Buchi

Non ho più il mio cuore

al suo posto

potete riempire il cratere

con ogni sorta

di ingombrante

vanità.

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ESAME DI COSCIENZA DI UNA POTENZIALE LETTERATA ITALIANA, O GLI INTELLETTUANTI.

Noi,
che combattiamo il pregiudizio e l’ignoranza nel ricordo di Sacco e Vanzetti,
Noi,
che ci riposiamo nei salotti di De Nittis e marciamo col Quarto Stato,
Noi,
che pensavamo di telegrafare e navigare il mondo,
Noi,
che camminiamo con la sagacia della Fallaci su un labbro e la dolcezza di Pavese sull’altro,
Noi,
che ci domandiamo come possiamo cantare e possiamo solo dire ciò che non siamo ciò che non
vogliamo,
Noi,
che sappiamo solo di non sapere,
Noi,
che ancora possiamo esser presi da eroici furori,
Noi,
che ci domandiamo con Pasolini e in Pasolini le contraddizioni tra vita, arte e etica,
Noi,
che usciamo a riveder le stelle con Margherita Hack e Dante,
Noi,
che usciamo a riveder anche dentro di noi con Petrarca e R.L. Montalcini,
Noi,
sulle Ali Dorate e su quelle di Madama Butterfly,
Noi,
sulle torsioni del Bernini e sull’inesprimibile espresso da Michelangelo,
Noi,
piccoli misteri buffi,
Noi,
tra le macchine volanti,
e su tanto altro ancora, senza dimenticare le altre culture
per esempio
sempre con una frase di Shakespeare in testa e una di Cervantes nel cuore,
Noi,
che cantiamo il Cantico delle Creature come
”atei nobilmente pensosi, alla ricerca di un Dio che noi non abbiamo saputo dare”(Paolo VI)
Noi,
esseri intelletuanti
coloro cioè tesi nello sforzo di
attuare ovvero utilizzare
l’intelletto
Noi, siamo dunque, gli ultimi partigiani

Ver Sacrum, o quando il dio era sulle nostre bocche

Gli adolescenti sono esseri, sono un tutto in potenza. Quando lo ero io, non capivo chi mi diceva che stavo vivendo il periodo più spensierato della mia vita. Anche se ho vissuto un’adolescenza relativamente tranquilla, in cui mi stringevo a coorte con la mia compagna di banco e grande amica alla vigilia dei temutissimi compiti di greco; anche se i turbamenti amorosi – quelli seri e reali – sono arrivati dopo; anche se il mio pungolo più urgente era cercare di capire il mondo degli adulti e decidere se volevo assomigliare a uno di loro, io pensavo (e lo penso ancora) che ogni età ha il suo tormento, proporzionale ad essa, per lo meno in situazioni di normalità. Per cui non capivo perchè se io riuscivo a rispettare le preoccupazioni degli altri, specie degli adulti, questi sminuivano le mie.
Di certo, col tempo le responsabilità aumentano ma la buona notizia è che man mano che aumenta la vita, aumenta la consapevolezza. Nel bene e nel male, questa è una conquista che rassicura gli adulti rispetto ai ragazzini. Perciò non dite ai ragazzini che stanno vivendo il periodo migliore della loro vita, per lo meno per i motivi che credete VOI. Abitano un corpo che cambia di giorno in giorno, dove c’era un tenero cucciolo di mamma compare una guerriglia di ormoni. C’è la scuola, che spesso, invece di essere un posto accogliente che pungoli intelligenza e curiosità, le mortificano. Ci sono gli altri, che non sempre ti capiscono. Ci sono gli adulti, che corrono e corrono e sembrano proprio di essersi dimenticati cos’è l’adolescenza e nella loro corsa ti fanno pensare seriamente se non sia il caso di abitare per sempre quel guscio informe piuttosto che prendere una forma frettolosa. E triste.
Però i ragazzini sentono la vita come forse non la si sente mai più, nel bene e nel male. Per questo l’adolescenza va tutelata ovvero supportata; la solitudine, nella sua miriade di forme, porta a gravi degenerazioni. Porta alla paura e al disorientamento e se non sfocia in atti degenerati il rischio è di lasciare questo meraviglioso capitale umano all’angoscia, il che farà di loro degli adulti angosciati se passivi, angoscianti se attivi.
I ragazzini sono passionali. Quello che un adulto non inaridito mitiga col senno e con l’esperienza, in loro può essere un bomba H. Esplodono o implodono. Ma quella passione, quella sensibilità verso il mondo, è una risorsa che va accompagnata e da cui s’impara qualcosa. La freschezza di spirito, per esempio, invece di essere fagocitati dagli avvenimenti.
Siamo tutti più poeti durante l’adolescenza. E’ un sentimento che molti, moltissimi, sviliscono col tempo e quasi sempre per scelta. Gli adulti, spesso, perdono quell’entusiamo, dimenticano del tutto quando il dio era in noi.
E l’amore, durante l’adolescenza, è totalizzante. In un momento in cui ci si chiede ‘Chi sono io? Chi sono gli altri?’ si scopre l’esperienza insieme più egoistica e altruistica della vicenda umana. L’amore. Si scopre la distruzione e la costruzione ed è difficile capire quando contenere la passione distruttiva e quando lasciare andare la forza creativa dell’amore. Non lo capiamo da adulti, almeno gli adolescenti accolgono la sfida che è ineluttabile.

Per fare un esempio, ho deciso di pubblicare una lettera di amore – in realtà d’addio – scritta nel 2000, non ero ancora maggiorenne. E’ una delizia. Inizialmente sembra io sia bardata, poi mi sciolgo, e tra un moto di tenerezza e una battura faccio anche ridere. Perchè da adulti non scriviamo più così? Perchè da adulti non scriviamo più? Perchè non ci esponiamo?

Xy,…
oggi vorrei dirti tante di quelle cose…Perchè se ora che ho deciso di chiudere con te vivo in uno stato di letizia pensando al fardello delle sofferenze che la nostra relazione (rapporto reale solo nella mia testa troppo predisposta a vedere cose che non ci sono – solo per amore) mi scagliava ogni santissimo giorno sulla pelle – ora non ci sarà più, è vera anche un’altra cosa. Nonostante consapevole che le cose dette avrebbero potuto realmente disintegrare qualsiasi misero ponte tra di noi – forse voglia sia così – è vero che non so come sopporterò la tua mancanza. Non è che la tua sia stata una presenza, ma so che mi mancherai perchè…come posso spiegare…ma non c’è bisogno di spiegare.
Sto scrivendo male, lo so, ma non ha importanza, potessi trovare il modo di farti intuire quello che sento…Non è che tu mi capisca così bene, o no. Che dici? Mi fa rabbia da morire che hanno vinto tutti i nemici che avevi che volevano che morisse quello che io avevo sperato nascesse tra i nostri due corpi e spiriti ma mi fa veramente morire che il più grande tra questi nemici contro te sei tu. Xy io sono stanca. Ammettendo pure che tu nutra la pallida intenzione di non perdermi così (ah!ah!), devi lottare non contro la mia rabbia intensa (dura comunque poco), non contro il mio odio (magari l’avessi), ma contro la mia stanchezza, la perdita di fiducia e della speranza.
Io mi sto spegnendo. Tu non hai mai voluto venirmi incontro. Mi hai solo e sempre chiesto di seguirti. Mai che tu ti ponessi al mio fianco. Si. Ti avrei seguito ma solo se noi due lo avessimo voluto veramente, e solo se tu non mi avessi dato sempre le spalle, come quando talvolta cammini e io rallento volontariamente e tu continui a camminare. Come faccio?
Io non posso darti altre possibilità perchè tu non mi rispetti e io valgo molto di più di quelle troiette che rimorchi cui dai il tuo numero perchè loro ti cerchino. So di avere onore. Perchè sei così?
Io so che domani vorrò bruciare questa ”lettera” che farebbe venire il mal di testa all’Ulisse di Joyce, ma io ti devo dire che ora, alle 20:51 di questo strano 30 aprile, domenica piovosa e soleggiata, io sento un pugno nella pancia che vuole fare uscire queste benedette due parole che mai ti ho detto e forse mai sentirai da me. Io ti amo. Le parole non sono due, ma tre, ma sai che a matematica faccio schifo. Credo che XX mi ha attaccato la febbre e il delirio Ti amo ti amo ti amo ti amo
Scusa se da ieri sarò costretta a fingere di essere indifferente o irritata alla tua vista. Ti amo.
Metti da parte la Ina incazzata che ti sputerebbe in faccia – sono pur sempre una donna offesa. Sentiti coccolato e protetto sempre da me. Addio

Mi odio per aver scritto queste cazzate
Ina

Ti amo. Un vagito a quindici anni.

One, two, three, four, five, six, nine, or ten
Money can’t buy you back the love that you had then (Feist – 1,2,3,4)

E poi, qui invece c’è una poesia scrittami da un giovanotto invaso di poesia. Dove sono ora i poeti? Dove sono gli amanti?

“Quale forza di gravità regge

la perfezione dell’universo?

Certo non compete con la mia,

quando orbiti intorno a me”

Perchè dimentichiamo quella bellezza che in modo confuso ma vitale ha abitato in noi? Perchè gli adulti si dimenticano cosa sono stati?  ”Rari i santi, più rari i poeti” diceva Pratolini.

Fine di una storia (seconda parte)

Voglio qui isolare due video per la loro bellezza.
Come spiegato da Natasha Khan, alias Bat for Lashes, il concetto che sta dietro al bellissimo e inquietante ”Daniel” è l’ambivalenza, l’altalena dei diversi stati d’animo che ci assalgono quando una storia entra in crisi profonda. Da un lato la crisi è senza ritorno, dall’altro ci sono moti dell’animo inspiegabili che ci portano indietro.
Le figure nere – i ballerini perturbanti, tra i palloncini in testa dentro calze nere e un richiamo angosciante a Mikey Mouse, geniale – sono i pensieri neri (‘si stagliano uccelli neri che volano via come i foschi pensieri’, dice il poeta) che ‘coccolano’, prendono a pugni e coninvolgono la donna in dissidio in una sorta di danza macabra, finchè non li scaraventa fuori dalla sua macchina, cioè da dentro di sé, e finalmente riabbraccia il suo Daniel – spudorato omaggio a Karate Kid fin dal nome della canzone. Anche la cantante, nata nel ’79, attinge dalla sua mitografia personale.
Si racconta di un viaggio verso casa fatto in due, che sembra però essere giunto al termine. Si racconta della drammatica crisi d’identità che porta con sé la crisi di una storia, con la tristezza di un’intimità che si sfalda (come ben rappresentato da questa sorta di ambiente domestico andato in fiamme).
Nel video sembra esserci una soluzione positiva, ma la pesantezza e la violenza dei pensieri neri insinuatesi non ci lascia proprio convinti.

Making of: http://www.youtube.com/watch?v=ffO9eTHbO7k

Bonobo, first fires (feat. Grey Reverend). Il canto di un uomo sorpreso di ardere ancora come ai primi fuochi. Sui bellissimi volti dei due attori non c’è dubbio, sono irrimediabilmente divisi da due situazioni interiori opposte. Lui ama, lei no. E su questo si compone tutta la studiata, elegantissima estetica del video, giocata sui toni caldi/freddi, fuoco/neve, fuoco/acqua modulati su lui/lei. Lui ripercorre con la memoria i posti in cui si sono amati e si ritrova ancora amante, lei scegli un’asettica discoteca dove – pur sgomenta e sofferente – non trova più amore. E piange, soffre. Arrabbiata e seccata ma in preda a un dispiacere indicibile fino a sembrare – con le labbra viola e fiocchi di neve tra i capelli – annegata. Splendido.
”Run from the fences you don’t have to pretend, in the the first fires”

Ci sarebbe un’ultima canzone di un cantante italiano che ha a che fare con Roma e con la codicologia romanza; che ha scritto, in un’altra canzone, ”non ti amo più” 29 volte ma forse intendeva l’esatto contrario.

‘I used to be lunatic from the gracious days’. Dabirabirappappà, a-ha.

Una prossima volta. Possiamo forse consolarci pensando che, per quante volte si lascia e si è lasciati, anche se…le nostre riserve sono secche e forse stiamo guardando nella direzione sbagliata, basta girare la testa intorno per vedere che l’amore è tutt’intorno, e crederci.

Fine di una storia (prima parte)

‘Fine di una storia’ (The end of the affair) è il titolo di un bel libro di Graham Greene. Anche se non arriva alla bellezza di quel capolavoro che è ‘L’americano tranquillo’, il libro dà molti spunti di riflessione dalla prospettiva dell’uomo maturo che deve rassegnarsi alla fine di un amore.
Chi non ha vissuto la sciagura di un’esperienza devastante come la desertificazione di quel bosco rigoglioso che è una relazione amorosa? Parlo nello specifico di quello stato da catastrofe nucleare che vivono le persone che hanno avuto una storia, che hanno amato provando la bellezza di essere ricambiati, e che ora non hanno niente di tutto questo. E’ una condizione sui generis, ben diversa anche da quell’altro flagello che è l’amare senza essere ricambiati e perfino l’amare mentre si è presi per il culo. Sono dolori fratelli ma con le loro care personalità differenti.

Ora, prima di tutto, qua mi sento di dover dire subito una cosa. Vero è che quando si è mollati – bhè conoscete la sensazione di abbandono retroattivo che pervade la vostra vita (anche se siete stati amati come dei re giusti e rispettosi da tutti gli esseri umani che vi hanno circondato fino a quel momento, la perdita dell’amore di quell’unica, maledetta persona vi sa sentire solo una ed una sola cosa: miserabili. E non c’è niente da fare. Almeno fin quando non vi passa) è un disastro. Ma, signori miei, mi sento di difendere le persone che lasciano. Ci sono persone che soffrono terribilmente nella consapevolezza di causare un dolore immenso,specie quando sanno di cosa si tratta essendo stati lasciati a loro volta. E nonostante la paura, lasciano. Ed è giusto così. Ma soffrono anche loro, i ‘lasciatori’ (the quitters, che è più bello in inglese), e tanto, anche.
Mi torna in mente una frase di Pasternak:

”Solo per paura di quell’umiliante e distruttiva punizione che è il non amare, mi guarderei inconsciamente di rendermi conto di non amarti. Né tu né io lo sapremmo mai. Il mio cuore me lo nasconderebbe, perchè non amare è quasi un omicidio e io non avrei la forza di inferire un tal colpo a nessuno”.

Che è la cara storia delle persone che se non amano non vivono, ma anche qui, signori della giuria, vi invito a riflettere sull’horror vacui che prima o poi tutti abbiamo sentire bussare alla porta e che ci si è affrettati a cacciare con i mezzi a disposizione. Perchè l’amore riempe, e quando finisce, lascia un vuoto che è il triplo dello spazio che occupava. Tipo l’espansione dell’universo.
Qui mi viene in soccorso una canzone che Madonna ha poi riproposto: ”Love don’t live here anymore’. Se l’ascoltate bene, non credo parli di una donna abbandonata, come si potrebbe pensare in superficie; lei parla dell’amore che ha sloggiato dal suo cuore. Comununque, la sostenibilità dell’ascolto di questa canzone straziante risiede nel look improbabile dei musicisti e l’aria tenuta durante la perfomance che stride col contenuto. E vabbè.

Se volete piangere con serietà, prego, potete comodamente ascoltare Madonna.

Ma perchè ci si lascia? I motivi sono tanti. O no? E cos’è meglio, lasciare o essere lasciati quando uno dei due/tutti e due – non ci si ama più o quando pur amandosi si capisce che non è storia? Perchè c’è anche un altro elemento da considerare, o Socrate: che, come ha detto Rita Atria ‘Chissà com’è, l’amore non basta mai’, che è una verità che amaramente può capitare di apprendere nella vita, nonostante ci raccontano da bambini che l’amore vince su tutto. Ma l’amore da solo, a quanto pare, non basta.

Tutti abbiamo poi nel cuore queste figure leggere che senza fare troppo male né avere la pericolosità dei fantasmi (che tanto fantasmi non sono) aleggiano nel nostro cuore. Per sempre. Ce lo dice Carboni con ‘Le storie d’amore’, che spesso si protegge l’altro da se stessi, cosa che forse è una razionalizzazione che con gli anni ci si riesce a costruire di fronte alla impossibilità.

Tanto, alla fine, ogni uomo uccide quello che egli ama, e tutti lo sappiamo (O. Wilde).
C’è il caso della donna che ama in fanfarone, Bjork ha descritto il tutto con delle parole che sono un manifesto di poesia:

I’m a tree that grows hearts
One for each that you take
You’re the intruders hand
I’m the branch that you break

Beccatevi questo.

Ma le emozioni più sorprendenti quando capita la sciagura di lasciarsi sono quelle opposte. Quell’altalena dalla quale voi vorreste tanto scendere ma a cui sembrate essere legati con le cinture di sicurezza. Per questo, vedi articolo successivo.