‘Il richiamo della foresta’, inno alla libertà. La splendida prefazione della Fallaci all’edizione BUR

Il mio primo incontro con Oriana Fallaci è avvenuto con la sua prefazione a un piccolo, grandissimo libro, ”Il richiamo della foresta”, dal genio sregolato e fulminante di Jack London. Costui era un personaggio molto interessante: prima di tutto, aveva lampanti intuizioni come anche urgenze di scrittura improvvise e non sempre dai risultati adamantini che lo portavano a scrivere pagine su pagine, durante notti insonni, durante i giorni, sotto l’egida dell’impulso. Era molto dedito all’alcol. Era di una gerenosità non comune, tanto che dilapidò i suoi risparmi tra regali agli amici, investimenti sbagliati e una serie di scelte azzardate che genericamente si possono bollare come eccessi. Alla stessa maniera di altri geni dell’arte – un Toulouse Lautrec, ad esempio – non disdegnava la compagnia (e l’amore) di persone con cui il resto della società borghese non avrebbe voluto spartire un solo attimo di mondanità, figuriamoci di intimità. Proveniente da una famiglia disastrata, la sua compagna di vita fu una specie di poetessa bohémien di inzio XX secolo.
Si dedicò a innumerevoli e disparati lavori, più moderno Cervantes scalmanato.
Erano per lui motivo d’interesse e compagni gli ultimi degli ultimi: quasi commovente un suo reportage fotografico sugli homeless di Londra, recentemente riportato alla luce. Poi, a quarant’anni, morì giovane come Fitzgerald e in odore di suicidio come Hemingway, quasi sotto una nefasta stella si fossero riuniti tra i più brillanti scrittori statunitensi del secolo scorso.
La prefazione della Fallaci a ‘Il richiamo della foresta’ (BUR, quasi introvabile) è, da solo, un componimento di critica letteraria struggente, una dichiarazione d’amore e comunque un testo che non può lasciare indifferenti.
A mo’ di proclama, la Fallaci scrive la prima riga, semplice e potente: ‘ ”Il richiamo della foresta”, inno alla libertà’. La scrittrice, amata e odiata alla stessa maniera,  la libertà l’ha sondata da più punti di vista, sempre inediti, sbagliando, anche. E il Jovanotti che canta ”la giornalista scrittrice che ama la guerra perchè le ricorda quando era giovane e bella”, nonostante le forti dichiarazioni di lei all’indomani dell’11 settembre, stridono con la volontà di una giornalista che a lungo la storia l’ha voluta sempre seguire sul campo, fiutandola nel vento in un mondo ancora molto, molto maschile. Lei, elmetto e taccuino, prima reporter europea sul campo di guerra, merita di essere riletta (forse si, gli scritti di quando era giovane e bella più di altri) in questi tempi in cui il raziocinio e la critica di qualità sono alquanto latitanti. Anche per criticarla.

La Fallaci introduce la sua esperienza di lettura del libro in maniera personale ed intima, aprendo al lettore le porte della sua casa di bambina, la libreria adorata e ricca sui cui lei si è formata. Su quel giorno in cui prese tra le mani ‘Il richiamo della foresta’ e…

”Quando ebbi finito il libro, non ero più la bambina che credeva a De Amicis e a Salgari e a Verne in un mondo di bugie affascinanti e pietose. Ero una bambina pronta a trattar con gli adulti in un mondo di dure realtà. Una bambina cui Buck aveva insegnato che la vita è una guerra ripetuta ogni giorno (militia est vita homini super terram, nd Ina), spietata, crudele, una lotta da cui non puoi distrarti un minuto, neanche mentre dormi, neanche mentre mangi, altrimenti ti rubano il cibo e la libertà. Dio, era così facile perdere la libertà”.

La spina nel fianco che la Fallaci è sempre stata al senso comune è nata esattamente qui, nel momento in cui ha chiuso l’ultima pagina di questo libro. E in questo momento, sono sorte le domande che ha continuato a porsi e a porre sul senso della vita, dato che è così dura, e che si ritroveranno condensati in quella grande riflessione sulla Vita che è ”Lettera a un bambino mai nato”.

”Guai a perdere la libertà per buonafede o distrazione. Perchè la sua unica alternativa è la schiavitù, l’ingiustizia, la vergogna, le cinghie di cuoio che ti legano alla slitta dei cercatori d’oro. […] Non sono certa di ringraziare Buck per avermi insegnato certe verità così presto: mia madre aveva ragione a dire più-a-lungo-un-bambino-resta-bambino-meglio-è’. Nella vita esiste una sola verginità , quella chiamata infanzia, e perder l’infanzia a dodici anni fa male. ”

E quindi perchè dovremmo essere felici a capire le cose, a distaccarsi da questo Eden? Che senso ha continuare la corsa dopo la perdita della verginità? Con un procedimento a lei caro, prima ti butta nell’abisso, poi ti mostra la ragione:

”Ma l’infelicità ha il merito di far ragionare: molte cose che fino a quel giorno non avevo capito io le capii, di colpo, indentificandomi in Buck. Perché vedi, c’era in fascismo, allora, in Italia. E sebbene fossi nata sotto il fascismo, non ne afferravo il significato. Ero talmente abituata alla sua realtà, ne ero totalmente condizionata: non ne conoscevo l’alternativa. Il fatto che le Camicie nere picchiassero, ad esempio, mi sembrava una disgrazia normale come la grandine e le malattie. Si può forse impedire la grandine, si posson forse impedire le malattie? Buck mi spiegò innanzitutto che il fascismo non era la normalità”.

Se pensate che tutta questa carica si esaurisca contro un fatto storico-politico, aspettate di leggere gli strali contro la cosa più cantata e osannata sulla faccia della terra: l’amore, visto qui come attentato sommo contro la libertà personale. Per la quale, ”bisogna prima sopravvivere, non perdersi in piccole inutili audacie”.

”Sto dicendo che per me Buck fu una lezione di guerra, di guerriglia, di vita. E come tale guidò la mia adolescenza, la verde stagione che m’avrebbe portato ad essere ciò che spero o cerco d’essere: una donna disubbiente, insofferente d’ogni imposizione. Altri si formano su testi più sacri. Io mi formai sul calvario di un cane. Altri ebbero eroi più importanti. Il mio eroe fu un cane. Ma la verità più atroce che egli aveva da insegnarmi la capii molti anni dopo, da adulta: quando mi divenne evidente che, alla libertà di un individuo, perfino l’amore rappresenta una minaccia’.

Potrebbe giustificare già adesso tutto il suo ragionamento, invece lei va oltre, molto oltre. Descrive con queste parole l’amore del cane per l’umano, un amore assoluto:

‘I suoi muscoli d’acciaio, i suoi denti di ferro, la sua vista e il suo udito e il suo odorato che captano gli odori e i rumori e i contorni più lontani non gli servono più, ora che il suo unico scopo è amare ed essere amato. E questo delirio felice lo ingrassa, lo blocca come un’ancora. Bisogna che Thorton venga ucciso dagli indiani Jeehats perchè Buck tagli l’ancora e ritrovi se stesso: in un’epica liberazione che è preludio di libertà, di libertà assoluta. E per l’ultima volta in vita sua Buck permise alla passione di imporsi sull’astuzia e sul ragionamento. E fu il grande amore per Thorton che gli fece perdere la testa. Non più né cane né lupo ma demonio, si lancia con un ruggito tremendo sui Jeehats e uno ad uno gli squarcia la gola. Poi, rimasto solo e levato di quell’amore che lo rendeva più schiavo delle cinghie, della frusta, del lavoro, si allontana tra gli alberi e torna laggiù dove non esistono catene né legami né àncore. Insomma questo libro io lo vedo come un inno alla libertà. Anzi, la libertà assoluta.’

Dove assoluto, ricordiamolo, significa letteralmente cioè etimologicamente svincolato, senza catene o legami. Ma se la libertà è l’assenza di passioni ed amore, che senso ha la vita, perchè la si vive?
Con un intelligente gioco di lettura del libro alla luce del momento storico che lei stava vivendo, e senza snaturare nulla del libro, ci dà risposta, in qualche modo: se chiaramente l’assenza di libertà è male, la libertà è bene – per quanto illusorio, ma comunque da perseguire. E lo fa parlando di Olocausto.

‘Quel giorno lontano dei miei dodici anni preococi ed infelici, io cercavo senza saperlo il problema che secondo me è il problema centrale della vita: il problema della libertà. E Buck me lo trovò: estraendolo dagli abissi inesplorati della mia intuizione infantile e regalandolo a una futura coscienza di adulta. Neanche due anni dopo esplose l’8 settembre: l’occupazione nazista, la Resistenza. Poichè grazie a mio padre mi trovai dalla partre di coloro che morivano per la libertà, fu facile per me sfruttare il regalo di Buck: interpretare il suo ululato come richiamo di libertà. E solo diventando donna avrei realizzato che la libertà assoluta non esiste. Non per gli uomini, almeno. Ad essi infatti non è dato tornare lupi e cioè puri. È dato esclusivamente battersi per un sogno, un’utopia, una leggenda. La storia di Buck non si conclude forse con una leggenda? […] quel libro non ce l’ho più. Lo prestammo a una dolce maestra di scuola, l’ebrea Rubitchek. E quando, nel 1944, a Firenze, i nazifascisti rastrellaron gli ebrei, insieme alla signorina Rubitchek rubarono i libri che teneva in casa. Nè lei potè reclamarli, dopo. Finì in un campo di concentramento in Germania dove morì come Curly: sbranata dai cani selvaggi che poi si leccan le labbra.’

Non esistono esseri umani perfetti, esistono idee forse non tanto da fare proprie, ma sui cui discutere costantemente. È, secondo me, questo il primo e più nobile compito di coloro che si definisco ”intellettuali”: filtrare, setacciare, anche in mezzo a parole non sempre luminose per poi riportare in superficie questi tesori.
Fallaci si, Fallaci no. Amore come mancanza di libertà assoluta, amore come senso della vita. Ognuno decida per proprio conto, ma ragionandoci su. E per quanto mi riguarda chiudo con questo, col piglio amichevole e familiare che a lei piaceva tanto usare, il ‘vedi’ riferito al lettore, come se ci stesse parlando. Con me, lei e Jack hanno parlato spesso:

‘Ma un libro, vedi, non è mai ciò che dicono i più raccattando le tesi di chi li ha preceduti; non è nemmeno ciò che intendeva dire l’autore. Un libro, soprattutto quando diviene opera d’arte, è ciò che tu ci trovi attraverso te stesso. E’ spesso la ricerca di te stesso, la scoperta di te stesso.’

Buona lettura a tutti, buona ricerca di se stessi, o della propria (illusoria) libertà.

”Per l’amore darei la vita, ma per la libertà darei anche l’amore” (Andrè Gorz).

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