La febbre del sabato sera, quando si ballava con senso di sottofondo: gli anni gloriosi della musica da discoteca.

A metà degli anni novanta, ero un’adoloscente impaziente di accedere al mondo delle ragazze più grandi. Come tutte le adolescenti, non vedevo l’ora di toccare quel mondo che le mie illusioni avevano circondato esclusivamente di aspettative allettanti, fatto di divertemento e spensieratezza cui – per il momento, mi dicevo – ero preclusa. Già assaporavo, tra le altre cose, la libertà di indossare abiti da vera donna che il mio corpo acerbo ancora nascondeva, di avere una macchina, di truccarmi, vedere le amiche a tutte le ore del giorno e della notte, e, soprattutto, di andare a ballare con la mia migliore amica. Ma per il momento, a metà dei gloriosi anni novanta, lei ed io trascorrevamo il sabato a sognare oltre misura il nostro trionfante ingresso nel mondo degli adulti.
Per prepararci all’evento, studiavamo minuziosamente mode e costumi, convinte che sarebbero stati sempre gli stessi, anche cinque anni dopo. Il concetto di tempo era relativo e noi ci dedicavamo a questa sorta di causa personale con fede e sicure che il mondo non sarebbe cambiato, noi non saremmo cambiate (se non, appunto, per indossare reggiseni che al momento erano assolutamente inutili) e il mondo ci avrebbe aspettato così com’era, guardiano delle cose così come ci piacevano allora.
Prima della famosa, odiata e temutissima ritirata all’imperativo materno “ognuno alle case proprie”, noi ci lanciavamo in frenetiche danze a tutto volume sulle note della musica del tempo, come un rito propiziatorio che ci avrebbe assicurato le nostre speranze di allegria smodata.
Quella stessa musica, oggi, non solo mi catapulta immediatamente a quei tempi pieni di dolci aspettative quando il futuro era un frutto succoso e dolce, ma mi fa pensare a quanto la musica sia cambiata, per dire.
Noi ballavamo su musiche le quali, se da un lato obbedivano alle legge del ritmo che, se non arrivava a stonare inebetendo, sicuramente eccitava e sollecitava la distensione, dall’altro potevano contare su dei testi non scontati. Se in discoteca, sicuramente, si pensava solo a divertirsi sul ritmo di parole al momento accessorie, adesso, di quelle parole si sente la mancanza.
I testi di molta musica da discoteca dell’ultimo decennio del ventesimo secolo riuscivano a rendere la canzone simpatica e in molti casi addirittura bella.
Affianco a esempi pseudoprovocatori e un po’ trash, come la mitica “Short dick man” dei 20 Fingers (è intuile fare gli sciantosi, anche voi l’avrete ballata e avrete riso), c’erano musichette disimpegnate come “Saturday night” di Whighfield, un vero tormentone del Natale ’94, che seguirono i successi planetari dei Corona con “Rhythm of the night” (per inciso, band è italiana), di “All that she wants” degli Ace of Base, per non parlare di “What is love” di Haddaway.

E cos’è l’amore torna a chiederselo, con una sensibilità più matura, Billie Ray Martin con la bellissima “Your loving arms”. Anni dopo, verrà reinterpretata melodicamente da Sagi Rei.

Poi c’è la tenera storia di Scatman John, che fece della sua vistosa balbuzie un punto di forza.

Poi qualcosa è cambiato. Quando ho avuto l’età per andare a ballare, la musica dance era diventata qualcosa come “lunedì sera alla discoteca, martedì sera alla discoteca, mercoledì che mal di testa ma sono andata alla discoteca….” o “amore, veramente bravo, mi piaci tutti l ragazzi italiano, perchè sono vera veramente bravo…”.
I miei sogni sono andati in pezzi, quindi ho raccolto i cocci e mi sono curata con tanta altra musica.

Nel frattempo, in nome dell’antico amore dance, cercavo qua e là qualche traccia di questa musica considerata di serie B. Già, però, artisti del calibro di Bjork avevano capito che ‘’non è il cosa ma il come, è una questione di stile”, e quindi hanno giocato con questa musica minore, come la coda di Hyperballad ben dimostra (anche se c’era già stata “Big time sensuality”):

Ma di Bjork ne nascono una ogni milione di anni.

Poi ho trovato, negli anni duemila, Dido e la sua lunghissima “Take my hand”:

e addirittura, Niccolò Fabi che impazzisce a sorpresa sul finale di “Monologhi paralleli”:

A un certo punto i Planet Funk hanno spezzato la noia, peccato per troppo poco tempo. Bravi.

Leggo su Wikipedia che John Scatman ha detto in un’intervista: “Spero che i ragazzi, ascoltando o ballando le mie canzoni, sentano che la vita non è tutta così brutta. Anche solo per un minuto”. Per me è stato così.
E sono felice, a distanza di vent’anni, di ascoltare quella che per me è in assoluto la canzone più bella tra quelle che animavano le discoteche. Una certa “Missing”.

Articoletto dedicato alla Stè ; )

Ho voluto la bicicletta, adesso pedalo.

I want the right to bicycle, cito e adatto i Queen.
Bari.

Premessa: questo articolo va letto come continuazione dell’altro, precedentemente pubblicato, circa il fantastico mondo dei trasporti pubblici e del traffico di Bari (https://speropromittoiuro.wordpress.com/2014/11/16/un-tram-chiamato-miraggio/).

Dunque. Poiché il mio piano di voler utilizzare i mezzi pubblici aveva mostrato tutto il suo fianco, mi sentivo molto sconfitta; eppure, dovevo trovare una soluzione.

Accantonata l’opzione dei mezzi pubblici, rimaneva quella della bicicletta. Volevo evitare di esporre la mia bici al rischio del furto, così, inizialmente, avevo pensato di rivolgermi al servizio pubblico di bike sharing, che però versa in uno stato paradossale: inesistente. O meglio, ridotto all’inisestenza per incuria, disservizio e inciviltà dei cittadini. Le postazioni sparse per la città rimangono desolatamente sprovviste di biciclette (che fine avranno mai fatto?) e quelle poche che hanno resistito versano in condizioni pessime (ruote ovalizzate o divelte, come per i sellini, danni di vario genere). No way, insomma.

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E allora, l’unica cosa da fare era utilizzare la mia bici. Problema risolto? Ovvio che no.
Prima di tutto, dove parcheggiarla? Solo un incurabile idealista, troppo fiducioso nella civiltà, la lascerebbe per strada seppur con catene, allarmi, gps o similia. Test di laboratorio hanno dimostrato che niente scoraggia i ladri di biciclette. Una mia carissima amica si è equipaggiata con una pesante catena, pagata circa 30 euro, che secondo me è stata effettivamente forgiata nelle fucine di Efesto (e comunque la mia amica, a sera, ripone la bici nel garage).
Bari, poi, non solo non conta molti parcheggi per le bici, ma quelli esistenti sono invasi da altri tipi di veicoli o non sono funzionali. Un esempio? In via Cairoli ci sono le antiche vestigia di quella che una volta era una rastrelliera, ora ridotta a pezzi di ferro accartocciati, che nessuna sollecitudine da parte dei cittadini ha avuto, come effetto, un loro restauro. In effetti sono le leggi dell’economia: dove non c’era domanda, a che serviva l’offerta?

Andiamo avanti. Non avrei potuto tenere la bici in casa perché avrei dovuto trasportarla per quattro piani a piedi. Impensabile. Nel portone dello stabile, poi, era vietato lasciare le bici. Disperata, ho preso appuntamento con la persona che si occupa del condominio. Segue il breve dialogo, dopo i convenevoli:
Io: “Senta, so che è vietato, ma devo chiederle una cosa”.
X: “EEEEeeeeee, vietato…si trova sempre la soluzione”.
Io: “So che non è previsto dal regolamento condiminiale, ma posso tenere la bici nel portone? Sa, quattro piani a piedi e 13 chili addosso…”
X: “No, vietato”.

Ora, sono sicura della buonafede del mio interlocutore quando inizialmente alludeva alla flessibilità, a Bari, del concetto di “vietato”; ma cercare di seguire una condotta ecologica a Bari, questo si, può essere proibitivo, più che proibito. Mentre, sconsolata, davo le spalle all’interlocutore al momento del commiato, una sorta di pietas deve averlo colto, perché si è offerto di tenermi la bici nel suo garage di casa, dato che si trattava di poche settimane. Non ci potevo credere, iniziavo a vedere la luce….Alla fine, la mia bici ha trovato riparo notturno nel garage di uno sconosciuto mosso a compassione, che è stato ricompensato con una ricca guantiera di dolci. Per un caso fortuito sono riuscita a risolvere, ma non è sempre così, e raramente le esigenze trovano una risposta istituzionale…

Qui arriva la parte più avventurosa, quell’esperienza estrema che si realizza al camminare per strada con la bici.
Il problema ha due facce esattamente come Giano Bifronte, nella sua imponenza: da un lato, Bari non è una città pensata – né a livello di politica urbana né a livello strutturale – per la circolazione in bici. Dall’altro, il ciclista, come entità, come realtà umana, non esiste nella stragrande maggioranza non solo degli automobilisti, ma di tutti i non-ciclisti.
Un esempio che coniuga i due sventurati aspetti. In città le piste ciclabili sono pochissime e dal percorso molto limitato. A dicembre è stata inaugurata una pista che corre lungo parte del Lungomare. Un’altra corre invece per un tratto del quartiere Libertà. L’ho percorsa in tre occasioni, e in tutte e tre le occasioni era assolutamente invasa da ciclomotori in sosta o scelta come corsia preferenziale per i passeggini. Un’ennesima corsa ad ostacoli.

I pedoni sono a volte più pericolosi delle automobili. Infatti, il ciclista assume, ovviamente, un livello di guardia molto alto per le auto, mentre, in alcune circostanze, il pedone rappresenta l’ “effetto sorpresa”: il ciclista buono di cuore pensa che, in virtù della condivisione della stessa causa, quel senso di timore che lega ciclisti e pedoni fisicamente svantaggiati di fronte alla carrozzeria spietata delle auto, il pedone sarà un compassionevole alleato. E qui son dolori: perché il pedone che non rispetta il rosso pedonale sa che a Bari l’autista, a sua volta uso alla trasgressione delle regole, “conosce i suoi polli”; ma il pedone sprezzante delle regole, ignora il fatto che il ciclista, con il verde al semaforo, rischia davvero l’osso del collo per poterlo schivare se il pedone non rispetta il suo rosso. Il rispetto della segnaletica stradale, in primis le strisce pedonali, sono molto importanti per il ciclista, ma il pedone spesso lo ignora.

Per un qualche motivo, poi, le piste ciclabili sono i posti privilegiati per le cacche dei cani. Anzi, siccome il cane non ha colpe, preferisco, forse con un salto semantico un po’ forte, (una sorta di ipallage, insomma), parlare di cacche dei padroni dei cani per sottolinearne la responsabilità civile. Per cui, allo sconsolato ciclista non resta che scendere dalla bici e darsi allo slalom gigante a piedi…

Ora, chi scrive ha avuto modo di osservare gli Olandesi. Innanzitutto, la prima cosa che ricorderete dell’Olanda, visitandola, sono i parcheggi di biciclette a perdita d’occhio, sono le mamme con un bambino sul manubrio e l’altro sul sellino posteriore mentre tornano a casa in bici con le buste della spesa a meno dieci gradi, sono le persone di tutte le età abituati da sempre abituati a sfidare le intemperie e muoversi in bici come se fosse una cosa ordinaria se non banale. Vi ricorderete anche del senso del pericolo che vi coglierà se distrattamente vi posizionate erroneamente su una delle lunghissime piste ciclabili: per il ciclista olandese starete oltraggiando un suo diritto che difenderà a costo della morte (vostra, poichè molto probabilmente vi schiaccerà, imprecando); Bari invece può vantare un clima gentilissimo (registrati 18 gradi a fine novembre) ed è piatta. C’è quasi sempre il sole, il che la rende potenzialmente una città super ciclabile.

E invece no; perché il lamento è facile e il cambiamento sempre auspicabile, ma devono essere sempre gli altri ad iniziare, e a iniziare a reclamarlo.

Bari è piena di macchine, altro fenomeno che non mi è facile decifrare, perché ad oggi una macchina costa tanto (dalla benzina all’assicurazione, al bollo alla manutenzione); se “crisi” è una parola sulla bocca di tutti, com’è che nessuno prende dei provvedimenti anticrisi? Ognuno è libero di fare quello che vuole, chiaro, compreso farsi carico di molte contraddizioni.

Ho fatto la mia scelta e ho usato la bici nel periodo in cui sono stata a Bari. Un giorno, esasperata dalla puzza dei gas di scarico – che ingiustamente inalavo – ho preso una mascherina e ci ho scritto sopra: Usate la bicicletta, porcaccia la miseriaccia. Ecco la foto:
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Se più persone reclameranno il diritto di usare la bicicletta IN SICUREZZA, solo così potrà avvenire un cambiamento della mentalità che oggi, sulla pelle della persone che vogliono attuare scelte viste ancora come alternative, stenta a realizzarsi.

Dal 20 al 22 febbraio, la Fiera del Levante ospiterà una fiera dedicata alla mobilità sostenibile. Speriamo che non sia solo un’iniziativa-vetrina, su cui poi calano le saracinesche, ma l’inizio del germogliare di una nuova coscienza e una diversa consapevolezza, che siamo una regione stupenda e piena di potenzialità il cui spreco ci rende ennesimamente infelici.

http://www.fieradellevante.it/index.php/it/comunicati-stampa/887-presentata-bici-in-puglia-una-nuova-fiera-dedicata-agli-amanti-delle-due-ruote

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I want the right to bicycle. O BeCycle!

Questo pezzo è dedicato alla Cri.

Rifiuti: ma quanti ne produciamo?

“Lo que es bueno para la basura, es bueno para la poesía” (De Barros)

“Produzione di rifiuti”, l’espressione è già di per sé quasi ossimorica: nel momento in cui produciamo, portiamo con noi la parte di scarto. Noi umani dovremmo preoccuparci di questo, giacché quasi tutta la nostra produzione non è ecologica, non rientrando nel grande ciclo della trasformazione naturale. Tutto si crea, e tutto va distrutto, poi.

La mia idea è dare testimonianza visiva di quanti rifiuti domestici produciamo attraverso la quotidianità di due volontari, che da oggi, per una settimana, pubblicheranno a fine giornata una foto dei rifiuti prodotti durante le precedenti 24 ore.
È il mio modo di dare in questo blog – letteralmente – visibilità alla problematica della sovrapproduzione di rifiuti.

Dovrei dare delle premesse metodologiche più approfondite, se si trattasse di un esperimento scientifico, circa l’identikit delle persone prese a campione. Fotografare rifiuti non passa un messaggio completo: è necessario sapere quante persone li hanno prodotti, ma anche chi sono. Sono stati scelti perché mi hanno sopreso per la comprovata e ridottissima produzione di indifferenziata. E, tuttavia….ma arriviamo a lunedì prossimo ; )
“Chi siamo” influenza la produzione di rifiuti da un punto di vista quantitavo e qualitativo. Per esempio, i rifiuti sono direttamente proporzionali al benessere, di norma; ma è anche vero che la sensibilità verso l’argomento e la gestione operativa dei prodotti domestici dipende dal grado di istruzione e di informazione che nulla ha a che fare col proprio guadagno.
Oppure, è una questione di abitudini su cui però ho delle domande, più che delle considerazioni: per fare un esempio, i vegetariani e gli onnivori producono gli stessi rifiuti? Lascio ai professionisti queste riflessioni, qui porto solo una testimonianza diretta.

Per motivi di privacy, mi limiterò qui solo a dare qualche indicazione.
I rifiuti ritratti sono di due persone a “pieno regime di quotidianità”, o per peggio dire, di consumo. I sette giorni presi in esame non contemplano festività o ricorrenze particolari (quello che si produce a Natale non è lo stesso di altri periodi dell’anno non festivi, naturalmente).
Sono due persone super attente alla raccolta differenziata e alle modalità alternative di smaltimento di rifiuti o materiale generico di scarto (es. riciclaggio creativo, partecipazione a gruppi di scambio di oggetti di seconda mano).
Oltre a ciò, queste due persone hanno delle particolari abitudini, preferendo, ad esempio, le riviste online (abbonamenti compresi) al cartaceo, abitudine che spiega la produzione minima di rifiuti cartacei.
Negli anni, si sono impegnate con ogni metodo possibile per ridurre la produzione di rifiuti. Domanda: ma la produzione di rifiuti in quale misura è proporzionale agli acquisti?
Naturalmente, questa iniziativa è una provocazione….provate voi a tenere in un angolo della vostra casa, per una settimana, i vostri rifiuti…..rimarreste a bocca aperta.

LUNEDÌ MATTINA ore 8,00
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1. LUNEDÌ SERA, ore 22.00
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Sulla sinistra una bottiglia di plastica; al centro, busta biodegradabile con scarti di cucina del giorno; la busta in verticale contiene l’indifferenziata (la busta è stata scelta di queste dimensioni in base alla consueta, limitata produzione di questo tipo di immondizia); sulla destra, carta (volantini).

2. MARTEDÌ ore 22.30
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3. MERCOLEDÌ
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4. GIOVEDÌ
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5. VENERDÌ
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6. SABATO
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7. DOMENICA
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LUNEDÌ, l’esperimento è finito. I rifiuti accumulati sono stati conferiti, questa mattina, nella campana del vetro, della plastica, della carta e dell’organico. A sera, la quantità di indifferenziata che verrà buttata è pari a una busta che viene distribuita nelle vinerie e dunque tanto grande da metterci dentro una bottiglia da 75 cl; in aggiunta, un bicchiere rotto e i contenitori alimentari di plastica che purtroppo non risultano riciclabili (non portano il simbolo):
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Credo di poter dire che è una piccola quantità di indifferenziata, che tuttavia mi fa pensare. Anche una piccola quantità come questa (prodotta da due persone), moltiplicata in proporzione per tutti gli abitanti della terra…
Se provaste a conservare la vostra spazzatura per una settimana vi verrebbero i brividi.

Siamo quello che buttiamo: se vogliamo fare la differenza, facciamo la differenziata…Almeno.