La cicatrice dell’Italia a Bologna: 02.08.1980

I primi giorni di aprile, in un pomeriggio di un sole indeciso, mi sono ritrovata per venti minuti nella stazione di Bologna. Ero scesa da un treno e dovevo rimmettermi su di un altro.
A Bologna ci sono stata nel 2002 per un concerto. Ci sono passata per cambiare un altro treno.
È la città di un cantante che adoro.

Mentre ripensavo al rapporto tra me e Bologna, seduta imprudentemente sulla ringhiera che costeggia il sottopassaggio, mi è venuto in mente che quella stazione, 34 anni fa, è stata il teatro di una tragedia ignobile.
Ho cominciato a domandarmi se ci fosse una qualche forma di commemorazione, una statua, una lastra, magari fiori freschi. Con la mente, ho ripercorso le tante pagine di giornali che ho letto a riguardo, i film che ho visto.
Cercando con gli occhi un monumento, osservando la banchina da un lato all’altro, piú volte, a un certo punto una specie di crepa luminosa, esattamente di fronte a me, ha attirato la mia attenzione.
Distrattamente, all’inizio, devo averla presa per una sorta di ‘lavoro in corso’. Ma non c’erano impalcature, la gente ci camminava intorno e soprattutto avevo finalmente colto il fatto che la crepa non era aperta bensì chiusa, o meglio protetta, da una lastra di vetro trasparente.

Era una ferita, il ricordo di quell’esplosione che qualcuno ha voluto ‘tutelare’.
Sono rimasta molto colpita dall’eleganza di questo particolare monumento. Non il solito monumento, ma la sublimazione raffinata di un luogo deturpato da un atto vile. Geniale. La crepa, la prova tangibile della deflagrazione, trasparente, sta lì, non l’hanno voluta riparare. Ovviamente è sicura, come dicevo, coperta da un vetro, ma sta lì. Non sarà immediata per l’occhio che cerca un colosso, eppure comunica bene il senso di rottura, di lacerazione. È una rappresentazione che dà di filosofia orientale, almeno questo penso io. Una cicatrice che rimarrá lì, a ricordarci il male dell’uomo.

Una volta illuminata da questa visione, mi sono incuriosita, ho percorso le scale e sono arrivata vicino alla cicatrice. Quel muro lacerato corrisponde, all’interno, a una sala d’attesa. Qui, sulla sinistra, con la luce che entra dalla spaccatura, si possono leggere i nomi delle vittime.
Sekiguchi Inao, Francisco Gomez Martinez, e persone che portavano lo stesso cognome: Fresa, Gallon, Mauri…famiglie distrutte mentre aspetttavano un treno, turisti in vacanza che non sono più tornati a casa. Una quotidianità trasformata in trappola.

Ma perchè…chi?

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