Fine di una storia (prima parte)

‘Fine di una storia’ (The end of the affair) è il titolo di un bel libro di Graham Greene. Anche se non arriva alla bellezza di quel capolavoro che è ‘L’americano tranquillo’, il libro dà molti spunti di riflessione dalla prospettiva dell’uomo maturo che deve rassegnarsi alla fine di un amore.
Chi non ha vissuto la sciagura di un’esperienza devastante come la desertificazione di quel bosco rigoglioso che è una relazione amorosa? Parlo nello specifico di quello stato da catastrofe nucleare che vivono le persone che hanno avuto una storia, che hanno amato provando la bellezza di essere ricambiati, e che ora non hanno niente di tutto questo. E’ una condizione sui generis, ben diversa anche da quell’altro flagello che è l’amare senza essere ricambiati e perfino l’amare mentre si è presi per il culo. Sono dolori fratelli ma con le loro care personalità differenti.

Ora, prima di tutto, qua mi sento di dover dire subito una cosa. Vero è che quando si è mollati – bhè conoscete la sensazione di abbandono retroattivo che pervade la vostra vita (anche se siete stati amati come dei re giusti e rispettosi da tutti gli esseri umani che vi hanno circondato fino a quel momento, la perdita dell’amore di quell’unica, maledetta persona vi sa sentire solo una ed una sola cosa: miserabili. E non c’è niente da fare. Almeno fin quando non vi passa) è un disastro. Ma, signori miei, mi sento di difendere le persone che lasciano. Ci sono persone che soffrono terribilmente nella consapevolezza di causare un dolore immenso,specie quando sanno di cosa si tratta essendo stati lasciati a loro volta. E nonostante la paura, lasciano. Ed è giusto così. Ma soffrono anche loro, i ‘lasciatori’ (the quitters, che è più bello in inglese), e tanto, anche.
Mi torna in mente una frase di Pasternak:

”Solo per paura di quell’umiliante e distruttiva punizione che è il non amare, mi guarderei inconsciamente di rendermi conto di non amarti. Né tu né io lo sapremmo mai. Il mio cuore me lo nasconderebbe, perchè non amare è quasi un omicidio e io non avrei la forza di inferire un tal colpo a nessuno”.

Che è la cara storia delle persone che se non amano non vivono, ma anche qui, signori della giuria, vi invito a riflettere sull’horror vacui che prima o poi tutti abbiamo sentire bussare alla porta e che ci si è affrettati a cacciare con i mezzi a disposizione. Perchè l’amore riempe, e quando finisce, lascia un vuoto che è il triplo dello spazio che occupava. Tipo l’espansione dell’universo.
Qui mi viene in soccorso una canzone che Madonna ha poi riproposto: ”Love don’t live here anymore’. Se l’ascoltate bene, non credo parli di una donna abbandonata, come si potrebbe pensare in superficie; lei parla dell’amore che ha sloggiato dal suo cuore. Comununque, la sostenibilità dell’ascolto di questa canzone straziante risiede nel look improbabile dei musicisti e l’aria tenuta durante la perfomance che stride col contenuto. E vabbè.

Se volete piangere con serietà, prego, potete comodamente ascoltare Madonna.

Ma perchè ci si lascia? I motivi sono tanti. O no? E cos’è meglio, lasciare o essere lasciati quando uno dei due/tutti e due – non ci si ama più o quando pur amandosi si capisce che non è storia? Perchè c’è anche un altro elemento da considerare, o Socrate: che, come ha detto Rita Atria ‘Chissà com’è, l’amore non basta mai’, che è una verità che amaramente può capitare di apprendere nella vita, nonostante ci raccontano da bambini che l’amore vince su tutto. Ma l’amore da solo, a quanto pare, non basta.

Tutti abbiamo poi nel cuore queste figure leggere che senza fare troppo male né avere la pericolosità dei fantasmi (che tanto fantasmi non sono) aleggiano nel nostro cuore. Per sempre. Ce lo dice Carboni con ‘Le storie d’amore’, che spesso si protegge l’altro da se stessi, cosa che forse è una razionalizzazione che con gli anni ci si riesce a costruire di fronte alla impossibilità.

Tanto, alla fine, ogni uomo uccide quello che egli ama, e tutti lo sappiamo (O. Wilde).
C’è il caso della donna che ama in fanfarone, Bjork ha descritto il tutto con delle parole che sono un manifesto di poesia:

I’m a tree that grows hearts
One for each that you take
You’re the intruders hand
I’m the branch that you break

Beccatevi questo.

Ma le emozioni più sorprendenti quando capita la sciagura di lasciarsi sono quelle opposte. Quell’altalena dalla quale voi vorreste tanto scendere ma a cui sembrate essere legati con le cinture di sicurezza. Per questo, vedi articolo successivo.

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