LA COSTRUZIONE DELLA SFIDUCIA VERSO IL FEMMINILE

Dal senso comune, dalla condivisione manifesta o subdola di alcuni modi di pensare, prendono vita molti comportamenti sociali.
Ci sono atteggiamenti che necessitano un’attenta lettura per esseri individuati.
Spesso ho vissuto o sono stata testimone di quello che definisco la costruzione della sfiducia verso il femminile, una sottile forma di violenza che si annida nei nostri reconditi modi di pensare che portano ad associare e ridurre il femminile solo a determinati ambiti, mentre non risulta naturale pensare che le donne possano operare e pensare anche altrove e in diverse modalità.
È un approccio che tende a generare un orientamento, più o meno conscio – molto più spesso inconscio – di sfiducia circa la competenza delle donne in alcune situazioni (dalle più banali alle più complesse), e senza motivo.

Vorrei portare un esempio. Un giorno, in aereo, stavamo sorvolando la Campania. Ho fatto spesso questa tratta e il mio occhio si è abituato alla geografia “dall’alto”. Un signore di mezza età, rapito dallo splendido spettacolo che una perfetta visibilità rendeva ancora più pittoresco, si domandava dal finestrino dove fossimo e cosa fossero quei rilievi suggestivi, quei paesaggi pieni di contrasti dove il segno dell’uomo sfida la natura, senza celare la memoria di remoti disastri e dove, tuttavia, una caparbia urbanistica continua la sua scommessa
“Se mi posso permettere, signore, quello è il Vesuvio”, intervenni dal mio posto sul corridoio, da cui potevo comunque guardare fuori. Il signore si ammutolì accennando un dubbioso e imbarazzato sorriso. Non mi credette. Come poteva una giovincella colmare una lacuna geografica o la pigrizia dell’occhio di un uomo esperto?
Non continuò neanche a parlare con la compagna di viaggio seduta al centro e rimase perplesso.
Dopo qualche minuto, il comandante annunciava l’atterraggio a Bari: “Signori e signore, stiamo cominciando la nostra discesa verso l’aeroporto di Palese, spero abbiate avuto modo di godere dello splendido spettacolo del Vesuvio che ci siamo appena lasciati alle spalle”. Ho guardando quindi il signore cercando una ilare complicità, un sorriso. Mi ha guardato invece stizzito.
È un esempio banale ma non posso ormai più contare le volte in cui quello che dico viene nel migliore dei casi non ascoltato se non deriso, almeno finché non incontra l’avallo di un’autorità percepita come superiore, e che coincide, nella maggior parte dei casi, con quella di un uomo. Succede a me, succede ad altre persone.

Un esempio più autorevole è forse rappresentato dagli inconcepibili commenti, da parte di alcune persone – poche ma foriere di un preoccupante campanello d’allarme – circa il rientro dell’astronauta Samantha Cristoforetti. Invece che essere un indiscusso motivo di orgoglio, la conclusione della missione della scienzata italiana è stata sabotata, in parte, da commenti modellati sui più obsoleti stereotipi maschilisti.

Alla luce di queste dinamiche, risulta attendibile la titubanza, per esempio, verso il concetto delle quote rosa; operativamente possono in effetti facilitare l’accesso delle donne in politica, ma a che serve se noi stessi, tra amic@, parenti, colleg@, noi – il popolo votante – non crediamo nella capacità politica delle donne?
Le donne non partecipano alla politica perché non ci sono ottimali condizioni operative per farlo (come carenti solo le misure per facilitare l’accesso al lavoro), ma, temo, molto di più perché è difficile creare il consenso attorno a loro. E poi, la potenzialità della maternità è vista sempre con sospetto (ricordiamoci, però, che questa si chiama discriminazione).

Eppure guardiamo la Spagna: Madrid e Barcellona hanno vissuto una svolta tutta “in rosa” con l’elezione a sindaco di due donne; una, riportando la capitale spagnola tra le fila della sinistra dopo 24 anni di Popolari, l’altra succede a 119 sindaci tutti uomini. Osserviamo dunque con speranza la Spagna, con un unico pensiero che getta un’ombra su questa nuova situazione: che si stia ricorrendo alle donne, una volta in più, in una situazione di emergenza, non privata ma pubblica, perpetuando gli oneri della cura – storicamente associati alle donne – nel mondo della politica in un momento in cui questa si è scoperta nella sua fragilità sistemica (idea che mi è stata suggerita dalla lettura di un discorso di Lea Melandri circa il ricorso alle donne come “risorsa” nei momenti di crisi e che qui riconnetto al contesto politico).

Un altro esempio tipico: mi è capitato sul lavoro o nel mondo accademico di dover svolgere delle mansioni a contatto con uomini. Non tutti, ovviamente, ma molti, quando hanno scoperto di dover essere affiancati da una donna, non hanno celato una sorta di disagio (anche se sospetto non l’abbiano fatto intenzionalmente, ma cattive pratiche interiorizzate possono agire quanto le volontarie). Come posso sentirmi io produttiva e partecipe del mondo se non godo della fiducia di chi mi sta intorno, a priori? E si badi bene, che la sfiducia non è promossa solo dagli uomini, anche se sono gli agenti principali in quanto detentori di maggior potere decisionale (basta, per esempio, guardare alle statistiche circa la disparità di genere sia in politica che nel management aziendale); conosco mediche (plurale femminile di “medico”, esiste?) che sono state oggetto – a priori – di sfiducia anche dai loro pazienti e dalle loro pazienti, salvo poi essere riabilitate solo alla luce del loro buon lavoro. Ma non si può lavorare sempre in difensiva, sempre con l’atteggiamento di chi – ribadisco, a priori – deve sempre essere sospettato di dover dimostrare qualcosa.

È un male che dobbiamo cercare di combattere, quello della sfiducia verso le donne. Una delle dinamiche che più mi ha colpito nell’ultimo film di Tim Burton, “Big eyes”, è la violenza perpetrata nei confronti della figlia della protagonista, violenza che prende le forme della negazione, da parte della madre e del suo compagno, della verità conosciuta e difesa dalla bambina. Convincere i bambini del contrario di quello che pensano – soprattutto quando questo è vero – significa distruggere la loro capacità di discernimento, non solo a livello intellettuale (distinuere con la ragione il bene dal male, il vero dal falso, e così via), ma soprattutto a livello etico. Se si minimizzano o confutano ingiustamente le idee di un individuo, tanto più se questo non ha i mezzi per opporre resistenza – si attua un sopruso, un gesto di estrema arroganza.

Allo stesso modo, oltre alla sfiducia promossa di cui parlavo sopra, se la società tenderà a rifiutare o negare delle problematiche specifiche, non ci sarà alcun progresso a livello di civiltà. Mi è capitato di imbattermi in alcune discussioni in cui la violenza di genere, oltre a non essere vista, è stata negata. Non riesco a spiegarmi l’origine di questo caparbio negazionismo che crea una gabbia intorno a degli esseri umani, fatte di ignoranza, mancanza di rispetto, prepotenza e povertà di spirito.

Non si tratta di una guerra di donne contro uomini (nonostante a volte i dati raccapriccianti sulla violenza di genere ci dica che una guerra c’è, e lascia sul terreno moltissime donne, si, soprattutto donne). Si tratta, prima di tutto, di creare le condizioni per cui tutti gli individui si possano sentire liberi di pensare, esprimersi ed essere presi in considerazione, invece di promuovere una sfiducia che, nel complesso, danneggia la società nella sua interezza.

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Margaret Keane, la cui vicenda viene raccontata da Tim Burton in “Big Eyes”

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José Mujica, il politico umanista.

Barcellona, 31 maggio 2015.

La conferenza dell’ex presidente uruguaiano José Mujica non è stata pubblicizzata come l’importanza dell’evento avrebbe richiesto. Eppure, quando con un’ora di anticipo arrivo sul luogo dell’incontro presso il Centro Civico Casinet d’Hostafrancs, la fila già si estende lungo tutto l’isolato. In appena un quarto d’ora i 400 posti dell’auditorium sono tutti occupati. Sono una delle prime a rimanere fuori, maledicendo il fatto di non avere un pass da giornalista titolata.
Alle circa duecento persone dietro di me, se ne aggiungono tantissime altre man mano che ci avviciamo alle 17, orario stabilito dell’inizio del suo intervento.
Non demordo, non demordiamo.
La folla non cede alla cattiva organizzazione né al caldo, né al tumulto che continua a crescere e che anzi alimenta l’entusiasmo; a dispetto dell’evento passato quasi sotto silenzio, malgrado le lusinghe della domenica e del ponte del Primo Giugno (festivo in Spagna), moltissimi cittadini sono accorsi. Giovani, anche giovanissimi, tradiscono un repentino abbandono della spiaggia coi nasi rossi del primo sole, i capelli dolcemente ondulati dal sale della Barceloneta; tanti i sudamericani che orgogliosamente reggono la banidera dell’Uruguay e che si confondono ad altre nazionalità in varie declinazioni di età e sesso; la fiacca da pranzo domenicale non ha disincentivato la partecipazione.

Lui arriva, accompagnato dalla sua signora, ed è un tripudio. La gente lo reclama, reclama le sue parole. Percorre un corridoio fino al palco e noi lo osserviamo, rapiti ed esultanti, attraverso le grandi vetratre che costeggiano il giardinetto.
La stampa, sorpresa dal trasporto civico che ci ha portato ad accalcarci in questo piccolo centro di Sants, fotografa curiosa la gente che insiste per entrare, o meglio, per far uscire nel patio l’ex presidente (ma lo chiamano tutti “presidente”). S’intonano canti da stadio al ritmo di “Al patio, al patio, Pepeeeee!”. Un disperato addetto alla sicurezza fronteggia, ricacciandola indietro con gentile fermezza, le ondate di assalto di un folto gruppo di signore verso l’ingresso della sala.
Gli organizzatori si rendono conto di dover accontare il più possibile la gente e con la promessa di non creare disordini e di procedere in sicurezza, lasciano entrare altre persone. La mia determinazione viene premiata. Cerco di aprire un piccolo varco per la mia amica che porta con sé il suo tesoro, la sua macchina fotografica. Le devo un favore, è lei che mi ha informato dell’evento e sono pronta a combattere la folla per lasciarla passare. Siamo dentro. L’aria vibra di un’emozione strana, elettrica ma non nervosa, di quell’emozione che si crea quando tante persone stanno insieme, condividendo la passione per qualcosa o per qualcuno.

Cercherò di dare il minimo spazio ai miei pensieri, e il massimo a quello che Mujica ha detto. (Avvertenza operativa: non si riporta l’intero discorso ma stralci senza che sia stravolto o mistificato il senso).

Mujica attacca con una orgogliosa rivendicazione delle sue origini, che poi, più tardi sfocerà in un’amorevole ode – e in un appello – all’appartenenza al genere umano. Novello Terenzio, che professa che tutto quello che succede all’uomo riguardo l’uomo…
Incipit: “Io sono latinoamericano. […] C’è bisogno di lottare ancora molto per migliorare la condizione dei i miei compatrioti, e i miei compatrioti sono tutti i latinoamericani”.
Esprime solidarietà per il Venezuela:
“[…] Voglio esprimere solidarietà per il popolo venezuelano che sta passando un terribile periodo dal punto di vista economico e sociale”.

Insiste sui processi di integrazione con un atteggiamento positivo verso il lavoro svolto:
[…]
“La situazione è molto migliorata grazie ai venti di cambiamento che hanno fatto progredire, e di molto, l’America Latina sui diritti umani, sull’integrazione, ma non è stato facile. Bisogna portare più in là i miglioramenti conseguiti negli ultimi anni. Il processo di integrazione deve diventare più profondo.[…] Meno conferenze, meno foto, e più concentrazione sull’integrazione, con tutti i problemi sul tavolo, da discutere”.
Meno giochi di comunicazione e più sostanza, insomma.

Spiega che per agire nel bene di uno Stato, i capi devono affinare l’arte della diplomazia e del confronto accantonando gli orientamenti personali:
[…]
“Io, Pepe Mujica, non credente e ateo, ho parlato con Papa Francesco. Come non potevo non parlare col capo cattolico del continente consistentemente più cattolico? Avrei voltato le spalle al mio popolo”.

Parla dei fallimenti degli Obiettivi di Sviluppo del Nuovo Millennio, senza parlare burocratichese ma con una chiarezza di cuore e di mente che dovrebbero imitare nelle grandi conferenze blasonate:
[…]
“Non mi preoccupo solo per l’America Latina, ma dei problemi dell’umanità, oggi.
Siamo nel 2015, che i governanti avevano individuato come il limite massimo per le promesse e per l’impegno che non hanno realizzato per gli obiettivi di Sviluppo del Millennio: l’estrema povertà, la fame, l’educazione, l’assistenza sanitaria di base per tutti, lo sviluppo e l’ambiente. Sembra che il mondo abbia dimenticato gli impegni che aveva preso. […]
Si deve agire in un quadro globale sostenibile per le persone e per il pianeta, per aiutare le persone a uscire dall’estrema povertà tramite uno sviluppo economico sostenibile. E sto citando testualmente il documento. […]Dobbiamo redigere una seconda agenda di sviluppo sostenibile. […] Bisogna avvicinarsi, noi tutti, a questi temi, su base popolare, senza negare i grandi sforzi sostenuti e i risultati raggiunti.”

Gran parte della bellezza del suo discorso risiede nell’assenza di toni emotivamente catastrofici, pur dipingendo con onestà la gravità della situazione, bilanciando la denuncia con un atteggiamento costruittivo che guarda a quanto di buono si è realizzato:
“[…] Nell’istruzione, nella salute, nei diritti umani, si sono verificati progressi in tutto il mondo dell’America Latina. Negli anni Sessanta l’aspettativa di vita era di 47 anni. Nel 2010 è salita a 68. Non è poca cosa, è il più straordinario trionfo della civiltà.
Senza ignorare tutto questo, se guardiamo a tutto il pianeta nel suo insieme, a che punto stiamo? Stiamo meglio? No. Assolutamente no. Gli stessi problemi degli anni Settanta esistono ancora e si sono aggravati. Non abbiamo fatto niente per fermare la catena del consumo. Ogni giorno, sempre più produzione e sempre più consumo delle risorse limitate del pianeta. Non devo dire molte cose per dimostrarlo. […] I fatti di oggi hanno superato le previsioni più pessimistiche di allora. Il deserto avanza: un quarto della terra oggi è deserto. Il livello del mare si alzato come mai era successo negli ultimi tremila anni”.

Parlando delle dinamiche globali, offre una grande lezione di politica volta non alla demolizione del sistema in sé ma all’elaborazione di strumenti per risolverne le terribili contraddizioni, dove la politica virtuosa dovrebbe giocare un ruolo cruciale:
“Poi c’è uno strano fenomeno. Dal 1960 la produzione di grano si è triplicata e la popolazione è raddoppiata, eppure buttiamo il 30% di quello che mangiamo, non la diamo neanche ai cani, e i cani in Europa mangiano molto meglio degli abitanti di molte parti dell’Africa […] L’80% delle persone afflitte dalla fame vive in zone rurali. […] Ottantacinque persone al mondo hanno una ricchezza pari al 40% di quella posseduta da tutta l’umanità. C’è di che indignarsi.
[…] Le contraddizioni di oggi. Si dice: “Non abbiamo i mezzi economici”, e poi si spendono due milioni di dollari per minuto per spese militari e non ci sono i soldi? Rendiamoci conto che quello che non c’è è decisione politica”.

La concretezza del pensiero politico fustigatore degli enormi danni guarda alla disponibilità di mezzi che ancora abbiamo per rimediare, risemantizzando il termine “globale” nella direzione di un governo mondiale interessato all’uomo, non al soldo, e amministrando la vita pubblica, in tutti i suoi aspetti, in questa direzione:
[…] “Abbiamo fatto alcuni danni riparabili, ma non abbiamo mai avuto tanti mezzi, risorse, strumenti, l’uomo non è mai stato tanto forte come ora. Allora cosa manca? La politica.
Da cosa è mossa la politica? Dall’egoismo, che è l’unico interesse della globalizzazione. L’utile che si accumula, non il destino dell’uomo. […] Il nostro mondo è come una barchetta nell’Universo, manovrata senza direzione. O meglio, ce l’ha, ma non viene dalla politica, sono I mercati che comandano, sulla base della cultura consumistica.
Bisogna includere i poveri nel mercato. Noi pensiamo a comprare un telefono nuovo ogni tre mesi, mentre in Africa una donna deve fare cinque chilometri per prendere l’acqua, e lei è esclusa dal mercato globale. […] Tutti dobbiamo aiutare i poveri a sollevarsi dall’estrema povertà. Non è solo questione di solidarietà. Bisogna incorporare questo mondo e non lasciare che le persone rischino la vita attraversando il Mediterraneo. […]
Settantaquattro bambini su mille non raggiungono i cinque anni in alcune zone dell’Africa, che paga il peggior costo della situazione”.
[…]
Voglio insistere su questa idea centrale: la competizione. Dobbiamo discutere tutti insieme la politica fiscale del mondo. Dobbiamo parlare di queste concentrazioni di ricchezza. Non parlo di confiscare né di statalizzare, ma discutere insieme della giustizia mondiale.
E poi il clima. L’uomo può cambiare il Sahara, o mettere il mare in Mongolia. Può anche pulire il Pacifico da questo lago di plastica che continua a formarsi, grandi quanto l’Europa.
Chi governa deve prendere su di sé il mondo intero, non pensando solo nell’ordine del singolo stato ma nell’ottica di un accordo mondiale. Viviamo tutti nella stessa atmosfera!
[….] Dobbiamo essere responsabili della vita di questa barchetta, con un equipaggio che lo diriga al meglio. Globalizzare misure difensive a favore dell’educazione e della ristribuzione delle risorse. La globalizzazione agisce solo nell’interesse di pochi, i governi hanno uno sguardo a raggio corto. Se una donna in Africa sopporta quello che sopporta, non è un problema dell’Africa ma dell’umanità.
[…]
Mai l’umanità ha avuto tante risorse come ora. Non c’è posto per il pessimismo, né per la fortuna. C’è posto per l’impegno. Gli uomini non si dividono in gialli o neri, uomini o donne, ma in quelli che si impegnano e in quelli che non s’impegnano.
[…]
Bisogna costruire strumenti politici, discutere. Chi governa deve pensare al singolo Paese ma anche al mondo. Qualcuno deve prendere decisioni.
[…]
Abbiamo assistito a un’accelerazione dello sviluppo della tecnologia, con una velocità a cui non riusciamo ad abituarci e che non capiamo. Però i politici, la cultura, i giovani…siamo vecchi per questo cambiamento che sta davanti a noi: non guidiamo la globalizzazione, la globalizzazione ci sta guidando. Abbiamo bisogno di uomini che pensino all’umanità intera.

E poi il meglio della defnizione di “politica”, recuperandone il principale senso etimologico di “cittadinanza, civiltà” connessa e identificata con l’impegno attivo:
[…]
Non abbiamo solo i mezzi, ma il dovere perché l’uomo attui altri modelli di vita. Questo dipende dalla politica, che è una passione creatrice di un sentire superiore. L’uomo non è un felino, non può vivere da solo. Dipende dalla società. La parola società è infinita. […] È enorme quello che ci dà la società. È nostro dovere portare qualcosa alla società perché la vita migliori. Non viviamo solo perché nasciamo. Nasciamo ma possiamo dare una direzione precisa alla nostra vita.
Dobbiamo richiamare i giovani, strapparli da questa mancanza di speranza. Abbiamo bisogno di gioventù forte, che lotta, impegnata. E allora ci dobbiamo impegnare, compañeros. Impegnarsi non significa non sbagliare, ma sbagliare con il cuore in buona fede.

Se in apertura aveva teneramente ironizzato sulla sua età, facendosi poi più serio quando è entrato nel merito del concetto di futuro, ha svelato – con intelligenza – una profonda comprensione della condizione dei giovani, con una sensibilità anche politica che ben individua il ruolo chiave dei giovani nella programmazione di questo benedetto futuro, tuonando contro la mancanza di speranza e l’avvilimento per la disoccupazione che deve essere superato dalla forza della gioventù:
“Futuro, futuro. Lo sta dicendo un uomo di ottant’anni che questo futuro non lo vedrà”. […] “Mi appello ai giovani, perché hanno un’enorme sfida. Lo faccio a mio nome”

Un preziosissimo focus sulla felicità:
[…] Non sei più felice se hai i soldi per comprarti cose. È l’amore, sono gli amici, i figli. Il tempo per stare con i tuoi figli. Lavorare per un Paese di gente felice che abbia libertà e tempo di fare quello che piace. Questo è essere felice. Guardate com’è facile. […] Comprare cose per l’invidia degli altri. Questa cultura di dimostrare agli altri che sei più potente. Non avremo un mondo migliore così. […] Ci sono due modi per accumulare ricchezza. Alienarsi nel lavoro, che si trasforma in schiavitù. Aumentare, raddoppiare le ore di lavoro per abbandonare la tua famiglia, gli amici, gli affetti; l’altro modo è fare il delinquente.

Un riferimento alla politica spagnola, sempre nel nome del dovere morale di un cambiamento:
[…]
Possiamo e dobbiamo. – “Podemos, y debemos”

Parla di masse, con un pragmatismo illuminato di chi sa di cosa sta parlando quando si parla di massa – con un’equidistanza di anni luce da ogni atteggiamento sia populistico che elitario.
[…]
“Bisogna educare le masse. […] Bisogna mettere le masse al servizio delle masse. E le masse non sono angioletti ma bisogna includerle per quello che sono, tollerandone i difetti.”

Senza mai dimenticare la partecipazione attiva ed estesa di ogni parte della popolazione mondiale:
“Dobbiamo costruire una colonna forte”.

Nessun lamento, nessun tono catastrofico da costruzione del terrore, nessun discorso che, tentando di scacciare il marcio, lo amplifica; nonostante le scudisciate al sistema, se ne va via commossi, pieni di gioia e con la speranza riabilitata.

Un discorso sulla politica, da parte di un politico, che comparato ad altri “sembra pendere sulla guancia della notte come un gioiello splendente dall’orecchio di un’etiope”.

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