Senza fame

La cosa peggiore che potesse mai farmi
era, ed è, affamarmi.

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In ricordo di Hina

Cara Hina,
Mi colpì molto la notizia della tua morte quando nove anni fa ne parlarono al tg.
Perchè la tua morte è stata orribile. E perché ti chiami come me. In Italia, quasi nessuna si chiama come noi.
Mi sono interessata relativamente da poco tempo agli studi di genere e al femminismo, e te le devo dire: il merito è in gran parte tuo.
Scusa se ti scrivo una lettera, può sembrare infantile. Per me non lo è; per me è dolce. Quando muore una persona non puoi più rivolgerti a lei così, non la chiami più per nome. Io stasera voglio farlo. Perché domani saranno nove anni.
Dicevo, il merito è tuo perché per me la tua morte ha segnato qualcosa. Un qualcosa che volevo approfondire. E ti assicuro che c’è così tanto da approfondire! In realtà le cose sarebbero semplici – che ognun@ possa vivere come vuole, in pace – ma gli esseri umani riescono a complicare sempre le cose.
Pensavo, che ci sono donne che sono state grandi sovversive. Reali o immaginate. Penso sempre ad Antigone. Penso alla donna nera che si riufiutò di cedere il posto a un bianco, su un pullman, un giorno di tanti anni fa. E diede inizio a una rivoluzione.
Da nove anni penso a te. Mi domando perché alcune persone vanno proprio fuori di testa se una donna decide di vivere come le garba. E se le garba in maniera diversa dallo stabilito (da chi, poi…) son sempre guai.
Non voglio banalizzare, tanto meno usando la tua ricorrenza. ma, sai, di recente un mio contatto facebook si è indignato perché al mare, a suo dire, il panorama è stato deturpato da una donna in topless. Sai che è arrivato a dire? ‘Si al burkini, no al topless’ e ancora ‘Forse un po’ di islamizzazione non sarebbe male’. Vorrei sapere se lo direbbe ancora al cospetto della tua storia. Tu, uccisa con venti coltellate e – hanno scritto – sepolta con la testa verso la Mecca.
Sia ben chiaro: non ha importanza che si tratti di Islam, o Cattolicesimo, o altro. Il problema è quando gli uomini strumentalizzano la religione piegandola alle proprie mire distorte. Quando incollano sulla religione il loro odio e la loro violenza, tutte umane. E allora poco importa se starai dalla parte di una religione o dell’altra, starai sbagliando comunque. Perché la tua scelta non sarà una scelta e non sarà autentica. Men che meno se fa male.
Venti coltellate, una per ogni tuo anno di vita; venti ferite per una vita così breve.
Tu, per esempio, sei venuta in Italia e questo mondo nuovo ti è piaciuto. Ti sei integrata bene, volevi vivere qui. I maschi (si, su Wikipedia c’è scritto ‘i parenti maschi’) della tua famiglia, dopo che eri andata via, ti hanno fatta tornare con l’inganno a casa, dopo anni che cercavano di piegarti alla loro visione del mondo, e ti hanno massacrata.
Tu eri coraggiosa, tu sei il simbolo della perseveranza di chi vuole scegliere.
Com’eri bella. Che occhi ridenti di intelligenza.
Ricordo perfettamente una tua foto con una maglia di un rosa vivo, col pancino scoperto. Com’eri bella.
Non voglio retorica per ricordarti. Posso scrivere che per me sei importante perché sei stata coerente con te stessa. Ma tu non ci sei più, e lo trovo tanto ingiusto. C’è un punto in cui le parole devono fermarsi anche loro, a omaggiare le persone. In silenzio.

Hina, ‘Caina attende chi a vita ci spense’, ha scritto il Poeta. Si, Hina. Nel frattempo, noi cercheremo di rendere migliore questo mondo. Te lo prometto.
Stanotte sarai la stella più bella che non può cadere.

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http://www.repubblica.it/2006/08/sezioni/cronaca/pakistana-uccisa/confessione-padre/confessione-padre.html

Un piccolo manifesto antirazzista di un’italiana residente all’estero. #ancheiosonomigrante

All’indomani dell’ennesimo caso di imbecillità razzista via web e del solito corollario di idiozia profuso da una certa politica, sarebbero tante le cose che vorrei esprimere.
Per iniziare, però, scelgo di pubblicare l’intervento di una mia carissima amica perché quello che ha scritto esprime meravigliosamente un sentimento che io condivido e sottoscrivo pienamente; e poi lo ha scritto benissimo, in tutti i sensi. Perché lei è così. Testa, cuore, umanità e creatività, qualità generalmente latitanti, a leggere certe cose…
Riporto il suo intervento che ha postato sul suo profilo FB – le ho naturalmente chiesto il permesso e lei ha acconsentito.
Grazie Elena, per aver impugnato una penna (ok, pigiato i tasti 😀 ) e fatto alzare il livello di ragionevolezza nazionale.
Un bacio,
Ina – #ancheiosonomigrante

‘Amici italiani, non so se l’Italia che leggo sui giornali e sui social network riflette l’attuale realtà delle cose, perché io lì non ci vivo più da tempo….ma mi sapreste spiegare questo dilagare di razzismo? Perché questo continuo, incessante accanimento contro l’immigrato? Non mi riferisco ai Lampedusani che hanno salvato in mare ed accolto nelle proprie case gli africani approdati coi barconi, bensì alla rivolta di Treviso, le manifestazioni di Roma, e a certi commenti che leggo ovunque.
Non sarà mica che la gente invece di prendersela con i responsabili e gestori di una pessima politica immigratoria e di integrazione se la sta prendendo proprio con questi profughi, fuggiti da situazioni che per quanto affermiamo di comprendere, non possiamo neanche lontanamente immaginare? Persone disperate, sole, in possesso di nulla, senza alternative? Perché se così fosse allora gli italiani mi sembrano proprio degli ignoranti.
In altre città europee il numero di immigrati è parecchio superiore a quello di qualunque piccola città della provincia italiana. E la maggior parte sono integrati. Eppure quelle città sono molto meno incandescenti della piccola e borghese Treviso o anche della piccola e borghese Ferrara, mia città natale.
Anch’io sono un’emigrante, (anche se la stampa occidentale in tutta la sua superiorità colonialista si ostina a definire gli emigranti provenienti dai paesi ricchi “espatriati”) e ci vivo in una società multietnica, in cui tutti sono catalani e spagnoli, non importa se hanno la faccia e l’accento da cinese, da pakistano, da brasiliano o da italiano. E nessuno è additato o ghettizzato, se non decide di auto-ghettizzarsi.
Anche la mentalità è diversa. L’altro giorno ero su un vagone del treno ed assistevo con tenerezza allo spettacolo di una minuta e catalanissima vecchietta che raccontava tutti i suoi acciacchi con tanto di pacchetta sulla spalla ad un enorme senegalese, il quale con molta gentilezza le rispondeva in catalano come se fossero vecchi amici, per poi aiutarla ad alzarsi. Scene come questa non sono affatto inusuali, anzi.
Bambini, giovani, adulti ed anziani qui sono abituati alla presenza dello straniero e per nulla intimoriti dal colore della pelle. Qualunque cittadino ha le stesse possibilità o la stessa mancanza di possibilità e tutti lo sanno. E ciò non dipende da chi arriva qui in braghe di tela su una zattera ma da chi ci governa.
Alle manifestazioni di protesta partecipano tutti, fianco a fianco, giovani e vecchi, autoctoni ed immigrati, bianchi, marroncini, gialli o neri, non importa, se un credo li unisce. Quel credo solitamente è un obiettivo comune, un bene di tutti. E vi assicuro che non viviamo in un’isola felice, anzi. Per certi versi la Spagna e Barcellona sono afflitte da problemi socio-economici endemici ben più gravi di quelli italiani. Ma la gente qui si indigna per l’aumento delle tasse, o la nuova ley mordaza contro la libertà d’espressione, la corruzione dei politici, il turismo di massa o l’altissimo tasso di disoccupazione, non certo l’immigrante.
Ed ecco anche il perché di tutti questi corsi gratuiti di spagnolo e catalano per immigrati. Ci aiutano ad integrarci. La lingua è comunicazione e la comunicazione è comprensione e la comprensione è il primo vero grande passo per l’integrazione.
Molto diverso da certi spettacoli indegni e disumani ai quali ho assistito ad esempio alla questura di Ferrara, in cui il poliziotto di turno strillava come un ossesso all’africano che non capiva la sua lingua. In quell’occasione non servì a nulla ricordare a quel triste figuro che l’immigrato non è né sordo né stupido, e che un italiano emigrato in Germania o in Brasile o negli Stati Uniti affronta esattamente gli stessi problemi linguistici.
Amici italiani e ferraresi in particolare, sarò banale e forse starò dicendo cose trite e ritrite, ma quanto mi piacerebbe assistere almeno una volta in Italia a scene come quella del treno descritta sopra, e quanto mi piacerebbe leggere una volta tanto dei commenti sensati e costruttivi riguardo la questione dell’immigrazione in Italia.
O forse mi sto sbagliando, quindi in quel caso vi prego di darmi spiegazioni, di illuminarmi sulla situazione attuale e su aspetti che forse ignoro, a causa della distanza. Grazie!’