni.

Molte persone si sentono minacciate, in Europa, temono di perdere il lavoro, di non riuscire a pagare spese e debiti, etc… . Il numero di poveri e di precari sta crescendo spaventosamente. La classe media ha la percezione che sta scivolando verso la povertà. Anche l’Europa ha migranti economici che si spostano. Dobbiamo recuperare i principi di giustizia economica per tutti, pensare come realizzarla per noi. Dove vanno i soldi? Perché dicono che non ci sono i soldi per l’emergenza, dove sono andati? Dobbiamo domandarci questo, e mirare alla ridistribuzione delle risorse in modo che le persone ‘legali’ e quelle ‘illegali’ possano vivere la loro vita. ‘We’, e non ‘noi/loro’.’

(Parla di ‘global slum’ circa il dilagare della povertà a livello di sistema.)

A riguardo le donne in politica negli USA, dichiara:

‘Possono essere femministe a anche criminali di guerra, senza purezza. La forza del femminismo, comunque, non è reclamare la conformità, ma gestire i conflitti al suo interno.’

‘La crisi economica, il razzismo contro i migranti e il nazionalismo stanno portando in Europa un revival del nazismo.

Bruxelles deve ripensare al suo ruolo in questa situazione economica e la sua politica verso i migranti: ha fallito.

Hannah Arendt argomenta che ogni Stato che si definisce come portatore di una sola nazionalità cercherà sempre di espellere chi intacca la purezza della nazione per conservare e riprodurre la sua purezza come Stato (principio di ‘One State, one nationality’). Con questa idea, non vuole cedere le sue pretese di nazionalità al contatto coi profughi. Si parla di Eurocentrismo, la l’Europa è già multietnica, multiculturale, poliglotta e non si torna indietro anche se si rifiuta di essere trasformata dai rifugiati.’

La teorica delle questioni di genere ci lascia un bel confronto, scevro anche solo dal sospetto di snobbismo accademico. Cravatta-cerniera fucsia, un inglese ben scandito senza la fretta di chi ce la mette tutta a non voler farsi capire, mostra una statura intellettuale che potrebbe mettere in soggezione ma non lo fa, affiancata sempre da un’ironia intelligente che mette tutti a proprio agio, mentre si ragiona insieme.

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