Un tram chiamato miraggio

La sconfitta dei cittadini e dei mezzi pubblici a Bari, e pensare che ‘Bus’ deriva da ‘Omnibus’, cioè per tutti…

Mi è capitato di tornare a Bari per una sorta di progetto di ricerca di qualche settimana. A Bari ci sono nata, ci torno volentieri, è una bella città.
Il fatto di vivere usualmente all’estero podendo godere di servizi che anche stando a Bari avevo sempre sognato di godere (anche nell’ambito della fruizione dei più basilari servizi cittadini sembra dover sforare nell’ambito del personale, del sogno ahimè), mi ha resa ancora più attenta nel cogliere i disservizi, non solo nella loro essenza ma anche nelle loro cause; e di capire ancora meglio come davvero la linea spartiacque tra le responsabilità è davvero labile.
Questo è un breve racconto che non punta il dito solo contro un’azienda (che, a quanto leggo, non se la passa bene), ma anche sulla inciviltà dei cittadini.

INTERNET, IL SITO. Dunque, durante la mia permanenza, avevo bisogno di arrivare da un certo quartiere barese, abbastanza centrale, alla Fiera delle Levante, nelle immediate vicinanze del Centro Sportivo Universitario.
Naturalmente, come prima mossa, per pianificare il mio itinerario, ho fatto una ricerca sul sito internet dell’azienda Amtab: segnato il punto di partenza e di arrivo, mi sono accorta con un certo sgomento che non esistono bus diretti. Bisogna arrivare a piedi o prendendo un bus in stazione e di lì proseguire con un altro bus.
http://www.amtab.it
Con questa opzione, si dilatano i tempi di percorrenza dato che a piedi avrei impiegato almeno 20 minuti per arrivare in stazione, tappa che inoltre mi sarei volentieri evitata negli orari in cui avevo bisogno di spostarmi. Col bus, stesso discorso in fin dei conti, già presagendo, tra l’altro, insicurezza derivante dagli incerti orari dei bus, che già in condizioni normali, sono comunque ‘soggetti alle condizioni di traffico’ (come specificano anche le indicazioni dell’AMTAB stessa).
Allora mi viene un’idea: ricordo come un sogno un servizio di bike sharing, mi è sembrato di vedere le rastrelliere. Le raggiungo e con mia grande sorpresa, leggo che il servizio è gestito dalla stessa azienda di trasporti. Almeno, c’è scritto di rivolgersi ai loro uffici. Comunque, mi accorgo che sono superstiti solo due bici, entrambe fuori uso. Le altre? Svanite. Non mi servono altri elementi per capire che il servizio non è fruibile. Ah, Barcellona….
Per curiosità, comunque, poco dopo mi decido a leggere il cartellone dei bus affiso vicino al mio punto di partenza; con grande sorpresa, mi accorgo che il 2/ passa esattamente dalla mia destinazione. Quindi, prima falla: discordanza tra quanto riportato online e quanto scritto in reale. Per deformazione personale, tendo a mettermi sempre nei panni di uno straniero: se noi baresi siamo più o meno avvezzi all’imponderabile, allo ‘strano’, spiegare a uno straniero una stranezza del genere risulterebbe abbastanza imbarazzante. Ma ok, andiamo avanti.

L’ORARIO. Tutto sommato felice per la scoperta, mi appropinquo alla fermata del bus con un quarto d’ora d’anticipo (così, per andare sul sicuro). Durante l’attesa colgo il polso della situazione dai commenti esasperati degli altri passeggeri alla fermata del bus, sempre gli stessi: il bus non arriva, come al solito salta corsa, ritardo, conviene andare a piedi o raggiungere almeno la stazione, etc. Comincia a piovere. Il mio bus non arriva. Dopo 45 minuti di caparbia e inutile attesa, mi risolvo a prendere il primo bus che arrivi in stazione per poi, guidata dal caso, prendere il primo bus che arrivi in Fiera (con la buona pace della puntualità, a cui tengo tantissimo).
Se osservate la faccia degli autisti di bus a Bari, potreste dividerle in due macrocategorie: gli stressati (rancorosi o per lo meno nervosi, e a buon diritto) o i rassegnati (quelli che quasi non hanno in realtà molte espressioni facciali o quelli che sono addirittura gioviali, tanto non c’è niente da fare). Solo chi conosce il traffico di Bari – per quanto è sproporzionato in relazione alla proporzione di Bari come città; e per quanto è disordinato, dato che, per esempio, le corsie preferenziali quasi non si rispettano, giusto per dipingere due tratti salienti – può capire il fastidio di questi lavoratori che davvero, a volte meriterebbero la medaglia al valore civile (sorvolo in questa sede sui casi di pestaggio ai danni degli autisti, verificatisi anche recentemente).
Comunque, abbandono l’idea di prendermela col mio nocchiere, e approdo dove non volevo approdare ovvero in stazione.

I LUOGHI E LE PERSONE: LA STAZIONE. Dunque, scendo con passo incerto in stazione. La piazza dedicata ad Aldo Moro, su cui insiste sia la stazione ferroviaria sia quella dei pullman, è in stato di degrado, ed è davvero un peccato. La stazione è un biglietto da visita del posto, e certo il nostro non porta le migliori referenze.
E quindi, mentre aspetto il secondo bus (che per la cronaca, mi spiega un controllore, ha saltato la corsa e non si sa quando partirà; poi in realtà partirà ad un orario incomprensibile, quasi a metà tra la corsa saltata e la successiva), mi accorgo che nei pressi del ramo Bari Nord della stazione un esaltato brandisce un estintore e minaccia qualcuno. Ecco perchè non volevo avvicinarmi alla stazione, non volevo assistere a scene come questa, abbastanza frequenti. Almeno io, sarà un caso, sono tornata a Bari due volte in un anno ed entrambe le volte ho assistito a fatti violenti in stazione. Comunque, mentre prendo il cellulare per chiamare la polizia questa finalmente arriva e porta via il disturbatore.

Mi accomodo a bordo, dopo aver obliterato il biglietto, tra gli sguardi divertiti degli altri utenti. Si, deve essere divertente vedere qualcuno che oblitera il biglietto. Qualcuno che ha comprato il biglietto. A dire il vero, quella sera, l’unica persona che ho visto obliterare il biglietto era un immigrato.
In procinto di partire, l’autobus si riempe di rumorosi ragazzini che gratuitamente mi impartiscono una lectio magistralis sulle ultime tendenze musicali tecno-coatte. Parole e concetti come rispetto dell’altro, discrezione, civile condivisione di spazi pubblici mi sembra che siano andati definitivamente a farsi benedire con questa ultima generazione. Ma bisogna fare delle precisazioni che riservo alla parte finale di questo piccolo pamphlet.

Il bus parte, ma è una falsa partenza. Nei successivi 50 metri letteralmente raccata ragazzini che si erano distratti chi fumando, chi mangiando (con lancio di carte e lattine al momento di salire sul bus), chi…urlando. L’autista riprende bonariamente I ragazzini. Indifferenti.
Due ragazze decidono di prendere posto, in piedi, proprio vicino al finestrone anteriore del bus, vicino il guidatore. Io sono seduta al primo sedile, spettatrice privilegiata dello show delle strade baresi: il bus supera un semaforo e schiva miracolosamente una macchina piena di ragazzi dalla faccia per bene che, sicuramente per distrazione, ignora il rosso. In una frazione di secondo li ho visti sotto il bus, le ragazzine si sono sbilanciate non finendo, però, di testa sul vetro, io mi sono spaventata tantissimo ma l’autista – santo subito – è riuscito a schivarli. Per caso, per abitudine, per riflessi pronti. Dopo la tragedia sfiorata ho chiesto alle ragazzine di spostarsi, ma loro sono rimaste lì.

Il tempo che il mio cuore riprendesse un battito normale e finalmente sono arrivata in fiera. Dopo un’ora e mezza di viaggio.

Ho buttato il mio biglietto nel cestino, con l’assoluta certezza di essere stata una dei due paganti, su quel bus, insieme al ragazzo di colore.

E di qui, l’amara riflessione, che se l’azienda non migliora il suo servizio e la cittadinanza non riprende il percorso della civiltà, il trasporto pubblico sarà una vistosa spina nel fianco di questa città cui basterebbe poco per essere vivibilissima.
Bus, deriva dal latino ‘Omnibus’, per tutti, come dovrebbe essere un servizio pubblico, accessibile a tutti. Alla fine, a Bari, prendere il bus è invece quasi da sfigati. Perché? Perche dati i disservizi, l’insicurezza, i rischi di arrivare tardi a lavoro, sgraditi incontri, disturbi di varia natura a bordo, vetture fatiscenti, chi può permetterselo continuerà ad usare la macchina. ‘Chi può permetterselo’ sono i lavoratori, gente che il biglietto lo pagherebbe per usufruire di un buon servizio, facendo funzionare bene, di ritorno, l’azienda. Invece no: il pubblico pagante non usa i mezzi pubblici, e a ragione. Il fatto è che chi non può permettersi la macchina – o non la vuole, per la miseria! – non può contare sui mezzi pubblici. Ancora una volta è forse la parte di popolazione che io definirei media, forse la più consapevole e volenterosa che sogna per la città degli standard dignitosi, che invece viene lesa, che non può godere di una sana cittadinanza.
Chi usa i mezzi pubblici? Un esercito di utenti non paganti. Perciò l’azienda va in malora. Perchè presta un servizio – per quanto con molti punti di debolezza – praticamente gratis. È la solita vecchia storia del cane che si morde la coda.
Se il cane, invece di mordersi la coda, provasse guardare avanti….

Io? Speriamo che me la cavo…alla fine ho optato per un’altra soluzione, per questo mio breve ritorno a casa. La bicicletta. Ma questa è un’altra storia.

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Il rumore del mare e il viaggio della sposa

”Lu rusciu de lu mare” è entrato in me con passo dolce. Il nostro incontro è avvenuto per caso, da un cd che mi hanno regalato e che ho inserito nel lettore ”a scatola chiusa”, e che mi ha soffiato le note di questo pezzo nelle orecchie mentre mi acconciavo allo specchio, una mattina come altre.

Mi ha ipnotizzato la versione struggente e bellissima di Raffaele Casarano feat. G. Sangiorgi.

Dal repertorio popolare della tradizione Salentina ha conservato il dialetto e ha abbandonato la veste pizzica-tarantella.

Inebriante.

Arriva tutto il canto del soldato che non può avere la figlia del re.

Ci catapulta in un tempo in cui due amanti potevano davvero non rivedersi mai più, sapendolo. E come doveva essere, sopravviversi perdendosi?

Nonostante la grande malinconia del pezzo, il testo sviluppa il tema dello strappo forzato che sfiora la morte riscattandosi però con simboli di vita, che viene espressamente citata. Con una profondità psicologica sorprendente, il cantante-soldato compiange non tanto e non solo se stesso, ma la donna che, onorando politiche matrimoniali feroci, si piegherà chissà a quali voleri (di certo non suoi) sposando un altro uomo. E gli amanti si separeranno, lei in Spagna lui in Turchia. Lei si da la morte (interpretabile come metafora o come atto reale), lui la vita con uno slancio di speranza che, altruista nella comprensione dello stato della donna, ricomincerà altrove.

Il pezzo è costruito su un elegantissimo restringimento di punti di vista, di spazi e di termini bipartiti tra alti in riferimento alla figlia del re, più umili in riferimento al soldato: dalla palude della caccia c’è un avvicinamento ideale ai luoghi più intimi – ma non certo intimi – della vicenda amorsa, spazi ritagliati in qualche modo nella corte; lui si sposa (me n’zuru), lei prende marito; lei porta un fiore, lui la più umile palma, senza dimenticarne la simbologia ricollegabile al martirio (quello dell’amante che non avrà l’oggetto del suo amore), alla pace (in contrasto col suo ruolo di soldato) e alla rinascita (secondo la mia interpretazione lui fino alla fine cerca in qualche modo di ”farsi forza”). Nella parte centrale si rende l’idea del legame, del contatto disperatamente cercato, come una mano che non si vuole sciogliere dalla mano della persona amata, incatenando tutte le strofe centrali ”il frastruono del mare –> il rumore del mare (succ.); si dà la morte –> ella si dà la morte (succ.); la figlia del re ora si marita –> lei si marita (succ.); la figlia del re porta un fiore –> lei porta un fiore (succ.); la figlia del re parte in Spagna — lei parte in Spagna (succ.). Ribadendo contemporaneamente l’ossessione per lei, che apre e chiude ogni strofa che contiene ”lui” solo al centro (lei – io – lei)

La separazione è segnata da un tragico ”Iddha si ta la morte e jeu la vita (Ella si dà la morte, ed io la vita)”, netta nella costruzione speculare di soggetto/pronome personale specificato (Lei – Io) e dall’antitesi morte/vita che si frantuma nella chiusa finale ”la fija te lu re è a zita mia (la figlia del re è la fidanzata mia)” un’arditezza per un semplice soldato che con questo ”epitaffio”, al contrario, trascina in fine verso di sè – anche linguisticamente – la donna che gli volerà via. Non si rompe invece il discorso in terza persona, un falso ‘impersonale’ rotto dall’infantile ”la fidanzata mia”.

La canzone mi ha fatto pensare a ”Il viaggio della sposa” di Sergio Rubini, bellissima storia d’amore con un finale non scontato, piendo di amore, generosità e sofferta accettazione.

ps.: Sergio Rubini è stato il primo contemporaneo a ”sdoganare” il cinema made in Puglia. ”Il viaggio della sposa” è ispirato ad una storia vera.

http://youchords.altervista.org/Canzoni_con_2_accordi/Lu_rusciu_te_lu_mare.html

http://www.mancaversa.it/pizzica_e_taranta/lu-ruscio-te-lu-mare/

La musica colta per caso al Medimex di Bari

Ieri si è concluso il Medimex, ambiziosa iniziativa che mira ad attivare un proficuo networking tra gli operatori nel settore musicale, il cui programma ha previsto una miriade di attività di alto livello per gli addetti al settore senza dimenticare gli ascoltatori comuni mortali, allietandoli con incontri ed esibizioni degli autori più amati del momento.

L’aria era quella da ”vetrina” festosa. Il fantasma della crisi è stato accuratamente allontanato, tutto trasmetteva entusiasmante produttività. Se questo può avere delle ricadute positive, ben venga.
Ma io, che in crisi ci sto, mi domandavo, la crisi c’è o non c’è? Perchè va bene cercare di dare un’idea positiva ma sarebbe onesto parlar più di strenui tentativi di ripresa che di prosperità; invece certe parole sono censurate. Sembra che in Puglia stiamo tutti bene – solo perchè c’è buona musica, buona gastronomia, buona gente e il mare – ma le stime sui problemi rientrano in quelle semicatastrofiche nazionali e allora mi riusciva strano fare finta di niente; ma al contempo, devo ammettere, i concetti di networking, rete e scambio, genuinamente propagandati, hanno messo di buon umore un po’ tutti. Insomma, se fa bene, va bene.

Per la maggior parte dell’anno non sono in Puglia. Mi ci sono trovata in questi giorni e ho avuto l’opportunità di lavorare al Medimex. Ah, e qui lascio le ultime righe al mio congenito spirito polemico se dico che è stato a tratti divertente osservare le uniche due persone di passaggio che mi hanno trattato come una sottoposta, perchè il loro badge aveva un colore diverso dal mio e sul loro c’era anche una nomenclatura più cool del ruolo che ricoprivo io (semplice hostess). Non finisce mai di sorprendere come certe persone rimpolpino le loro vite accontentandosi della miserabile e fasulla credenza che il prossimo tuo sta sotto di te. Stop.

E’ stata una bella esperienza che mi lascerà nuovi contatti e, chissà, nuove amicizie; è stato bellissimo sorridere a persone nuove che non conoscevo e cercare di rendere gradevole il loro passaggio al Medimex; ho cercato di fare il meglio nel passare l’idea che ci saranno pure tanti problemi ma la gentilezza è di casa e se ti apri al dialogo scopri anche delle persone profonde; dai colleghi ho imparato qualcosa in più e spero di aver lasciato qualcosa anch’io.

E poi, la musica.
Poichè stavo lavorando, non ho potuto seguire nessuno degli appuntamenti ma nella striminzita pausa pranzo ”combo” (panino+acqua+caffè+telefonata+pipì+passeggiata lungo il perimetro del padiglione per sgranchire le gambe) ho assistito all’ingresso trionfale sul palco dei Fab3 (GazzèFabiSilvestri) – di cui poi una cara amica, impietosita, mi ha fatto sentire una breve registrazione.

Dallo stand di fronte il mio provenivano in loop vari pezzi, tra cui ”Rime patate e cozze” dei Bari Jungle Brothers feat. Miss Fritty.

Ora, lei c’era, mi ha guardato e mi ha sorriso, corrisposta. Lei mi avrà sorriso perchè è gentile, io perchè amo la sua performance nel pezzo (me la immagino mentre parla al telefono con la suocera giamaicana a passarle le ricette) specie perchè effettivamente c’è modo e modo di fare il ”culo grosso”: una cosa è a fish&chips, un’altra a pane e ricci. E sapete che c’è? Nel vedere questa ragazza che ha inseguito e realizzato il suo sogno, io sono felice, felice di vedere una caparbia ragazza finalmente realizzata e felice di fare quello che fa. Brava!

Ho fatto sentire il pezzo a una persona che lavora fuori e mi ha detto che si è messa a piangere perchè nel video c’è molto di quello che della Puglia le manca. Volevo farla sorridere e l’ho fatta piangere. E’ il noto effetto lontananza. (Alla fine, però, giuro che abbiamo riso ; ) ).

E’ passato come un sogno Nicola Conte.

Sempre dallo stesso stand, proveniva un pezzo che ha guarnito di internazionale elettro tecnologico lo stand. Ho scoperto ”Who cares” dei Symbiz, che coniuga la musica alla tecnologia 3D (il video è disponibile anche in 3D).

Poi c’è stato un inaspettato ”canale” di scoperta. Hanno regalato ad ospiti ed addetti una graziosa borsa di tela con dentro materiale vario tra cui un CD doppio contenente il meglio della produzione MadeInPuglia. Un CD ben fatto a partire dalla grafica della custodia (quando mi ci metto, osservo anche i dettagli). Dunque, tornata a casa (sfatta), non vedevo l’ora di aggiornarmi sullo scenario pugliese a cui guardo anche quando sono fuori, ma per forza di cose qualcosa mi sfugge. E mi sono accorta che quei cd non sono solo marketing e neppure un cotillon di contorno. E’ un vero e proprio regalo.
Contiene pezzi molto diversi tra loro per generi e per lingue: italiano, dialetti pugliesi e inglese.

La prima notte non ho retto oltre la quinta traccia, ma mi sono follemente innamorata di ”Mistakes” dei Fabryka. Fresco e gradevole come un raggio di sole in faccia, appena svegli.

I noti Radicanto con ”Strade”

Il mattino seguente, dopo essere svenuta di sonno, ho vissuto una beatitudine. Mentre mi pettinavo, a un certo punto ho capito di essere sotto l’effetto di un incantesimo buono: mi è arrivato dritto al cuore ”Lu rusciu de lu mare” (”Il rumore del mare”), di Raffaele Casarano feat. G. Sangiorgi, in dialetto salentino. Ora, in Puglia si parlano numerosi dialetti e dunque, per la prossima stagione turistica, lo sventurato turista va redarguito sul fatto che un salentino non è detto che capisca il dialetto barese e un barese non è detto che capisca il salentino perchè i due sistemi dialettali non sono la stessa cosa. Io, che appartengo ai dialetti centrali della Puglia non capisco in maniera automatica il salentino. Ma ho intuito la storia, e l’avevo intuita perchè la musica la sposa alla perfezione. Oggi, giorno di riposo, ho fatto una ricerchina e ho scoperto che trattasi del ri-arrangiamento di una canzone popolare salentina che parla di un amore impossibile tra un soldato e la figlia del re. E’ talmente bella che ho voglia di riparlarne in un altro articolo, magari connettendola a ”Il viaggio della sposa” di Rubini.
No, il rumore del mare non è troppo forte se lo ascolto da questa canzone.

Grazie Medimex, il tuo slogan era ”LA MUSICA E’ LAVORO” inciso a lettere cubitali sull’ingresso. Per me, per tre giorni, lo è stato. Ne ho bisogno e ti ringrazio, i dindini servono. Ma ti ringrazio ancora di più per aver nutrito il mio spirito con la musica (goduta nei momenti di calma e quasi per caso).
Buon ascolto a tutti voi da una hostess curiosa.

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