I nomi delle rose: dedicato alle donne illustri. Barcellona vuole omaggiare le cittadine valorose

Il ruolo giocato dagli spazi che abitiamo è, come per ogni essere vivente, fondamentale. Le città sono lo scenario in cui si innestano le dinamiche sociali non solo nella forma di azioni attivamente prodotte dall’uomo, ma anche in virtù di come l’uomo organizza il suo spazio. Poichè ogni realtà ha bisogno di essere nominata per un uso funzionale, i nomi che indicano gli spazi urbani non solo adempiono a questo compito vitale, ma sono forieri della cultura e della storia di quei posti (e non solo) in quanto evocano eventi e personaggi, i cosiddetti ‘uomini illustri’. E allora perchè non riequilibrarare la parti tra presenza femminile e maschile nella nomenclatura urbanistica, partendo dalle strade e dalle piazze che quotidianamente fanno da sfondo alle nostre vite? Se storicamente la donna è associata allo spazio intimo, alla casa, perchè non dimostrare che c’è una nuova tendenza che finalmente accoglie veramente la dimensione pubblica del ruolo della donna? Quale miglior modo di farlo se non intitolare gli spazi pubblici con nomi di donne si sono distinte per il loro apporto?

Qui si innesta l’ennesima iniziativa originale proposta dalle donne dell’Istituto Catalano delle Donne: tramite il quotidiano catalano Lavanguardia (o tramite twitter con l’hashtag #calledemujer) la popolazione di Barcellona è chiamata a dare un nome – questa volta femminile – agli spazi urbani. La discriminazione passa anche attraverso questo: è stata messa a punto un’applicazione che rileva la distribuzione dei nomi dedicati a personaggi illustri che quasi sempre sono maschili; attivare una riflessione a tutto campo sul ‘ruolo giocato in società dalle donne’, passando attraverso gli spazi che il cittadino vive, è un piccolo passo verso la valorizzazione della parte femminile della società, grazie alla rivendicazione del loro ruolo attivo e benefico in essa.

Di seguito, la traduzione dell’articolo comparso oggi su:

http://www.lavanguardia.com/participacion/20140929/54416457074/mujer-mereceria-calle-nombre.html

Quale donna meriterebbe di avere una strada col suo nome?

Dicci il nome, la località dove dovrebbe stare e perchè, raggrupperemo in una mappa i vostri contributi.

Barcellona. Spesso la storia – o quelli che la storia la scrivono – ha minimizzato il ruolo della donna. Nonostante Pur essendo donne con spirito di iniziativa, molto spesso in anticipo rispetto ai loro tempi, politiche, scrittrici, scienziate, etc. sono passate di sordina in un mondo dominato dagli uomini. Un esempio sono i nomi delle strade, delle piazze, dei parchi e degli spazi pubblici in generale, dove la percentuale delle donne illustri è appena rappresentato.

Quale donna meriterebbe di intitolare una strada col suo nome?

Invia la tua proposta o postala su Twitter con l’hashtag #calledemujer. Per partecipare, devi indicarci il nome della donna che dovrebbe avere una strada col suo nome, dove e le ragioni per cui dovrebbe ricevere un riconoscimento. Possono essere sia donne il cui apporto ha oltrepassato le frontiere o donne che sono state importanti a livello locale o regionale ma che non hanno ottenuto sufficiente riconoscimento. Trasporteremo le vostre proposte su una mappa partecipativa.

Correggere una ‘flagrante discriminazione’

L’Istituto Catalano delle Donne (ICD) ha presentato recentemente un’applicazione che permette di identificare su una mappa della Catalonia le strade intitolate a donne di ogni località. L’obiettivo di questo strumento, aperto a tutto il mondo, è dare visibilità ai contributi apportati dalle donne alla società e promuovere il riconoscimento pubblico attraverso i nomenclatori delle località. Per la presidentessa del ICD, Montse Gatell, questo nuovo strumento ”faciliterà il rilevamento e la correzione della flagrante discriminazione rappresentata dal fatto che i personaggi illustri di un luogo sono quasi sempre uomini’.

‘Il richiamo della foresta’, inno alla libertà. La splendida prefazione della Fallaci all’edizione BUR

Il mio primo incontro con Oriana Fallaci è avvenuto con la sua prefazione a un piccolo, grandissimo libro, ”Il richiamo della foresta”, dal genio sregolato e fulminante di Jack London. Costui era un personaggio molto interessante: prima di tutto, aveva lampanti intuizioni come anche urgenze di scrittura improvvise e non sempre dai risultati adamantini che lo portavano a scrivere pagine su pagine, durante notti insonni, durante i giorni, sotto l’egida dell’impulso. Era molto dedito all’alcol. Era di una gerenosità non comune, tanto che dilapidò i suoi risparmi tra regali agli amici, investimenti sbagliati e una serie di scelte azzardate che genericamente si possono bollare come eccessi. Alla stessa maniera di altri geni dell’arte – un Toulouse Lautrec, ad esempio – non disdegnava la compagnia (e l’amore) di persone con cui il resto della società borghese non avrebbe voluto spartire un solo attimo di mondanità, figuriamoci di intimità. Proveniente da una famiglia disastrata, la sua compagna di vita fu una specie di poetessa bohémien di inzio XX secolo.
Si dedicò a innumerevoli e disparati lavori, più moderno Cervantes scalmanato.
Erano per lui motivo d’interesse e compagni gli ultimi degli ultimi: quasi commovente un suo reportage fotografico sugli homeless di Londra, recentemente riportato alla luce. Poi, a quarant’anni, morì giovane come Fitzgerald e in odore di suicidio come Hemingway, quasi sotto una nefasta stella si fossero riuniti tra i più brillanti scrittori statunitensi del secolo scorso.
La prefazione della Fallaci a ‘Il richiamo della foresta’ (BUR, quasi introvabile) è, da solo, un componimento di critica letteraria struggente, una dichiarazione d’amore e comunque un testo che non può lasciare indifferenti.
A mo’ di proclama, la Fallaci scrive la prima riga, semplice e potente: ‘ ”Il richiamo della foresta”, inno alla libertà’. La scrittrice, amata e odiata alla stessa maniera,  la libertà l’ha sondata da più punti di vista, sempre inediti, sbagliando, anche. E il Jovanotti che canta ”la giornalista scrittrice che ama la guerra perchè le ricorda quando era giovane e bella”, nonostante le forti dichiarazioni di lei all’indomani dell’11 settembre, stridono con la volontà di una giornalista che a lungo la storia l’ha voluta sempre seguire sul campo, fiutandola nel vento in un mondo ancora molto, molto maschile. Lei, elmetto e taccuino, prima reporter europea sul campo di guerra, merita di essere riletta (forse si, gli scritti di quando era giovane e bella più di altri) in questi tempi in cui il raziocinio e la critica di qualità sono alquanto latitanti. Anche per criticarla.

La Fallaci introduce la sua esperienza di lettura del libro in maniera personale ed intima, aprendo al lettore le porte della sua casa di bambina, la libreria adorata e ricca sui cui lei si è formata. Su quel giorno in cui prese tra le mani ‘Il richiamo della foresta’ e…

”Quando ebbi finito il libro, non ero più la bambina che credeva a De Amicis e a Salgari e a Verne in un mondo di bugie affascinanti e pietose. Ero una bambina pronta a trattar con gli adulti in un mondo di dure realtà. Una bambina cui Buck aveva insegnato che la vita è una guerra ripetuta ogni giorno (militia est vita homini super terram, nd Ina), spietata, crudele, una lotta da cui non puoi distrarti un minuto, neanche mentre dormi, neanche mentre mangi, altrimenti ti rubano il cibo e la libertà. Dio, era così facile perdere la libertà”.

La spina nel fianco che la Fallaci è sempre stata al senso comune è nata esattamente qui, nel momento in cui ha chiuso l’ultima pagina di questo libro. E in questo momento, sono sorte le domande che ha continuato a porsi e a porre sul senso della vita, dato che è così dura, e che si ritroveranno condensati in quella grande riflessione sulla Vita che è ”Lettera a un bambino mai nato”.

”Guai a perdere la libertà per buonafede o distrazione. Perchè la sua unica alternativa è la schiavitù, l’ingiustizia, la vergogna, le cinghie di cuoio che ti legano alla slitta dei cercatori d’oro. […] Non sono certa di ringraziare Buck per avermi insegnato certe verità così presto: mia madre aveva ragione a dire più-a-lungo-un-bambino-resta-bambino-meglio-è’. Nella vita esiste una sola verginità , quella chiamata infanzia, e perder l’infanzia a dodici anni fa male. ”

E quindi perchè dovremmo essere felici a capire le cose, a distaccarsi da questo Eden? Che senso ha continuare la corsa dopo la perdita della verginità? Con un procedimento a lei caro, prima ti butta nell’abisso, poi ti mostra la ragione:

”Ma l’infelicità ha il merito di far ragionare: molte cose che fino a quel giorno non avevo capito io le capii, di colpo, indentificandomi in Buck. Perché vedi, c’era in fascismo, allora, in Italia. E sebbene fossi nata sotto il fascismo, non ne afferravo il significato. Ero talmente abituata alla sua realtà, ne ero totalmente condizionata: non ne conoscevo l’alternativa. Il fatto che le Camicie nere picchiassero, ad esempio, mi sembrava una disgrazia normale come la grandine e le malattie. Si può forse impedire la grandine, si posson forse impedire le malattie? Buck mi spiegò innanzitutto che il fascismo non era la normalità”.

Se pensate che tutta questa carica si esaurisca contro un fatto storico-politico, aspettate di leggere gli strali contro la cosa più cantata e osannata sulla faccia della terra: l’amore, visto qui come attentato sommo contro la libertà personale. Per la quale, ”bisogna prima sopravvivere, non perdersi in piccole inutili audacie”.

”Sto dicendo che per me Buck fu una lezione di guerra, di guerriglia, di vita. E come tale guidò la mia adolescenza, la verde stagione che m’avrebbe portato ad essere ciò che spero o cerco d’essere: una donna disubbiente, insofferente d’ogni imposizione. Altri si formano su testi più sacri. Io mi formai sul calvario di un cane. Altri ebbero eroi più importanti. Il mio eroe fu un cane. Ma la verità più atroce che egli aveva da insegnarmi la capii molti anni dopo, da adulta: quando mi divenne evidente che, alla libertà di un individuo, perfino l’amore rappresenta una minaccia’.

Potrebbe giustificare già adesso tutto il suo ragionamento, invece lei va oltre, molto oltre. Descrive con queste parole l’amore del cane per l’umano, un amore assoluto:

‘I suoi muscoli d’acciaio, i suoi denti di ferro, la sua vista e il suo udito e il suo odorato che captano gli odori e i rumori e i contorni più lontani non gli servono più, ora che il suo unico scopo è amare ed essere amato. E questo delirio felice lo ingrassa, lo blocca come un’ancora. Bisogna che Thorton venga ucciso dagli indiani Jeehats perchè Buck tagli l’ancora e ritrovi se stesso: in un’epica liberazione che è preludio di libertà, di libertà assoluta. E per l’ultima volta in vita sua Buck permise alla passione di imporsi sull’astuzia e sul ragionamento. E fu il grande amore per Thorton che gli fece perdere la testa. Non più né cane né lupo ma demonio, si lancia con un ruggito tremendo sui Jeehats e uno ad uno gli squarcia la gola. Poi, rimasto solo e levato di quell’amore che lo rendeva più schiavo delle cinghie, della frusta, del lavoro, si allontana tra gli alberi e torna laggiù dove non esistono catene né legami né àncore. Insomma questo libro io lo vedo come un inno alla libertà. Anzi, la libertà assoluta.’

Dove assoluto, ricordiamolo, significa letteralmente cioè etimologicamente svincolato, senza catene o legami. Ma se la libertà è l’assenza di passioni ed amore, che senso ha la vita, perchè la si vive?
Con un intelligente gioco di lettura del libro alla luce del momento storico che lei stava vivendo, e senza snaturare nulla del libro, ci dà risposta, in qualche modo: se chiaramente l’assenza di libertà è male, la libertà è bene – per quanto illusorio, ma comunque da perseguire. E lo fa parlando di Olocausto.

‘Quel giorno lontano dei miei dodici anni preococi ed infelici, io cercavo senza saperlo il problema che secondo me è il problema centrale della vita: il problema della libertà. E Buck me lo trovò: estraendolo dagli abissi inesplorati della mia intuizione infantile e regalandolo a una futura coscienza di adulta. Neanche due anni dopo esplose l’8 settembre: l’occupazione nazista, la Resistenza. Poichè grazie a mio padre mi trovai dalla partre di coloro che morivano per la libertà, fu facile per me sfruttare il regalo di Buck: interpretare il suo ululato come richiamo di libertà. E solo diventando donna avrei realizzato che la libertà assoluta non esiste. Non per gli uomini, almeno. Ad essi infatti non è dato tornare lupi e cioè puri. È dato esclusivamente battersi per un sogno, un’utopia, una leggenda. La storia di Buck non si conclude forse con una leggenda? […] quel libro non ce l’ho più. Lo prestammo a una dolce maestra di scuola, l’ebrea Rubitchek. E quando, nel 1944, a Firenze, i nazifascisti rastrellaron gli ebrei, insieme alla signorina Rubitchek rubarono i libri che teneva in casa. Nè lei potè reclamarli, dopo. Finì in un campo di concentramento in Germania dove morì come Curly: sbranata dai cani selvaggi che poi si leccan le labbra.’

Non esistono esseri umani perfetti, esistono idee forse non tanto da fare proprie, ma sui cui discutere costantemente. È, secondo me, questo il primo e più nobile compito di coloro che si definisco ”intellettuali”: filtrare, setacciare, anche in mezzo a parole non sempre luminose per poi riportare in superficie questi tesori.
Fallaci si, Fallaci no. Amore come mancanza di libertà assoluta, amore come senso della vita. Ognuno decida per proprio conto, ma ragionandoci su. E per quanto mi riguarda chiudo con questo, col piglio amichevole e familiare che a lei piaceva tanto usare, il ‘vedi’ riferito al lettore, come se ci stesse parlando. Con me, lei e Jack hanno parlato spesso:

‘Ma un libro, vedi, non è mai ciò che dicono i più raccattando le tesi di chi li ha preceduti; non è nemmeno ciò che intendeva dire l’autore. Un libro, soprattutto quando diviene opera d’arte, è ciò che tu ci trovi attraverso te stesso. E’ spesso la ricerca di te stesso, la scoperta di te stesso.’

Buona lettura a tutti, buona ricerca di se stessi, o della propria (illusoria) libertà.

”Per l’amore darei la vita, ma per la libertà darei anche l’amore” (Andrè Gorz).

Se il diavolo veste Prada, gli angeli vestono Charity Chic (tratto dalla rivista online lsdmagazine.com)

charityBella questa borsetta di…lurex? Maglina? No, Signori e Signore. Il più alto sforzo di immaginazione non può intuire il materiale di questa elegantissima borsetta, che di altro non è fatta, in realtá, se non di nastro di videocassetta. L’originalissima creazione è uno degli esempi dell’ingegno di Pamela Melochiorre, co-ideatrice di Charity Chic, che già lo scorso anno ha ottenuto un premio prestigioso in virtù della strabiliante capacità di Pamela di creare non a priori ma sulla base dei materiali a sua disposizione, interpretando una delle più squisite – e chic – versioni del riuso, tendenza quanto mai attuale e discussa in questo periodo di crisi economica ed ambientale.
L’impresa sociale ‘’Charity Chic’’, creata da Pamela Melchiorre e Stefania Grandolfo, adotta l’idea anglosassone dei charity shop, negozi di seconda mano il cui ricavato viene devoluto in benificenza, rilanciandolo e arricchendolo con il plus-valore del riciclaggio creativo di qualitá.
In sostanza, Charity Chic viene rifornito dalle donazioni dei cittadini, che cedono gratuitamente abiti, scarpe, accessori, libri, piccola oggettistica e materiale vario. Dopo un’accurata selezione, parte delle donazioni (articoli di seconda mano ma anche nuovi) viene rivenduta così com’é a prezzi contenutissimi nel piccolo e grazioso negozio in via De Ferraris; un’altra parte viene rivisitata dall’estro di Pamela, creativa del gruppo, che interviene sui capi adattandoli a suo gusto o assemblando materiali tra i più disparati per dar vita a nuove creazioni. Ecco che dalle bomboniere nascono particolarissimi accessori, calze di seta si trasfromano in raffinatissime pochette, scarti di tendaggi diventano collane uniche. Con queste modalitá il negozio diventa perno di un flusso sostenibile continuo (come suggerisce il logo del negozio, tre frecce in ciclo a formare un cuore) vivacizzato da un’offerta sempre varia che trasforma in utile l’inutile, attivando un nuovo ciclo di vita degli oggetti.

Affiancata da un’equipe affiatata, Pamela, supermamma barese, una laurea in lettere e una disciplina nordica consolidata lavorando a contatto con realtá altrettanto efficienti e virtuose, é un’autodidatta la cui creativitá dà vita a pezzi unici, che convincono sia le fashion addicted più esigenti sia le ecologiste più osservanti, nell’incontro tra raffinata inventiva personale e tecniche tradizionali di ascendenza sartoriale.

Il virtuosismo dell’idea che anima Charity Chic non finisce qui, ci sono infatti almeno altri due aspetti che lo connotano come un esempio di impresa etica nella nostra cittá. Prima di tutto, come Stefania ci tiene a sottolineare, il progetto non potrebbe sussistere senza il vitale sostegno delle volontarie, un gruppo di persone che, oltre a condurre le proprie vite di mamme, lavoratrici, studentesse, vogliono dedicare parte del proprio tempo alla gestione del Charity Chic su base volontaria, immettendo questa bella idea imprenditoriale nel circuito del terzo settore. Non solo, le persone che si incontrano al Charity Chic difficilmente acquistano e richiudono frettolosamente la porta dietro di se, ma, accolte in un ambiente amichevole, chiacchierano, socializzano, trovano un momento di confronto, creando dunque un vero e proprio punto di ritrovo.
Ed infine, l’aspetto più umanamente solidale del progetto, concepito nel segno dell’altruismo: il ricavato delle vendite viene devoluto alla Onlus APLETI (Associazione Pugliese per la Lotta alle Emopatie e Tumori nell’Infanzia) che ha particolarmente a cuore la salute e la qualitá di vita dei piccoli pazienti e delle loro famiglie.
Con l’appoggio di amici entusiasti, consulenti fiduciosi e mariti amorevoli, in Charity Chic l’impronta femminile é marcata, configurandosi come efficiente e divertente esempio di imprenditoria femminile, dove la creatività si coniuga ad altri aspetti di valenza sociale. Le ragazze, con un impegno appassionato profuso nell’impresa giorno per giorno, promuovono una formula che mette al primo posto, come obiettivo, non tanto il guadagno ma lo sviluppo dell’idea stessa nel suo complesso a dimostrazione che é possibile fare dell’etica, dell’ecologia, della creativitá, della solidarietà, del sociale – perchè Charity Chic é tutto questo – una proposta alternativa, potenzialmente anche occupazionale.

IMG_1815A due anni dall’inaugurazione, dopo aver riscosso un notevole successo di pubblico e di ‘’critica’’ sancito da diversi riconoscimenti e dall’attenzione di diversi media regionali e nazionali, lo staff di Charity Chic inizia a pensare a una possibile espansione, immaginando una nuova e più grande location meglio inserita nel tessuto commerciale cittadino per poter fare rete con altre imprese, organizzare laboratori e coinvolgere le scuole. Dopo l’estate, che vedrá l’impresa coinvolta in diverse manifestazioni dedicate al riutilizzo dei materiali e alla moda, seguirá lo sviluppo di un progetto di franchising per promuovere fuori Regione l’idea (re) made in Bari, arricchendo la giá prosperosa offerta della Puglia con una proposta inedita, profondamente bella e buona.
Charity Chic, via De Ferraris 49/e, dal lunedi al sabato 10-13 e 18-21, orari estivi in aggiornamento 348 1628808 oppure 347 7642015
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Articolo tratto da http://www.lsdmagazine.com/se-il-diavolo-veste-prada-gli-angeli-vestono-charity-chic/17545/

I libri per bambini e la fine di una storia

Ci sono dei bellissimi libri per bambini che, nell’intento di spiegare loro nel modo più semplice ed immediato il concetto di storia di un luogo, sviluppano e compongono la fisionomia di quel luogo su più pagine, disegnate e poste l’una sull’altra, a ricreare visivamente l’idea di stratificazione. Questi libri seguono così una linea temporale scandita per pagina, ognuna delle quali corrisponde a un periodo storico e riporta tutti gli elementi – case, teatri, alberi, strade e così via – che quella epoca ha lasciato. Sovrapponendo le pagine, che sono traslucide, pian piano il paesaggio prende forma (quello che in gergo adulto si chiama palinsesto), o alzandole dalla prima all’ultima, si va indietro del tempo. Dalla pecorella sui campi al Colosseo, dal Colosseo alla pecorella sui campi. Ecco: le grandi delusioni d’amore compromettono lo scorrere normale del tempo e mutilano la visione d’insieme del mondo. Almeno per come lo si vede personalmente. La realtà – con le sue sovrapposizioni, la sua storia che è anche la tua – è lì: ma percepisci che è stato tolto qualcosa di fondamentale, una pagina brutalmente divelta. Ma sottilmente, subdolamente eppure percettibilmente, come un trucco mal celato. Dunque se quello che rimane della realtà funzionasse proprio come uno di quei libri per bambini, sarebbe chiaro che qualcuno ha strappato la pagina della luce del mondo. No, non è esatto, la luce c’è, qualcuno ha tolto forse non tanto la luce, ma la percezione del suo calore.