Una madre lo sa – Concita De Gregorio

[…] Sul tema della maternità – le luci e le ombre dell’amore perfetto – c’è un sentire privato e uno collettivo, c’è la vita com’è e poi c’è la sua rappresentazione corale, pubblica e condivisa: non coincidono quasi mai, com’è possibile?

[…] Le madri che uccidono e che si uccidono, i padri che non vedono: dove sono i padri in queste storie?

[…] Mostri, le così tante donne che si accaniscono sui loro bambini. E chi sono questi mostri?

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Il sonno della ragione genera mostri: le cattive madri.

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Prima del giusto processo, prima che – metaforicamente – la scure si abbatta sul collo di quella madre diabolica. Non ci sono giustifiche per un atto efferato e terribile, reso ancora più odioso dalle bugie e dal (presunto) piano lucidissimo; non c’è offuscamento del raziocinio, non ci sono attenuanti, niente; non c’è infermità mentale, nonostante la tenacia della negazione; niente che possa capire l’assurdità della violenza che si scaglia contro l’inerme, piccolo, indifeso; ma un secondo prima dell’accanimento contro il mostro sotto forma di madre assassina, voglio esprimere solo due parole.

Noi tutti, ma in particolare le donne, siamo colpiti da una pressione sociale a volte insostenbile, per svariati motivi che mi riservo di analizzare in un altro momento (lavoro-crisi-precarietà però ‘e quando ti sposi’ ‘e a quando dei figli’ – come se fosse tutto lì).

Io mi domando solamente perchè – da quello che trapela dai giornali – una ragazza resa fragile da un rapporto problematico con la famiglia d’origine, che a sette anni già rifiuta una psicoterapia, che a quindici tenta un suicidio nelle vicinanze di quella che diventerà la tomba del figlioletto (la signora nega sia il tentato suicidio sia l’infanticidio); la ragazza che oggi educatamente viene definita ‘fragile’ a 16 anni è già incinta, si sposa e va a vivere col marito. E poi succede che il marito per lavoro è sempre fuori, e lei è spesso sola e in quella solitudine è facile farsi crescere i mostri dentro. Che giura di aver visto la piccola sparita da Mazara del Vallo, ed è l’unica in paese.
Perchè nessuno ha pensato che questa donna – e tante come lei, invisibili, ignorate – avesse bisogno di essere seguita? Ok, non si possono intentare azioni contro la volontà del singolo, ma in queste dinamiche vedo anche una responsabilità collettiva, e fin quando urleremo ‘al mostro’ di cui, fino al giorno prima, abbiamo tollerato le stranezze senza muover dito, senza cercare di capire cosa si cela dietro all’orrore, l’orrore continuerà a verificarsi.

Certo, se tutte le donne problematiche o traumatizzate diventassero assassine sarebbe davvero la fine, e ci sono donne – che donne! E non parlo neanche di quelle che riescono a salvarsi del tutto – che sopportano il loro martirio silentemente, ogni giorno; alcune riescono anche a permutare la sofferenza con un po’ di amore, prima di tutto, quello che riescono a dare, nonostante tutto. Donne eroiche che, in qualche modo, mettono in atto soluzioni autocurative.
Ma non affrettiamoci a puntare il dito contro il mostro, perché spesso siamo noi, con le nostre frasi fatte, con la nostra indifferenza (e la violenza è anche questo, io la chiamerei ‘violenza bianca’) in nome di un mediocre quieto vivere, che alimentiamo quel mostro.

Anche Euripide ha reso di fatto grandiosa Medea, pur nell’abominio del progetto omicida – perché lo spiega, non giustificandolo; a noi, nella realtà (nella letteratura – e solo lì – anche l’ingnominia può essere grandiosa perché serve a spiegare), il compito di affrontare delle emergenze sociali, cercando di leggerle prima, e non di giudicarle a tragedie compiute.

Come spiega bene, ‘Le cattive madri’, Giovanni Segantini: scomposte, immobilizzate, ognuna crocifissa sul suo albero spoglio, che mai darà frutti. Coi seni gonfi ma non di latte, imprigionate, contorte nel dolore, a morire e dare morte in un gelo interiore. Le cattive madri.

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(da http://www.lastampa.it/2014/12/10/italia/cronache/veronica-non-ti-volevo-sei-nata-per-sfortuna-la-frase-della-madre-che-le-sconvolse-la-vita-c5iLxTu1JVsw9vwDEAahEI/pagina.html)

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‘Buio che era mammà, buio che era’. Già, proprio così.
(da http://palermo.repubblica.it/cronaca/2014/12/09/news/nuovi_interrogatorio_per_la_mamma_di_loris_ha_passato_la_notte_guardata_a_vista-102454370/?ref=HREC1-3)

Un Natale differente. O differenziato, meglio.

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(Immagine da http://fioriefoglie.tgcom24.it/2009/12/10/lalbero-si-fa-con-le-bottiglie-riciclate/)
Sono riuscita a produrre un solo sacchettino di spazzatura in un mese. Per il resto, ho conferito i rifiuti nelle apposite campane della raccolta differenziata. La cosa soprende molti quando la racconto, non me.
Se prendiamo in esame la genesi della produzione dei rifiuti (quelli domestici, per intenderci, dato che siamo produttori di rifiuti in forme anche meno palesi e dirette) e la crisi (siamo sempre in crisi, da sempre e tutti), mi sembra normale che, anche al netto di un cercato approccio sostenibile, un individuo non dovrebbe produrre chissà quale quantità di rifiuti. Eppure, per limitarci allo scenario urbano, la strada manda costantemente un accorato SOS all’osservatore attento. O forse all’osservatore semplicemente non assuefatto alla iconica costellazione di cumuli di rifiuti che quotidianamente produciamo.
Grazie a una massiccia sensibilizzazione che ho assorbito durante le scuole elementari, a cartoni animati nipponici pervasi da una sorta di spirito ambientalista (come Conan il ragazzo del futuro) e a una certa sensibilità familiare per la questione, attuo la raccolta differenziata dal lontano 1997. All’epoca, i bidoni ci mettevano almeno un mese per riempirsi del tutto, mentre ad oggi, questo va riconosciuto, i bidoni per la differenziata si riempiono quotidianamente, il che è davvero entusiasmante, almeno a livello di sensibilizzazione della cittadinanza.
Eppure non sembra abbastanza. I rifiuti sono ancora troppi, a dispetto della crisi che dovrebbe contenere i consumi di beni materiali e dunque la produzione di rifiuti. Il consumo di beni, cioè, i beni stessi e soprattutto i loro contenitori, involucri, fogli illustrativi, etc. si traducono in rifiuti. I paesi poveri non tengono testa a questo tipo di produzione di riufiuti rispetto ai paesi più ricchi, anche per la vorace abitudine e necessità a riutilizzare qualsiasi cosa, contenitori compresi.
In secondo luogo, i bidoni dell’indifferenziata si riempiono per ignoranza. Non sempre i cittadini sono al corrente di come si effettua una corretta raccolta, a volte non ne hanno gli strumenti, a volte sono presi da un’incomprensibile pigrizia, a volte non viene accordata fiducia a chi gestisce il servizio (l’inefficienza del servizio potrebbe configurarsi come il terzo motivo della produzione della montagna di rifiuti).
Non capisco perché ci sono voluti decenni prima che si ponesse un freno, per esempio, all’utilizzo indiscriminato di sacchetti di plastica. Ora, in maniera tra l’altro non univoca, sono messi al bando, as usual, come tentato rimedio per un male e non come misura preventiva. ‘Prevenzione’, dovrebbe essere una parola inclusa nella nuova post2015 development agenda, e per diversi ambiti.
A volte basta osservarSI per avere una vaga idea della catastrofe; provate a svuotare il sacchetto della spesa in un giorno qualunque e quantificate i rifiuti prodotti. Di recente sono rimasta basita all’acquisto di un latticino: vaschetta, velina, carta e bustina. Ma perché?
E ancora: osservate quanta spazzatura producete. Da soli o in famiglia, e cominciate a pensare: ma se paesi come il Brasile, l’India e Cina iniziano a produrre rifiuti domestici quanto noi, dove finiremo? Per non parlare di quando accamperanno il diritto di avere – come nella media italiana – un’autovettura pro capite. E avranno tutto il diritto a farlo, proprio come noi. (Non cito l’Africa, dove abbiamo spedito strane navi dallo stranissimo carico e dove sono sorte strade radioattive, chissà com’è).
E ancora, pensate, calcolate, quantificate, moltiplicate per il vostro palazzo, e poi per il vostro quartiere, e poi per la vostra città e così via, quello che producete voi. C’è da avere paura. Dove va, anzi, dov’è andata e dove andrà questo cumulo spaventoso di rifiuti?
Sta per arrivare Natale, a festeggiare la nascita di un Re nato poverissimo, riscaldato solo dal respiro di due bestiole. E noi lo ricordiamo nell’abbondanza, e con il cumulo di rifiuti che essa produce. Ma facciamoci tutti un bel regalo: senza appelli al pauperismo, cerchiamo di tener d’occhio i rifiuti, prender coscienza per quest’anno potrebbe cambiare quelli a venire. Cerchiamo, tutti, di renderci conto, di darci una misura e fare la differenziata….così, giusto per fare la differenza.
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Lorenzo Lotto, Natività – Una delle mie preferite, col Bambino distratto dal musetto della pecorella che accarezza dolcemente.