Il fuoritempo della disoccupazione

 

La disoccupazione è un male che colpisce corpo e anima, materia e spirito. È un male completo, insomma. Se da un lato, infatti, si traduce in mancanza di mezzi e soldi, dall’altro intacca quella parte dell’anima dove vibrano componenti umane quali la vitalità, la creatività, la fiducia. Non lavorare nega l’identità sociale, poichè l’individuo non realizza il suo apporto a livello di società tramite l’impiego dei suoi talenti e competenze, concetto splendidamente sancito dalla Costituzione (Art.4 ‘La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.’). Quindi la disuccupazione nega, da questo punto di vista, anche il senso di appartenenza (a un gruppo sociale). Il disoccupato viene colpito in un diritto, e si sente in colpa per non obbedire a un dovere (che è prima di tutto un imperativo morale individuale – quale uomo, in realtà, non vuole lavorare ovvero realizzarsi?).

Il disoccupato, quindi, suo malgrado, si ritrova a vivere ai margini della società, concetto che potrebbe essere affascinante per tutti quelli che sono nati un po’ bohémien, come me. Che bello poter essere agevolati nella battaglia contro i disvalori borghesi e la frenesia consumistica del capitalismo. Solo che mi guardo intorno e ‘libertà, bellezza, amore’ scarseggiano, e poi, fino in fondo, non è stata integralmente una scelta e io purtroppo non sono manco un artista.

Inoltre, si devono fare i conti con una variabile con cui l’uomo storicamente è in conflitto: il tempo. Che qui, entra a gamba tesa addirittura due volte. Il suo primo ingresso riguarda il lasso di tempo in cui una persona vive lo stato di disoccupato. C’è poco da scherzare, più si prolunga più danneggia. E più sarà difficile riprendersi. Per esempio, siccome la disoccupazione è, nella maggior parte dei casi (per lo meno nel mio), accompagnata da una disperata ricerca di lavoro – questi due demonietti, disoccupazione e ricerca di lavoro, novelli Poros e Penia – più porte in faccia si prendono più difficile sarà non prendersela con qualcuno (se si è introversi con se stessi, se si è estroversi con la società), e comunque, alla fine, piu difficile sarà guarire dalla delusione. Nessun amore, celeste o terrestre che sia, da cantare o su cui disquisire nei secoli futuri. Fa male all’essere umano che vive questa condizione e basta.

E soffermandosi un attimo sull’hic et nunc, la disoccupazione che si arrampica nel tempo, dal tempo stesso ti esclude. Voglio dire, ti esclude dalla scansione del tempo culturalmente organizzata dagli esseri umani. Voglio dire, dai riti (vi ricordate il discorso della volpe al Piccolo Principe? Ecco, ci stiamo avvicinando); voglio dire, dal calendario su cui si muovono gli altri, quelli che lavorano, e che corre su un doppio binario: quello settimanale e quello mensile-annuale. Ovvero, mentre tu guardi dalla tua capsula spaziale i lavoratori che puntualmente si lamentano del lunedì (almeno sai che c’è qualcuno o qualcosa che sta peggio di te, il povero lunedì), tesi spasmodicamente verso il venerdì ( tutti cantano ‘Friday I’m in love’, a volte anche io, così, giusto per cantare), arrivi al sabato con la febbre a pensare che domenica forse non hai maturato il diritto di andare entrare in chiesa per avere la benedizione a messa perché se anche dio si è preso un giorno di fiesta per riposarsi dalle sue fatiche, tu di che caSSo ti devi riposare o per cosa devi essere benedetto? E ti senti un ladro a mangiare anche la pastarella della domenica.

Ma in realtà, queste piccole cambiali di fuoritempo, arrivano tutte in un’unica soluzione a cavallo delle feste comandate nell’arco dell’anno. Le feste comandate, per chi è solo e per chi vive questa forma sofisticata di solitudine che è la disoccupazione, sono veramente una prova da superare. Ci sono persone veramente in difficoltà per la questione economica (mutui da pagare, pancini da saziare, bisogni di base da esaudire); per quanto mi riguarda, il non aver soldi per comprare i regali a Natale o per partire per la settimana bianca, Pasquetta o ferie (quando ‘fuori’ queste cose sono caldamente promosse e alle classiche domande ‘A Natale, che fai?’ vorresti solo rispondere, maleducamente,  ‘Un caSSo’), è un elemento di fastidio trascurabile rispetto alla sensazione di essere completamente tagliat@ fuori dalla ritualità. Perché  sono un@ convint@ anticonsumista e perció questa sorta di austerity forzata mi fa pensare che serva almeno a rallentare i ritmi di produzione, ovvero di consumazione (neanche di consumo, questa è vera e propria consumazione). Ma come faccio davanti al rispetto che si merita il lavoratore che scandisce felice la sua vita con tutti gli altri? Io meriro rispetto? Si, certo, come tutti; di certo non voglio compassione ma comprensione.

Certo, a volte, leggendo per esempio i post su FB, mi domando chi sia veramente più infelice se un lavoratore o un disoccupato, ma questa è un’altra storia.

Quando penso a tutto questo, mi sovviene la sigla di un’orrible versone di Pinocchio (così terribile che per me ora non è Giano ma Pinocchio Bifronte, quello buono della Disney e quello splatter a cui mi riferisco ora):

‘Faccio fe Faccio festa per 30 giorni al mese/E il calendario per me lo sai non ha sorprese/Natale, pasqua, befana e ferragosto/Sempre domenica è per me/E se domenica non è/È festa uguale lo so/“Ma perché per noi no?”/Che ne so!’.

Vivo su una linea del tempo piatta in cui mi stanco solo a sperare che questa palude un giorno lasci spazio a un giardino rigoglioso; a cercare di non incattivirmi, di mantenermi visp@.

Ma attenzione. Ognuno reagisce alla disoccupazione come può. Per il momento, per non fare la fine di Artax nella palude della tristezza, cerco di impormi una disciplina, di crearmi dei ritmi miei. E me piace pensare a me stess@ come tutt’altro che disoccupat@. Oltre al fatto che non ho mai smesso di studiare (nel tempo ho fatto tantissimi lavoretti ma superati i 30 diventa tutto più difficile, non solo trovare lavoro ma anche lavoretti), sono occupatissim@. Leggo moltissimo, mi informo, mi dedico ai miei studi e curo la mia creatività e affetti. Certo, a volte mi vien voglia di buttare tutto all’aria perché niente di tutto ció è immediatamente produttivo e non cancella le mie preoccupazioni materiali. Però, queste occupazioni mi fanno svegliare la mattina, e anche abbastanza presto (ok, tranne a volte). Mi posizionano, paradossalmente, su un punto di vista privilegiato rispetto agli altri – che posso osservare attentamente.

Ho l’occasione di curare quell’otium che non è avere tempo da perdere ma è la cura dell’anima. Certo, mi si può dire che è una concettualizzazione, e non nego sia così; ma mi aiuta a non sprofondare, e in maniera costruttiva. Mi serve a darmi dei ritmi, di sveglia, di occupazione e riposo, per non ammalarmi. Mi aiuta a stare all’erta e vigile per quando verrò richiamat@ alla vita attiva (sperando di non dover aspettare troppo, però). Adesso ho il tempo – prorpio quel tempo tiranno – per cercare di capire meglio il mondo pazzo in cui viviamo, e a velocità sempre più insostenibili.

Non è un’apologia della disoccupazione e dei suoi mali, tutt’altro. Scrive Conrad in ‘Cuore di tenebra’: ‘Il lavoro non mi piace – non piace a nessuno – ma mi piace quello che c’è nel lavoro: la possibilità di trovare se stessi’. Sto semplicemente applicando questa grande verità alla mia condizione. Sto negoziando un po’ di speranza col mio tempo. Anzi, con i miei tempi.

 

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Scontro di civiltà un caSSo

Ho paura.

Ho paura perché non mi sento tranquilla a manifestare la mia libertà di pensiero che mi porta ad informarmi accuratamente prima di prendere posizione su un ‘noi’ e un ‘loro’, dicotomia che, tra l’altro, non esiste (se non a patto, per esempio, di suddividere le persone tra quelle che vogliono la pace e quella che non la vogliono). E, comunque, mi sento molto più minacciata dal ‘noi’, da questo punto di vista.

Perché se cerco di portare argomenti a sfavore dell’islamofobia, non per particolari simpatie ma cercando semplicemente di seguire un’informazione il più possibile libera e corretta, ho paura di essere etichettata come ‘anticattolica’. Non per l”anticattolica’ in sé ma perché odio le etichette e specialmente quelle date gratuitamente. Perché non mi piace che si associ, negli appelli alla difesa dell’identità italiana, ‘la nostra cultura’ a ‘sì ai crocifissi in chiesa’. Io sono italiana ma non mi rivedo in questa assunzione di ‘cultura’. E poi, se mi sento minacciata io, figuriamoci i tanti italiani ebrei o musulmani che esistono e che si sentono italiani quanto me. A me piace pensare alla cultura come a Ungaretti, Deledda, Michelangelo, Artemisia Gentileschi e via dicendo. Non come al crocifisso in aula.

Perché tremo ogni volta che sento ‘i nostri valori’, perché automaticamente la mia mente corre allo sterminio dei Pellerossa, o, per accorciare le distanze temporali, al gender gap o ai femminicidi (‘i nostri valori’, quelli che discriminano ancora le donne o le uccidono?), alle guerre e ai genocidi che nessuno si fila (‘i nostri valori’ sono selettivi?)…e allora vengo tacciata di essere ‘antioccidentale’.

Ho paura, perché le misure antiterroristiche, che influenzano ampi spazi di libertà democratiche (‘L’ uomo civile ha barattato una parte della sua possibilità di felicità per un po’ di sicurezza’, diceva Freud ne ‘Il disagio della civiltà’), rimano molto bene anche con le pretese di chi non si apre al confronto senza tentare di aprire nuove strade alternative alla lotta al terrorismo, per esempio.

Insomma, ho paura che questa isteria venga presto o tardi legittimata e a sua volta legittimi un giro di vite in senso pericolosamente antidemocratico e che si sia trattato di un gigantesco cavallo di Troia, costruito con pazienza, nel tempo, ed elettrizzato dalla sciatteria social-mediatica. Che è sempre il riflesso di qualcosa di più profondo e che sì, questo sì, ha a che fare con il concetto di ‘cultura’.

 

Anche nella guerra

Questo è un pensiero breve che ho urgenza di condividere.

Ho appena finito di leggere un post su ‘Abbatto i muri’ circa la costruzione del ruolo della donna (e della madre) durante i conflitti.

 

Rimando a suddetta pagina Facebook (e ai relativi, validissimi suggerimenti indicati) per una riflessione più profonda (e approfondita).

Nel frattempo, è da molto che mi torna in mente il drammatico addio tra Ettore, Andromaca e loro figlio. In particolare, ‘adoro’ la parte in cui il bambino si spaventa dell’elmo del padre.

 

‘ E dicendo così, tese le braccia al figlio Ettore illustre:

ma indietro il bambino, sul petto della bàlia dalla bella cintura

si piegò con un grido, atterrìto all’aspetto del padre,

spaventato dal bronzo e dal cimiero chiomato

che vedeva ondeggiare terribile in cima all’elmo.

Sorrise il caro padre e la nobile madre,

e subito Ettore illustre di tolse l’elmo di testa,

e lo posò scintillante per terra;

e poi baciò il caro figlio, lo sollevò fra le braccia

e disse, supplicando a Zeus e agli altri numi; […]

(Online, Zanichelli)

 

Screen Shot 2015-09-08 at 7.12.07 PM(Fonte foto: The Post Internazionale)

Judith Butler e l’Europa in crisi d’identità

Juidith Butler ha chiuso ieri il ciclo d’incontri D.O. Europa, con un intervento che affrontava la questione dell’identità europea a partire dalle persone.

Il suo discorso insiste soprattutto su due temi: l’emergenza umanitaria dei profughi e il revival di movimenti di estrema destra nel Vecchio Continente.

La filosofa inquadra le varie questioni secondo una prospettiva che le è molto cara, quella del ragionamento attorno all’identità.

Incalzata dalla moderatrice Mònica Terribas su cosa sia quell’entità collettiva – il ‘We’ -, Butler suggerisce un approccio dinamico che mette in luce la relatività identitaria del ‘We’:

‘Nessuno può definire il ‘We’ e nessun gruppo può dire ‘Noi siamo il We’. ‘Nosotros’ è elaborato attraverso una serie di gruppi che lo reclamano per sé; le persone parlano attraverso un ‘noi’ e a volte questo può portare una competizione. Ricordo di aver assistito a delle manifestazione in Egitto. C’era un gruppo di persone, a sostegno di Mubarak, che dicevano ‘noi siamo il We’, e c’era un altro gruppo in opposizione che rivendicava la medesima cosa. È una dinamica di antagonismi ma quello che importa è che ci sia antagonismo senza violenza. Dobbiamo essere aperte e relativizzare sempre il ‘We’ per preservare la democrazia.

La democrazia è un ideale, non possiamo dire di averla raggiunta: è un processo in atto, una continua tensione verso di essa.

In Spagna e in Italia c’è stato il fascismo ma non possiamo dire di averlo superato perché è riemerso. È riemerso, per esempio, come approccio contro i migranti’.

Mònica porta all’attenzione della pensatrice la questione di sovranità popolare, rappresentanza politica e dissenso, a cui Butler risponde:

‘La sovranità è un concetto un po’ obsoleto per alcuni miei colleghi di sinistra. Noi pensiamo che la sovranità proceda dalle persone allo Stato tramite il voto. Ma se poi governo eletto attacca la stampa, diventa uno Stato di polizia o affronta l’emergenza migranti in una certa maniera, le persone possono mobilitarsi contro questo governo che non le rappresenta più, anche se lo hanno votato. Quando questo gruppi si organizzano, si richiama la sovranità popolare e si verificano le crisi politiche. Noi abbiamo questo potere che può fermare economia e mercati’.

Mònica le chiede in che forme debbano organizzarsi questi movimenti di matrice sociale, se debbano trasformarsi in vere e proprie forze politiche.

Butler: ‘Alcuni di questi gruppi aspirano a diventare movimenti politici e cercano una rappresentanza parlamentare. Ce ne sono altri che si battono per le politiche sociali ma non vogliono avere potere politico e vogliono rimanere fuori dalla politica vera e propria. Io penso che le due forme siano entrambe necessarie. È un gap necessario. Ci deve essere una sovranità popolare e una statale. Per legittimare ciò che di fatto delegittima lo Stato è necessario che si sia qualcosa non coinvolto nel potere, in qualche modo.

Per quanto riguarda il discorso del Femminismo e dei movimenti LGBT, è assolutamente giusto e auspicabile che lo Stato riconosca i diritti civili senza che poi chi ne è interessato venga necessariamente ‘statalizzato’. Si può parlare, relazionarsi col potere dal di fuori, lottando in prima linea per un cambiamento prima di tutto sociale.

Un altro esempio: abbiamo visto, in passato, manifestazioni a Roma, a Montreal e più recentemente in Sud Africa contro l’aumento delle tasse universitarie che avrebbero di fatto impedito l’accesso alla parte più vulnerabile della popolazione. Questi gruppi non vivono le stesse situazioni ma sono in contatto tra loro. Stanno coordinando gli sforzi, e possono essere molto efficaci. Non è indispensabile trasformarsi in forza partitica, anche perché i partiti guardano a questi movimenti sociali e imparano da loro.’

Butler rilassa i toni scherzando sulla sua stessa identità: ‘In quanto donna, oh bhé, sono io una donna?’ e trascina la platea nel suo stesso sorriso – poi attacca un bellissimo discorso sull’invisibilità delle persone in una situazione di vulnerabilità:

‘La demografia della vulnerabilità è cambiata.

Quando stavo scrivendo ‘Gender trouble’ (‘Questione di genere’, tradotto in italiano nel 2013, ndb) era la metà degli anni ’90, al tempo ero sicuramente femminista – come per moltissimi aspetti lo sono ancora oggi – ma non esisteva il movimento Queer; è un libro difficile e molto accademico, ve ne chiedo scusa, ma stavo cercando di portare nell’ambiente accademico alcune tensioni sociali. All’epoca, alcune cose non erano riconosciute: c’erano delle persone che non potevano piangere il proprio partner in caso di morte o non potevano andare in ospedale, perché a livello sociale non erano riconosciute. Era come se vivessero una seconda perdita. Queste persone non potevano piangere per le loro perdite come succedeva per tutti gli altri, che sono normalmente oggetto di abbracci, parole di conforto, di elaborazione del lutto a livello sociale.

Lo stesso è ora per i rifugiati.’ – a questo punto Mònica la interrompe parlando di come l’Europa sta pensando di ridistribuire i profughi tra gli Stati membri, e Butler riprende il discorso dicendo una cosa che ha fatto calare un silenzio amarissimo in sala (già silenziosa, ma sembrava che la platea avesse smesso di respirare):

‘state ridistribuendo quelli che riescono ad arrivarci, in Europa. I sopravvissuti. Quelli di cui vi rendete conto, non quelli di cui non vi rendete conto come i bambini morti che guardate in foto. Ci dovrebbero essere più foto, più storie, più contestualizzazioni.

Molte persone si sentono minacciate, in Europa, temono di perdere il lavoro, di non riuscire a pagare spese e debiti, etc… . Il numero di poveri e di precari sta crescendo spaventosamente. La classe media ha la percezione che sta scivolando verso la povertà. Anche l’Europa ha migranti economici che si spostano. Dobbiamo recuperare i principi di giustizia economica per tutti, pensare come realizzarla per noi. Dove vanno i soldi? Perché dicono che non ci sono i soldi per l’emergenza, dove sono andati? Dobbiamo domandarci questo, e mirare alla ridistribuzione delle risorse in modo che le persone ‘legali’ e quelle ‘illegali’ possano vivere la loro vita. ‘We’, e non ‘noi/loro’.’

(Parla di ‘global slum’ circa il dilagare della povertà a livello di sistema.)

A riguardo le donne in politica negli USA, dichiara:

‘Possono essere femministe a anche criminali di guerra, senza purezza. La forza del femminismo, comunque, non è reclamare la conformità, ma gestire i conflitti al suo interno.’

‘La crisi economica, il razzismo contro i migranti e il nazionalismo stanno portando in Europa un revival del nazismo.

Bruxelles deve ripensare al suo ruolo in questa situazione economica e la sua politica verso i migranti: ha fallito.

Hannah Arendt argomenta che ogni Stato che si definisce come portatore di una sola nazionalità cercherà sempre di espellere chi intacca la purezza della nazione per conservare e riprodurre la sua purezza come Stato (principio di ‘One State, one nationality’). Con questa idea, non vuole cedere le sue pretese di nazionalità al contatto coi profughi. Si parla di Eurocentrismo, la l’Europa è già multietnica, multiculturale, poliglotta e non si torna indietro anche se si rifiuta di essere trasformata dai rifugiati.’

La teorica delle questioni di genere ci lascia un bel confronto, scevro anche solo dal sospetto di snobbismo accademico. Cravatta-cerniera fucsia, un inglese ben scandito senza la fretta di chi ce la mette tutta a non voler farsi capire, mostra una statura intellettuale che potrebbe mettere in soggezione ma non lo fa, affiancata sempre da un’ironia intelligente che mette tutti a proprio agio, mentre si ragiona insieme.

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